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è NATO!! E' nato!! Kickstarter ha detto sì ed ora dobbiamo solo riuscire a farlo realizzare! Tutti insieme possiamo farcela!
ENOCH SAGA VOLUME II è arrivato!
Manca pochissimo al lancio ufficiale di Enoch Saga Volume II e diamo un primo sguardo al livello Demo...
Ecco a voi il trailer di Enoch Saga Volume II
Anche se mancano ancora 4 Giorni al lancio ufficiale di Enoch Saga Volume II, le indagini sono già iniziate! Che cosa è avvenuto al pianeta Enoch? Come si è arrivati alla Guerra? Perché? Per scoprilo torniamo alla rassegna stampa dei 180 anni che hanno preceduto il conflitto.... Chi di voi scioglierà il mistero della Grande Guerra di Enoch?
Dopo mesi di silenzio il riservo è rotto. E' stato promesso, è stato fatto! Mancano solo 5 giorni al lancio di ENOCH SAGA VOLUME II, il videogioco che vi porterà direttamente nella Grande Guerra di Enoch! Rimanete sintonizzati!

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RACCONTI DEI MOMENTI CELEBRI 01 Alut -X Era-
Alzò lo sguardo lungo il tavolo di legno, non potendo fare a meno di incrociare le sue mani poggiate su di esso. Il labirinto delle sue rughe su quei dorsi stanchi, sembrava proseguire con naturalezza nel fitto ricamo di tagli che ornavano la superficie del tavolo. La luce penetrava in lame polverose e opache attraverso i vetri in disuso. A volerci pensare bene, aveva sempre più l’impressione di essersi distratto e aver perso gli anni della sua vita come si perde una vecchia moneta bucata. Le pareti in legno erano marce, il parato gonfio per la muffa, e dietro il bancone non c’erano più alcolici, ma solo bottiglie vuote senza etichetta. Un tempo la Locanda del Ranger Caduto di Alut era stato il luogo di ritrovo di ogni avventuriero del Grande Oceano, ma questo era stato tanto tempo fa. Ora nessuno faceva caso a quella vecchia struttura in legno nel cuore del centro storico, un minuscolo quartiere incastonato in quella mostruosità che oggi era divenuta la città di Alut. Se si sporgeva fuori la finestra, anche da lì, poteva vederle, le svettanti strutture in metallo, le navicelle che ordinatamente tagliavano il cielo, in fila per partire, o in fila per tornare. Il caos vivo di un tempo aveva ceduto il posto ad un’efficiente moltitudine rumorosa. La sua locanda era in quelle condizioni pietose, eppure non chiudeva, non poteva chiudere, non gli era permesso. Era intenzione specifica del governo lasciare il centro storico lì, alla portata di tutti, perché ogni cittadino potesse vedere cosa era il passato e perché questo presente era così radioso. Se mai un avventore fosse entrato lui gli avrebbe detto che quel culto della cenere niente aveva della memoria del fuoco che un tempo animava quegli edifici in legno. In quel tempo quando le giovani spose danzavano sui tavoli della locanda, combattendo con i loro mariti scagliandosi incantesimi e parole d’amore. Quando gli stranieri portavano racconti di gesta eroiche compiute in lande lontane dai marinai di Alut, che in quei giorni solcavano il mare e i cieli con la stessa perizia. In quel tempo lontano, quando nell’ora più buia, quando ogni speranza era perduta, ci sarebbe sempre stata una speranza, una luce a rischiarare l’oscurità, una fiamma ad ardere nel silenzio. Il vecchio locandiere era in preda a quei tristi pensieri quando la porta si aprì. Una sagoma si stagliò fra la luce dell’esterno e il buio dell’interno. Il locandiere si coprì istintivamente il volto per proteggersi da quell’abbaglio inatteso e quando osservò ancora la porta, questa era chiusa. Si scosse sulla sedia, che cigolò rumorosamente, cercando di capire se ormai la vecchiaia e la malinconia non lo stessero tradendo con qualche ultima, falsa, illusione. Ed invece, quando girò il capo, più per abitudine che per cercare realmente qualcosa, notò qualcuno seduto al bancone. Non fece caso al fatto che doveva essere stato notevolmente rapido e diede la colpa alla sua età, che eleggeva da tempo a causa ultima di ogni fastidio vivesse in quel tempo. Istintivamente, quasi riaccendendo un automatismo sopito, barcollò fin dietro il bancone, trascinando la vecchia coda lungo il pavimento e si rivolse all’inatteso avventore. <<Buongiorno!