NO GOOD MEN
Shahrbanoo Sadat è la regista e l’interprete femminile di “No Good Men” un film in cui ci racconta amabilmente quale sia stata la sua condizione e per proiezione quella, in generale,della donna afghana. Prevedibilmente qualche lettore storcerà il naso pensando al cliché del film “politicamente impegnato” o ,semplicemente, della noia che suscita nel pubblico, meno avveduto, qualsiasi cinematografia che non sia quella stereotipata del cosiddetto “mondo occidentale” (concetto che ormai sembra significativamente in crisi, e non solo nel cinema). Invece “No Good Men”, oltre a non ricalcare quel canovaccio, è una commedia leggera che però non rinuncia a farsi portatrice di un messaggio di denuncia forte e deciso. Naru lavora come operatrice per la televisione afgana “Kabul News” ma, come è facile immaginare, nel suo lavoro subisce quotidianamente discriminazioni di genere e, altrettanto prevedibilmente, le subisce anche nella vita famigliare, benché sia separata da un marito prepotente e violento da cui ha avuto un figlio che vive con lei. Quando, per una serie di circostanze, Naru riesce a lavorare in equipe con Qodrat, famoso giornalista televisivo le cose si complicano, non come era prevedibile a livello sociale o politico, ma dal punto di vista sentimentale poiché tra i due nasce qualcosa di più di una semplice simpatia. A complicare, se ce ne fosse ancora bisogno, il lavoro di Naru è il ritorno dei Talebani, a seguito del clamoroso voltafaccia degli Stati Uniti del presidente Biden, che decidono di ritirare le forze militari di stanza in Afghanistan, provocando la drammaticamente famosa fuga di migliaia di afghani, e della stessa Naru col figlioletto, dal proprio paese. Il film, partito con estrema leggerezza e perfino con tratti di comicità, porta alla ribalta una condizione femminile insostenibile e una corrispondente prepotenza maschile intollerabile, il tutto raccontato però con quella soave voglia di fare cinema che è propria di tante cinematografie del Medio Oriente, e dell’Asia Centrale , ormai di casa (finalmente) anche sui nostri schermi, che sembra però infastidire più di uno spettatore. Del resto,in modo analogo, più di un italico spettatore fu infastidito dal Neorealismo, da Bertolucci, da Fellini e da Pasolini. E proprio una citazione, forse involontaria, dal Pasolini di “Comizi d’amore”, film documento del 1964, mi sono sembrate le belle sequenze dell’inchiesta che Naru conduce intervistando le donne afghane circa la gentilezza e i comportamenti affettivi e relazionali dei loro mariti. Una assonanza con l’inchiesta pasoliniana che lascia sorpresi, non tanto per la similitudine delle scene in film tanto distanti tra loro nello spazio e nel tempo, quanto per la sconcertante corrispondenza delle risposte date dagli italiani degli anni Sessanta, dimostrazione plastica che prima di parlare di presunte superiorità dell’Occidente, occorrerebbe saper guardare al nostro passato. Tornando al film, si tratta certamente di una vicenda fresca, raccontata con semplicità ed entusiasmo da una regista coraggiosa, sperando, cosa non scontata, di una distribuzione capillare nelle sale.









