Per chi non conosce Cao Fei, risulterà piuttosto ostico affrontare il progetto Dash, che l'artista cinese ha allestito in stretta collaboraz

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Per chi non conosce Cao Fei, risulterà piuttosto ostico affrontare il progetto Dash, che l'artista cinese ha allestito in stretta collaboraz

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Così come i no-covid e i no-vax, anche i negazionisti climatici sono generalmente di destra, quasi che ammettere il drammatico pericolo del cambiamento climatico, voglia dire dar ragione alla sinistra. Per una volta ci farebbe piacere avere torto...
CAO FEI_DASH
Per chi non conosce Cao Fei, risulterà piuttosto ostico affrontare il progetto "Dash" che l'artista cinese ha allestito in stretta collaborazione con la Fondazione Prada. In realtà più che una mostra è un progetto che pone le sue basi nella difficile situazione dell'agricoltura cinese o almeno in una delle sue colture, quella del riso, che necessita di ingenti quantità d'acqua e di conseguenza il rapporto con la crescita della popolazione. La particolare e suggestiva mostra allestita nel Podium della Fondazione si focalizza, più che sul problema, sulle possibili soluzioni che passano necessariamente attraverso nuovi strumenti che innovano la coltura con l'utilizzo di droni e robot per la semina, la crescita e il raccolto del riso e dell'intelligenza artificiale necessaria al monitoraggio e al controllo delle colture stesse. Ci si chiederà in che modo possa entrare un artista in tutto questo. Invece c’entra poiché la ridefinizione del rapporto tra chi coltiva e i riti, le abitudini e una certa "mitologia", cresciuta intorno ai rituali contadini, tendono a modificarsi profondamente. E qui solo la voce di un poeta, di un narratore o di un artista può far sì che le nuove tecnologie e i nuovi saperi possano innervarsi nei nuovi modi di coltivazione, andando a costituire la nuova e rivoluzionaria tradizione contadina, anche se l'espressione può sembrare una contraddizione in termini. Del resto le parole di Karl Marx eran già ben chiare: " È ben noto che la mitologia greca non fu soltanto l’arsenale, ma anche il terreno di coltura dell’arte greca. […] Ogni mitologia domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e mediante l’immaginazione; essa dunque scompare quando si giunge al dominio reale di quelle forze..." Qual è dunque il nuovo Olimpo della cultura contadina cinese? È un Olimpo iper-tecnologico fatto soprattutto di droni e di robot, i nuovi dei del contadino cinese, ma anche di "rituali tecnologici" dominati dall'AI. Incominciando dal piano terra la mostra offre al visitatore la ricostruzione di una tenda per la conservazione del riso, entro la quale Cao Fei decide di proiettare il film "Dash" del 2026 prodotto proprio dalla Fondazione Prada e che investiga sul rapporto millenario tra contadini e terra, al cui orizzonte ha fatto capolino da qualche anno una "divinità" teconologica che ha contemporaneamente innovato e facilitato di molto la coltivazione della pianticella: il drone. Attraverso questo strumento, diventato famoso più per azioni di guerra che imprese di pace, i contadini cinesi hanno visto migliorare sia quantitativamente che qualitativamente le proprie produzioni, ma anche la propria qualità della vita. In associazione con piccoli robot e, con il supporto di specifici programmi di intelligenza artificiale la semina, la cura, il monitoraggio della crescita e persino il raccolto finale del riso sono sotto controllo totale. Il film non è solo un prodotto di informazione, ma anche un oggetto estetico che non fa che cantare le gesta di una divinità tecnologica. Ma al centro del Podium troviamo "The Birth", una sorta di tempio, che racchiude la proiezione di un video a tre canali sul processo di costruzione dei droni. L'installazione illustra alla perfezione il modo in cui i contadini integrano i droni nel contesto di altri rituali propiziatori e di divinità più tradizionali. Il titolo della mostra “Dash” prende spunto dal gioco virtùale che porta il medesimo nome: infatti,attraverso un visore tridimensionale, il visitatore può vedere attraverso gli occhi di un drone agricolo dismesso che ipotizza già un futuro di obsolescenza tecnologica dell’apparecchio in uso, suggerendo l’unico atteggiamento possibile per l’umanità ,
