Paesaggi irpini, tra resti, testi e imposture
<<Il paesaggio è impiccato ed il “corpo d'occhio” sogna altrove>>
Anche Cairano non l’ha portato la befana
In Irpinia il Tempo è da tempo avversario della Storia. Tra i due litiganti ancora non si scorge un terzo gaudente ma, sicuramente la Nostalgia può giocarsi ottime carte.
Il tempo, nella sua accezione più universale, è una dimensione fondamentale della realtà fisica, che scorre in modo inesorabile ma “non è una linea universale che si estende dall'infinito passato all'infinito futuro, ma un insieme di processi che accadono”1, eppure, lo concepiamo come un continuum che avanza dal passato al futuro, in una serie di momenti che si succedono.
La storia, invece, è la narrazione degli eventi umani che si svolgono nel tempo. Essa rappresenta l’interpretazione e la ricostruzione di eventi, spesso con l'obiettivo di comprendere il presente e orientare il futuro. Anch'essa non è solo una sequenza cronologica, piuttosto una costruzione culturale e narrativa. “Non è un semplice succedersi di fatti, ma un continuo ripensamento di quei fatti, un loro incessante ri-significare”.2
In Irpinia, ma non solo, guardando territori, spazi urbani e architetture si vede un tempo che continua a scorrere sopra una narrazione che non cambia. Perché restano uguali i contenuti e le ragioni del racconto. “La continuità storica spesso è un’invenzione, un mito creato per dare senso a una collettività in perenne cambiamento”3, così, consolidati nell'idea che non sia necessario ri-conoscere il tempo vivo trasformiamo, inconsapevoli delle conseguenze sociali ma determinati nella acquisizione di utili personali, le immagini dei luoghi. Proteggendoci sotto il mantello del mito, rifugiati nelle favole di un tempo morto, nella certezza che il passato sia stato unico e che l'obiettivo da raggiungere sia ritrovare la mitica unicità. Ma non oggi e non con quello che stiamo facendo per noi.
Ci rifugiamo, come singoli ed istituzioni, in narrazioni cristallizzate del mito di luoghi densi di vita migliore, in cui i re passeggiavano tra i contadini, questi mangiavamo solo “cose genuine” e i borghi, che serenamente abitavano, fossero molto più belli di quelli che cerchiamo di recuperare oggi, dopo averci costruito condomini. Un passato inventato, contrapposto ad un presente percepito come impoverito e frammentario.
Eppure, Cairano come Dubai, non l'ha portato la befana. Anche il più mitizzato dei nostri borghi non ha nulla a che fare con atti divini ma, più pragmaticamente, con l’urgenza primordiale di convivere per meglio affrontare le necessità umane, sociali e produttive, con la utilità di usarne, trasformandola, la geografia per produrre ritorni individuali a chi la occupava. O meglio, a chi gestiva la vita di chi la occupava.
Questo mito di un passato glorioso e perfetto, proiettato su luoghi e spazi urbani contemporanei, ha ridotto la complessità storica ad una visione unidimensionale, dove il cambiamento è visto con sospetto e la continuità con il passato è percepita come l'unica strada verso la redenzione.
Abbiamo pienamente raggiunto e superato “il rischio di ridurre la storia a una semplice celebrazione del passato, senza comprendere che essa deve invece guidare il cambiamento.”4
Se oggi vico Scolatoio, a Sant'Andrea di Conza, è una suggestiva icona per turisti impegnati, via Lavinaio, a Solofra, un distesa di condomini anni '80 e Piano Pantano, a Mirabella Eclano, una viabilità ben asfaltata e dalla linea cellulare incerta, cosa ci fa dire che cento anni fa questi posti fossero “luoghi dell'anima” e non semplicemente linee di deflusso o accumulo di scarichi e fango e quindi, che oggi è il tempo in cui sono migliori? L’aver sostituito la storia con la nostalgia, “quel sogno che ferma le speranze, arresta le passioni e congela tutto il mondo in un interminabile attimo di ricordi” e ci trasforma in uomini che giocano “a ricostruire castelli perduti, nella speranza di poter ritrovare una castellana per cui non si è combattuto quando era possibile”5.
