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1 luglio - Chaiten
Il campo è ricoperto di brina. I fili d'erba scricchiolano sotto le nostre suole, rompendo il silenzio con un suono sottile e cristallino. Sopra di noi il cielo è nero, denso come la pece, mentre gli alberi si stagliano come presenze silenziose che si piegano dolcemente al respiro del vento.
È notte quando attraversiamo il ponte e imbocchiamo il sentiero. Il buio ci avvolge completamente, ma ci concede il tempo di abituare gli occhi, di imparare a orientarci senza affidarci davvero alla vista. Così rallentiamo e lasciamo che siano gli altri sensi a guidarci. Tendiamo le orecchie e ascoltiamo la voce della notte patagonica: il fruscio delle fronde, il ritmo regolare dei nostri passi, il vento che sfiora i vestiti, lo scorrere del ruscello, il respiro affannato dei cani che ci accompagnano.
A metà del sentiero compare una luce calda e intensa. Illumina la via come un piccolo faro e ci conduce fino all'iconico nastro d'asfalto della Carretera Austral.
Quella strada che amo così tanto è ancora più affascinante di notte. Silenziosa, immobile, sembra appartenere solo a noi. La luna piena ne accarezza il profilo, illuminando il serpente d'asfalto che si snoda tra le montagne e scompare nell'ignoto. Non posso fare a meno di pensare a quanto quella strada somigli alla vita: una direzione che non rivela mai del tutto la meta, ma invita a continuare a camminare. Una notte rischiarata dalla luna diventa allora il simbolo di un futuro che immagino luminoso, aperto, ancora tutto da scrivere.
Alzo gli occhi al cielo e un brivido di felicità mi attraversa la schiena. Mi sento incredibilmente viva. Cammino sull'asfalto tenendo la mano di Diego, mentre tutto intorno sembra sospeso nel tempo.
Poi, all'improvviso, mi attraversa un guizzo di pura follia. Lascio la sua mano e mi metto a correre nel cuore della strada, senza una ragione, solo perché il corpo me lo chiede. Arru mi segue con le sue quattro zampe leggere, felice quanto me. Grido, rido, sento il cuore battere forte nel petto.
E in quell'istante capisco che la felicità, a volte, è semplicemente questo: una strada deserta sotto la luna piena, le persone e gli esseri che ami accanto, e la natura che, ancora una volta, ti ricorda quanto sia immenso il privilegio di essere qui.
Grazie, natura, per regalarmi infiniti attimi di gioia.
23 giugno – Da Esquel a Futaleufú
Sono le 13:15 quando finalmente arriviamo a Esquel. Scendo dal bus con passo deciso, pronta ad affrontare quella che sembra essere la piccola impresa della giornata: trovare un modo per raggiungere la frontiera con il Cile.
Mi avvicino con un po' di timidezza alla biglietteria di una compagnia di autobus e chiedo informazioni a un signore. La risposta non è incoraggiante: quel giorno non ci sono mezzi pubblici diretti verso il confine e l'unica possibilità è trovare un taxi privato. Si offre subito di aiutarmi, ma mi avverte che il costo sarà piuttosto elevato.
Gli spiego che viaggio da sola e che il mio budget non mi permette una spesa del genere.
Lui sorride. Si chiama Miguel. Fa una telefonata, poi mi invita a salire sul suo scuolabus. Mi porta fino a un parcheggio dove mi presenta sua moglie, Lidia. "Sarà lei ad accompagnarti alla frontiera." E così, quasi senza rendermene conto, ha inizio una delle tante piccole magie che il viaggio sa regalare.
Sessanta chilometri di strada sterrata scorrono sotto le ruote dell'auto, mentre tutto intorno si aprono paesaggi silenziosi e sconfinati. Lidia è una donna di una gentilezza rara: sorridente, premurosa, generosa. Chiacchieriamo senza fretta per oltre un'ora, raccontandoci frammenti delle nostre vite come fanno due persone che sanno che probabilmente non si rivedranno più, ma che per quel breve tratto di strada condividono qualcosa di speciale.