ossia cavalcare l’innovazione tecnologica, non già “contro” la natura, ma in armonia con essa. Si potrebbe obiettare che la concezione di Cao Fei pecchi di ingenuità, ma non credo si tratti di questo ; si tratta piuttosto di non rinunciare alla tecnologia, ponendo l’oggetto della sfida, non già su un autoreferenziale sviluppo tecnologico, bensì sulla necessità di ottenere dalla natura (e in questo caso particolare dalla agricoltura intensiva) maggiori risultati, mantenendo inalterati gli equilibri. Una sfida tutt’altro che impossibile da vincere. Al primo piano del Podium la mostra offre successivamente al visitatore un ambiente di documentazione e di riflessione meditativa, a cominciare da “Land Ceremony”, ovvero una installazione che fa riferimento alla rituale benedizione del riso, prima di ogni semina, propiziatoria di un raccolto abbondante. È qui che la mostra di Cao Fei mostra il suo punto di forza, ovvero l’appassionato credo in una capacità tecnologica ancella del duro lavoro umano, che ne favorisca gli scopi, ne rispetti l’ambiente e non cancelli la memoria dei rituali. La sezione, divisa in specifiche sottosezione, contiene una quantità impressionanti di materiali di archivio sulla coltivazione del riso, sulla sapienza contadina e sulle tecniche di coltivazione, attraverso film, fotografie, disegni, manifesti, ma anche testimonianze, interviste, storie della tradizione. I due documentari, “Super Farms” e “Southward Journey”, entrambi del 2026, testimoniano l’applicazione della agricoltura intelligente in vaste aree della Cina ma anche del Sud-est asiatico, dove l’uso dei droni per il controllo digitale dei parametri biologici e ambientali delle risaie, non è solo il presente (e non già il futuro), ma costituisce l’elemento principe della nuova ed ineludibile mitopoiesi contadina. La Cina, ma anche l’Asia tutta, così come l’Africa, stanno contribuendo molto significativamente ad alimentare le nuove tendenze artistiche di questo ancor giovane secolo, con una vitalità, una profondità di elaborazione teorica e una ampia serie di realizzazioni di opere pregne di senso, a fronte di una Europa che appare sempre più avviluppata in un loop formale vuoto, banale, privo di grandi visioni ma anche privo di aspirazioni. Del resto il chiassoso “can can” attorno al padiglione della Russia all’ultima Biennale di Venezia la dice lunga, non solo del provincialismo di vedute dei protagonisti, ma soprattutto, fatte le dovute eccezioni, della mancanza di visione e della pochezza di idee dell’arte contemporanea europea, occidentale, russa compresa, che per conformismo consumistico non è seconda a nessuno.
Come ampiamente previsto le speranze del popolo iraniano si sono infrante contro lo scoglio del bullismo di Trump che si appresta a firmare un accordo che prevede la non ingerenza negli sporchi affari interni del regime iraniano. Va beh che noi non approviamo né condanniamo, ma la situazione mi fa schifo ugualmente.
La cisterna della Fondazione Prada a Milano ospita, fino al prossimo mese di novembre, una installazione site specific di Mona Hatoum. Nella

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"... Smascheramento o sputtanamento onesto dei luoghi comuni apparentemente "significanti" che screditano e mistificano tanti significati
già dabbene e correct negli idiomi politichesi e giornalesi, fra schizzetti di bile e gossip e shit. Kitsch anche pecoreccio, nel suo birignao ripetitivo: gettare l'acqua col bambino, rivoltato come un calzino, come panini, come sardine, nel mirino, nel cestino, a tavolino, alla frutta, al vetriolo, al curaro, al capolinea, sotto i riflettori a 360 gradi, bestseller giallo e noir, bunker, thriller, killer, diktat, querelle, kermesse, parterre, bagarre, baguette, bacchettare, vintage, calvario, welfare, via crucis, ope legis, onlus, surplus, pro nobis, de profundis, j'accuse, abusi, a sorpresa, chieda scusa, erba e fascio, molto british, nel movimento, metal, fusion, cartaceo, chiocciole, cancelletti, zoccole, portali, portuali, navigatori, scaricatori, comuni sentiri, fibrillazioni adrenaliniche, bassi profili, siti, sitini, icone, conta-minazioni, migrazioni, ambientini, check-in, del calibro, bufera su, l'ex di, gli ex-salotti, movida alternativa, metafora, microcosmo, ossimoro, patinato, paludato, ovattato, blindato, labirintico, emblematico, più deteriore, effimero..."