>> Ma l’altro non rispose, si limitò ad alzare lo sguardo e a sorridergli. Fu allora che il taverniere notò che quello strano umano dai lunghi capelli rossi ed il sorriso smagliante, vestiva con gli abiti rossi in ricami d’argento che un tempo portavano i maghi del fuoco. Abiti di quel tipo lui li non vedeva da molto tempo e a vederli ora, in quel mondo dominato da schermi, pubblicità, palazzi di vetro e acciaio e astronavi, li trovò alquanto eccentrici. Il giovane umano indicò una bottiglia di vino semivuota e coperta di polvere che stava dietro il bancone. Il locandiere, lento ma diligente, la prese, soffiò via la polvere, prese poi un bicchiere che non fosse irrimediabilmente macchiato, e versò il vino che subito liberò un orribile odore acetato. <<Non pensavo….>> disse il giovane umano facendo girare il vino nel bicchiere <<...che i Guindal potessero invecchiare…>> Il locandiere lo guardò interdetto chinando il grosso capo irto di corna. In effetti erano anni che non si sentiva chiamare con il nome della propria gente. “Guindal”, le portentose lucertole umanoidi provenienti dai mondi gemelli di Golus e Gandes, i cui volti rivaleggiavano in eleganza e maestosità con quelli dei draghi, di cui probabilmente erano parenti. Il locandiere non amava le domande su sè stesso ma ancora una volta incolpò la vecchiaia di averlo reso fiacco, non volendo accettare che semplicemente, dopo anni di silenzio, aveva desiderio di parlare, fosse stato anche con uno sconosciuto. <<...non sbagli giovane ragazzo…>> gracchiò con voce quequera <<...noi guindal siamo invero portentosi e forti e immortali come si dice, ma solo se ci divertiamo, se proviamo grandi emozioni. Quel che per voi fa l’adrenalina, in noi lo fa la viashina, una sostanza che oltre a darci la carica rigenera le nostre cellule. In altre parole giovanotto, solo un guindal che si diverte è un guindal immortale.>> L’umano dai capelli rossi si drizzò sulla sedia, perché seppur ne aveva sentite tante di storie, questa gli era proprio sconosciuta e la trovò incredibilmente bella, nonché metaforica e poetica. L’idea stessa che queste creature potenti e imbattibili, gloriose e mitiche come le storie più belle, potessero invecchiare e morire di noia, gli sembrò un buon riassunto dell’esistenza di tutte le forme di vita della galassia. <<Questo vino fa schifo…>> sbottò l’umano buttando dietro di sè il bicchiere. Il vecchio guindal non fece in tempo ad afferrarlo ma fece comunque il goffo tentativo protendendosi oltre il bancone <<...questo posto fa schifo…>> si alzò in piedi dalla sedia l’avventore <<... la tua vita fa schifo!>> concluse puntandogli il dito addosso. Il vecchio si fece piccolo piccolo, e la gobba e le rughe sembrarono una rete pesante sulla sua vita. Impotente innanzi alla sua miseria si sentì meschino e umiliato e provò un senso di cedevole malinconia, ma fu allora che il giovane sorrise entusiasta. <<Vieni con me guindal! Andiamocene via da questo posto! Ho una nave per solcare i cieli e tanta voglia di farne spettacolo tale che i bardi canteranno di noi per tutte le Ere a seguire!>> Il vecchio guindal si scosse dal suo tugurio di tristezza ma le orbite stanche e scavate incorniciavano lo stupore e l’indecisione di chi subodora la trappola, poiché l’amarezza rende spesso le persone immuni alla gentilezza e sospettose nei confronti dei chiari di luna. Il giovane protese la sua mano verso il guindal. <<Non temere vecchio! In men che non si dica ti avrò esposto a così tanti pericoli che sarai di nuovo giovane in meno di sette giorni!>> <<...ma il mio lavoro...io non posso andar via…>> balbettò il vecchio. <<Meglio ancora! Questo è un ottimo inizio! Mi chiamo Alfa, e viaggio con la ciurma del pirata Hackab, e ci serve un guindal a bordo, come ti chiami?>> Il guindal mosse un passo in avanti, il suo cuore pulsò con ritmica energia e già poteva sentire i primi acciacchi sciogliersi. Guardò allora quel ragazzo che sembrava avesse il magico potere dell’avventura, quasi ne fosse un’estensione vivente e gli rispose. <<Qui in locanda tutti mi chiamavano Desolazione…>> <<Desolazione? Mi piace! Vieni via con me, e lasciamo queste torri di vetro e questi ordinati paesaggi spezzati>> Svanirono oltre la porta, lasciandosi dietro l’odore del legno che marciva, verso l’unico luogo dove avrebbero potuto far palpitare ancora e a lungo il cuore di un guindal, le stelle.
