The Breakfast Club resta uno dei ritratti più lucidi e sinceri dell’adolescenza mai portati sullo schermo. Uscito nel 1985, nel pieno dell’America reaganiana, tra culto dell’individualismo, competizione e successo personale, il film di John Hughes fa quasi il contrario di ciò che il suo tempo sembrava chiedere: mette cinque ragazzi diversi, chiusi in una biblioteca per punizione, e mostra che dietro le etichette, i ruoli sociali e le maschere, le fragilità sono sempre le stesse.
In questo teen drama/comedy non c’è davvero un “tipo” migliore dell’altro: c’è solo la fatica di crescere, di sentirsi accettati, di reggere il peso delle aspettative dei genitori, del giudizio dei compagni, della paura di non essere abbastanza. Ed è proprio qui la forza del film: nell’idea che l’adolescenza non appartenga a un’epoca sola, ma sia una condizione universale, fatta di ribellione, solitudine, insicurezza e desiderio di essere visti per ciò che si è davvero.
A distanza di anni, The Breakfast Club continua a parlare a chiunque abbia conosciuto la fatica di crescere, perché ci ricorda che nessuno è solo una categoria, una maschera o un’etichetta: ognuno è molto più complesso di come gli altri vorrebbero definirlo.
E, alla fine, la frase che consegnano al preside è ancora una dichiarazione di identità e libertà : “You see us as you want to see us. In the simplest terms, with the most convenient definitions.”
"Caro signor Vernon, accettiamo di restare chiusi a scuola, sacrificando il nostro sabato, qualunque sia stato l’errore che abbiamo commesso. Quello che abbiamo fatto era sicuramente sbagliato, ma pensiamo che lei sia proprio pazzo a farci scrivere un tema nel quale dobbiamo dirle cosa pensiamo di essere. Che cosa gliene importa!? Tanto lei ci vede come vuole. Usando il linguaggio più semplice, la definizione più comoda, lei ci vede come un cervello, un atleta, una handicappata, una principessa e un criminale. Credo che lei sarà felicissimo di tutto questo. Distinti saluti. Il Breakfast Club".
A rendere tutto ancora più potente c’è anche la musica magica dei Simple Minds, con “Don’t You (Forget About Me)”, che è diventata il sigillo emotivo del film: una canzone capace di trasformare quell’ultima scena in un momento iconico, malinconico e indimenticabile.