I paesi non nascono per poesia
Esplorando le origini delle prime città, Lewis Mumford, le descrive come "un atto di concentrazione e centralizzazione"6. Luoghi di rifugio e protezione, ma anche centri di potere politico e religioso, nati per rispondere alla necessità di organizzare la vita comunitaria e di sfruttare al meglio le risorse disponibili. "Strumenti per potenziare la vita umana, favorendo il commercio, la cultura e l'interazione sociale."7 Realtà oggetto di molteplici trasformazioni ma sempre legate ai cambiamenti economici, tecnologici e sociali, caratterizzate da una forte integrazione tra vita urbana e rurale e dove gli insediamenti urbani fungevano da nodi in una rete più ampia di produzione agricola e scambio commerciale.
Poteva cambiare l’immagine, la quantità e qualità delle funzioni assolte ma mai le ragioni del proprio esistere. Per questo, nessun luogo abitato o utilizzato può reclamare una identità che lo distingua, nelle sue ragioni fondative, da altri.
I borghi della domenica sono ancora oggi angusti perché le fortificazioni erano costose, quindi, una volta realizzata una cinta muraria, il perimetro in cui costruire nuove case restava lo stesso per molto tempo. D'altronde, le strade potevano essere strette perché non avevano bisogno di essere più larghe, non c'era nulla di simile al traffico veicolare moderno, i muri erano in mattoni dove non c'erano rocce ed in pietra dov’era più economico sbozzarle che cuocere creta, le finestre erano strette perché corti erano gli alberi da cui ricavare le tavole per le piattabande, i solai erano a volta dove non c'erano boschi economici da tagliare, i tetti piani dove era più utile raccogliere la pioggia invece di farla scivolare via, le mensole laterali all'esterno delle finestre non mantenevano vasi di gerani, ma vasi da notte.
Tutto aveva un senso. Ed il senso era dato da un limite. Si faceva quel che serviva, non quello che appagava.
La casa del padre era ad un piano e spesso monocellulare. Ci si dormiva, riproduceva e lavorava. Quando il figlio maggiore andava a nozze, si alzava di un piano e per salirci si poggiavano due arcate tra le entrate originarie, sopra si montava una scala ed un corridoio esterno per collegare tra loro le nuove stanze. Sotto gli archi, il padre guadagnava uno spazio esterno coperto in cui spostare l’attività lavorativa ed il figlio se non voleva bagnarsi d’inverno, passando da una stanza all’altra, copriva il corridoio con una tettoia in legno livellata da zeppe e sorretta da qualche palo.
Sia nella nascita che nella vita, ogni atto antropico nella storia è stato la risposta a necessità primarie. L’amore, il patriottismo, la poesia o l'estetica, quando coinvolti, sono stati strumenti per arrivare più concretamente all'obbiettivo primario. Catalizzatori o mediatori di processi pragmatici, mai spunti di creazione. Questa è una invenzione affidata a meccanismi molto più recenti.
A settecento inoltrato, il figlio che aveva guadagnato più del padre e voleva darsi una nuova immagine sociale, cercava un rudere senza padroni e ne prelevava i decori lapidei, acquistava qualche colonna scanalata ed un portale in pietra, anche della misura non giusta ma dal prezzo migliore e li adattava per chiudere e coprire con tegole quel corridoio esterno che gli avi gli avevano lasciato. Così, nacque la loggetta, quella che per i turisti delle domeniche a Lacedonia, Grottaminarda o Frigento è il simbolo del romanticismo più spietato, da cui sicuramente una pulzella avrà sciolto trecce bionde per farsi raggiungere dall’innamorato. Per chi le realizzò, invece, fu il punto da cui un mercante o artigiano, quando passava la processione, poteva affacciarsi con la famiglia e mostrare alla sua comunità che adesso anche lui poteva guardarla dall’alto, da uno spazio costruito e decorato. Stava arrivando il neoclassicismo. La poesia pret à porter.
L’ordine del “capitello paesano”
Nell'ottocento la borghesia benestante, che affiancava e sostituiva gradualmente il potere aristocratico, sentì il bisogno di riscrivere la storia usando parametri estetici per affermare il proprio potere economico e il nuovo status sociale acquisito, affidandosi anche a categorie simboliche.