La storia di Desolazione e Alfa prosegue su Quel giorno in cui ti parlai di Enoch
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Scarica questo e altri racconti sciolti di Enoch su lasagadienoch.jimdo.com/racconti-sciolti
https://lasagadienoch.jimdo.com/quel-giorno-in-cui-ti-parlai-di-enoch/“Il tempo non torna più. Questo si ripeteva e di questo ne era sicuro. Quello che era stato, era stato, e ora, la cosa migliore che potesse fare era rigare dritto. Lei avrebbe vissuto la sua vita, senza di lui e lui si sarebbe abituato a quel vuoto nello stomaco.
Insomma, sia per questioni di natura morale che per puro puntiglio era partito senza salutare nessuno, o meglio, nessuna fanciulla in lacrime alla stazione, nessun fazzoletto agitato mentre i reattori si illuminavano di azzurro, nessun messaggio telematico un attimo prima del Salto. Pacche sulle spalle amichevoli, parole di conforto da amici e conoscenti, ma nessuna passione emotiva forte a fargli sentire il peso del viaggio. Così comprese. Quando fu finalmente nella regione desertica nota come Trappola di Mirabilia, il luogo del Salto, comprese. Per fare il Salto, bisognava essere leggeri e liberi.
Liberi da ogni costrizione, da ogni blocco, da ogni amore che potesse impedire di avere anche un minimo ripensamento. Il Salto. Ovvero sia un viaggio oltre i confini del Consolato. Se per raggiungere qualsiasi angolo del Consolato era possibile partire da un punto qualsiasi della Galassia, ciò non si poteva fare per il Salto. Bisognava infatti coordinare le dotazioni standard dell’armatura con un apparecchio noto come la Parabola. Sostanzialmente una gigantesca scodella piantata nella pianura grigia e spoglia della Trappola di Mirabilia. Un apparecchio enorme atto esclusivamente a raccogliere l’energia di quattordici Nexus e concentrarla nel sistema di navigazione dell’armatura. Solo con una tale energia avrebbe potuto raggiungere il luogo in cui si era rintanato l’uomo che cercava, l’oracolo che aveva per lui tutte le risposte. Sembrava si chiamasse Settembre e il luogo in cui si era rintanato era un piccolo pianeta di una galassia distante noto come Terra. Certo era un viaggio lungo, per recarsi poi in un mondo pericoloso.
Su Enoch giravano strane voci relativamente alla Terra. Si diceva ad esempio che fossero terrestri gli antenati dei leggendari guerrieri di Mythos, che erano rimasti imbattuti per tutta la VI Era di Enoch. Un terrore, quello degli Enocchiani per i terrestri, che li aveva spinti a cancellare la loro memoria dai libri di storia, e tutt’al più era possibile trovare vaghe indicazioni alla Terra con l’espressione “il Pianeta Blu”. Indubbiamente Settembre aveva scelto un posto dove nessuno sarebbe andato a cercarlo. Settembre non era Enocchiano, era Hagoriano, anzi, era noto come uno degli Hagoriani più antichi. Perché Nuvola lo stesse cercando era dovuto a quel che era successo due anni prima, quando, una serie di eventi avevano messo in moto una reazione a catena che aveva distrutto e ricostruito la sua vita.” Quel giorno in cui ti parlai di Enoch. https://lasagadienoch.jimdo.com/quel-giorno-in-cui-ti-parlai-di-enoch/
I Racconti di Enoch pag 7 e 8
I Racconti di Enoch Pag 5 e 6 Buona lettura :)
I Racconti di Enoch Pag 3 e 4 Buona lettura :)

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I Racconti di Enoch Pag 1 e 2 Buona lettura :)
Fra il 2014 ed il 2015 venne pubblicato a puntate il seguito di Le Ere di Enoch.
Quest'opera è stata chiamata in molti modi, ma personalmente la ideai con il nome di "I racconti di Enoch". La struttura del libro, la sua natura antologica, l'interattività intrinseca dell'essere nato ed essere stato pensato per il circuito web, ha sempre reso questo libro fluido, suscettibile a mutamenti, ma soprattutto il mio piccolo laboratorio degli esperimenti. Fino a questo momento esistevano 2 versioni del libro. La prima, pubblicata a puntate su Kultural.eu E la seconda, letta dal sottoscritto in una serie di video pensati per la comunità ASMR (riguardo a cosa sia un ASMR lascio a voi la libertà di trovarlo su Google).