Arrivate alla frontiera, quando ormai penso sia il momento di salutarci, mi sorprende ancora. "Ti porto fino a Futaleufú."
Dodici chilometri appena, ma per me significano moltissimo. Accetto con gratitudine, commossa da tanta disponibilità.
In un attimo raggiungiamo il paese. Prima di separarci ci abbracciamo forte. Un altro numero di telefono entra nella mia rubrica, quella speciale dove finiscono le persone belle incontrate lungo il cammino. Quelle che, anche senza conoscersi, scelgono di tenderti una mano.
Di Diego, invece, nessuna traccia. Immagino sia ancora in viaggio da Chaitén. Mi fermo nella piazza del paese, approfitto di una presa di corrente per ricaricare il telefono e del tempo lento per scambiare due chiacchiere con alcuni amici. Alle 15:30, finalmente, lo vedo arrivare. Ci corriamo incontro e ci stringiamo in un abbraccio che sa di sollievo e di casa. Ritrovarsi dopo essersi separati, anche solo per 1 mese, ha sempre un sapore speciale.
Insieme andiamo alla ricerca di un posto dove dormire. Una ragazza del bar ci suggerisce di bussare alla porta di una casa poco distante e, ancora una volta, il viaggio ci sorride: troviamo ospitalità senza difficoltà.
La sera ceniamo in un piccolo ristorante e poi ce ne andiamo a dormire, stanchi ma felici di esserci ritrovati.
L'aria di Futaleufú è pungente. Il freddo invita più al raccoglimento che alle passeggiate, così ci limitiamo a respirare l'atmosfera tranquilla del paese. In estate queste strade si riempiono di viaggiatori in cerca di adrenalina, attratti dalle rapide del fiume e dal rafting, ma ora tutto sembra sospeso in un silenzio quasi perfetto.
La mattina seguente facciamo colazione insieme alla padrona di casa e, alle undici, saliamo sul bus che ci riporta a Chaitén.
Durante il viaggio ci accorgiamo che ci manca già qualcosa.
Ci manca il bosco.
Ci manca la nostra casetta.
Ci mancano i cagnoloni che ci aspettano.
Ci manca quella quiete semplice che, tra poche ore, tornerà ad accoglierci.
23 giugno - viaggio a Futaleufu
21-22-23 giugno
Per salutare degnamente la mia permanenza in Uruguay organizziamo un pranzo domenicale a casa di Euge. Gli invitati sono Natalia, Camilo e Maku, accompagnati dai loro due cani. Uno di loro indossa con orgoglio la pettorina della nazionale uruguaiana: questa sera l'Uruguay scenderà in campo contro Capo Verde e l'atmosfera è già quella delle grandi occasioni.
In cucina prepariamo gnocchi al sugo rosso e carne. Non il nostro ragù con carne macinata, ma un sugo ricco di teneri pezzi di carne, più simile a uno spezzatino. Il vino, naturalmente, non manca, ma io mi accontento dell'acqua: la mia salute deve migliorare in fretta e non voglio correre rischi.
Il pranzo prende il via alle 14:30 con una sfilata infinita di stuzzichini e antipasti, un autentico festival di sapori. Gli gnocchi arrivano in tavola soltanto alle 16:30: i ritmi sudamericani sono tutta un'altra storia. Così, quasi senza accorgercene, il pranzo si trasforma lentamente in cena.
Alle 18:45 ci sistemiamo tutti davanti alla televisione per tifare la Celeste. La partita, però, prende subito una brutta piega: il portiere combina una papera clamorosa, uscendo dalla porta come se fosse andato a raccogliere margherite. Quel pasticcio pesa come un macigno e la gara si chiude con un pareggio che all'Uruguay non serve a nulla. Ora servirà un'impresa contro la Spagna.
Alle 22 gli ospiti sono ormai andati via. Dopo gli ultimi abbracci, le risate e gli aneddoti condivisi durante la giornata, preparo lo zaino. Domani si parte e l'emozione cresce di minuto in minuto.