La riscoperta e la re-interpretazione dell'antico divennero “funzionali al bisogno della nuova classe dirigente di darsi un'aura di legittimità storica e culturale"8 . Con questa prospettiva, la elezione dell'arte classica a simbolo di tutte le arti non fu un accorato omaggio al passato, ma “una rilettura del passato" che potesse proiettare l'immagine di una nuova società ordinata, "sostenuta dalle élite borghesi che vedevano nell'arte classica un simbolo di perfezione e stabilità, utilizzando questi canoni estetici come strumenti per costruire una nuova identità culturale"9.
L’architettura neoclassica, quella delle colonne doriche, capitelli compositi e frontoni non fu solo un tributo all'antichità ma un modo per sancire, visivamente, l'autorità culturale e politica dei nuovi potenti, "incarnava l'ideale di una società razionale e disciplinata, riflettendo i valori emergenti della borghesia"10, i valori dell'immagine, della comunicazione di un’appartenenza o di un potere. Se i gesuiti con il Barocco e le case reali con il Rococò volevano stupire, al Neoclassico interessava apparire. E questo, complice il conservatorismo novecentesco, è quanto interessa ancora oggi.
Pochi furono i capolavori assoluti del neoclassico, dopo il momento dell’intuizione e dell’entusiasmo, divenne presto “accademia”. La stragrande maggioranza degli interventi furono di facciata, applicazioni di decori. Splendidi disegni intellettuali, redatti pescando dai preziosi manuali in cui artisti dello stile, con esasperate masturbazioni storico-geometriche, componevano modelli da copiare permettendo a chiunque di sentirsi “greco” o “romano” e contribuire a diffondere artisticità legittimata.
L’arte perfetta, alla portata di tutti, applicabile pur non conoscendone le ragioni ma solo le regole. Soprattutto, con livelli di valore scalabili. Più colonne, più potere.
Di fatto, "lo stile neoclassico, con la sua enfasi sulle proporzioni ideali e l'imitazione dei modelli antichi, si configura come un movimento essenzialmente accademico, incapace di dialogare con la realtà sociale e urbana del suo tempo”11, eppure, dall’ottocento ad oggi, raggiunto e superato da altre culture artistiche, è riuscito ugualmente a consolidarsi per la sua riconoscibilità, le sue certezze, i suoi automatismi, quale riferimento culturale più oggettivo.
Ancora oggi, il valore del tempo che cambia nei nostri centri storici viene giudicato dalla capacità delle sue trasformazioni di rientrare nelle logiche dell’accademia neoclassica. La loro qualità è percepita da quanto la loro immagine, la percezione immediata della fisicità, sia ritrovabile in un manuale di disegno architettonico ottocentesco. Poco interessano le ragioni. Il valore di una nostra scelta paesaggistica, urbanistica, architettonica è misurato dal rispetto di regole riscritte per un mercante arricchito di fine settecento.
I Paesi non sono autoctoni
“L’urbanistica di tutto il Mezzogiorno d’Italia è il risultato di un complesso intreccio di influenze culturali, dove ogni dominazione ha lasciato una propria impronta indelebile, contribuendo alla formazione di un tessuto urbano ricco e variegato” 12. Tutti i paesi, anche in Irpinia, pur dichiarandosi unici tra loro, hanno radici in dinamiche storiche simili. D'altra parte, “le dinamiche di
contaminazione culturale e adattamento alle specificità geografiche sono un fenomeno riscontrabile in numerose regioni italiane, dalla Toscana alla Sicilia, passando per le zone montuose dell’Abruzzo e della Calabria”13.
Fin dall'epoca sannitica, seguita dalle successive dominazioni romana, longobarda e normanna, il territorio montuoso e collinare, ha indotto alla creazione di tratti condivisi, rendendo difficile, se non impossibile, considerare un singolo centro abitato come completamente distinto dagli altri. L’idea che ogni paese possa dirsi unico è quindi sfidata se si usa una visione più ampia e condivisa perché “la vera identità di un territorio non risiede nelle differenze superficiali, ma nelle radici profonde che accomunano tutti i suoi insediamenti, frutto di un processo di contaminazione e adattamento continuo” 14.
Anche i paesi irpini, dal Mandamento alla più recente Irpinia d’Oriente, insieme a tanti altri in aree geografiche diverse, sono espressione di un medesimo processo storico e culturale, per cui l’unicità è spesso solo un'illusione di diversità.
Eppure, ogni quartiere, villaggio, paese e città, consuma più energie a sentirsi unico che a trarre vantaggio dal sentirsi parte di un medesimo fenomeno di creazione e comprenderne le ragioni.