Da tempo cercavo il tempo per avere il tempo di scrivere una terza versione de "I racconti di Enoch", prima che il quarto, e forse ultimo, libro della saga veda la luce. Volevo che l'esperienza maturata con la Inknot per "Quel giorno in cui ti parlai di Enoch" fosse il timone per una correzione generale. Ma non solo questo. Esiste un tipo di pubblicazione web che adoro e che per la prima volta ho avuto modo di conoscere con il fumetto online Table Titans (ve lo consiglio, ve lo consiglio vivamente, e se siete appassionati di D&D e i Forgotten Realms non potete perderlo) ovvero sia la pubblicazione a puntate a tavole: ogni settimana esce una tavola del fumetto. All'inizio l'effetto è singhiozzante perché, specialmente nelle prime fasi, è veramente poco per il lettore, ma progressivamente gli si dà modo di rileggere con calma, di fare tesoro lentamente e digerire i vari passaggi della storia progressivamente. È come il format dei telefilm di 20 minuti contrapposti a quelli da 45 minuti tanto in voga oggi. Eppure pensate a come Scrubs, per fare un esempio, abbia costruito una storia interessante e bei personaggi: lentamente, un boccone alla volta. Trovo questo tipo di nutrimento culturale molto più "slow food" degli attuali Game Of Thrones o Daredevil (pur mantenendo che almeno il secondo è un capolavoro). Sto divagando, ma se siete arrivati fino a questo punto, e siete fra i pochi lettori di questo blog, probabilmente avrete capito dove voglio arrivare: una pubblicazione a settimana, due pagine alla volta in formato immagine, per una versione 3.0 de I Racconti di Enoch.
Spero possa piacervi, e possa incuriosirvi ma soprattutto possa divertirvi. Fatemi sapere che ne pensate se avete tempo.
Le Ere di Enoch VIIa Era, II° Canto
“Ascoltami bene, ragazzo, perché quello che ti dirò non lo ripeterò. Fai tesoro di questo primo insegnamento: un mercante, ragazzo, deve essere sveglio, deve essere lesto nell’apprendere e nel memorizzare. Ricorda, la Storia, quella con la S maiuscola è piena dei nomi di grandi condottieri, dei grandi imperi e di Dei il cui capriccio ha deciso il destino dei più, ma i loro nomi sono legati al passato: i grandi condottieri vanno e vengono, gli imperi crollano e le religioni vengono dimenticate, ma i mercanti restano, dalla I Era fino ad oggi i mercanti ci sono sempre stati e ci saranno sempre e se tu vuoi essere un mercante dovrai esserne all’altezza. Quando vuoi vendere qualcosa devi come ipnotizzarti, perché vedi tu vuoi truffare colui che hai di fronte ma se sai di volerlo truffare anche lui potrebbe saperlo e questo manderebbe all’aria qualsiasi contratto che tu possa stipulare. Al contrario se tu vuoi vendere qualcosa e lucrarci sopra ti devi convincere che per te è una vera sofferenza separarti da quell’oggetto, devi piangere, dannazione, quando il compratore ti metterà i soldi in tasca e tu gli cederai la tua proprietà. Poi, in un secondo momento, quando sarai nella tua casa a contare le monete, allora sì che riderai e riderai di gusto, perché saprai che avrai venduto quel qualcosa per dieci volte il suo effettivo valore. A tal proposito ti voglio raccontare una storia ragazzo, la storia di una grande vendita, uno dei migliori affari che un mercante abbia mai fatto. Il suo nome non lo ricordo, perché vedi ragazzo, fra noi mercanti i nomi non servono, anzi sono quasi dannosi, perché se diventi troppo famoso, e la gente può riconoscerti, allora sarà più restia a fare affari con te, perché avrà paura che tu possa gabbarla. Abitava al Grande Porto, quella cittadina sulle coste orientali delle Terre del Caos dove si possono fare i migliori affari per noi mercanti. Un giorno, mentre era lungo i moli, il mercante comprò un orologio, era un bel orologio d’ottone, di quelli da taschino e subito se ne innamorò. Era piccolo, meno di un palmo di mano umana, ed era tutto rifinito sul dorso con incisioni in draconico che rappresentavano la volta celeste con le principali costellazioni ed il quadrante era bianco avorio con numeri in argento. Contento del suo acquisto prese a passeggiare gingillandosi con l’orologio, facendolo roteare più volte tenendo per un capo la lunga catenina d’oro che lo assicurava al taschino. Mentre faceva ciò già pensava che il giorno dopo sarebbe andato dal fabbro e avrebbe fatto incidere le sue iniziali su quell’orologio, lo avrebbe