Di treni rumorosi e Alberto Angela
È da un po’ di tempo che la mia testa è diventata chiassosa. Di tanto in tanto provo a riprendere il filo, a provare a inanellare particelle di ragionamenti che possano diventare dialogo interiore. Ma ecco che il vociare indistinto che mi abita mi fa desistere. Il fragore di parole che si accavallano mi sovrasta, non riesco a mettere in ordine i suoni, a seguire quell’agone di termini esplosi, significanti privi di significati.
Non è una resa drammatica, non c’è nessuna sconfitta epica, nessuna eroica battaglia contro la perdita di se stessi. Non c’è alcun martirio sull’altare della ricerca di senso. Piuttosto accade che mi lasci cullare da quel fitto rumore che mi assolve dalla ricerca di alcunché, preferendo così non impiegare nessuna delle mie energie a trovare qualcosa dentro quel chiasso. È come essere in una carrozza estremamente rumorosa.
Tutti, con noncuranza, impongono il flusso frammentato delle loro voci. Non c’è possibilità di sperare che smettano di farlo, che abbiano rispetto per chi la propria voce vorrebbe ascoltarla, vederla, quantomeno. E allora tutto ciò che mi resta da fare è perdermi in un lungo viaggio di assenza, con voci non mie a deprivarmi dei sensi.
Poco fa mi è capitato di ascoltare una frase che sembra non avere attinenza con questa condizione che mi perseguita in maniera sempre più violenta, ma chiarirò presto l’analogia. Ho sentito Alberto Angela dire a un podcast che il segreto per la risoluzione di problemi insormontabili è partire dalla frammentarietà. Le grandi sfide sono sempre un complesso di elementi più piccoli e gestibili, talvolta talmente variegati che sembrano non avere alcun legame con la monumentale questione che ci troviamo davanti.
Il suo tono era più ispirazionale di quanto io potrei mai anche solo sperare di essere, ma qui mi soffermerei su un concetto che mi ha innescato una reazione, un lieve, ma sfizioso pizzicore che non vedo l’ora di grattare: la frammentarietà.
I problemi sono pachidermici organismi composti da microscopiche cellule che non assomigliano all’enorme costrutto di cui fanno parte. Ma l’importante, per Alberto Angela, è prendere quell’aspetto e risolverlo, senza farsi troppe domande, fidandosi del processo e di se stessi. Se fosse così anche per quel treno rumoroso? Se il segreto fosse isolare una parola, capirla, interrogarla e usarla per scrivere il mio dialogo? Devo pensarci. Questo scritto è un inizio.
















