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LESS IS MORE
Il valore aggiunto dalla sottrazione.
Chiunque abbia studiato architettura moderna, probabilmente ne ha la nausea conosce molto bene il mantra del famoso architetto Ludwig Mies van der Rohe.
Kluczynski Federal Building. Mies van der Rohe. Chicago, Illinois. 1974. Fonte: Alvaro Blanes - Flickr
Nella seconda fase della sua carriera, Mies usa “Less is More” per fare riferimento al suo impegno verso la riduzione e la distillazione degli edifici e dei loro componenti in forme semplici. Questa teoria, associata talvolta al Minimalismo, è volta a raggiungere una nuova forma che non costituisce più l’obiettivo estetico tradizionalmente perseguito dal progettista, ma è bensì manifestazione della funzione che l’artefatto deve svolgere.
Tale attenzione legata al ridurre e sintetizzare è stata ampiamente esplorata e sviluppata nell’ambito grafico, giungendo all’eliminazione di tutti gli elementi che possono essere considerati superflui nella comunicazione di un messaggio o di un concetto.
Diffusa rappresentazione del concetto “Less is More”. Essa stessa dimostra l’efficacia della sintesi grafica.
Per comunicare quello che interessa davvero è inutile soffermarsi su dettagli non necessari: basta fornire informazioni chiare ma concise. Essere diretti ci consente di guadagnare tempo sia nella lettura che nel trasferimento dei concetti. Tale tecnica collabora perfettamente con il nuovo mondo digitale in quanto fornisce la possibilità di facilitare e rendere più veloce l’accesso alle informazioni, specialmente tramite internet.
Ciò diventa evidente quando si deve parlare di memoria digitale (ovvero i soliti byte) in cui la semplificazione risulta di grande aiuto quando si considera la quantità del traffico dati, che si riduce con l’eliminazione del superfluo.
Rimane da considerare inoltre l’aspetto user-friendly che riguarda la lettura e l’interpretazione di ciò che viene visualizzato. Un caso in cui l’essenzialità migliora l’esperienza digitale si nota nello scorrere rapido di pagine web: l’efficacia della comunicazione dipende dall’immediatezza del messaggio, a sua volta strettamente legata alla qualità della sintesi grafica.
Quando la sintesi viene spinta fino alla riduzione dei messaggi a semplici icone, si aggiunge il vantaggio di poter renderne internazionale la comprensione, senza più necessità di traduzioni.
Pacchetto di icone che garantiscono associazione immediata alla loro funzione creando l’abitudine a un nuovo linguaggio privo di parole. Fonte: Pixabay
Con questo tipo di comunicazione non è necessario conoscere la definizione di ogni attività per identificarla osservandone il pittogramma. Ciò garantisce una facilitazione dell’uso che risulta preziosa per qualunque utente digitale.
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DATA VISUALIZATION
La rappresentazione grafica delle informazioni
L’essere umano trova un certo conforto nella ricorrenza. Ci piace analizzare le cause e i loro effetti per trovare pattern, trend, forse nella speranza che questi possano aiutarci a prevedere e influenzare avvenimenti futuri. Ci rassicura avere sotto controllo ogni dettaglio delle nostre vite, poterlo osservare dall’esterno per valutarne ogni aspetto nella speranza che ci aiuti a prendere delle decisioni.
Nell’era in cui ci troviamo, abbiamo a disposizione strumenti che ci aiutano nella raccolta e nell’interpretazione di quantità di dati che prima sarebbero state tremendamente difficili da gestire. La raccolta di dati, da sola, ci fornisce una grande quantità di informazioni sottoforma di database, che risultano quindi consultabili ma difficili da leggere nel loro complesso.
Qui entra in gioco la visualizzazione dei dati; essa costituisce uno strumento importante in questo ambito, in quanto ci permette di osservare facilmente e in modo intuitivo le informazioni raccolte. Nella rappresentazione di informazioni ci si occupa di comunicare dati astratti attraverso il medium visivo puntando alla semplificazione e alla leggibilità. Con questo scopo si utilizzano rappresentazioni ed elementi grafici (infographics) che aiutano l’occhio umano a recepire i dati in modo organico rendendone più facile e naturale l’interpretazione.
