Ponyboy, Ponyboy
Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho sentito parlare di questo film di Coppola, The Outsiders (I Ragazzi della 56° Strada). Avevo dieci anni e mio fratello voleva andare al cinema a vederlo. Sembrava una cosa violentissima e io -già estremamente frocio- lo liquidai con un perentorio "sai che palle". Pochi anni più tardi sarebbe diventato uno dei miei film totem: entrato trionfalmente nell’adolescenza inquieta, mi ritrovai in piena notte a guardarlo in tv e il giorno dopo ero un altro. Non solo non era quella cosa violenta che avevo immaginato, ma era pure intriso di romanticismo e nostalgia. Ragazzi sbandati allo stato puro, cosa chiedere di più a 14 anni? Allora ero nel pieno della mia fissa per Via col Vento -una follia che travolse la mia esistenza e quella della mia famiglia per anni- e scoprire che Coppola lo citava di continuo mi conquistò definitivamente. L’idea dell’infanzia e della giovinezza come di un tempo mitico che ha in sé i germi della decadenza era già saldamente piantata in me proprio grazie a quella stronza di Rossella O’Hara, quindi The Outsiders -devastante sotto questo profilo- non fece che sfondare una porta aperta. Un particolare che avrei notato solo tantissimo tempo dopo è che nel film c’è anche un cameo della figlia di Coppola, Sofia, che sarebbe diventata colpevole di altre mie fisse rigorosamente imperniate su quella stessa idea. E’ come se le ossessioni fossero tutte collegate tra loro in un modo o nell’altro. Ovviamente c’è pure Tom Waits. E quando mai. Un’altra cosa che mi conquistò fu la parata di boni mai vista prima di allora, così giovani e promettenti, a parte Patrick Swayze che aveva l’aria di essere un po’ un infiltrato e infatti ha il ruolo del fratello grande e rompicoglioni. Quanto li amo nelle foto di gruppo, con quelle facce così stranamente familiari. Rob Lowe. Tom Cruise. Emilio Estevez. Ralph Macchio. Erano tutti miei fratelli. Ora se ci penso mi viene da ridere, ma rimasi talmente impressionato da Matt Dillon che la mattina dopo convinsi un mio compagno a giocarci la scuola e ad andarcene in giro solo perché volevo provare la sua camminata. Ancora adesso quando mi accendo una sigaretta penso a lui che dice "ehi ce l’hai una cancerosa?". E’ un riflesso automatico. Se sono stato per mesi col ragazzo più inutile della mia vita è anche perché aveva una vaga somiglianza con uno dei protagonisti, che non era neppure tra i miei preferiti. E il mio primo nick nel mondo virtuale fu Johnny Boy proprio per rendere omaggio a Ponyboy, il personaggio di C. Thomas Howell. Cioè, una parte del mio primo nick, il resto lo taccio per decenza. Cazzo, che amore Ponyboy, specialmente quando si taglia i capelli col coltello, se li tinge di un platino improponibile, e così conciato declama ad un attonito Ralph Macchio quei versi di Robert Frost che mi tornano sempre in mente quando -come stamattina- la malinconia mi si porta via:
Nature’s first green is gold, Her hardest hue to hold. Her early leaf’s a flower; But only so an hour. Then leaf subsides to leaf. So Eden sank to grief, So dawn goes down to day. Nothing gold can stay.
(In natura il primo verde è dorato, La sua sfumatura più fugace. Il primo germoglio è un fiore; Ma dura solo un’ora. Poi a foglia segue foglia. Come l’Eden sprofondò nel dolore, Così l’aurora muore ogni giorno. Niente che sia d’oro resta.)
La canzone di Stevie Wonder naturalmente è una di quelle che non posso sentire senza stare male.
3 giugno 2008
