Non c’è paese in cui un “paesano” non finirà per confessare ad un “forestiero”, rallentando l’esposizione e guardandolo con una rassegnazione compiaciuta: “ehhh ma qui, noi siamo particolari”.
La atavica cultura delle visioni ristrette agli spazi conosciuti ha da sempre coltivato percezioni di unicità “a prescindere” ma sono state le rituali strategie di marketing territoriale ad esasperare un radicalismo da campanile, segnalando ogni ipotetica unicità di un luogo rispetto ad un altro. Anche se, per la storia, non c'è nulla che differenzi veramente un luogo da un altro, vicino o globalmente opposto. Le esperienze si ripetono, umani diversi raggiungono anche conclusioni diverse ma sempre partendo da presupposti identici, appunto, umani.
Questo rifugio nella propria diversità percepita porta a una distorsione della storia locale, realizzando una sovrapposizione imbarazzante tra il reale di un luogo e un mito idealizzato. La focalizzazione su di una visione mitizzata del passato ha portato all’immobilismo culturale e sociale, perché "l'ossessione per la difesa dell'identità locale può diventare una gabbia che impedisce l'apertura verso l'esterno e l'innovazione necessaria per affrontare le sfide contemporanee"15, rendendo le comunità resistenti al cambiamento, meno propense a comprendere - prendere con sé - il proprio tempo.
La convinzione di essere unici alimenta un senso di frammentazione e competizione tra comunità. Persi nell’illusione di diversità, "la competizione tra realtà locali basata sulla presunta unicità delle rispettive identità culturali può impedire la cooperazione necessaria per uno sviluppo armonioso e sostenibile del territorio"16. Invece di collaborare su progetti comuni che potrebbero beneficiare l'intero territorio, i paesi perdono opportunità di crescita e sviluppo reali, non speculative.
La ricerca ossessiva dell'unicità, invece di aprire al dialogo con altre realtà, fa tendere alla chiusura o al massimo all’attivazione di dialoghi per opportunità contingenti. "Un'identità che non sa dialogare con l'altro è destinata a diventare sterile e a perdere la propria vitalità"17, distorcere la percezione del presente e allontanarsi dalla complessità della storia. In questa alienazione, al massimo, si possono costruire attrazioni turistiche prive di profondità e significato reale. Disneyland del pittoresco.
Resistenza, resilienza, restanza, sono tensioni passive.
“I prefissi re- e ri- dell’italiano sono la continuazione del prefisso latino re- (o red-), che indicava un movimento a ritroso (recedere “tirarsi indietro”, redire “ritornare”) o il ritorno ad uno stato anteriore (refìcere “riattare, riparare”, restituere “restaurare”)”18
Tutto quanto implichi un ritorno indietro, la ripetizione di quanto è stato per come è stato, come se il prima fosse un valore positivo “a prescindere” e non la causa che ha determinato la tensione che ci ha disturbato e obbligato ad agire, indica un atteggiamento passivo.
Oltre al prefisso dell'indietreggiamento, “resistenza” ci arriva direttamente dalla radice sanscrita “stha” – rendere fermo, saldo, “restare” indica la ripetizione dello “stare”, “resilienza” è composta anche da “salire””, quindi fare salti, rimbalzare, Il “materasso a molle è una metafora della resilienza.”19
Il contemporaneo tentativo romantico di riempire i paesi che muoiono con processi di restaurazione di quanto li ha resi malati è un atto di perseveranza, certamente non di coraggio o acume. Segna l'atteggiamento di rendersi inconsapevoli di quanto sta accadendo, di non saper leggere la cronaca, di rifugiarsi come struzzi nella sabbia della storia. E mentre, fuori dalle leggende narrative, loro lo fanno per assicurarsi che le uova nascoste prendano calore in maniera uniforme, rigirandole col becco, noi veramente lo facciamo nell'illusione che il pericolo non ci veda finché non lo vediamo noi.
In questa illusione coinvolgiamo i paesi in estive feste intellettuali a finanza sovvenzionata, li arrediamo di manifesti 6x3 con la grafica di mio cuggino, inauguriamo musei condotti da paesani appassionati, pieni di fotografie agé, macchine da scrivere e aratri, affidiamo processi culturali agli chef e lasciamo il rapporto con il contemporaneo ad improbabili lottizzazioni di case che resteranno vuote e cattedrali nel deserto senza elasticità funzionali, senza vera compartecipazione privata, condannate ad esaurire già inesistenti bilanci di gestione pubblica.
