Il viaggio non finisce mai
Introduzione. Ovvero: la mia maestra di matematica aveva ragione
Avevo detto: passerà. Avevo pensato: dai tempo al tempo. E invece questa sensazione di spaesamento non è passata. Non riesco a fare niente, solo a rimandare. Ma oggi è il primo settembre, l'inizio dell'anno nella mia testa (e in quella di molti, ho appreso), e bisogna prendere in mano la situazione.
Faccio per scrivere, ma il silenzio mi dà fastidio. Allora metto la musica, ma nessuna è quella che voglio: troppo allegra, troppo ritmata, troppo italiana. Sono sul letto, il computer si surriscalda, le gambe mi danno fastidio, mi fa male la spalla. Vado alla scrivania, sto per iniziare e… sento ronzare una cimice chissà dove. Prego che non si alzi in volo. Si alza in volo. Corro di là. Rispondo al telefono, leggo l'oroscopo, litigo, discuto, leggo articoli, vedo che la gente dà esami, mi viene l'ansia, mi stendo sul letto, esco un'oretta, torno a casa tre ore dopo, ho mal di testa, prendo la pastiglia, mi passa, mangio, progetto cose che non faccio, mi sento in colpa, vedo i miei amici.
Sono così, quando c'è un problema, qualcosa di difficile da affrontare, rimando il momento dello scontro con la realtà il più possibile, fino a quando non sono obbligata a mettermi davanti alla questione e risolverla.
Ma ora devo mettere un punto a questo viaggio, a quest'esperienza che, mi piaccia o no, mi ha portato e mi porta ora ad affrontare aspetti ‘spaventosi’ di me: un cambiamento è avvenuto, non posso chiudere gli occhi e sperare che passi da solo, anche perché il cambiamento in sé non è negativo.
Alle elementari la maestra che tutti amavano (e che io chiaramente meno sopportavo) era quella di matematica. Mia mamma andava ai colloqui e le maestre le dicevano che ero una brava bambina, sveglia e simpatica. Quella di italiano mi pare le facesse qualche complimento (potrei averlo inventato per vanità). Poi c'era quella di matematica, con quel ciuffo ad onda sulla fronte, che le diceva: “La bambina è insicura, ha paura degli argomenti nuovi. Quando affrontiamo un nuovo tema lei si blocca e va in panico. Poi lentamente con l'esercizio capisce. Ma quando passiamo al nuovo argomento si ricomincia da capo”.
Perché non mi piaceva questa maestra? Sicuramente perché insegnava la materia che ho odiato di più (come dimenticare la nausea – non scherzo – in quinta superiore, alla vista di uno studio di funzione?) e mi dava i voti più bassi, però anche perché trasformava la mia immagine di bambina estroversa, entusiasta e sveglia, in quella della bambina silenziosa e spaventata, che non capisce e ha paura di capire. Mi rode dirlo, perché ancora non ho perdonato il voto ‘Temporale’ (si proprio i nuvoloni neri con i lampi) che quella maestra mi ha dato nella prima verifica delle tabelline, però mi tocca ammettere che possa aver avuto ragione.
Infatti anche ora ho un blocco a scrivere ciò che è successo e mettere un punto a quel viaggio, perché quel viaggio un vero e proprio punto non lo ha avuto e forse non lo avrà. Mi ha cambiato (o mi ha rivelato cambiamenti che stavo già subendo) e sto ancora avendo a che fare con le sue conseguenze e ripercussioni, alcune delle quali si manifestano anche solo nell'ascoltare musica russa oppure nel riascoltare la musica che mi ricorda il mio tempo lì (penso di essere alla quarta volta che ascolto su youtube il concerto di Franco Battiato a Baghdad del 1992, https://www.youtube.com/watch?v=otuDAwqOE20).
Parte 1 – Cosa non mi è successo a Mosca
Direte voi, miei “venticinque” lettori, cosa può esser mai successo di così strano a una giovinetta già abbastanza abituata a viaggiare, che non è al suo primo viaggio da sola, che non è al suo primo viaggio intercontinentale, che non è spaventata dalle culture diverse, che mangia qualsiasi cosa trovi nel piatto, che non è maniaca dell'ordine e della pulizia, che non è particolarmente schizzinosa, che non è timida e che non ha particolari problemi a socializzare?
