IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI (PER FORTUNA)
Questa mattina, come somma di tutta una serie di concatenati eventi, ho scorso tutti i miei gruppi whatsapp fino a trovare quelli che cercavo
e così via fino a quello del 2021, anno in cui me ne sono andato da quell'azienda sanitaria universitaria in cui lavoravo dal 2008.
Non si trattava solo dei classici tirocini in ambito sanitario che gli studenti delle professioni sanitarie dovevano obbligatoriamente frequentare ma un progetto che consisteva in lezioni dinamiche non frontali, alla fine del quale dovevo far sostenere loro un esame scritto che si affiancava alla mia valutazione personale.
Ogni anno avevo cinque studenti del primo anno che stavano con me circa due mesi e quei gruppi wathsapp mi servivano per concordare con loro orari, lezioni e scambiarci foto e materiali vari.
Il mio era un corso propedeutico che segnava il passaggio tra il primo e il secondo anno: se non lo passavi avevi dei grossi problemi a rimanere all'interno delle canoniche scadenze, ragion per cui i ragazzi e le ragazze arrivavano sempre sulle spine.
Poi nello specifico ho capito perché.
Un giorno mi chiama la responsabile dei tirocini, una collega, e dopo i soliti convenevoli mi spara a bruciapelo una domanda che mi lascia senza parole
'Ascolta... ma li stai facendo soffrire?'
Giuro che non ricordo cosa le abbia risposto, probabilmente un qualcosa di simpatico per cambiare argomento (tipo 'Dai... c'è già così tanta sofferenza al mondo!'), ma improvvisamente tutto quello che io avevo subito nel mio percorso scolastico da parte dei docenti (sopraffazione, ingiustizia, umiliazione) mi si chiedeva di riproporlo a mia volta, perpetrando così il solito schema di prepotente asimmetria del potere.
Poi ho ricordato il mio professore di Filosofia del Liceo Classico - A.R. - una persona davvero speciale: non vedente fin da bambino per una mina esplosagli in faccia dopo la fine della guerra, si prese parecchie bastonate durante i moti universitari del '68 e mai, dico mai, si allontanò dal posto in cui aveva deciso di stare: dalla nostra parte.
Per tutti gli anni del liceo non ci furono mai interrogazioni - quelle che lui chiamava 'performance del momento che misuravano solo la bravura nel mandare a memoria nozioni' - ma discussioni di gruppo nelle quali lui ci sollecitava per nome - PER NOME, non per cognome! - quando stavamo troppo zitti o aveva l'impressione che pensassimo ad altro. Le discussioni di gruppo poi venivano trascritte, elaborate e suddivise, diventando così i compiti scritti.
Quando nel consiglio di classe si accorgeva che qualche collega era indeciso sul rimandare o meno uno studente nella propria materia, lui si faceva avanti e diceva 'Quello lo rimando io!, così l'altro desisteva e alla fine di Agosto lui chiamava a casa sua chi doveva riparare in filosofia e concordavano le domande.
Performance. Erano solo performance che non dicevano nulla della giovane persona costretta a sottoporvisi.
E infatti all'esame di maturità, appena aperta la busta della versione di Greco, lui telefonò a casa a sua moglie dicendogli 'Plutarco. Vite Parallele. Capitolo Otto. Fai due fotocopie e portamele', fotocopie che personalmente appiccicò sotto il cestino del bagno dei maschi e delle femmine', suggerendo quella presenza agli studenti e alle studentesse che lui sapeva a rischio bocciatura.
Performance che non dicevano nulla della persona ma che rubavano tempo ed energie nella misera e inutile ripetizione di nozioni sterili.
E io, di fronte a quella dimostrazione di crudeltà compiaciuta della tutor di tirocinio, ho deciso da che parte stare. E da quel giorno anch'io non mi sono mai più spostato.
La lettura di quei gruppi whatsapp mi ha ricordato i bei momenti in cui avevo a che fare con persone già a sufficienza traumatizzate dalla prepotenza di chi li avrebbe dovuti tutelare, persone che invece mi dimostravano il loro entusiasmo per un futuro mestiere di cura, senza che io dovessi metterli subdolamente 'alla prova' o dovessi prevalere su di loro grazie alla mia superiorità intellettiva e culturale.
Ed è per questo che ho dato loro sempre il massimo dei voti ai test scritti con le domande aperte, perché conoscevo già il loro valore ben prima dell'inutile performance richiesta. E grazie a quei gruppi whatsapp ho potuto chiedere loro come proseguivano gli studi e, dopo, come era la loro vita lavorativa.
Poi Parma è piccola: sapevo già dove lavoravano e come stava andando... e devo dire che nessuno mi ha mai fatto cambiare idea.
A chi dovesse dirmi 'E il merito?! E il sacrificio! E il duro lavoro?! E la competenza?! E la professionalità?!' risponderei che un buon docente o, in genere, una persona decente sa distinguere bene tra l'egocentrismo di voler restituire a chi è più debole la sofferenza subita e il desiderio di trasmettere la propria conoscenza e la propria esperienza... nel primo caso, infatti, il 'docente' si lamenta che lui da studente era più intelligente e capace e invece ora i giovani moderni sono svogliati e stupidi, nel secondo caso, invece, cammina insieme a loro per un certo tratto di strada, ben consapevole che l'insegnamento non è né sofferenza né umiliazione ma condivisione alla pari.
Il nostro futuro appartiene soprattutto loro e vedo già nei loro gesti che non ci sarà desiderio restituirci indietro ciò che è stato inflitto... in questo hanno già dimostrato di essere migliori di noi, senza nemmeno il bisogno di metterli alla prova.