"Il passato è un luogo affollato di spettri. Si torna lì quando non si sa più come avanzare nel futuro.20"
Anche in Irpinia e più in generale sul tema aree interne, alla retorica dell'appartenenza, delle radici, delle identità, della tradizione, dell'adattamento non c'è alcun contraltare che invece stimoli processi proattivi (opposto di precauzione).
Eppure, anche le piume degli uccelli si sono inizialmente evolute per il mantenimento della temperatura corporea nei dinosauri ma, una volta chiarito che rimanere dinosauri significava estinguersi, si sono adattate per il volo.
In biologia la chiamano “Exaptation”, un concetto evolutivo che descrive il processo attraverso il quale una struttura biologica sviluppata per una funzione viene successivamente adattata per un'altra funzione del tutto diversa. “Il termine permette di spiegare l'evoluzione di strutture complesse attraverso processi che non richiedono che ogni passaggio intermedio sia stato favorito dalla selezione naturale per il suo uso corrente."21 Il termine inglese ex-aptation (gioco di parole su ad-aptation), in italiano andrebbe tradotto con pre-attamento. Mentre l'adattamento (dal latino ad-aptare, che significa agire per ottenere conformità) è una strategia reattiva, da usare per superare un divario rispetto alle condizioni mutate del contesto, l'exaptation è “la straordinaria capacità dei sistemi complessi di giocare in anticipo (prendere prima n.d.a.), combinando in modo innovativo risorse o caratteristiche già presenti per assicurarsi vantaggi competitivi.”22
Immaginiamo se gli uccelli si fossero accontentati di rimbalzare.
I latini, nell'umano sforzo di affidarsi a qualcuno che fosse superiore ma mai concorrente, tra gli altri dei si inventarono anche il Genius Loci, lo spirito del luogo, una presenza immateriale che caratterizzava ogni ambiente, conferendogli un’identità unica e distinta.
Nel corso dei secoli ma soprattutto degli ultimi decenni, facoltà di architettura ed assessorati alla cultura hanno utilizzato questo concetto per spiegare come l'interazione tra l'uomo e il suo ambiente influisca sulla percezione e sulla costruzione dello spazio. In particolare, l'architettura dovrebbe rispettare il luogo, integrarsi con esso, ascoltare ciò che il luogo è e cosa vuole essere.
Come ogni indicazione divina che proviene da applicazioni meccaniche e non da sensibilità raggiunte, che mira a convincere e non a testimoniare, anche il Genius Loci è stato strumentalizzato, specialmente in ambito urbatettonico, manipolato per giustificare scelte estetiche o funzionali senza una vera comprensione del contesto.
Un trend per il turismo emozionale, forse l'unica realtà in cui una visione intrinsecamente conservatorista, essenzialista ed immutabile dei luoghi può avere dignità di considerazione. Forse.
"L'idea che un luogo abbia un'essenza fissa e predefinita è problematica perché ignora le dinamiche storiche, sociali e culturali che lo plasmano nel tempo."23 In questo senso, il genius loci è diventato uno strumento di esclusione, per giustificare la preservazione di uno status quo a scapito delle trasformazioni sociali e delle diversità culturali. Invece di approcci che invitano a superare l'idea di un'identità territoriale statica, che abbracciano la complessità e la fluidità dei luoghi contemporanei in costante mutamento, caratterizzati da flussi migratori e trasformazioni sociali, lo spirito dei luoghi si dimostra uno strumento anacronistico e limitante, esclusivo dei nostri tempi.
La piana di Cassano Irpino, dopo duemila anni, è ancora disegnata dalle centuratio che delimitavano gli appezzamenti di terreno agricolo donati ai soldati romani che ritornavano dalle guerre. La maiolica arianese, come la conosciamo, nasce quando gli angioini accolsero i Tranesi che fuggivano dagli aragonesi, concedendogli di occupare le grotte di un colle che prenderà il loro nome e costruirci abitazioni e fornaci per lavorare la creta, come avevano imparato dagli arabi di Lucera. Erano i tempi in cui i luoghi, paradossalmente, erano laici.
