L’alba degli scrittori viventi
In un giardino al di fuori di una biblioteca comunale fra le coordinate indecifrate di una posizione nella pianura padana, accadeva uno strano evento. Notte fonda, e la nebbia pervadeva il luogo, cosicché la visuale dell’ambiente rassomigliasse a quella guardata da dietro una cataratta. Nel buio e nella nebbia sospesa giaceva un lugubre silenzio, il quale veniva ciclicamente spezzato da calpestii maldestri dati dal rumore di deambulazioni claudicanti, di tonfi dovuti a incespichi e di versi indecifrabili pronunciati come ultrasuoni di pipistrelli che sondano l’ambiente. Non si riusciva mica a scorgere chi componesse questo quadro inquietante, quest’incubo vivido, per usare qualche eufemismo. Invisibili, ma reali: il giardino di quest’anonima biblioteca era diventato un focolaio di morti viventi che presero ad abitare il giardino, invadendolo a discapito dei vivi. Un quadro tetro, che racconta storie d’orrore, morte e distruzione. E invece no: il giardino, che non vede, non sente e non parla, esprimeva una strana felicità.
Gli zombi che ora senti bighellonare sono la reincarnazione in forma non-morta di aspiranti scrittori che presidiavano la biblioteca, lì presenti per raffinare le loro doti grazie agli insegnamenti di un professore e scrittore consolidato. Una sera, durante un giro di letture personali, lessero il racconto di questo ragazzo che agli occhi degli astanti apparve da subito un po’ strano: egli infatti non parlava, non s’esprimeva, non si muoveva, pareva non respirare, e l’unica sua forma di vita era data dalla lucentezza dei suoi occhi iridescenti e inamovibili, secchi come datteri e chiari come sabbia. Durante la lettura di un suo racconto – che parlava di luoghi oscuri resi accecanti dai troppi rumori, odori, sapori – prese a guatare coi suoi sinistri occhi i versi che componevano l’intermezzo di metà racconto, mentre il professore incominciava a pronunciarli:
oscuro il mondo
nera è l’anima,
in un coro sordo
essa gracida.
Le parole sembravano uscire dallo schermo e cambiare colore in una nauseabonda danza cangiante. La stanza pareva esalare un sospiro all’unisono, nonostante tutti fossero col fiato sospeso. Il professore sussultò. – magia nera. – disse sottovoce, guardando di sottecchi quel ragazzo, che invero ragazzo non era. Gli astanti cominciarono a sentirsi strani, e una puzza prese a fondersi alla paura collettiva. Puzza di carne andata a male, che pizzicava l’olfatto di quegli aspiranti scrittori che, inorriditi, iniziarono ad agitarsi sentendosi meno vivi a ogni ticchettio. In un battito di collera il professore si levò una scarpa e la lanciò contro quel demone, che al contatto balistico si dileguò in un fumo nero e purpureo, ma che lasciò intravedere per un’ultima, maledetta volta, quei ciechi occhi. Il prof riprese in una capriola la scarpa, nfilandosela di nuovo, e in fretta e furia chiamò in rassegna tutti i funzionari della biblioteca, facendosi scortare nella sezione “esoterismo e paganesimo”, istruendoli tosto su cosa cercare. Nella stanza attigua gli aspiranti scrittori lentamente deterioravano, rilasciando putrescina e cadaverina a ogni respiro. Pianti e abbracci s’instauravano nella camera, e tanti altri chiamavano al cellulare indefessi tutti i loro cari per dargli un probabile ultimo addio. Nessuno usciva dalla stanza, poiché il professore li ammonì di non evadere, rassicurandoli che avrebbe trovato il metodo per annullare la maledizione. – Professore, forse l’ho trovato. – disse trionfante una graziosa bibliotecaria che non lo era più così tanto, tra consunzione e miasmi. Il professore le scippò un pesante volume dalla copertina nera di mano e, freneticamente, si mise a leggere questo tomo intitolato Bafometto e le maledizioni terrestri; poi corse nella stanza dove gli aspiranti scrittori perdevano il profumo, la carne e le diottrie e disse, mentre ancora leggeva una pagina ingiallita: – anche se perderete la vista, non smetterete di vivere! Questa maledizione vi vuole morti ancor prima di morire, e l’unico modo per sollevarla dalla vostra anima è continuare a ricercare la vita. Anche se vi perdete, continuate a cercare il mondo con ciò che vi rimane. Fatelo, perché se vi lascerete andare all’anedonia data dalla maledizione, essa pervaderà finanche le vostre cervella e sarete perduti per sempre. Nemmeno il tempo di dirlo e gli aspiranti scrittori iniziarono a zombificarsi.
All’alba gli scrittori viventi girovagavano il perimetro, andando tastoni alla ricerca della vita perduta. Ciò che potevano sentire dal mondo era il freddo della nebbia che imperlava le carni corrotte, il gonfiore indotto dall’umidità che permeava i polmoni divenuti simili a quelli di un tabagista cronico, la sensazione del terreno scosceso che in realtà situava piano, ma che la loro deambulazione claudicante interpretava come accidentata. Questo era l’esterno, mentre l’interno, ovvero ciò che rimaneva della coscienza, era pervaso da due echi: uno diceva di “lasciar andare”, l’altra diceva di “restare aggrappato”. Il mondo, per gli scrittori viventi, era divenuto buio. Eppure, grazie all’eco che supplicava di tenere duro, pian piano riprendeva luce. Luce che si propagava dagli odori, dai suoni, dalle sensazioni tattili. Il cancello madido di nebbia condensata che pareva gelatina; i ramoscelli e le propaggini che accarezzavano con pungente destrezza le carni morte e gli occhi inutilizzabili; I rumori dovuti all’esplorazione, che si differenziavano in base a ciò che gli altri scrittori viventi calpestavano o sbattevano contro; l’odore cadaverico che veniva annullato dalle folate di vento di umida frescura, trasportando seco il profumo terreno di alberi spogli che, proprio come gli zombi, vivevano il mondo ciecamente, in foggia non morta. In questa loro ricerca della vita perduta successe qualcosa d’inaspettato. Il giardino della biblioteca, che da tempo immemore veniva guardato dalle persone che frequentavano la struttura, o dai passanti che passeggiando dinanzi lanciavano sguardi disinteressati, non s’era mai sentito guardato veramente. Uno crede che per guardare qualcosa basti vederla. Non è così: la vista è solo una parte che compone le molteplici prospettive che compone la realtà, e vederla – letteralmente – solo tramite gli occhi è come osservarla in forma sbiadita, come dietro una cataratta. Il giardino della biblioteca, sentendosi finalmente osservato dagli agenti dell’osservazione, ossia gli umani, cominciò a esalare dal terreno onde su onde di propagazione divina – ultraterrena. Queste onde venivano assorbite dagli scrittori viventi che, perpetuando la propagazione di queste onde di pura vita nei loro corpi in decomposizione, cominciarono a sentirsi meglio, e in un processo di restaurazione le carni e le funzioni degli scrittori viventi ritornarono ai corrispettivi proprietari.
Fra pianti e abbracci, dati dalla gioia di chi ha avuto paura di perdere tutto, gli aspiranti scrittori impararono una lezione importantissima quel giorno: d’ora innanzi avrebbero frequentato altri corsi tipo punto croce o lavorazione del legno, ma mai più corsi di scrittura creativa, ché c’era il rischio di rimetterci la pelle, per poco.













