Capitolo 1 di Arya echi di guerra
Con il sole che sorgeva all’orizzonte, la città di Liberia si preparava ad una nuova giornata.
Anche quella mattina, il sole splendeva forte e le gocce di rugiada si asciugavano in fretta da sopra le panchine, mentre la brezza proveniente dal mare allietava seppur di poco la calura che cominciava a pervadere le strade.
In quella mattina così calda e dal cielo terso, i dirigibili militari erano già pronti a librarsi in aria, per nulla impensieriti da un vento così leggero, per trasportare le loro merci e i nuovi soldati che avrebbero presto preso servizio nell’avamposto militare della città. Le loro gondole d’acciaio splendevano alla luce del sole come degli astri nascenti, ancora troppo pigri per far posto al giorno, e si libravano in aria con una leggerezza quasi impensabile per delle macchine così mastodontiche. Insieme a loro, anche le palazzine della città, ornate da nervature e tubi di rame, risplendevano sotto la luce dell’alba, mentre le strade iniziavano ad essere percorse dalle carrozze trainate a vapore e le fabbriche a emettere i familiari fumi grigi che alimentavano d’energia la metropoli.
Dalla piccola finestra della sua stanza, che non permetteva di vedere altro se non il solito monotono paesaggio di macchine e palazzi, Makena osservava la città con una punta di insofferenza e malcelato disprezzo. Relegata in quelle quattro mura che ormai le erano così familiari, invidiava quei paesani che potevano girare liberamente per le strade e andare ovunque volessero, mentre lei era costretta a vivere la maggior della sua vita in quella piccola stanza e per giunta in catene.
Quella camera, seppur minuscola, era tuttavia abbastanza accogliente per vivere dignitosamente. Makena aveva a disposizione un letto comodo e pulito in un angolo, mentre una toeletta con un enorme specchio e una spazzola dalle setole lucide campeggiavano dall’altro lato della stanza. Sulla parete adiacente, un piccolo armadio di quercia faceva da scrigno a tutto ciò che possedeva, dai vestiti di tutti i giorni ai monili donati dalla matrona alla sua piccola bestiola. Era comunque molto più che altri schiavi sehva come lei potevano dire di avere.
Mentre Makena contemplava ancora le strade della città e del porto che man mano si andavano affollando, si accorse che era quasi arrivata l’ora di scendere dalla matrona e iniziare a prendere servizio. Riscossa dai suoi pensieri, Makena si allontanò dalla finestrella a sbarre sopra il suo letto e si diresse verso la toeletta, dove si lavò il viso con l’acqua contenuta in un bacile, si spazzolò le penne arruffate e osservò il suo riflesso mentre indossava uno di quei ridicoli abiti pomposi che la sua padrona la costringeva da sempre a portare. “Odio questi vestiti” disse tra sé e sé con quelle maniche a sbuffo e la gonna ampia e lunga il suo corpo sembrava sempre diventare di due taglie più grande e sebbene il fisico di Makena fosse piuttosto esile, l’effetto non era per nulla smorzato. L’unico pregio di quel vestito era quello di nascondere alla vista degli altri la parte di sé che più la faceva sentire diversa e di proteggerla dagli sguardi sprezzanti della servitù e della sua signora. In fondo, nessuno voleva vedere un corpo che tanto assomigliava a quello umano con delle gambe da uccello rinsecchite e gli artigli sporgenti.
Nella piccola stanza sembrava impossibile prepararsi. Il lungo vestito non esitava a sollevarsi a ogni suo movimento e il viso stanco, nonostante l’avesse lavato con acqua gelida, non si decideva a sembrare più fresco. “OH ANDIAMO, ANDIAMO CHE NERVI!” disse con tono innervosito
Makena si guardò per un attimo allo specchio ed esaminò il suo aspetto. I suoi capelli azzurri ricordavano al tatto la morbidezza delle piume d’uccello e, in contrasto con la sua carnagione scura, facevano risaltare ancora di più il colore brillante del piumaggio che aveva sul petto e che il vestito lasciava un po’ intravedere. I suoi occhi stanchi, incorniciati da folte ciglia scure, sembravano risucchiare qualsiasi cosa su cui poggiava lo sguardo e la pelle di tonalità caramello rifletteva una salute radiosa. Il naso ben proporzionato, con una linea delicata, donava un’armonia sovrumana al suo viso, mentre le guance leggermente arrotondate le conferivano un aspetto, nonostante tutto, gioviale e le labbra, piene e di colore rosato, la facevano sembrare una bellezza esotica rispetto agli umani che la circondavano.
Sebbene fosse così diversa da loro, gli umani non avevano mai potuto negare la sua bellezza eccentrica ed era stato probabilmente per questo che le era stata risparmiata la vita.
Dopo che ebbe finito di osservarsi, Makena si affrettò ad uscire, perché la matrona non era molto tollerante con i ritardi e soprattutto non in quei giorni così indaffarati.