È lunedì. Alle 5:50 la sveglia interrompe una notte troppo breve. Mi preparo, abbraccio forte Euge, la ringrazio per la splendida ospitalità e salgo su un taxi diretto al terminal degli autobus di Tres Cruces. Il viaggio verso la Patagonia può finalmente iniziare.
Le due ore di autobus che separano Montevideo da Colonia scorrono veloci. Al porto ci attendono le formalità di frontiera: un timbro di uscita dall'Uruguay, uno di ingresso in Argentina e poi tutti a bordo del traghetto. La traversata del Río de la Plata dura circa un'ora e un quarto.
Arrivata a Buenos Aires mi sposto nella zona della Darsena, il mio angolo preferito della città dopo Caminito. Mi ricorda i Navigli di Milano: acqua, passeggiate, locali e un'atmosfera rilassata che adoro. Rimango lì per qualche ora, seduta al sole, semplicemente a godermi il panorama.
Alle 14 seguo il primo tempo di Argentina-Austria, poi raggiungo l'aeroporto. Qui guardo il secondo tempo: Messi sbaglia inizialmente un rigore, ma i campioni sanno sempre rialzarsi. Poco dopo torna protagonista e la sua stella riprende a brillare.
Il volo dura due ore e un quarto e trascorre senza particolari avvenimenti. Alle 21:30 raggiungo finalmente il mio ostello a Bariloche, al termine di una lunghissima giornata di viaggio. Esco subito per concedermi un hamburger in centro.
Mentre aspetto che arrivi il cibo ricevo un messaggio da Andrés, il mio compagno di viaggio colombiano conosciuto in Perù nel 2015. Mi scrive che anche lui si trovava a Montevideo proprio nelle stesse settimane in cui ero lì. Non aveva letto i miei messaggi e così ci siamo mancati per un soffio. Che peccato! Sarebbe stato davvero bello riabbracciarlo dopo esserci rivisti a Bogotá nel 2018 insieme a mia mamma.
La notte, però, non è delle migliori. I miei compagni di stanza russano come due trichechi e riesco a chiudere occhio solo per pochi minuti.
Con molta fatica, alle 6:50, mi alzo e mi preparo per ripartire. Alle 8 mi aspetta il bus per Esquel.
Il bollettino meteorologico annuncia possibili nevicate su Bariloche. L'inverno è iniziato ufficialmente e, solo a sentir parlare di neve, mi torna una voglia irresistibile di rimettere gli sci ai piedi.
Sono le 8:15. Il pullman è partito da poco ed è ancora buio pesto. Dove sono le montagne innevate che mi sono mancate così tanto? Per il momento non riesco nemmeno a scorgerle.
Quando lasciamo la città alle spalle e il bagliore dei lampioni svanisce, all'orizzonte iniziano lentamente a comparire i contorni delle montagne. È un'apparizione delicata, quasi timida.
Dopo circa un'ora di viaggio il panorama esplode in tutta la sua bellezza. Le cime si tingono di un rosa intenso, illuminate dalle prime luci dell'alba, mentre alle loro spalle il cielo si accende di un azzurro profondo. È uno spettacolo che lascia senza fiato.
Sono di nuovo in Patagonia. Questa volta quella argentina. Da queste parti ero già passata con Sophie nel 2018 e rivedere questi paesaggi fa riaffiorare una marea di ricordi ed emozioni. Adesso manca solo l'ultimo tratto: arrivare a Esquel, prendere un taxi fino alla frontiera e lì, finalmente, riabbracciare Diego.

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22 giugno - in viaggio verso Bariloche (Argentina)
Dopo undici mesi di viaggio, credo di essere finalmente pronta a parlarne.
Faccio "outing": ad agosto sono letteralmente scappata da una relazione con un uomo che mi stava distruggendo.
Non ho preso un anno sabbatico per vedere il mondo. Ho preso un anno sabbatico perché ero entrata in modalità sopravvivenza. Mi sono detta che avevo due possibilità: continuare a spegnermi lentamente oppure andarmene. Ho scelto di partire.
