La carezza del vento è come un sussurro nella notte. Ti coccola dandoti il tempo di prendere coscienza di te stesso. Quella mattina il vento mi sfiorava come la lama di un coltello mentre ancora inconscio le mie mani cercavano le coperte come da riparo dalla realtà, ma non trovarono nulla. Fu breve il passaggio che portò dal sonno alla veglia, anche se dentro di me sentivo ancora di sognare. Aprire leggermente le palpebre non fu difficile, lo feci con circospezione come insicuro di ciò che mi aspettasse. Vidi il bianco del soffitto, ma non feci in tempo ad apprezzarne la tranquillità che donava alla mia anima, il vento riprese l’attenzione che aveva richiesto sfiorandomi ancora e questa volta il suo richiamo fu ascoltato. Il mio sguardo si diresse verso la finestra aperta, mentre le tende si adoperavano nella loro danza. Fu la finestra a destare la mia mente ancora assopita. Non ero nella mia stanza e quello non era il mio letto. Alzai il braccio sinistro per rendermi conto dell’ora, ma quando lo posi di fronte a me vidi solo la linea bianca della mia pelle sul polso come a indicare l’assenza di ciò che cercavo. Forse l’avevo poggiato sul comodino, anche se non mi capita molto spesso di toglierlo, non ricordavo, non importava. E’ straordinario come alle volte la mente richieda del tempo perché i ricordi non si manifestino nell’istante stesso in cui apriamo gli occhi, quella mattina a me accadde proprio ciò e l’ultimo ricordo che l’attraversò fu il più forte, come un lampo in un celo senza nuvole. Mi voltai alla mia sinistra e vidi il mondo. Sì, perché per me lei è il mondo. Dormiva su un fianco, nuda o forse; non riuscivo a vedere oltre i fianchi a causa della coperta che la copriva. I suoi lunghi capelli erano come onde che si sparpagliano per poi posarsi sul cuscino, mentre il lineamenti del suo corpo risvegliano il mio corpo. Rimango fermo a guardarla quando vedo uno spasmo e le sua braccia stringersi sul corpo come da riparo dal vento. Ed è in quel preciso momento che vorrei allungare il braccio, sentire il contatto delle mie dita sulla sua pelle. Chiudo gli occhi per un istante, ma ho bisogno di guardarla, bisogno di sentirla sulla pelle, sul mio sesso. Riapro gli occhi e lei è ancora lì, ferma, irrigidita dal freddo che continua il suo tragitto dalla finestra al suo corpo. Al nostro corpo. Mi decido. Non solo col braccio ma con tutto il mio corpo mi poso sul suo fianco, cerco di far si che il mio corpo si incastri perfettamente col suo, mentre il mio braccio scivola dalla schiena alla sua pancia. La mano, aperta, si ferma al tocco delle mie dita al suo ombelico; ne percorro i tratti ovali, mentre sento il suo corpo rilassarsi. Ora che il mio corpo combacia col suo il vento a poco da conquistare e lei sembra sollevata. Potevo fermarmi lì, ma la verità è che non volevo, avevo voglia di lei e credo che lei se ne fosse accorta perché il suo sedere si strofinava su di me e io in quel momento non potevo far altro che cedere al piacere. Allungando il mio viso sul suo orecchio gli sussurro molto dolcemente “ho voglia”, lei contraccambia col silenzio, allora ci riprovo, ma questa volta premo il mio sesso sul suo fondoschiena per darle un’ulteriore conferma delle mie intenzioni “amore, ho voglia”; questa volta un leggero suono della sua laringe, attraversa l’aria e di conseguenza le mie orecchie. Non mi basta altro per procedere. Con un braccio e una gamba mi tengo in equilibrio, quel tanto che basta per far si che il resto del mio corpo la invada portandomi sopra di lei, ed è in quel momento che la sua schiena si adagia sul morbido materasso offrendo ai miei occhi il suo viso, lì stampato un sorriso quasi impercettibile, divertito e compiaciuto allo stesso tempo. Sorrido, la prendo come una sfida, continua a tenere gli occhi chiusi. E’ straordinaria nel suo modo di provocarmi e io ogni volta non aspetto altro. Da questa mia nuova prospettiva posso confermare che è totalmente nuda, ridicolo, era ovvio ricordando la notte passata insieme. Se dovessi fare una top list di ciò che mi piace del suo corpo il suo seno si troverebbe a lottare tra i primi posti. Non che sia un qualcosa di enormemente esagerato, anzi, posso dire che se mettessi le mie mani a coppa su di esso ne riempirebbero la capienza, ma cavolo, lo adoro; sarà una cosa psicologica. Ecco perché incomincerò da lì. Valli a capire i meccanismi della bocca; so solo che mi era aumentata la salivazione e il desiderio di mordergli i capezzoli rendeva la mia gola come secca, ho dovuto deglutire più di una volta la mia saliva prima di posare le mie labbra sul suo seno destro. La scelta non era puramente casuale la verità è che oltre a provare piacere volevo sentire