Esempi di data visualization. Fonte: HBS
Un semplice ma esplicativo esempio di applicazione di questo concetto sta nella spiegazione della differenza tra un milione e un miliardo. Per i nostri cervelli i numeri oltre una certa soglia diventano entità incommensurabili di cui ci viene difficile quantificare il valore effettivo. Per questo ci stupiamo quando ci viene detto che un milione di secondi sono una settimana e mezza, mentre un miliardo sono più di trent’anni. Il paragone con il tempo, pur essendo comunque vicino alla nostra esperienza, risulta comunque poco indicativo e soprattutto soggettivo. In questo caso si osserva come invece una rappresentazione che comunichi visivamente questo concetto sia decisamente più efficace.
How 50K look vs 1 Million vs 1 Billion. Fonte: Dataisbeautiful
La visualizzazione di informazioni si sviluppa in una zona di collaborazione tra diversi ambiti di studio; in particolare la statistica, il data mining e, in tempi più recenti, anche il machine learning.
Esistono dunque innumerevoli metodi e applicazioni di questo processo e per questo è importante che essi siano adeguati al tipo di informazione che devono trasmettere. Con abbastanza esperienza e gli strumenti adatti si può arrivare a creare infographics molto complessi e intricati pur mantenendo una particolare chiarezza nei contenuti e gradevolezza nell’estetica.
Se anche voi siete interessati a questo argomento consiglio, come era stato consigliato a me, di visitare l’archivio di Catalogtree nella sezione dedicata per vedere alcuni dei progetti di cui si è occupato questo studio.
Tra questi mi sento di riportare un caso particolarmente interessante realizzato in collaborazione con il database di Food Network per WIRED magazine.
All the data you can eat (2013). Fonte: Catalogtree
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Il primo contatto con la rete
Meno male che Lovecraft non aveva una connessione Internet.
C’è qualcosa di molto bizzarro che accomuna ognuno di noi. È una sensazione di inadeguatezza e disorientamento molto particolare che si può provare soltanto quando ci si trova per la prima volta davanti a una quantità praticamente infinita di informazioni a nostra disposizione. E ti dicono, basta solo scegliere. Pensa a qualcosa e cercalo. Facile. E improvvisamente ti rendi conto di avere tutte le risposte ma nessuna domanda. Tutto il potere del World Wide Web ma nessun quesito che ne sia all’altezza.
Non ricordo di aver avuto grandi preoccupazioni al riguardo. Avevo sempre saputo esattamente quale sarebbe stata la mia prima ricerca.
In tenera età per qualche motivo avevo acquisito possesso di un’enciclopedia su CD e mi era quindi stato garantito l’accesso a un pc di famiglia ormai in disuso per poterla “sfogliare”.
Non ricordo assolutamente che tipo di enciclopedia fosse o chi avesse deciso che non incorporare dati riguardo i calamari giganti fosse la scelta giusta da fare, ma inutile dire che per me questa mancanza era inconcepibile. La scarsità di informazioni reperibili riguardo l’argomento era sconcertante, eppure ero certa che esistessero; a 6 anni mi sembrava la cosa più logica del mondo.
Un certo giorno credo di aver posto lo stesso quesito un numero sufficiente di volte da convincere i miei genitori che l’unica via d’uscita fosse assecondare la mia ossessione e aiutarmi a trovare pace. Ci siamo seduti tutti insieme nello studio di mio padre, pronti a scoprire la verità e farmi tacere.
Questa è la breve storia di come la mia prima ricerca sul web è stata qualcosa di somigliante a: “calamaro gigante?”
Tre persone davanti al monitor avevano risolto ben poco.