Gli ultimi anni non li ho vissuti davvero. Li ho attraversati. Nel vuoto. Nella solitudine. Nella sensazione costante di essere invisibile, di essere trascurata, come se i miei bisogni contassero sempre meno di quelli degli altri.
Un peso che si sommava a tutti quelli che già mi portavo sulle spalle. Sono stati anni di apatia, di silenzi interminabili, di giornate in cui non succedeva nulla fuori, ma dentro di me crollava tutto.
L'autostima che avevo costruito con tanta fatica si sgretolava giorno dopo giorno, insieme alla voglia di vivere. Continuavo a farmi sempre le stesse domande: Perché non mi vuoi? Perché non scegli me? Perché non sono abbastanza? E ogni volta il silenzio faceva più male di qualsiasi risposta.
Poi è arrivata la stanchezza. Quella vera. La rassegnazione. Mi ero chiusa in me stessa, convinta che chiedere amore significasse implorare qualcosa che non sarebbe mai arrivato. Ero stufa di sentirmi rifiutata. Ero stufa di non sentirmi importante. Ero stufa di vivere aspettando che qualcuno scegliesse me.
Così ho iniziato a scegliere me.
Ho scritto una canzone che dice:
"Vado via, lontana da te, con molta rabbia e senza perdono. Scappo dalla vuota panchina che sono. Ricomincio da me, nonostante te."
Poi ho scritto la richiesta di congedo.
Ho preparato lo zaino.
Ho comprato un biglietto aereo.
Ho salutato tutti.
E sono partita.
È stata, senza alcun dubbio, la scelta migliore della mia vita.
Da quel momento mi sono promessa una cosa: basta trattarmi come uno zerbino. Basta credere di non essere abbastanza. Basta misurare il mio valore con gli occhi di chi non era capace di vedermi.
Ho scelto me.
Ho scelto la pace, l'armonia, la bellezza. E solo allora ho capito che l'amore, quello vero, non ti costringe a entrare dalla porta di servizio. Ti incontra alla luce del sole, dalla porta principale.
20 giugno - Montevideo
20 giugno – Montevideo
Ho trascorso due giornate intere chiusa in casa, cercando di riprendermi da un forte raffreddore e dalla bronchite. Mi sono annoiata a morte e, lo ammetto, per gran parte del tempo sono stata anche di pessimo umore. Per fortuna due bellissime videochiamate hanno illuminato queste giornate un po' grigie, regalandomi sorrisi ed emozioni. Per questo devo dire un grande grazie alle mie amiche.
In questo momento, invece, vi sto scrivendo dalla Rambla. È il mio luogo del cuore, il posto dove riesco sempre a ritrovare serenità e ispirazione. Ci sono 12 gradi, ma il sole scalda piacevolmente e rende tutto ancora più bello.
Ieri, dopo quei famosi due giorni trascorsi tra letto e divano, mi sono infilata jeans e felpa e sono partita alla ricerca di una giacca invernale. La prossima tappa sarà di nuovo la Patagonia e questo significa vento, neve e temperature rigide. Una buona giacca non è un lusso, ma una vera necessità.
Ho iniziato la ricerca al centro commerciale Tres Cruces, ma non ho trovato nulla che facesse al caso mio. Così mi sono spostata in centro, dove ho passeggiato senza una meta precisa, finché, quasi per caso, mi sono imbattuta nella giacca perfetta. E, come se non bastasse, poco dopo ho trovato anche la berretta perfetta. Direi che ne è valsa decisamente la pena.
Non avevo però voglia di concludere la giornata nel caos della città, così mi sono rifugiata al parco e poi in spiaggia, dove mi sono goduta uno splendido tramonto. La sera, invece, Euge e io abbiamo ordinato hamburger con patatine e ci siamo rilassate davanti a un film.
Questa mattina sono passata in panetteria a comprare qualche leccornia per il nostro ricco brunch, poi ho fatto un salto al supermercato e infine sono tornata alla Rambla, così da smaltire in anticipo le calorie che avrei presto ingerito.