Il paganesimo dei luoghi, invece, sollecita una visione romantica, anteposta ad una analisi laica, una risposta conservatrice a richieste di trasformazione. La pervasività dell'approccio “neoclassico” ha portato i nostri paesi, soprattutto quelli percepiti belli, a non saper cambiare. Diventare brutti, devastati da speculazioni di piccolo e grande cabotaggio o artificiali, scenografie per incoerenti ambizioni turistiche, confezionate sui modelli estetici di un tour operator che li preferirà, sempre, a luoghi più appetibili, agghindati per soddisfare aspettative di visitatori che li conosceranno il tempo di una sagra.
In nome della riproduzione di elementi tradizionali, si giustificano progetti invasivi che non riescono a dialogare con le richieste del contemporaneo: il lavoro che cambia, internet che non prende, l'acqua che si perde nelle tubature di campagna, gli inverni solitari, le case vuote o usate una settimana l'anno, la bottega che chiude ed il supermercato che non apre, gli anziani soli e le badanti che non trovano affitti bassi.
Anche il “dio dei luoghi”, promuovendo una visione statica e immutabile, tradotto in una idealizzazione del passato, ha finito per ignorare le trasformazioni sociali, culturali ed economiche che caratterizzano ogni territorio, disegnando un futuro imprigionato in un'immagine nostalgica e irrealistica, incapace di cambiare, migliorandola, la vivibilità dei nostri luoghi di vita.
“Le condizioni specifiche di vivibilità e peculiarità distintive delle aree interne dell’Irpinia si confrontano oggi con alcune questioni che, in base a come saranno affrontate e risolte, determineranno il presente prossimo e il futuro delle comunità residenti.
Dal punto di vista demografico, sociale ed economico, il fatto di aver mantenuto un’identità distintiva nel legame sociale, nelle forme di vita comunitaria, nelle espressioni di solidarietà orizzontale, nel valore della memoria, può rischiare di essere un vincolo all’innovazione e allo sviluppo. Quello stesso rischio può essere trasformato in una opportunità se si considera il valore crescente che l’economia dei luoghi sta assumendo, in particolare per la crisi ipermoderna della vivibilità metropolitana e per la crisi ambientale e climatica, ma anche per la ricerca di forme di vita comunitarie in netta espansione, a patto che sia sviluppata l’accessibilità soprattutto virtuale, digitale e comunicativa. Per queste vie, quelli che sono oggi fattori di difficoltà possono vedere il margine come luogo di innovazione sociale e culturale e di sperimentazione di nuove forme di vivibilità. Margine e piccole dimensioni possono diventare progetto di vivibilità nel tempo dell’infosfera e della sostenibilità.”.24
I paesi si mordono la coda
Dal dopo-terremoto ad oggi, nonostante il rapporto costruito/abitanti non lo giustifichi, c'è stata una attività edilizia continua. Soprattutto privata. Si sono svuotati interi paesi autorizzando le ricostruzioni “fuori sito”.
I proprietari di una casa nel centro storico, danneggiata dal terremoto e finanziata, potevano chiedere di ricostruirla in un altro luogo. Complice il timore di ritrovarsi a vivere altri terremoti incastrati tra altre case e la voglia di non dover più salire i mille scalini di una abitazione collinare, il nuovo sito era sempre il terreno dei nonni non più coltivato, fuori dal centro ma pianeggiante ed “inutilmente” esteso.
In pochi anni, in Irpinia, un esercito di case in ordine sparso ha occupato ogni lembo di territorio a valle dei vecchi centri. I privati hanno raggiunto le loro aspettative ma i comuni si sono ritrovati estensioni urbanizzate sproporzionate rispetto ai bilanci di manutenzione del territorio, centri storici svuotati di funzione, ridotti a presepi prima e dopo del Natale, ettari di suolo fertile consumato o frammentato tra miriadi di piccoli proprietari, oramai interessati più a massimizzare la rendita edilizia che non quella agricola.