Consideriamo che l’Internet era allora un’entità molto poco compresa (Cos’è? Dov’è? Chi lo fa funzionare? Ci si può arrivare coi mezzi pubblici?) e che confondeva molte persone. Tutta la speranza era riposta nell’esperienza di mio padre, che si era dimostrata inefficace durante la navigazione attraverso gli strani forum del 2003. Ricordo vagamente che ogni informazione andava analizzata con diffidenza perché “su internet chiunque può caricare qualsiasi cosa”.
Armati di questa saggezza, avevamo considerato unica prova indiscutibile dell’esistenza dei calamari giganti un video di una decina di secondi che conteneva non più di 20 pixel tentacolosi su sfondo molto scuro. Uno dei momenti più soddisfacenti della mia esistenza.
Questo frame di un video del 2019 che si vanta di aver immortalato un calamaro gigante “per la prima volta in assoluto” è molto simile a quello che ricordo di aver visto nel 2003. Ha solo troppi pixel.
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Ciao!
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Eugenia.

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Che cos’è il city branding?
Avete mai sentito questa parola senza conoscerne assolutamente il significato? Se si, siete in buona compagnia. Infatti anche a me è successo, proprio quest’anno. Frequento il corso di grafica al Politecnico di Torino e quest’anno ci siamo imbattuti in un progetto di city branding.
Innanzitutto, il city branding consiste nel rilanciare l’immagine di una città, attraverso un insieme di azioni coerenti e pianificate, con obiettivo finale il suo sviluppo economico e la sua promozione.
City branding città di Melbourne - Fonte: Landor
Il city branding è un’azione molto complessa, che richiede il coinvolgimento dei cittadini, ma anche degli stakeholders locali, pubblici e privati. Infatti, gli abitanti devono rendersi conto che sono loro i primi ambasciatori della città, sono loro che devono essere fieri di essa e sono loro che devono essere i primi a promuoverla e migliorarla. Il city branding serve quindi a creare una reputazione alla città, un qualcosa che possa durare del tempo e che possa segnare un significativo cambiamento.
Per quanto riguarda il mio corso di studi, ci siamo ritrovati a dover dare una nuova immagine al territorio del Canavese. Una zona molto ampia su cui concentrarsi. Moltissimi aspetti da considerare e da analizzare, per tentare di fornire un’immagine finale che sia la somma di tutte le varie parti che vanno a comporre la zona dell’eporediese.
Ci tengo a mostrare qualche esempio di city branding “ben riuscito”, per far capire che è un progetto che non si limita, come pensano in molti, solamente al logo e a qualche pieghevole. Il city branding riguarda tutta la parte di promozione della città, quindi i manifesti, i video e ovviamente anche il logo. Uno degli aspetti principali è però quello della strategia di comunicazione. Esso infatti è fondamentale per far conoscere il nuovo naming al pubblico.
City branding città di Bari - Fonte: Il Quotidiano Italiano
Un esempio di city branding che mi è piaciuto molto e che vorrei segnalare, è quello della città di Porto, realizzato da Eduardo Aires. Egli ritiene che per ogni cittadino, Porto sia differente. Quindi, il suo obiettivo diventa dare a ogni cittadino “la sua Porto”. La città di Porto non ha bisogno di essere un singolo logo, una singola icona. Ha bisogno di essere complessità, vita e personalità.
Il sistema è ispirato alle numerosissime piastrelle blu che ricoprono molti edifici storici della città. Tutta la sua storia è raccontata in quelle “Azulejos” (Fonte: Eduardo Aires' portfolio).
City branding città di Porto - Fonte: Vimeo
Eugenia.
Cosa fa OGGI un grafico?
Mi sento quasi in dovere di trattare questo argomento perché, molto spesso il nostro lavoro è denigrato e sminuito da frasi del tipo “Ah, ma quindi fai disegnini!”, “Va beh, ma queste cose le possono fare tutti.” o ancora, “Tanto ci metti un attimo a farlo.”. Ecco, in questo post vorrei rendere chiare quali sono le mansioni di un graphic designer, quali devono essere le sue competenze e tentare di descrivere a grandi linee, il mondo della grafica e la sua correlazione con la rivoluzione digitale, di modo da rendere più comprensibile a tutti questo ampio e vasto universo.