Forse condizionata da libri che ho letto e dai film che ho visto, mi aspettavo che a Mosca avrei fatto chiarezza sulla mia vita. Attraverso il viaggio avrei capito chi sono, cosa sarò, che senso ha avuto il percorso che ho fatto. Pensavo che, una volta tornata, avrei avuto tutto chiaro. Da sempre immagino il mio cervello come un archivio. Ogni stanza è piena di scatoloni, alcuni sigillati, alcuni ancora aperti. Mi aspettavo che tutti gli scatoloni sarebbero stati ordinati, classificati per nome e data dal mio omino del cervello (https://www.youtube.com/watch?v=r0eIZhXoh4w) e tutto sarebbe stato improvvisamente chiaro.
Invece non ho capito niente, nessuna illuminazione su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che devo fare di me e del mio futuro. La situazione è più complicata di quando sono partita, non ho fatto pulizia, il mio cervello non è un fantastico archivio ma è un vortice ancora più nebuloso e incasinato.
Quello che ho capito, anche se ancora non ho messo in pratica, è che il cambiamento è inarrestabile, si può solo decidere come affrontarlo. In supporto a questa tesi è arrivato l'oroscopo di Rob Brezsny (che vi consiglio di leggere ogni giovedì su Internazionale, http://www.internazionale.it/oroscopo) che ha citato un passo di una poesia di Rainer Maria Rilke:
Let everything happen to you / Beauty and terror / Just keep going / No feeling is final (Lascia che tutto ti accada / La bellezza e il terrore / Vai sempre avanti / Nessun sentimento è definitivo).
Parte 2 – Ciò che succede a Mosca rimane a Mosca (o forse no)
Ecco invece cosa mi è successo a Mosca (non minuto per minuto), come piace a me, in una lista di 10 punti in ordine casuale:
Ho potuto studiare il russo e praticarlo senza pensare ad altro. Nessun esame di indirizzo a rubarmi tempo, nessuna morfologia, nessuna legge di Grassmann, nessun “leggiamo un testo sulle miniere romane” (riferimenti a cose e persone puramente casuali), nessun “devo fare mille compiti per domani e ricordarmi come si chiamavano gli attrezzi da lavoro del riparatore di balalaika del XIX secolo”, nessun “se non ti ricordi questa cosa elementare sei la vergogna della società”. Semplicemente studiare la grammatica, fare esercizi orali tutti i giorni fino a quando qualcosa non ti entra nel cervello, guardare cartoni animati e film in lingua, ascoltare canzoni, cantare canzoni, raccontare di sé, delle proprie giornate, fare giochi stupidi in cui comunque mettere tutta la competitività che in anni di non-sport non ho mai potuto sfogare.
E ora riesco a capire qualcosa se ascolto un video in russo e soprattutto non ho più paura di parlare (anche male o malissimo).
Ho riso come non facevo da secoli. Ma riso così tanto, e spero che vi sia capitato, che alla fine della giornata mi faceva male la faccia. Ho una vena “sciocca” in me (nel parlato l'avrei descritta diversamente) che mi fa ridere per cose molto stupide o comunque normali, per cui altri non riderebbero. E a proposito si potrebbe tornare alle elementari in cui ridevo anche mentre piangevo, così, per gradire. Però ultimamente non ero più tanto così: forse perché sto invecchiando, forse perché non volevo imbarazzare amici e familiari con la risata fortissima che mi ritrovo, forse perché non c'era granché da ridere. Invece ho riso tantissimo durante questo viaggio, anche grazie a persone simpatiche che lo hanno condiviso con me e che saprò ringraziare fra una trentina d'anni quando migliaia di rughe d'espressione rovineranno il mio bellissimo viso e deturperanno la mia pelle di porcellana (se scherza regà).
Ho mangiato ogni giorno come se quello che stavo facendo fosse il mio ultimo pasto. Tranne una sera che ho mangiato uno yogurt solo perché a pranzo avevo mangiato una specie di calzone pieno di formaggio fuso con un uovo crudo sopra, quindi comunque potrei essere perdonata. (In tutto ciò sono pure dimagrita, ndr)
Ho dormito molto meno di quanto pensavo di dover dormire. Penso di essere stata anche l'incubo di qualcuno, perché non volevo mai tornare a casa. Mosca è stupenda, ci sono sempre tantissime cose da fare, ma per me era bellissimo anche solo stare seduta su una panchina o in un bar a mangiare gelato compatto sovietico, oppure passeggiare per vie sconosciute, oppure stare ore in libreria.
Come in tutti i viaggi ogni cosa, anche la più semplice, è una scoperta. Prendere il bus? Fantastico. Perdersi in metro? Esilarante. Sbagliare strada e doverne prendere un'altra? Stupendo. Fare la spesa? Uno stimolo continuo. Accendere il gas? Un'emozione incredibile.