Infatti, finita la sbornia post-terremoto il trend non si è affatto arrestato. A fronte della retorica sullo spopolamento dei borghi, “luoghi dell'anima” ma, evidentemente, non dell'intelligenza, non c'è comune che non abbia interpretato, creativamente al rialzo, le formule di stima del tasso di crescita. Obiettivo: giustificare nuove espansioni edilizie a valle del costruito storico, oramai disabitato e improduttivo. I pochi, coraggiosi sindaci che hanno decretato l'oggettiva mancanza di senso nel continuare ad accontentare l'elettorato, redigendo piani urbanistici che prevedono nuove case e non incentivando la manutenzione dell'esistente, sono stati crocifissi dalle decine di proprietari che rischiavano di perdere anche l'illusione di aver fatto un affare a convincere le amministrazioni passate a “promuoverli” da coltivatori diretti a immobiliaristi.
Il 30 giugno 2023, scadeva il termine perentorio entro il quale i Comuni campani avrebbero dovuto adottare (almeno adottare, non approvare) il proprio Piano Urbanistico Comunale. Pena il commissariamento alla fine dell'anno.
A quella data, in Irpinia, furono solo 17 su 118, i coscienziosi che rispettarono il termine. Il restante non fece nulla. Tra questi, trenta hanno ancora in vigore i Piani di Fabbricazione degli anni ’70, dichiarati fuorilegge già dopo il sisma del 1980.
Al 31 dicembre 2023, solo la metà dei 550 comuni campani aveva adempiuto agli obblighi di legge. Ad aprile 2024, invece del commissariamento degli inadempienti, è cambiata la legge urbanistica regionale.
Nelle comunità è latitante la volontà di programmare lo sviluppo dei propri luoghi di vita. Quando non è sentita un utile superfluo o fastidiosa burocrazia, diventa una pericolosa messa in discussione degli interessi privati. Su questo si innesta la persistenza di lobby professionali e imprenditoriali, l’assenza di consapevolezza dei cittadini verso visioni più ampie del proprio interesse. Si aggiunge, la percezione degli amministratori a dover seguire il proprio elettorato, invece di anticiparlo per orientarlo fuori da suggestioni e compromessi legati a preistoriche ipotesi di sviluppo dal potenziale fallimentare. E non ci si confessa che i giovani, non vanno via per studiare, studiano per andare via.
I Paesi sono neo-melodici
In questa corsa all'apparenza, “la questione psicologica si intreccia con quella architettonica nell'affermazione di un modello culturale: quello spazio privato che legittima un'unica individualità. Il possessore di merci è anche dominus dello spazio domestico dove si ritira e riflette solitario. E allora sulle nude pareti si deve collocare tutto quello che l'espansione urbanistica-industriale ha soppresso […] Tutta la natura è morta perché l'industria la ignora o la detesta, al massimo la può usare solo per fini strumentali. Il paesaggio come natura morta si adagia nelle pareti borghesi e non ne esce più. Continuerà a essere impressa negli alberghi dozzinali nel mondo intero dove muti quadri rimangono appesi come impiccati tra l'indifferenza a ore o in villeggiatura.25”
L'urbattettura dei nuovi interventi in Irpinia, di quelli pubblici, commerciali o privati, è oramai rivolta alla ri-creazione di scenografie che esprimano immagini di una qualità riconoscibile. In questo atteggiamento c'è tutto il trend del ridisegno dei nostri spazi, sociali e domestici.
In Irpinia, partendo dalla Valle Ufita, si è riusciti a sovvertire l'antropologia del costruire.
Il mercante del settecento, che scopriva la necessità di rappresentarsi, attraverso immagini riconoscibili dalla massa quali elementi di potere, non guardava all'archeologia, ne rubava i reperti, non inventava forme, copiava chi riteneva essere autorità. Il principe o il vescovo. Rispettava una logica, anche passiva e perversa ma lasciava intatto l'ordine oggettivo delle cose: il reperto archeologico ha una dignità specifica, il palazzo reale o la cattedrale sono elementi di riferimento perché fatti da più risorse e più conoscenza.
Alla fine degli anni '80, molto prima di MasterChef, i ristoranti si sono reinventati quali scenografie fiabesche per spose sognanti. Poco dopo, l'intera progettazione edile privata ha iniziato a portarsi a casa, come una doggy bag di cibo avanzato, un po' di quelle scenografie.
Sono almeno vent'anni che da Villanova del Battista a Baiano, non c'è impiegato, dirigente o proletario che non abbia realizzato, o sogna di farlo, un timpano in latta per il proprio citofono, un capitello in resina come tavolino o un colonnato di cartongesso sotto al quale cenare nelle sere d'estate. Quasi in contemporanea e ancora oggi, dal sindaco, al vescovo, hanno iniziato la stessa gara per la ricerca di immagini facili.
