Jean e Lìsin , genitori di Gustavo Zagrebelsky, appartenevano a due mondi sideralmente distanti tra loro: Jean,il padre, di famiglia russa di origine aristocratica dopo una vacanza a Nizza, non riesce più a rientrare in Russia a causa dello scoppio della Rivoluzione, dove contemporaneamente si trova in vacanza anche Lìsin, la mamma, nata in una famiglia di credo valdese e proveniente da una austera valle piemontese. I due si incontrano però a Sanremo, che alla metà degli anni Venti è luogo di villeggiature e di esuli russi. Su quest’asse ruota il bel libro di memorialistica famigliare di Gustavo Zagrebelsky uscito per Einaudi qualche mese fa. La Francia, il Piemonte e la Russia, tre luoghi in un certo modo legati tra loro: la Francia come modello di ispirazione ideale per il modo di vivere e per la formazione culturale e artistica della aristocrazia russa, il Piemonte, vicino alla Francia e luogo di origine della madre e la Russia, luogo di origine del padre, hanno avuto molta influenza nella formazione del grande costituzionalista ed ora narratore di una vicenda famigliare di grande fascino. Il nonno, Vladimir Zagrebelsky, un ufficiale dell’esercito zarista scampato miracolosamente a tutti i tragici eventi di quegli anni, ricompare a Sanremo nel 1923 e proprio il racconto delle vicende di nonno Vladimir (e della figliastra Kira) è certamente una parti più suggestive del racconto autobiografico. Quel mondo di aristocratici decaduti si oppone vistosamente alla famiglia di origine della madre Lìsin, pregna di quella etica e quella morale del lavoro, del sacrificio, della sobrietà e del rigore morale proprie del credo valdese (e anche eredità del carattere sobrio e chiuso dei piemontesi). “Due acque che confluiranno nello stesso fiume”, scrive Zagrebelsky di questo mélange famigliare in “Memorie di casa”, libro di cui si è parlato poco, ma molto ben scritto e nel quale sottolinea come l’incrociarsi di origini apparentemente lontanissime tra loro, costituisca in fondo uno degli aspetti più stimolanti dell’avventura umana. Un libro il cui messaggio, letto in trasparenza, è un evidente invito a non utilizzare le categorie del pregiudizio e della chiusura verso quel mescolamento delle origini, dei popoli e delle credenze religiose che tanto sembra spaventare razzisti e sovranisti vecchi e soprattutto nuovi.