reso suo, e lo avrebbe donato a suo figlio e suo figlio avrebbe fatto lo stesso con il suo di figlio. Per generazioni quell’orologio avrebbe scandito il tempo della sua famiglia e tutti avrebbero ricordato il giorno in cui, quel lontano antenato, lo aveva comprato, facendo un vero affare, lunghi i moli del Grande Porto. L’orologio, che roteava gaiamente sotto la luce del sole fu notato da un soldato, un mercenario che era di passaggio al Grande Porto. Costui fu subito colpito dall’orologio ed avvicinò il mercante implorandogli di venderglielo ma il mercante disse no, era troppo affezionato a quell’orologio che già sentiva come un oggetto di famiglia. Il soldato disse che era disposto a pagarlo 2000 monete d’oro, e sarebbe stato un ottimo affare, considerando che l’orologio era stato acquistato a poco meno di 1000 monete d’oro, ma il mercante, garbatamente, disse che era contento così e che voleva tenersi l’orologio. Il soldato allora si infuriò, estrasse la spada e la puntò contro la gola del mercante, dicendogli che quell’orologio lui lo voleva. Il mercante, tremante ed impaurito chiese in cambio allora la spada stessa, la lama era logora, e solo il manico sembrava meritare interesse, ma in quel momento era troppo terrorizzato per trattare. Il soldato si disse soddisfatto, buttò la lama per terra e prese l’orologio quindi andò via. Il mercante si prese un po’ di tempo per calmarsi, si fermò sul molo, fumò un po’ dalla sua pipa, quindi andò da un fabbro e fece lucidare la lama e la fece ripulire. Gli avventurieri sono così, ragazzo, nonostante debbano la loro vita alle loro armi, si curano poco di tenerle pulite ed in buono stato, e quando i loro oggetti iniziano ad accusare i segni del tempo invece di ripararli, [...] , li buttano e ne cercano altri. La spada era davvero splendida: la lama mostrava i segni di molte battaglie ma una volta ripulita ed oliata era chiaro che era stata ottimamente temprata e che l’acciaio, dagli splendidi riflessi bluastri, era di ottima qualità. Il manico era in osso di drago e coperto di velluto rosso. Il mercante uscì dalla bottega del fabbro con quella spada e subito si sentì fiero come un leone. La spada lo faceva sentire sicuro e gagliardo, osservava gli sguardi intimoriti della gente e pensava che forse questo era il vero destino della sua famiglia, lasciare il commercio e scoprire la via dell’avventuriero, viaggiare per Enoch in difesa di pulzelle o conquistando nazioni armati solo di coraggio e di quella splendida spada. Suo figlio non avrebbe vestito le semplici tuniche dei mercanti ma possenti armature e il cappello di stoffa sarebbe stato sostituito da un elmo sicuro temprato nelle fiamme degli inferni più lontani e misteriosi. Con questi pensieri per la testa vagava il mercante, tenendo la lama per il pomello, come fosse stato lo scettro di un re, finché il suo sguardo fu rapito da un giovane, era chino su una cassa di legno piuttosto grossa e piangeva, singhiozzava, lontano da tutti, in quella zona del Grande Porto, a nord, dove il muro divide la città dal cimitero. Il mercante, mosso a compassione gli si avvicinò, già pronto, nella nuova veste di avventuriero ad aiutare quel giovane in difficoltà, che avrebbe potuto essere suo figlio. Gli offrì la sua pipa e gli chiese cosa lo spingesse, lontano dai vivi, a piangere per la sua sorte. Il giovane fumò avidamente e lentamente si calmò. Disse di essere un pittore, un giovane pittore ma già molto apprezzato. Qualche mese prima un nobile della Grande Caotica, a nord del Grande Porto, gli aveva chiesto di venire al Grande Porto per dipingere il passaggio di una nave molto particolare e del suo equipaggio. Per fare questo volle che fossero usati i colori più costosi e belli e le tele più ricercate affinché il lavoro finale fosse un vero capolavoro. Per i suoi sforzi il pittore sarebbe stato pagato 30000 monete d’oro, il chè avrebbe compensato che per prendere i componenti il giovane avrebbe terminato i suoi risparmi. Il giovane pittore aveva accettato, era venuto al Grande Porto ed aveva atteso l’arrivo della nave. Era veramente un vascello portentoso, dallo scafo lungo e slanciato, la torre meravigliosamente coperta di specchi blu e arancioni e le vele erano grandi ventagli, perché quella era una nave volante. Il giovane pittore era riuscito a cogliere tutta la bellezza di quella nave