Si ribaltano ruoli e convinzioni. Il mercante del duemila ha convinto l'Autorità che l'archeologia non è valore di contenuti ma di forma e la qualità risiede nell'immagine, non nella sostanza delle cose che la costruiscono.
Oramai, palazzi di città e vescovati, fabbriche e cantine, si ridisegnano a somiglianza di un ristorante. Ambienti di vita, figli di un Versace sottocosto, come gli eccessi, i plagi e le frasi fatte di un gorgheggio “neo-melodico”, hanno convinto che il racconto superficiale del passato e non la comprensione dei suoi meccanismi profondi, basti a coprire un contemporaneo troppo difficile per essere compreso senza attenzione.
Piace quel che si conosce o almeno si crede di conoscere. Per questo, è più probabile vedere file di turisti davanti ad un Michelangelo Buonarroti che ad un Michelangelo Pistoletto. In uno dei due casi si può fingere di aver capito tutto. Per questo i mercatini dell'antiquariato sono stracolmi, quelli del modernariato frequentati ma una galleria di arte contemporanea sempre vuota.
Il nostro è il tempo della compensazione. Viviamo comunità che si nascondono il peccato di produrre speculazione ma lo espiano dimostrandosi travolte dall'interesse per le cose esteriori di quanto hanno distrutto. Affidando il loro attivismo allo storicismo e la loro rassegnazione a vivere il proprio tempo come in un outlet con i saldi: cercando di risparmiare comprando cose brutte che alla televisione hanno detto valere molto.
1Carlo Rovelli, L'ordine del tempo. Adelphi, 2017.
2Massimo Cacciari, Geo-filosofia dell'Europa. Adelphi, 1994.
3Franco Cardini, Il tempo di mezzo: incontri e scontri tra Oriente e Occidente. Laterza 2009
4 Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana. Sansoni, 1983.
5 Mario Pagliaro, 21/03/2011. Artigianato diventa arte. Quotidiano Ottopagine
6 Lewis Mumford, The City in History: Its Origins, Its Transformations, and Its Prospects. Harcourt, Brace & World. 1961
7 Op. cit. Mumford, 1961, p. 44.
8 Giuliano Briganti, La Pittura in Italia: Il Settecento, Einaudi, Torino, 1981.
9 Renato Barilli, L'Arte Contemporanea: Da Cezanne alle Ultime Tendenze, Feltrinelli, Milano, 1984.
10 Paolo Portoghesi, Roma Barocca, Laterza, Roma-Bari, 1966.
11 Bruno Zevi, Il linguaggio moderno dell'architettura, 1973
12 Giovanni Di Pasquale, Urbanistica e Architettura nel Mezzogiorno, Editori Laterza, 2005.
13 Renato De Fusco, Storia dell'architettura italiana: Dal Rinascimento al Barocco, Editori Laterza, 1996
14 Francesco Rossi, Identità e Territorio: un Viaggio nell’Architettura Italiana, Mondadori, 2012
15 Franco Cassano, Il pensiero meridiano. Laterza., 1996
16 Leonardo Benevolo, Storia della città. Laterza, 1977.
17 Massimo Cacciari, Geofilosofia dell’Europa. Adelphi, 2009.
18Giovanni Nencioni, Reintegrare, reintrodurre, reimbarcare …, La Crusca per voi n. 4, Aprile 1992
19Camillo Sperzagni, La resilienza non basta più: meglio l’exaptation, “Modelli di Comunicazione”,13 ottobre2020, https://www.modellidicomunicazione.com/resilienza-exaptation/
20Alessandro Baricco, The Game. Einaudi, 2018
21Gould, S. J., & Vrba, E. S. (1982). "Exaptation—a missing term in the science of form". Paleobiology, 8(1), 4-15
22Camillo Sperzagni, Op. cit.
23Claudio Minca, Postmodern Geography: Theory and Praxis. Blackwell Publishers, 2001.
24Ugo Morelli, Mario Pagliaro, Piano di Vivibilità-visioni per Sant'Andrea di Conza, 2020, https://vivibilita.wordpress.com/
25Massimo Canevacci, Prefazione, in Roberto Carbonara, Passages/Paysages, Mimesis 2020