Innanzitutto un graphic designer è un professionista che si occupa principalmente di creare oggetti visivi, intesi per essere stampati, pubblicati o trasmessi tramite i media digitali allo scopo di comunicare un messaggio al pubblico nel modo più semplice ed efficace, tramite il testo e le immagini (Fonte: Wikipedia).
Progetto sul colore, Chipp Kidd - Fonte: Huffpost
In parole povere, il graphic designer non è una persona che “fa disegni”, ma è un progettista grafico che sì, fa disegni, ma come punto di partenza per i suoi lavori. Alla base di ogni opera, di ogni progetto c’è un briefing, un’attenta analisi del campo in cui ci si sta muovendo, un lavoro di ricerca per essere preparati al meglio.
Anche se il “grafico” è conosciuto per la realizzazione di elaborati base, come biglietti da visita, pieghevoli, poster, in realtà il lavoro di un graphic designer può essere molto diversificato. Esso infatti può andare dalla grafica pubblicitaria al web design, dalla modellazione 3D all’animazione vera e propria di oggetti, dalla tipografia al packaging.
Il graphic designer inoltre è sempre a stretto contatto con il cliente, il quale (per fortuna non sempre) nolente o volente, non perde occasione per svalutare il suo lavoro.
Il decalogo delle cose da non dire mai a un grafico - Fonte: Picame
L’aiuto che dà il graphic designer al cliente che va a commissionargli degli elaborati è una disposizione di tutti gli elementi nel modo più funzionale e semplice possibile. Il grafico deve fare quel lavoro di semplificazione che porta le persone a dire “Ma questo potevo farlo anche io!”. Ritengo che, nel momento in cui il graphic designer sente questa frase rivolta ad un suo lavoro o ad un suo progetto, allora, forse, sta andando nella giusta direzione.
Ho fatto questo post non per criticare le persone che a loro volta criticano, in modo velato o meno, questa tipologia di lavoro. Ho fatto il post per far comprendere la bellezza di questa professione, tutte le sue sfaccettature che spesso non sono colte per mancanza di informazioni adeguate. Per far capire che il graphic design non è fatto solo di disegno e grafica, bensì pensiero e parole, divulgazione e riflessione, come non lo si debba considerare solo una vetrina dove mostrare la propria bravura, bensì una disciplina pensata, progettata e molto ragionata.
Ma soprattutto, ho fatto il post perché è il lavoro che farò io e ne sono fiera.
Eugenia.
Un inizio out loud
Come si può dimenticare la prima esperienza con il fantastico mondo di internet? Il mio primo computer è entrato nella mia dimora nel lontanissimo 2005. Io avevo solamente 7 anni e quella “scatola” era molto più grande di me. Ricordo mio padre iniziare ad assemblarlo e a inserirlo nei vari scompartimenti della scrivania. Ed ecco nascere, magicamente, a casa nostra quella che per me sarà “la stanzetta del computer”.
Mi ricordo che passavo pomeriggi interi in quella stanza, che era disordinatissima, perché oltre che la mia stanzetta del computer era anche la stanzetta di mia mamma, dove occultava la roba ancora da stirare.
Il primo approccio non è stato direttamente con internet, ma con i giochi del pacchetto Office già presente sul pc, come Spider, Prato Fiorito, Solitario. I miei mi avevano comprato anche un gioco di Topolino, o forse un gioco con tutti i personaggi della Disney capitanati da Topolino. Ad ogni modo, è stato il gioco più bello a cui abbia mai giocato e il fatto di non riuscire in alcun modo a ricordarmi il nome non mi fa dormire la notte.
Quando poi è arrivato internet anche nella nostra zona, ovviamente con una connessione lentissima e rumorosissima e con un modem quasi più ingombrante del computer stesso, mi si è aperto un mondo nuovo e inesplorato.