Aperta la porta della sua stanza, la giovane sehva scese la lunga rampa di scale di marmo della villa e si diresse verso la serra, il luogo preferito della sua padrona in quelle giornate così afose. Dato che la sua stanza si trovava al terzo piano della villa, in un’ala diametralmente opposta alla struttura, Makena dovette accelerare il passo per raggiungere la matrona in tempo per il loro incontro mattutino e nel mentre stare ben attenta a non incespicare nelle catene che portava alle caviglie.
“forza, forza”, pensò, il rumore delle catene risuonava nel corridoio attirando l’attenzione della servitù umana. quasi accecata dai riflessi delle decorazioni in oro e metalli preziosi che ricoprivano ogni superficie della casa e che a quell’ora erano inondati dalla luce solare. Makena attraversò i lunghi corridoi della magione focalizzando la sua attenzione sui pavimenti in legno lucido e le pareti ricoperte da vistose carte da parati floreali. Conosceva ormai a memoria ogni suppellettile dorato, ogni dipinto antico e ogni arazzo per tutte le volte che vi aveva posato lo sguardo nei suoi pellegrinaggi per quegli androni, uno dei pochi ‘vantaggi’ che aveva acquisito all’interno della villa dato che l’animaletto della matrona non aveva l’obbligo di percorrere i ristretti corridoi nascosti della servitù.
Pensò nuovamente a come veniva trattata all’interno della villa. Era fortunata rispetto ad altri sehva , e questo lo sapeva. Non doveva svolgere lavori di fatica, ma essere un animaletto domestico non era comunque molto meglio…
Era stata presa fin da piccolissima dalla foresta in cui viveva. Ricordava ancora quando all’età di quattro anni era stata legata e addormentata, per poi risvegliarsi senza più le sue piccole e bellissime ali.
Aveva pianto nella sua stanzetta per tre giorni senza nessuno che potesse consolarla. Si era riguardata più volte allo specchio i moncherini arrossati là dove prima si trovavano le sue ali; la sensazione di leggerezza sulla schiena che non la faceva camminare bene.
Le ci era voluto un po’ per ritrovare l’equilibrio e riuscire a stare dritta sulle zampe e intanto le sue ali erano state prese, impagliate e incorniciate nella stanza delle collezioni di matrona Corinna, la sua nuova padrona.
Da quel momento, quella donna aveva completamente monopolizzato la sua vita. Solitamente passava le sue giornate a seguire Corinna nelle sue faccende, allietandola di tanto in tanto con il suo canto, svolgendo compiti non diversi da quelli di un qualsiasi uccellino in gabbia. Osservandola con il tempo aveva cercato di imparare il più possibile della cultura umana, e così aveva appreso a leggere e scrivere, anche se non a livelli elevati, e a fare semplici conti matematici. Tuttavia stava ben attenta a tenere nascoste queste sue capacità, perché a nessuno piace uno schiavo troppo erudito.
Ovviamente anche stare semplicemente vicino alla sua padrona comportava delle regole. Tra queste: il doverla seguire sempre a un metro di distanza, il non parlare senza essere interpellata e, la più importante, coprire sempre le sue zampe. La matrona non sopportava la vista di quegli ‘spiedini rinsecchiti’ come li chiamava lei, e quindi non importava quale stagione fosse o quanto caldo potesse fare, lei doveva coprire le sue povere zampe con vestiti lunghi e scomodi.
Seguiva queste regole fin da quando era bambina, non le aveva mai infrante e per questo veniva considerata un “buon animaletto”. La sua ricompensa era stata la promessa di non essere picchiata o spennata più di quanto già non dovesse subire, ma capitava che di tanto in tanto la sua signora venisse meno alla parola data. Aveva già visto altri piccoli sehva subire quella stessa fine, mentre lei non aveva potuto far nulla per loro. L'avevano costretta a guardare, perché imparasse la lezione, non si ribellasse. Doveva subire senza lamentarsi, era quello il suo compito.
Dopo aver percorso altre due rampe di scale e aver oltrepassato l’ingresso della casa, Makena camminò nell’ala ovest della dimora fino a raggiungere l’enorme varco che faceva da ingresso alla serra della sua padrona. In quello spazio ogni parete era un'enorme vetrata ed ogni lastra era intervallata da barre metalliche che si incurvavano per assumere le forme di viticci e fiori rampicanti. Sebbene l’aspetto di quell’ambiente si differenziasse così tanto da quello più soffocante e chiuso della casa, con i suoi muri trasparenti e la sua illusione di libertà, Makena trovò comico come quella stanza le sembrasse più di ogni altra una vera e propria gabbia.
Lì, circondata da alberi giganti e piante rare che come lei erano state rinchiuse in quelle mura, si trovava la sua carceriera, Corinna Julis, la matrona di quella casa e la sua padrona.