Ma vogliamo parlare della partita della Svizzera? Ero tutta contenta perché pensavo di poterla guardare comodamente da casa sul portatile di Euge, tramite Disney+, e invece... niente. Non la trasmettevano. Non vi dico il nervoso! Ho passato quasi un'ora a cercare qualsiasi piattaforma che la mandasse in onda, ma alla fine mi sono dovuta arrendere e accontentare della radiocronaca. Per fortuna nei primi 75 minuti non è successo praticamente nulla... peccato che poi sia successo tutto negli ultimi venti! Mi sarebbe davvero piaciuto vivere quei gol in diretta. Pazienza, che ci posso fare?
Per il resto non ho molto altro da raccontarvi. Domani avremmo dovuto organizzare una grigliata sul balcone, ma i programmi sono cambiati: prepareremo della pasta fatta in casa e la condivideremo con alcuni amici di Euge. La sera, invece, gioca l'Uruguay e ci accomoderemo tutti sul divano a tifare insieme.
Oggi ho anche fatto il check-in online sia per il viaggio in barca sia per il volo di lunedì. Sono emozionatissima. Davvero tanto. Significa rimettermi finalmente in cammino, tornare sulla strada, nel luogo dove il mio cuore si sente davvero a casa.
Back on the road, back where my heart is.

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19 giugno - Montevideo
16 giugno – Montevideo
La giornata è mite, il sole splende alto nel cielo e il vento non saprei dire se sia piacevole o fastidioso; in ogni caso, è caldo. In questo periodo dell'anno le giornate sono solitamente piuttosto fresche: qui ci stiamo avvicinando all'inverno. In Ticino si indossano ciabatte e pantaloncini corti, mentre qui si esce con il piumino. E la Patagonia mi aspetta con le sue temperature sotto lo zero.
Lunedì prenderò un bus da Montevideo a Colonia, poi salirò su una barca che attraverserà il Río de la Plata conducendomi a Buenos Aires. Da lì proseguirò verso Bariloche con un volo interno. Martedì, invece, un altro bus mi porterà fino a Esquel; attraverserò la frontiera e a Futaleufú ci sarà Diego ad aspettarmi, con un abbraccio grande quanto tutti i giorni che ci hanno separati.
E di Montevideo, cosa posso raccontarvi? Le giornate scorrono veloci e leggere. In questo momento mi trovo sulla Rambla, il mio luogo del cuore. Cammino per un po', poi mi siedo su una panchina a osservare il fiume, gli sportivi che si allenano e la vita che scorre davanti ai miei occhi. È un posto che trasmette serenità, dove tutto sembra trovare il proprio ritmo. Le palme che costeggiano il lungomare regalano alla città un'atmosfera esotica e vagamente vacanziera.
Mi perdo nel movimento delle onde e ascolto il mio cuore che, in questi momenti di quiete, trova sempre qualcosa da raccontarmi.
Dove eravamo rimasti con i racconti uruguaiani? Sabato Euge e io siamo andate a camminare e a fare un po' di esercizio fisico sulla Rambla. Nel pomeriggio, alle quattro, ci siamo dirette allo Sporting Bar per seguire la partita d'esordio della Svizzera. Ci ha regalato emozioni intense fino al 94° minuto, quando l'entusiasmo ha lasciato spazio all'amarezza del pareggio.
Domenica, invece, siamo state a una fiera cittadina e abbiamo pranzato con Fernanda sulla terrazza di un ristorantino pieno di gente, di musica e di vita. Ho visitato per la prima volta questa zona della città e sono rimasta colpita dalle sue imponenti sedi universitarie. Peccato che le basi degli edifici siano invase dai graffiti e che la spazzatura trabocchi da cestini e cassonetti, dettagli che finiscono per offuscarne la bellezza. La giornata era splendida, ma il vento freddo e insistente ci ha convinte a rientrare per una turbo-siesta. Più tardi siamo tornate in strada per raggiungere Vero e ascoltare i suoi racconti della tournée vissuta accanto all'iconico Fito Páez. Storie che profumavano di musica, viaggi e palchi illuminati.
Ieri sera, invece, abbiamo ordinato cibo giapponese e guardato la partita della nazionale celeste. Purtroppo nemmeno loro hanno avuto più fortuna di noi.