Ho iniziato usando MSN, come la maggior parte dei ragazzi della mia età. La prima cosa che ricordo, con piacere per i primi 30 secondi, poi con rabbia quando ci penso un poco di più, è che mi era venuta la brillante idea di sostituire ogni singola parola, ogni singola sillaba e ogni singola lettera con un’emoji. Quindi ogni volta che provavo a scrivere qualcosa, la parola veniva sostituita da un’orda di immagini no sense.
Ricordo poi l’evoluzione avvenuta con le mie amiche, infatti abbiamo scoperto Youtube, i video per il karaoke, ma soprattutto che al pc si potessero collegare dei microfoni. Da quel momento non oso più farmi vedere dai vicini.
Microfoni Singstar per PlayStation 2 - Fonte: Wikipedia
Ora, a 21 anni, ammetto di non essere cambiata molto. Uso internet per informarmi, per ascoltare musica, per vedere film, per studiare, ma ogni tanto qualche karaoke quando mi annoio non me lo toglie nessuno. Mi spiace per voi cari vicini, ma finchè vivrò qui vi toccherà subire la mia voce intonatissima...
Eugenia.
About Golden Ratio
Se pensi a Google, Twitter e Apple, quale elemento accumuneresti loro?
Che sono grandi players lead nella rivoluzione digitale?
Certo! Ma celano un’altra particolarità in comune: tutti i loro loghi nascono attraverso le proporzioni della sezione aurea.
Fonte: Multiplegraphicdesign
Per definizione, la sezione aurea o rapporto aureo, indica il numero irrazionale 1,6180339887... ottenuto effettuando il rapporto fra due lunghezze diverse delle quali la più grande a è medio proporzionale tra la più piccola b e la somma delle due.
Essa descrive la perfetta relazione simmetrica tra due proporzioni, grazie alla sua natura strettamente Fibonaccica, ed è stata storicamente ripresa più e più volte nel mondo dell’arte a livello di composizione per la sua armonia.
Fonte: creativebloq
Fonte: creativebloq
Perchè e come questo archetipo apparentemente mitico ha trovato e trova ancora applicazioni nel corso degli anni a livello di design con strumenti virtuali, nonostante la sequenza precisa sia irragiungibile?
Fonte: graphicdesign.stackexchange.com
Le motivazioni stanno nella corrispondenza tra i metodi grid delle composizioni e la natura stessa della golden ratio.
Il sistema grid pone su degli assi separati da rapporti matematici costanti, più o meno complessi, i molteplici elementi del flusso di lavoro grafico ed è utilizzato tanto quanto negli impaginati, quanto nei logotipi e nei siti web.
Anche se non è rappresentabile la vera perfezione matematica, la compatibilità nell’utilizzare i vari moduli aurei come griglia di base (invece che prediligere una composizione fatta da numeri di colonne e righe casuali) risulta un espediente utile ad un graphic designer, poichè inconsciamente, il cervello potrebbe continuare a percepire da anni questo senso di familiarità, secondo le neuroscienze.
Se il senso di bellezza ottenuto dalla golden ratio è veramente intrinseco al nostro genoma, è possibile che nel corso di secoli, avvenga un nuovo imprinting che condizionierà gusti delle generazioni future. Sulla base di adattamenti ai formati attraverso i quali ci vengono presentati i contenuti digitali che consumiamo in massa? Possibile.
Quanto ci piace il 16:9?
да
About Material Design
Facciamo un esperimento: per 10 secondi, apri una pagina di Youtube. Fai una ricerca su Google. Leggi quella busta dentro a Gmail. Ok, 10. Quante ombre, scorrimenti e animazioni di luci hai notato?
Probabilmente nessuna perchè ti è sembrato tutto implicitamente familiare e coerente. Questo è il successo del Material Design.
