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Ciao Dawson
Le brutte notizie arrivano sempre in modo inatteso. La scomparsa di James Van Der Beek, volto che per molti ha dato forma e voce a una stagione della giovinezza, non è soltanto un fatto di cronaca, ma un piccolo sisma interiore capace di riaprire ricordi e domande. L’attore, reso celebre dal ruolo di Dawson Leery, si è spento a 48 anni dopo aver affrontato una brutta malattia, lasciando dietro di sé una traccia che va oltre lo schermo. È in questo spazio silenzioso, tra la memoria e l’assenza, che nasce il bisogno di scrivere. Non per trattenere ciò che inevitabilmente sfugge, ma per comprendere ciò che resta: le parole, le emozioni condivise, le immagini che hanno accompagnato un tratto della nostra formazione. La perdita di chi ha incarnato un personaggio così intimamente legato alla nostra crescita diventa una occasione per riflettere sul tempo, sull’identità e sulla fragilità che ci accomuna.
Ci sono opere che rimangono nella memoria collettiva per le trame e altre che restano nella memoria collettiva per la capacità di trasmettere valori autentici. Dawson’s Creek appartiene a questa seconda categoria. In un panorama televisivo che spesso privilegia il ritmo, il divertimento e l’intrattenimento immediato, la serie seppe concedere spazio al pensiero e alla profondità, trovando la sua voce più autentica.
Il personaggio di Dawson Leery incarnava questa tensione riflessiva: attraverso la sensibilità e l’intensità interpretativa di James Van Der Beek, Dawson non era semplicemente un adolescente alle prese con la crescita, incarnava la possibilità di vivere con profondità, di interrogarsi sul senso delle emozioni, dei sogni e delle relazioni. Le sue parole, spesso meditate e introspettive, aprivano spiragli in cui molti spettatori potevano riconoscersi. In un’epoca in cui il modello mediatico dominante tendeva già a esaltare la leggerezza, la disinvoltura e la distanza emotiva, Dawson rappresentava la difesa silenziosa della vulnerabilità come valore. Mostrava che essere fragili non significava essere incompleti, e che la profondità non era un peso da nascondere, bensì una forma di autenticità da custodire. I suoi monologhi erano un invito talvolta implicito, talvolta esplicito a non temere la complessità del sentire.
Il lascito di quel personaggio va oltre la narrazione televisiva o la nostalgia generazionale. Parla a una condizione umana senza tempo: il bisogno di essere ascoltati nelle proprie inquietudini, di vedere riconosciuta la dignità delle emozioni, di sapere che il pensiero e la sensibilità hanno un posto nel mondo, perché in ogni epoca esiste una tensione tra superficie e profondità, tra distrazione e consapevolezza, e figure come Dawson ci ricordano che scegliere la seconda è possibile.
Commemorare Dawson significa dunque riconoscere il valore di ciò che rappresentava: il diritto universale di essere complessi, di sentire intensamente, di riflettere senza vergogna. Non è solo memoria di una serie o di un’interpretazione riuscita, ma celebrazione di una verità più ampia che la fragilità, quando accolta, diventa forza, e che la profondità, quando condivisa, diventa eredità.
In occasioni come queste subentra anche la malinconia, perché si avverte lo scorrere del tempo che sfiora e porta via, poco alla volta, l’infanzia e l’adolescenza. Non è la perdita di un telefilm a ferire davvero, ma il timore di smarrire ciò che vi era custodito: le emozioni dolci, i ricordi, i primi amori, le amicizie che sembravano eterne. Si teme di dimenticare, di lasciare che tutto si dissolva nell’aria leggera del passato. E forse questo resta oggi: la nostalgia di quell’orizzonte vasto e aperto, e il desiderio silenzioso di custodirne la luce, affinché non smetta mai di accompagnarci.
A te, e al personaggio che hai reso vivo per un’intera generazione, va la nostra gratitudine per aver dato voce alle nostre domande, dignità alla nostra fragilità e memoria alla stagione più bella della nostra vita.
Ciao Dawson
Chiedimi se sono felice è un film stupendo, perfetto
Pensare che è di 24 anni fa e rivederlo sta sera è sempre così emozionante, divertente, poetico, intelligente, sorprendente
Senz'altro uno dei migliori film del trio AGG.