Ora torno a casa e mi preparo una tisana. Mi sono raffreddata e devo fare il possibile per rimettermi in sesto prima di affrontare il freddo della Patagonia. Un nuovo tratto di viaggio mi aspetta, e sento già crescere dentro di me quell'emozione speciale che precede ogni partenza: un misto di curiosità, attesa e gratitudine per tutto ciò che ancora deve arrivare.
14 - 15 giugno - Montevideo
12-13-14 giugno - Montevideo
12 giugno – Montevideo
Ieri c'è stato un tramonto pazzesco: un cielo rosa intenso che ho ammirato dalla terrazza dell'appartamento di Euge, al quarto piano. Questa mattina, invece, siamo avvolte da una fitta nebbia che probabilmente resterà fino a mezzogiorno. Eppure so che, al di sopra di essa, c'è già un cielo blu intenso. Lo so, lo sento, quasi lo vedo.
La casa dove vive Euge ha uno stemma inciso sul vetro della porta. Le chiedo: «Sai cosa rappresenta?». È lo stemma di un cantone svizzero chiamato Aargau, o Argovia in italiano. Buffo, no? Lei non mi crede e non conosce né la sua storia né il suo legame con Montevideo.
Martedì sera Euge e io siamo andate al cinema a vedere l'ultimo film del celebre regista Almodóvar, Amarga Navidad. Ieri sera, invece, siamo andate a teatro con Fernanda, un'amica di Euge, per assistere a Kassandra, un monologo del regista Sergio Blanco.
Dopo la pièce ci siamo trasferite a casa di Maku, un'altra amica di Euge, dove abbiamo ritrovato Camilo, già conosciuto durante la serata jazz. Ci siamo presentate con due bottiglie di vino e la festa è iniziata immediatamente.
Era da molto che non si vedevano e, nel giro di pochi minuti, si è messa in scena una sorta di spettacolo di comunicazione circolare. Un argomento faceva la sua comparsa sul palco, veniva sviluppato per un minuto scarso e poi, senza preavviso, spariva dietro le quinte per lasciare spazio a un nuovo tema. Ma il primo non era davvero uscito di scena: riappariva mezz'ora dopo, come un attore che rientra da una porta laterale quando meno te lo aspetti. Così, tra personaggi, aneddoti, ricordi e battute interne, la conversazione continuava a girare su sé stessa in un vortice perfettamente naturale per tutti... tranne che per me.
Il mio cervello ha dapprima reagito lanciando disperati segnali di soccorso: «Help!». Poi, resosi conto che non c'era via di fuga, è passato alla modalità di sopravvivenza: switch it off. Che fatica! Alle una di notte il sipario è finalmente calato sull'agonia. Hehe.
Questa mattina ci siamo alzate verso le otto, abbiamo fatto colazione e poi siamo scese nello scantinato per sistemare la bicicletta di Euge, che avrei voluto usare oggi per fare un po' di sport ed esplorare i dintorni. Purtroppo la missione è sfumata abbastanza velocemente: la camera d'aria non aveva alcuna intenzione di gonfiarsi. Forse domani faremo un salto dal gommista.
Ho quindi trascorso la giornata passeggiando lungo il fiume. Ieri ero stata nella parte vecchia della città, visitando piazze, palazzi storici e mercatini. Ho conosciuto Fernando, il proprietario di una bancarella che vendeva braccialetti realizzati con veri fiori racchiusi nella resina e applicati a originali monete uruguaiane. È stato un momento piacevole di scambio, oltre che di shopping.
La città, però, continua a stancarmi parecchio e così, alle quattro del pomeriggio, ero già di ritorno a casa con le energie finite sotto le calzette.
Nel tardo pomeriggio di oggi Euge e io andremo a fare colazione con suo padre e la sua neosposa. Più tardi, invece, ci aspetta una serata karaoke in un locale con pianobar. Ed ecco che gli appuntamenti mondani si susseguono senza sosta con allegria.

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10 - 11 giugno - Montevideo
10 giugno - Montevideo