Distesa su una chaise longue color carta da zucchero che sembrava sopportare di poco il peso della donna, Corinna pareva ancora intontita dal sonno e continuava a sventolarsi con un grosso ventaglio di piume rosa di fenicottero, mentre la sua mente sembrava vagare per scenari lontani. Avvolta in un abito dorato eccessivamente aderente in cui i suoi seni erano fortemente compressi, matrona Corinna aveva riportato la sua attenzione su una pila di documenti accatastati su un tavolino da caffè di bambù. Gli occhiali che portava, dalla montatura troppo piccola per il suo viso pingue, brillavano alla luce della finestra rendendola quasi un predatore che attendeva la sua preda.
Dopo che Makena ebbe varcato l’ingresso della serra, Corinna fece il suo consueto sorriso placido ed esclamò: ”Finalmente sei qui bestiolina, è tutta la mattina che ti aspetto!".
Era da poco passata l’alba e Makena si era affrettata al massimo, ma la sua padrona era sempre stata molto intransigente sulla puntualità.
Makena incrociò braccia sul petto e salutò la sua carceriera con un profondo inchino che dichiarava sottomissione. Per un attimo Corinna osservò compiaciuta il gesto remissivo della sua schiava e, soddisfatta, tornò a concentrarsi sui suoi incartamenti.
Era un periodo sempre molto indaffarato quello che precedeva la primavera. Nobili e matrone di ogni ordine e grado si preparavano a dare inizio alla stagione mondana e la sua padrona non faceva di certo eccezione. Sul tavolino da caffè, infatti, erano sparpagliate liste di invitati da revisionare, disegni di abiti e potenziali menù adatti ai palati più esigenti. A complicare le cose, quell’anno sarebbe stata proprio la casata Julis ad ospitare l’evento più importante e atteso della stagione: il Carnevale.
“Sai Makena, in quanto mio animaletto devi dare tutto di te per me, è questo il prezzo che devi sopportare per farti vivere una vita dignitosa in questa società, quest’anno ospiterò io il carnevale e tua sarai la mia principale attrazione.” Disse Corinna con aria distratta.
Makena impallidì, sapeva che questa ricorrenza era inizialmente nata solo per mettere in mostra i propri sehva davanti alle famiglie più altolocate, ma negli anni era diventata una moda sempre più distruttiva. Quando il sehva raggiunge la maturità e il suo piumaggio è pienamente sviluppato, questo gli viene in parte strappato via. Gli umani disprezzano apertamente il lato animale dei loro schiavi, ma sono anche tremendamente affascinanti dalla loro bellezza esotica, ed è per questo che una volta rimosse le piume quest’ultime vengono impiegate per impreziosire vestiti e accessori che i nobili indosseranno durante quella stessa festa.
Dato che la realizzazione di abiti piumati richiede tempo, ai sehva vengono sottratte le piume molto prima della data effettiva del Carnevale e Makena non faceva eccezione.
Sapeva cosa l’aspettava quel giorno e dentro di sé e improvvisamente ribollì di rabbia.
Quando Corinna alzò gli occhi dalle sue carte, notò per un attimo il cipiglio della sua sehva e intuiti i suoi pensieri, con uno sguardo penetrante mormorò:"Dai bestiolina, non farne una tragedia. Lo sai bene che il Carnevale di quest’anno dev’essere oltremodo perfetto. In quanto organizzatrice, non posso certo presentarmi al mio stesso evento con degli straccetti qualsiasi. Le tue piume sono l’invidia di tutti nell’alta società e non possiamo permetterci un risultato mediocre con quest’abito. Vedrai, un battito di ciglia e sarà tutto finito. Sopporterai per me?”. Corinna le parlava come una madre che chiede al figlio di non fare i capricci e anche se tutto ciò la disgustava, Makena era incapace di ribellarsi, avendo già subito tanto in passato. osservò per un attimo la catena alla sua caviglia sinistra, dorata come l'abito vistoso di Corinna. Le procurava dolore e avrebbe desiderato rimuoverla, ma si trattenne, si sottomise. Finse docilità, mentre dentro di sé non bramava nient'altro che vendetta.
“Si, mia signora”. Inchinò di nuovo la testa e riportò le braccia al petto.
“brava la mia ragazza”, e dopo averle scoccato un’ultimo sguardo, la matrona tornò a visionare scrupolosamente i suoi preziosi documenti.
Senza bisogno di ordini, Makena prese posizione accanto alla donna, sempre e rigorosamente a un metro di distanza, e si sedette sul pavimento facendo attenzione a non scoprire le gambe.
Passarono così l’intera mattinata e gran parte del pomeriggio, con la matrona intenta ad organizzare il Carnevale imminente e la sua devota sehva che la seguiva diligentemente ad ogni suo spostamento. ma nonostante ciò, per tutto il tempo Makena non aveva fatto altro che contare i minuti e i secondi che la separavano dall’orrenda tortura che le si prospettava quella notte.