e, con gentilezza e circospezione, era riuscito a convincere i vari componenti dell’equipaggio a farsi fare un ritratto. [...] Una volta conclusa l’opera il giovane pittore lasciò partire la nave, chiamata la Cavalcaventi, e ripose i suoi dipinti in una cassa ma pochi giorni dopo dalla Grande Caotica gli fecero sapere che il nobile non era più interessato ai suoi lavori e che quindi poteva anche tenerseli. Senza più niente in mano e senza risparmi il giovane pittore era rovinato. La storia rattristò molto il mercante il quale, nella sua nuova veste di novello avventuriero, incitò il ragazzo a non arrendersi, a esigere che fosse pagato per il suo lavoro, o come minimo rimborsato per i colori usati. Il giovane pittore disse che lo avrebbe fatto da subito, ma non aveva niente con cui far valere i suoi diritti. Il mercante vide quel giovane disperato e non ebbe il cuore non aiutarlo: gli propose uno scambio, lui avrebbe preso i quadri che tanto nessuno ora voleva, in cambio gli avrebbe dato la sua meravigliosa spada. Il giovane ne fu entusiasta e armato e contento si diresse verso la Grande Caotica. Il mercante, triste per la perdita della sua arma, si sedette sulla cassa contenente i quadri, si accese la pipa e cercò di scacciar via la malinconia per la perdita di quello splendido oggetto. Poi aprì la cassa, vide i quadri, che erano effettivamente eccezionali, quindi li ripose e andò in locanda, oramai era quasi l’ora del tramonto e presto avrebbe dovuto rincasare. Lungo la strada pensò che quei quadri avrebbero fatto sicuramente una splendida figura nel suo salotto e che un giorno suo figlio, guardando quelle effigi sarebbe stato caricato dalla loro potenza estetica ed educato dal messaggio ottimista di potere e avventura che quei ritratti evocavano. Mentre era fra i tavoli la sua attenzione fu attirata da un corpulento umano che, pur avendo una folta barba bianca che ne denunciava l’età avanzata, era dotato di un corpo tonico e muscoloso. Era armato di ascia e scudo e girava fra i tavoli chiedendo agli avventurieri informazioni sui Viaggiatori. Da quel che apprese il mercante, la figlia di quel guerriero, chiamato Igintur, era la signora di un regno lontano chiamato Analukat, posto nel lontanissimo altopiano di Tirnadesh. La figlia voleva assolutamente informazioni su quelle potenti creature ed era disposta a pagare molto bene. Il mercante chiamò allora Igintur e gli disse che poteva offrirgli qualcosa di rarissimo: dei ritratti molto dettagliati di alcuni Viaggiatori. Igintur gli offrì 5000 monete d’oro a ritratto e il mercante accettò. Quando fu sera il mercante tornò a casa, appese il quadro della Cavalcaventi nel salotto e distese finalmente le gambe mentre sua moglie gli portava una pagnotta alle olive «Come andata la giornata?» gli chiese la moglie. «Bene...» rispose il mercante «ho comprato per quattro soldi una patacca di orologio che ho poi scambiato per una vecchia spada che ho poi ceduto ad un pittore per una cassa di quadri dei quali tutti, tranne questo, ho venduto per un bel po’ di soldi ad un barbaro del sud» la moglie sorrise, soddisfatta del lavoro di suo marito e del fatto di vederlo contento, quindi gli chiese con aria speranzosa. «Ma se gli affari vanno così bene forse potremmo riaffrontare l’argomento bambini?». «Lo sai cara...» rispose il mercante «non ho alcuna intenzione di avere figli». Ricorda sempre questa storia, ragazzo, se vorrai diventare un grande mercante.”
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La Saga di Enoch non puoi giudicarla se non la conosci
Introduzione alla Grammatica Enocchiana
Nel momento in cui ci si avvicina alla grammatica enocchiana bisogna rendersi conto che essa è intrinsecamente collegata al popolo che la generò.
La lingua scritta enocchiana, venne formalizzata nella V Era e servì per appuntare la Lingua Enocchiana di derivazione Deh'ha Hul, purtroppo non ci è giunto nulla della precedente scrittura deh'ha hul adottata per la lingua enocchiana. La scrittura enocchiana deve la sua nascita alle influenze hagoriane e alla scoperta dai pentacoli magici. Di fatto gli ideogrammi enocchiani derivano dai pentacoli hagoriani ed è per questo che in enocchiano si scrive in maniera circolare, partendo dal concetto centrale scritto in grande al centro, ed iscrivendo poi tutto intorno disegnando idealmente un cerchio.