(Alberto Arbasino, "Autocronologia" - Adelphi)
"... Ammazzati Pasolini, Feltrinelli, Moro, Pinelli, Calabresi, Casalegno e Bachelet e Tobagi e Croce e Coco e tanti magistrati e studenti e poliziotti per cui occorrerebbe una sconfinata banlieue, volendo intitolare una via a ogni « cadu-to». E magari, una piazza o largo a ciascuna strage: treni, banche, stazioni, abitazioni, magistrati a piedi e in macchina, manifestazioni, cortei. Ma intanto i successi di Mina, Morandi, Battisti, De André, Celentano, «the best » dai Beatles e i tripudi musicali giovanili fra Castelporziano e il Parco Lambro, ove incorreggibili anziani trasgressivi si scatenarono a raccattare teenagers allo sbando in mutande all'insegna del Re Nudo..."
(Alberto Arbasino, "Autocronologia" - Adelphi)
NO GOOD MEN
Shahrbanoo Sadat è la regista e l’interprete femminile di “No Good Men” un film in cui ci racconta amabilmente quale sia stata la sua condizione e per proiezione quella, in generale,della donna afghana. Prevedibilmente qualche lettore storcerà il naso pensando al cliché del film “politicamente impegnato” o ,semplicemente, della noia che suscita nel pubblico, meno avveduto, qualsiasi cinematografia che non sia quella stereotipata del cosiddetto “mondo occidentale” (concetto che ormai sembra significativamente in crisi, e non solo nel cinema). Invece “No Good Men”, oltre a non ricalcare quel canovaccio, è una commedia leggera che però non rinuncia a farsi portatrice di un messaggio di denuncia forte e deciso. Naru lavora come operatrice per la televisione afgana “Kabul News” ma, come è facile immaginare, nel suo lavoro subisce quotidianamente discriminazioni di genere e, altrettanto prevedibilmente, le subisce anche nella vita famigliare, benché sia separata da un marito prepotente e violento da cui ha avuto un figlio che vive con lei. Quando, per una serie di circostanze, Naru riesce a lavorare in equipe con Qodrat, famoso giornalista televisivo le cose si complicano, non come era prevedibile a livello sociale o politico, ma dal punto di vista sentimentale poiché tra i due nasce qualcosa di più di una semplice simpatia. A complicare, se ce ne fosse ancora bisogno, il lavoro di Naru è il ritorno dei Talebani, a seguito del clamoroso voltafaccia degli Stati Uniti del presidente Biden, che decidono di ritirare le forze militari di stanza in Afghanistan, provocando la drammaticamente famosa fuga di migliaia di afghani, e della stessa Naru col figlioletto, dal proprio paese. Il film, partito con estrema leggerezza e perfino con tratti di comicità, porta alla ribalta una condizione femminile insostenibile e una corrispondente prepotenza maschile intollerabile, il tutto raccontato però con quella soave voglia di fare cinema che è propria di tante cinematografie del Medio Oriente, e dell’Asia Centrale , ormai di casa (finalmente) anche sui nostri schermi, che sembra però infastidire più di uno spettatore. Del resto,in modo analogo, più di un italico spettatore fu infastidito dal Neorealismo, da Bertolucci, da Fellini e da Pasolini. E proprio una citazione, forse involontaria, dal Pasolini di “Comizi d’amore”, film documento del 1964, mi sono sembrate le belle sequenze dell’inchiesta che Naru conduce intervistando le donne afghane circa la gentilezza e i comportamenti affettivi e relazionali dei loro mariti. Una assonanza con l’inchiesta pasoliniana che lascia sorpresi, non tanto per la similitudine delle scene in film tanto distanti tra loro nello spazio e nel tempo, quanto per la sconcertante corrispondenza delle risposte date dagli italiani degli anni Sessanta, dimostrazione plastica che prima di parlare di presunte superiorità dell’Occidente, occorrerebbe saper guardare al nostro passato. Tornando al film, si tratta certamente di una vicenda fresca, raccontata con semplicità ed entusiasmo da una regista coraggiosa, sperando, cosa non scontata, di una distribuzione capillare nelle sale.
Le parole magiche della destra cambiano col tempo: secessione, federalismo, sovranismo, ora siamo a remigrazione. Le accomuna il fatto che non ne hanno mai azzeccata e tantomeno realizzata una, nemmeno per sbaglio.