Con tale termine si descrive uno stile di Visual UI coniato da Google, dove forme piatte manifestano lo spessore della materia, chiudendo il confine tra ciò che è digitale e ciò analogico. L’illusione avviene imitando il comportamento di materiali come la carta, attraverso gradienti di ombra e luce. Questi rimandano a pieghe, tagli, o nel caso di overlay, un senso di profondità spaziale (da cui, il nome provvisorio Quantum Paper).
Fonte: Google Design, Youtube Archive (2015)
Sebbene la rappresentazione illustrata sia importante nell’interfaccia (e per essere così realistica ha implicato studi fisici, più icon set realizzati ad-hoc e colpiti da lampade in diverse inclinazioni) non è da considerarsi come unicum della ricetta vincente.
Ad essa è complementare la parte di motion graphics che mima la reazione umana del materiale UI all’input analogico dell’uomo. Questa è la vera argomentazione vincente del design: umanizzare il digitale.
Il cervello si aspetta che ci sia una correlazione immediata (un vero e proprio feedback, output animato) alla sua percentuale di pressione o di scorrimento, al pari di quella che si avrebbe con un bottone o un elemento su ruote: se trova un lag tra le due cose, la sensazione risulta spiacevole. Questo evento non sta diventando frutto di ricerca solo nell’user interface di Google, ma viene esplorato anche in altri media come il gaming, dove ogni bottone evolve in una funzionalità diversa, con una velocità in framerate sempre più calibrata al dettaglio.
Se questi progressi figurativi sembrano sorprendenti, la capacità di educare l’utente in un learn-by-doing reversibile con nuove (?) gestualità come lo swipe sembra essere il preambolo a numerose potenzialità per il futuro.
Un futuro in cui il digitale non è più un know-how arcaico, ma diventa più accessibile e intuitivo, facendo.
Fonte: Creative Studio Form, Dribble (2017)
да

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Un inizio squadrato
La mia prima esperienza sul World Wide Web risale intorno ai primi anni del nuovo secolo, 2002-2003; per rimanere nelle corde del blog, è vincolata al mondo della grafica.
Collegandomi attraverso uno di quei antichi modem electro-glitch-rave-melodici (sì, oserei definire tale il rumore che riecheggiava nella stanza e nei miei timpani ad ogni connessione) ero solito cercare su Google immagini realizzate in pixel art.
Cosa si intende con Pixel Artist? Principalmente un tipologia di artisti attivi sin dagli anni 60 che, approssimando visual in maniera minimal con il pixel, di pari passo al puntinismo, raffigura un’immagine digitale.
Non solo la semplicità di disegno tramite vari quadrati era comoda per un bambino (in termini di grado di difficoltà del lavoro); va infatti aggiunto che la diffusione del medium è stata facilitata dalla grande possibilità di creare con software comuni a qualunque macchina Windows dei tempi (parliamo del buon vecchio Microsoft Paint).
La mia prima pixel art, calcata da The Legend Of Zelda (1986) - Nintendo
Siccome la maggior parte delle pixel art era principalmente reduce di un impiego nell’era videoludica precedente alle console 64 bit come la Playstation, (nota per aver affermato invece le visual 3D nell’ambito mainstream del gaming), era inevitabile che i soggetti fossero frutto delle sessioni di gioco della mia infanzia.
Nelle communities videoludiche di periodici legati al tema, spesso dialogavano esperti che utilizzavano software tali da supportare uno scheletro di base tra un pixel e l’altro. Questo permetteva di avere un riferimento nel caso si volesse lavorare su animazioni che necessitano una pixel art per ogni frame. Tra i più diffusi senza dubbio occorre citare Paint.net, sotto-versione evoluta di ciò che ho citato in precedenza e l’iconico software grafico ‘‘canide’’ Gimp.
Ricordo che provare a scaricare uno di questi software era una sorta di lotta contro il tempo secondo il rapporto telefono:squillo=modemlento:morte. Fortunatamente Gimp me lo sono ritrovato in un CD, anni dopo.
Grazie spirito del software libero.
да
Trailer Blog by studente да.