I nomi nella lingua enocchiana meritano un discorso a parte. Nessuno sa in realtà come pronunciare alcuni nomi enocchiani, e poiché le nostre uniche fonti sono scritte, sappiamo che molti dei nomi che sentiamo sono invenzioni dei filologi. Questo può aver dato origine alla tradizione che i Naguan avevano sempre 3 nomi di ogni cosa, retaggio questo forse del tentantivo di questo popolo di utilizzare tutti i Fonemi esistenti per la stessa parola. Facciamo un esempio: il celebre Gurza aveva un ideogramma simile alla lettera U dell'alfabeto latino. Il nome Gurza è quello riportato nella traduzione terrestre degli Annales di Enoch di Urek Kolpolos e da quel momento divenuto caratteristico della tradizione terrestre. Allo stesso modo, lo stesso personaggio, assume invece il nome di Urza nelle trascrizioni Melkariane della loro storia nelle quali compare lo stesso personaggio.
La lingua orale enocchiana presenta invece dei concetti grammaticali assolutamente incomprensibili per i terrestri. Va ricordato che l'insegnamento della storia enocchiana per i terrestri avviene per mezzo di metafore atte a far comprendere nel modo più semplice possibile tali vicende. Probabilmente un terrestre che si ritrovi davanti un umano enocchiano troverebbe non poche difficoltà nel considerare quella creatura un essere umano, per quanto tale termine è il più simile nel descrivere la realtà dei fatti. Di conseguenza, in un mondo dominato da una scrittura ideografica pentacolare e una diffusa capacità di comprendere lo stato d'animo dell'interlocutore con grande precisione, il suono assume un ruolo piuttosto relativo, senza considerare la grande varietà di razze, non tutte in grado di pronunciare gli stessi suoni. Ecco quindi apparire la lingua enocchiana, una lingua Onomatopeica che è più un compendio vocale alla comunicazione quanto lo sono i gesti nelle parlate terrestri. Naturalmente alcuni suoni assumono valore assoluto, ma sono comunque pochissimi. Alcuni esempi sono Pantakel e AlTashir. Il primo che significa Forza di Volontà, ed il secondo che significa Distanza.
Volendo fare un esempio pratico della complessità della scrittura enocchiana prendiamo ad esempio la prima immagine, quella a sfondo bianco, che mostra l'Ideogramma Pentacolare che rappresenta una frase che può essere tradotta in questo modo: Vengo dal Pianeta Enoch, e vengo in pace. la stessa frase però può essere tradotta nei seguenti modi Sono Enocchiano e sono un amico o anche Nel mio luogo di appartenenza vi è amicizia per te ma anche Sono Enoch e sono in Pace con te.
E tutte queste frasi sono per la concezione enocchiana sinonimi l'uno dell'altra, e non possibili interpretazioni. Un altro aspetto importante è la persona. La scrittura enocchiana parla sempre in prima persona e si rivolge sempre all'interlocutore che diviene parte della vicenda narrata in quanto egli è il destinatario. Per descrivere eventi capitati a terzi, come ad esempio una narrazione storica essa suonerebbe più o meno in questo modo : "Oggi ti narro di una fatto su Anaxunamun, se io sono Anaxunamun ti dico che oggi è il giorno taldetali e che parlo a te che sei Mirtul, e hai risposto così etc etc." Un aspetto interessante è che in questo modo, chi scrive, deve per forza prendere, letteralmente, le parti di qualcuno, ragion per cui la storia enocchiana è considerata fra le più parziali e faziose dell'universo.