È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che camp

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Trasformare una ex-officina in uno spazio di devozioni domestiche non è impresa da poco. Lo può fare un architetto, ma la trasformazione sar
NOVARA JAZZ 2026, SECONDO WEEKEND
È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che campeggia sulla volta del Salone d’Onore del Tribunale di Novara, il fondale per l’inizio del secondo intensissimo weekend di Novara Jazz 2026. A cercare il connubio, o il contrasto, tra jazz e luoghi ci ha provato l’accordion solo di un ospite d’eccezione Gianni Coscia, premiato con la Chiave d’oro di Novara Jazz 2026: veramente un grandioso interprete dello strumento che, nelle sue mani, diventa qualcosa di più e di diverso dalle reminiscenze di nostalgici tanghi argentini o della musica folk italiana o europea e nello stesso tempo è tutto insieme. Inevitabili i ricordi del decano della fisarmonica italiana che, curiosamente, non si è mai considerato un solista e lo stesso nome dello strumento, a suo dire, dovrebbe essere “armonica” (senza l’inutile suffisso “fisa”) il che darebbe l’idea di una coralità del suono, quasi di un insieme di strumenti; in modo analogo Coscia considera il pubblico, parte integrante di ciò che in un concerto viene prodotto. I suoi primi ricordi corrono alla fisarmonica regalatagli dal padre e al liceo di Alessandria, dove incontra Umberto Eco, suo compagno di scuola, che scrisse addirittura versi per lui, musicista alle prime armi, e per la sua musica. Poi il racconto dei vagabondaggi per la campagna alessandrina quando girava per i cortili delle cascine ad allietare (e anche per raccattare qualche soldo) il suo primo pubblico. Insomma un insieme di parole e musica proposti al folto e attentissimo pubblico di Novara Jazz, con un ricordo che riguarda proprio la città di Novara, quando nel 1970, Gorni Kramer e la sua orchestra della Radio Televisione Italiana (allora la televisione era una cosa seria), approdarono proprio nel cortile del Broletto e in quelle fila suonava anche lui. Tra un ricordo e l’altro prendono corpo tante melodie italiane e anche classici del jazz come il magnifico mélange Cole Porter-George Gerswin, una “Sophisticated Lady” di Duke Ellington dove Gianni Coscia si permette di cambiare i toni bassi con grande disinvoltura e poi ancora una parte della colonna sonora di “Profumo di donna”, con “Por una cabeza”, il famosissimo tango scritto nel 1935 da Carlos Gardel. Insomma Coscia, un musicista che non ha fatto il musicista per tutta la vita ma che è indubbiamente nato musicista. Il racconto prosegue, per chi ha avuto il privilegio di averlo poi come commensale, tra un ricordo di Vittorio Gregotti e di tanti intellettuali e musicisti, tutti artisti che hanno, come lui, attraversato il Novecento. Sempre nella serata di giovedì, nel salone dell’Arengo del Broletto, l’appuntamento è con La trombettista inglese Laura Jurd e il suo progetto “Rites & Revelation”, con una formazione che vede insieme a lei Cori Smith alla viola, Tara Cunningham alla chitarra, Ruth Goller al basso, Corrie Dick alla batteria. Finalmente quattro (indiavolate) donne in una band di cinque elementi che riesce a far tremare anche le possenti mura del salone medievale dell’Arengo, con un jazz dal sound corposo e dirompente che sa sposarsi con echi di folk ritmato sulle corde del basso e della chitarra e che, a tratti, almeno agli ascoltatori piú agé, potrebbe far tornare alla mente le sonorità dei Pentangle. Un ascolto necessariamente partecipativo che non permette di lasciarsi troppo andare sulle ali delle consolatorie melodie folk, perché una “scimitarrata” di suoni elettrici è pronta ad abbattersi sull’ascoltatore. Anche questo concerto, benché agli antipodi del precedente, (ma il jazz è sempre diversità per antonomasia) molto suggestivo e ricercato. E siamo solo ai concerti di apertura del secondo intenso weekend di Novara Jazz 2026.