Un mese. In vacanza. Da sola. Sì la mattina c'era la scuola, poi però tutto il giorno e la notte erano liberi, e li passavo a vedere cose belle che non avevo mai visto, oppure anche stando al parco a guardare la gente passare, ma era quello che volevo fare, ero a Mosca, sentivo tutto il privilegio della mia condizione (che è una cosa bella) e non potevo esserne più felice. C'è spesso pudore a dire di essere felici, a parlare di cose serie, e ce l'ho anche io, per questo metto un po’ di ironia nei miei post a smorzare i sentimenti, perché certo, è narcisismo che ci porta a fare selfie e a pubblicare su internet quello che pensiamo, ma fino a un certo punto: il resto, ciò che c'è di più profondo, è roba mia. Quello che voglio dire non è che lì ero felice e qua no, ma che a Mosca godevo nel dire “Sono felice”, “Che felice che sono”, e se dici tante volte una cosa poi ci credi.
Ho conosciuto tante persone che hanno messo in crisi il mio pessimismo nei confronti della razza umana. Persone simpatiche, intelligenti, interessanti, ma anche solo tante volte genuinamente gentili, che è una cosa che tante volte dimentico, preferendo persone sarcastiche che mi fanno tanto ridere ma che poi in sostanza si fanno gli affari loro. Ho visto in molti di loro quella volontà disinteressata di aiutare il prossimo, di creare relazioni reciprocamente utili, di rendere contento qualcuno per il gusto di farlo, cosa che spesso nel mio egoismo dimentico di fare. Fare un complimento, aiutare qualcuno non costa niente e ha solo conseguenze positive. In sostanza ho visto messo in pratica inconsapevolmente quello che avevo letto nel libro di Domitilla Ferrari sul networking (http://www.sperling.it/due-gradi-e-mezzo-di-separazione-domitilla-ferrari/).
Ho seguito gli altri. Per una come me che ha tendenze “dispotiche”, direbbe qualcuno, è stato bello tante volte non sentire su di sé il peso delle decisioni e lasciarsi trascinare.
Ho potuto riscoprire un mio centro, una sensazione di tranquillità dovuta all'essere sé stessi e nient'altro che sé stessi, fare cose imbarazzanti solo perché le si vogliono fare, cantare in mezzo alla gente, stendersi sull'erba, parlare di cose stupide, parlare di cose serie, guardare il cielo, fare battute, stare zitti, essere tristi se si è tristi, dire quello che si pensa sempre.
C'è una canzone di Nina Simone, “I Put a Spell on You” (https://www.youtube.com/watch?v=DvZIWXxa-3g), che dice: “Ti ho fatto un incantesimo, ed ora tu sei mio”. Sono arrivata a Mosca dopo aver pianto all'aeroporto tra gente che partiva felice per un'estate al mare/stile balneare, con quella paura per il cambiamento che non avrei avuto se fossi andata in Sardegna come tutti gli anni, senza capire la mia amica Anna che diceva che lei a Mosca si sentiva diversa, felice. Sono arrivata dicendo che facevo quel viaggio perché avevo rimandato troppo, sono quattro anni che studio russo e dovevo per forza andare in Russia. Sono arrivata con la sicumera di chi sa che non è un viaggio di piacere, di chi non si aspetta niente e di chi pensa che non vedrà l'ora di tornare a casa. Ma ora da una settimana sono qua, a casa mia, ancora completamente stregata: riguardo foto, riascolto canzoni, niente è come era là. La casa in cui sono ora è più bella, amo le persone che ho intorno, che non sono in niente peggiori di quelle che ho conosciuto e frequentato là. Sono convinta che l'Italia sia il paese più bello del mondo, che anche qui volendo potrei uscire la mattina e tornare a tarda notte, che ci sarebbero locali per divertirsi ogni sera e parchi in cui guardare la forma delle nuvole.
Ma, almeno per ora, c'è qualcosa che manca: Mosca mi ha fatto un incantesimo, ed io sono sua.
La spedizione mi dava una buona ragione per rimettermi in viaggio, per riprovare quella gioia unica che solo i drogati di partenze capiscono, quel senso di libertà che prende nell’arrivare in posti dove non si conosce nessuno, di cui si è solo letto nei libri altrui, quell’impareggiabile piacere nel cercare di conoscere in prima persona e di capire.
Buonanotte, signor Lenin - Tiziano Terzani