Da bambina sognavo di diventare come i cartoni animati che guardavo: libera come Heidi o Spirit, coraggiosa come Lady Oscar, forte e veloce come Holly...
Ma niente, somiglio più a Bob l'aggiusta tutto...
Verri Spring/Summer 2000
Verri, Milano 2000, 22 pagine, 19,5 x 27,5 cm.,
euro 30,00
email if you want to buy [email protected]
18/11/21
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Non ho neanche 25 anni e già ho visto:
- il crollo delle torri gemelle
- La lira sostituita dall’euro
- Primi social network
- La trasformazione dei floppy in cd e in chiavette usb; Le videocassette in YouTube, le audiocassette in Spotify.
- Il primo presidente afroamericano alla casa bianca
- Una nave da crociera naufragata stile Titanic
- La morte di un papa, la rinuncia al pontificio di un altro e quindi due papi in vita
- Attentati terroristici dell’isis nel mondo
- La crisi europea del migranti
- Terremoti vari
- L’incendio dell’amazzonia e dell’Australia
- Una pandemia globale
E scusate se mi sono dimenticata qualcos’altro.
COSA MI DEVO ASPETTARE DAL FUTURO!?!?!?
- Veronica D.
La retorica nasce in Sicilia, nelle colonie greche. È un dato non privo di interesse. Dei Greci conosciamo le virtù, un po' meno i difetti. “Graeca fides”, la affidabilità dei Greci, era una espressione che i Romani non potevano pronunciare senza una inflessione ironica, come “Punica fides”. Assomiglia alla accezione con cui i popoli nordici usano l'aggettivo "italiano" e non stanno parlando del Rinascimento. Il "credito greco" per Plauto (“Asinaria”, 199) era quello che mai si sarebbe potuto riscuotere se non alle calende greche, che appunto non esistevano. Astuzia, menzogna e tradimento erano praticati con una destrezza intensificata dall'orgoglio. Sullo sfondo di questo inquinamento ambientale si colloca l'aneddoto del siracusano Corace, che insegna a Tisia la tecnica del parlare efficace — questo il significato originario della parola "retorica" —, così da persuadere l'ascoltatore. E Tisia, al termine delle lezioni, si rifiuta di pagarlo. La sua argomentazione è questa: se mi hai insegnato bene la retorica, devo convincerti che non ti devo niente. E non ti pago. Se invece non riesco a convincerti, vuol dire che non mi hai insegnato bene la retorica. E non ti pago. In tutti e due i casi non ti pago. La disputa sembrerebbe conclusa, ma l'aneddoto ha un compimento ad anello. Corace replica: se riesci a convincermi che non mi devi niente, vuol dire che ti ho insegnato bene la retorica. E mi paghi. Se non riesci a convincermi, mi paghi. In tutti e due i casi mi paghi. Non sappiamo quando ha termine la disputa. O meglio, sappiamo che non ha termine. Corace e Tisia disputano in eterno, l'uno opponendo all'altro gli stessi argomenti, simmetrici e capovolti. È questo il senso immortale dell'aneddoto, che ci svela aspetti essenziali della retorica. Uno è che l'arte del dire può essere tanto efficace da inibire l'emergere della verità e da imporre un risultato di parità ai due contendenti. Una sorta di terrorismo intellettuale li costringe alla paralisi, come le armi moderne nella strategia del terrore. L'altro è ancora più sinistro. Nessuno vince, ma uno ha ragione e tutti e due lo sanno. È il maestro che ha ragione. La retorica — non essendo la saggezza, ma una tecnica che offre vantaggi a chi la pratica — non può che comportare un compenso per chi la insegna. I sofisti, che la divulgano in Grecia, sono i primi maestri a esigere remunerazioni elevate. Aristotele racconta nella “Retorica” (III, 14) che Prodico di Ceo, quando vedeva il pubblico distratto, gridava: «Eccovi il punto da cinquanta dracme!» e otteneva subito l'attenzione dell'uditorio. Corace quindi dovrebbe ricevere il compenso. Ma, assoggettandosi alle regole della tecnica da lui stesso insegnata, disputa sterilmente in eterno. Un terzo aspetto è infatti la sterilità — etica, intellettuale ed estetica — della retorica, quando da mezzo si trasforma in fine. Questo in politica ci consente di considerarla con indulgenza, come un innocuo esercizio verbale: perché serve a coprire ciò che non lo è.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, 2002.
Orribile!