NOVARA JAZZ 2026 (parte I)
Racconta Corrado Beldì che quando un'entusiasta Tiziana Fausti andava ad incominciare l'avventura di Corso Como Dieci (la leggendaria galleria e showroom milanese di Carla Sozzani), aveva in testa di mettere un bel pianoforte nei locali della caffetteria al piano terra. Lui le disse che per farlo occorreva pensare ad incassi per il locale,
significativamente inferiori, visto i costi per SIAE, cachet degli artisti, spazi sottratti ai tavoli ecc.. Mi piace aprire questa cronaca del primo weekend di “Novara Jazz 2026” con questo aneddoto raccontato prima del concerto di apertura del Festival con Aural Trio, all’Opificio di Novara dell’amico Fabio Barozzi, che offre alla città un locale dal fascino unico, con una cucina di gran qualità e originalità e, appunto, cosa non comune da trovare, un apposito spazio dedicato al jazz e agli appuntamenti settimanali con la rassegna “Taste of Jazz”. Gettare il cuore oltre l’ostacolo, in tempi difficili come questi, è un gran merito e Novara Jazz e i suoi intrepidi “fiancheggiatori” continuano a farlo con successo. Sembra dello stesso parere il bravo leader dell’Aural Trio, il batterista Giuseppe M. De Vito, che conduce una band dal temperamento vivace e dalle tante curiosità verso una sperimentazione aperta alla ricerca verso sfere sonore di ambiti più ampi, sempre che ancora si possano definire con precisione i confini dell’universo jazz. Dopo di loro una Jam di una formazione rodata (Eugenia Canale al pianoforte, Alessandro Borgini alla chitarra, Marcello Testa al contrabbasso, Nicola Stranieri alla belatteria) e dedicata a Sonny Rollins recentemente scomparso. L’Opificio, come da tradizione del festival novarese, che comprende molte attività collaterali, ospita anche la mostra fotografica, tutta al femminile, di Paolo Caivano intitolata "Jazz Woman” comprensiva anche di foto scattate nelle precedenti edizioni di Novara Jazz. Il legame tra jazz e fotografia è decisamente unico nel panorama musicale mondiale, come un cordone ombelicale che tiene uniti due mondi attraverso un tradizionale uso della pellicola, e ora necessariamente anche delle immagini digitali, in un rigoroso (come si dice in questo casi), B/N. Caivano segue da decenni festivals e concerti in Italia e in Europa e l’omaggio di NJ era certamente dovuto. Nella giornata di sabato 30 maggio, ilFestival si trasferisce nel magnifico museo etnografico di Villa Caccia di Romagnano Sesia, opera architettonica “campestre” di Alessandro Antonelli, con il brillante concerto di Lea Maria Fries con un quartetto composto dalla stessa Fries (voce), Gauthiet Toux (pianoforte), Juilian Herné (basso), Antonio Paganotti (batteria). La Fries è una elegante e raffinata vocalist che ha presentato un repertorio sempre in bilico tra tradizione jazz con qualche incursione nella ricerca vocale, il tutto sempre orchestrato amabilmente con un perfetto equilibrio tra i generi: gusto della misura che senza rinunciare alla piacevolezza dell’ascolto, non sembrava temere la curiosa esplorazione di altri mondi sonori.
Nel pomeriggio invece, nel fascino inconsueto e discreto di Casa Antonelli a Maggiora, paese alle pendici delle Colline novaresi, il concerto di Julie Campiche, arpista e musicista ginevrina che utilizza l’arpa in accoppiata con l’elettronica, insieme ad altri strumenti poco convenzionali nell’abbinamento, quali un organetto diatonico e un tamburo. Le composizioni che Julie Campiche ha proposto al pubblico sono tratte dall’album “Unapoken”, incentrato sulla rivendicazioni del lavoro femminile, attraverso figure di donne fortemente impegnate sul fronte della militanza, come quello, per fare un solo esempio, della svizzera Grisélidis Réal, (1929-2005), artista, poetessa e prostituta combattiva sul fronte dei diritti delle “Sex workers”. Un concerto “in solo” di intimo lirismo senza rinunciare, da un lato alla ricerca sonora nel confronto serrato tra arpa ed elettronica, dall’altro alla necessità impellente di sostanziare la materia sonora con un messaggio di chiaro impegno sociale e, perché no, politico.(continua)
NOVARA JAZZ 2026 (parte II)
(segue). La sera del sabato, al Parco Beldì di Oleggio, “Taurn” un gruppo della scena underground bolognese, forse oltre i confini del jazz, sempre ammettendo che il jazz possa avere confini rigidamente stabiliti.