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Spieghiamoci. ...perché ho scoperto che alcune cose vanno spiegate... Magari con un video che è danneggiato, deteriorato. Non è stato facile deteriorarlo, neanche scrivere Le Ere di Enoch ;)
LA VERGOGNA del creativo
Ritrovo questo Post datato 18 novembre 2014, e postato sulla pagina di Enoch di Google+ (non la conoscete? aggiungetela alle vostre cerchie e amatela :D ) e devo dire che è ancora attuale. Forse un pò troppo melenso, ma che ci volete fare, era il 2014 ;)
"LA VERGOGNA Esiste una strana vergogna, la vergogna di essere naturali. Cossiché alcune persone lamentano la mia assoluta immaturità dimostrata in certe mie manifestazioni, per lo più i video che realizzo con alcuni amici. Di solito liquiderei queste osservazioni con un motto a me caro per cui “i lupi non si curano dell’opinione delle pecore”, ma non stasera, stasera vorrei dirvi perché scelgo di non vergognarmi, ma soprattutto perché penso che bisogna avere rispetto anche dell’opinione delle pecore, perché nasciamo pecore, e qualunque lupo, un tempo, è stato pecora. Non vi parlerò delle costrizione sociali, dell’opinione del prossimo chiuso in certi schemi, o delle pretese regole della maturità. Vorrei parlarvi della felicità e del dovere di ogni uomo di ricercarla con ogni mezzo possibile. Perché è bene che ve lo scolpiate nella vostra bene: comunque andrà, non ne uscirete vivi. Vale per me, e vale per voi. Perché la felicità, intesa in un’ottica infinita diviene un bene volatile, e di minor valore a fronte di riconoscimento sociale e supposta virtù, ma collocata in uno spazio finito ben determinato e continuamente in riduzione, quale è una vita umana, acquista un valore totalizzante. Appagamento e benessere sono frutto della felicità, e non il contrario. Il piacere soprime una necessità, un vuoto, spesso senza colmarlo. La felicità ha una sua dignità di esistenza indipendente e totalizzante. L’evasione ha spesso un ruolo fondante nella ricerca della felicità. Osservate la vostra dipendenza da telefilm, film, romanzi, giochi, videogiochi, sport (visto e non vissuto), teatro e musica. La dipendenza nasce da un desiderio mai completamente pago di riempire di favoloso e terribile un’esistenza limitata dal corpo ad una sola esperienza. La sola evasione passiva ha il sapore amaro della masturbazione, un’appagamento incompleto, acido come il fondo di una limonata. Perché non siamo solo bagaglio di esperienza, siamo attori attivi sulla scena del mondo, ed anche quando ci spingiamo nel mondo dell’evasione, avvertiamo la voglia di prendere il timone. E’ comune ad ogni uomo, da sempre e per sempre. Scrivo non per il piacere di farlo, scrivo perché voglio essere il timoniere della mia evasione. I miei video nascono dalla voglia di divertirmi con gli amici e la condivisione del divertimento è parte integrante di questo. Come la mia musica, il mio canto, i miei disegni o semplicemente, le mie serate al bar con gli amici. Io non sono diverso, sono solo sincero. E sincerità e felicità sono due fili indissolubili della stessa corda. Sicché non sono però un professionista della comunicazione, perché di quel bagaglio concesso a ognuno di noi, quello della capacità creativa è un pò più vuoto in me, riempito come è da altre cose, come la voglia di ricerca di conoscenza o semplicemente di vino. Non riesco a vergognarmi di quello che faccio, perché non violo nessuna delle regole che mi imposi e che ognuno dovrebbe imporsi. Perché con quello che faccio non arreco danno a nessuno, né direttamente né indirettamente. Perché non metto in discussione niente di quello che sono, come professionista o come persona. Perché non offendo, non dileggio, ma soprattutto mi ricordo di non prendermi sul serio. Prendersi sul serio è il contrario della felicità. Prendersi sul serio è inutile quanto ridicolo. Serio o no, morirai lo stesso. Comicità e morte camminano sempre mano nella mano e non è un caso. Vergogna a chi si diverte a vestirsi da pagliaccio? Vergogna a chi colpisce il suo fratello e ne va pure fiero. Vergogna a chi fa dell’uomo non il fine ma il mezzo. Vergogna a chi manipola, a chi inganna, a chi strumentalizza. Vergogna, perché questa è una parola importante, e non va certo spesa con pagliacci e comici, tanto meno con saltinbanchi di quartiere. Vergogna è monito e lapide per chi non auspica al suo prossimo nient’altro che bene. Il felice non prova invidia, il felice non è convinto che la causa dei suoi mali siano alcuni specifici individui, che per una qualche strana ragione divengono sempre di più ogni giorno che passa. Il felice ricorda in ogni istante che solo le altre persone possono essere l’origine della sua felicità, ed è per questo che deve riuscire ad affrontare i suoi demoni, e la cosa migliore è renderli ridicoli. Nessun demone fa paura quando è ridicolo. Se il vostro corpo non vi piace provate a mostrarlo e scoprirete che piace agli altri, e capirete che era solo un demone, e sarete felici. Se le vostre amicizie non vi piacciono non rimanete intrappolati nella convinzione che non ci sia via d’uscita, perché lì fuori vi sono altre persone che vi aspettano e vogliono solo rendervi felici. Urlate, se ne sentite la necessità, ballate, cantate o semplicemente baciate, senza provare per questo alcuna vergogna.
Si vergognino le pecore voi siate seri siate lupi. "
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