col mio viso premuto su di lei i battiti accelerati del suo cuore. Il desiderio di morderla era quasi ossessivo, ma dovevo trattenermi, le mie intenzioni per quanto egoistiche non potevano permettermi di provocargli dolore. Ho incominciato a baciarle il capezzolo. Non sono rimasto deluso quando non sono riuscito a sentire il pulsare del suo cuore; la turgidezza dei suoi capezzoli era una ricompensa altrettanto appagante. E in tutto questo mio da farsi lei continuava a rimanere immobile, come se non le importasse niente. Era il momento di rendere il gioco più intenso. Se una persona mi chiedesse dove vengano le idee che portano un uomo a fare ciò che fa a letto io risponderei semplicemente che è tutta una questione di istinto, come se dentro di noi ci fosse una bestia che cerca in qualsiasi modo di saziare la sua fame; e io in quel momento di lei avevo una fame pazzesca. Ecco cosa mi spinse a trascinare la mia mano sempre più in giù, fino a trovare il suo sesso. Nel momento stesso in cui io cercavo di provocargli piacere grazie all’aiuto dell’indice e del medio, sotto il mio scrupoloso scrutare, fissavo il suo volto. Soddisfazione, appagamento, vittoria chiamatela come volete ma vedere il suo collo allungarsi, sentire i suoi gemiti provoco in me quanto di più eccitante poteva esserci. Aspettai il momento giusto per passare alla fase successiva, scopare è semplice, ma farlo bene è un piacere. Aprì la bocca e ne approfittai portando le mie labbra alle sue, baciandole dolcemente per poi morderle. La mia mano sentiva l’umido del suo piacere e credo che fu quello il momento in cui cambio tutto. Ero pronto a compiere il passo successivo, quando lei aprì gli occhi. Non di scatto come sorpresi, ma lentamente, come a focalizzare la mia immagine. Mi fermai. Non ricordo per quanto tempo rimasi fermo, potevano essere secondi come poteva essere un’eternità. Fu in suo “continua” a risvegliarmi da quello stato di pura pace, ma nonostante ciò rimasi immobile, sopra di lei, a fissare la circonferenza nera che richiudeva l’essenza di quanto più bello potevano vedere i miei occhi. L’iride di un verde quasi trasparente accentrandosi mutava nel suo colore, passando da giallo a marroncino, per poi svanire nel fulcro della sua pupilla; la vedevo stringersi per abituarsi alla luce tenue dell’ambiente circostante per poi stabilizzarsi. Non mi diede il tempo di riflettere. Improvvisamente le sue braccia si cinsero sul mio collo, permettendogli di portare il suo viso al mio. Avevo risvegliato il suo desiderio e ora era incontrollabile. Sentivo le sue labbra fondersi con le mie, i sue denti stringere per poi tirare a se il mio labbro inferiore. Fu un lampo, ma la situazione si inverti; e non per modo di dire. Traendo forza con le sue anche mi spinse a lato per poi portarmi a pancia in aria. “appoggia la schiena al muro” mi ordinò. Ubbidii, mentre lei prendeva il mio sesso per poi congiungerlo al suo. Non ero ancora riuscito a prendere il controllo della mia mente quando lei incomincio a premere il suo bacino al mio continuando a baciarmi. Essere dentro di lei per me era ogni volta come essere una parte di lei, come se si chiudesse un cerchio e ogni cosa nei nostri sessi trovasse il proprio posto. In tutto questo, sentivo il mio corpo prendere fuoco. Le fiamme del suo desiderio ardevano nel mio, fondendo tutto ciò che ci circondava. Eravamo solo io e lei, insieme, uniti nel corpo e qualcosa di più. L’abbracciai mentre continuavamo a bruciare; con le mani posate sulla sua schiena spingevo il suo corpo sul mio. Il mio respiro affannato cercava senza alcun risultato di prendere quanta più aria possibile, ma le sue labbra richiedevano tutto ciò che le mie potevano darle. In tutto questo sentivo il suo odore; sapeva di buono, di dolce, di vita. Sapevo che tutto questo bruciare avrebbe portato il mio corpo in cenere e col mio anche il suo. Più cercavo di rallentare la combustione del nostro disintegrarci più lei premeva su di me. Inutile dire che alla fine il suo desiderio ebbe la vittoria sulla mia volontà. Le fiamme raggiunsero il massimo del loro splendore per poi acquietarsi e tutto ciò che rimase fu cenere. Ma non finì lì. Fu nella cenere dei nostri corpi abbracciati l’un l’altro che in me cambiò qualcosa. Nascosta sotto la cenere un’altra fiamma cercava di ergersi. Non emanava calore ma altro. Ci sono cose nella vita che non si possono spiegare e quello che sentii dentro è una di quelle. Se dovessi provare a descriverla direi che era come un scossa che partiva dal cuore per poi espandersi in tutto il mio corpo, donando sollievo e pace. In quell’istante, nel momento stesso in cui divenni cenere capii cosa avevo visto nei suoi occhi. Era amore.