Nella giornata di domenica 31 maggio, si conclude il primo We di Novara Jazz 2026, con l'altro appuntamento tradizionale, il concerto di mezzogiorno nella sala della musica di Villa Picchetta a Cameri, ai confini del lussureggiante Parco del Ticino. Jacopo Fagioli, compositore toscano, segnalato dalla rivista “Musica Jazz” come nuovo talento dell’anno, che ha entusiasmato il pubblico, con tromba e trombone, accompagnato dal sax e dal clarinetto di Giulia Barba. “The keys are in the Garden” è il titolo di una delle composizioni presentate che fa riferimento ad un episodio accaduto all’autore, può essere un ottimo suggerimento di come accingersi ad ascoltare il jazz. “Avevo dimenticato le chiavi in un giardino a Siena”, racconta il giovane musicista, “solo quando ho smesso di cercarle e mi sono sdraiato nella medesima posizione che avevo in giardino e le ho ritrovate”. Un invito a lasciarsi andare che vale per la musica, ma per il jazz in particolare, un invito a lasciar fluire il suono attraverso il corpo, un farsi attraversare, prima di ricercare necessariamente una spiegazione razionale. Nel
Pomeriggio il magnifico parco del Castello di Cavagliano, a pochi chilometri da Novara, è il palcoscenico naturale (che è una definizione che preferisco alla ormai insopportabile “location”), ospita un altro gruppo di musicisti svizzeri, di Zurigo per la precisione, con un progetto che possiamo annoverare nei repertori jazz ma potremmo anche rinominare con tante altre etichette come match-rock, post punk, elettronica, ambient o in fondo ciò che si vuole, tanto la loro musica è di difficile definizione. Ma in questi casi il problema è tutto di chi scrive per riuscite a trasmettere al lettore almeno un vago sentore di ciò che avrebbe potuto ascoltare. Di fatto il risultato è quello di un nastro musicale fluente, con in bella evidenza il cantato-declamatorio di Tapiwa Svosve (anche all’elettronica e al sax), come molto ben calibrato duo chitarra-basso di Vojko Huter e Xaver Rúgge, e il valido Paul Armeller alla batteria. Una necessaria ultima considerazione: quale posto occupa la cultura e la cultura musicale in particolare nella piccola Confederazione Elvetica che si occupa delle spese sostenute dai musicisti? Non è questa la sede per discutere dei finanziamenti alla cultura, ma certo è che il divario tra molti paesi europei e l’Italia è, anche in questo campo, se non drammatico, almeno piuttosto evidente. Dopo il tour de force del Festival “fuori porta” del primo weekend della XXIII edizione di Novara Jazz, da giovedì 4 giugno il Festival torna in città per quattro lunghi giorni, ricordo che si ricomincia con l’Accordion solo di Gianni Coscia, chiave d’oro 2026 di Novara Jazz, presso il sontuoso salone del Tribunale di Novara.
"... Intanto la cronologia cresceva giorno dopo giorno. Vederla nel suo insieme a stampa fu una sorpresa e ci si accorse che, pur somigliando a tutti i suoi libri, era una cosa nuovissima nella sua opera. Decine centinaia migliaia di fogli e foglietti, barattoli di Coccoina, mazzi di biro, ettometri di nastro da macchina per scrivere, pile di pagine e di carta carbone, forbici e taglierini: tutto riportato entro i margini di un libro. L'ordine dopo il caos e dopo il rischio del naufragio. Un libro vero e proprio, segnato con i numeri romani, dentro un libro più grande segnato coi numeri arabi: nel gioco delle scatole cinesi, da quello che so, questo libro dalle pagine romane è diventato piuttosto di culto tra i lettori di Arbasino, come se fosse non solo un suo libro, ma anche un libro un po' speciale, e dunque molto suo, di ritorno. È una cosa e l'altra, benché l'abbia scritto con me e non solo con me..."
(Dal Prologo di Raffaele Manica a "Autocronologia" di Alberto Arbasino - Adelphi)

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Racconta Corrado Beldì che quando un’entusiasta Tiziana Fausti andava ad incominciare l’avventura di Corso Como Dieci (la leggendaria galler
L E T T U R E Recensione di Mario Grella Com’è che un ragazzo di provincia si è spinto a scrivere addirittura una storia del rock che è una