Mabbonath, Zyz, Panormos, Panormus, Balarm, Palermo.
Nome dopo nome, strato dopo strato, secolo dopo secolo.
Città porto, città regia, città nobile, città barocca, città del genio.
Ma per me resterà sempre la città degli addii.
Perché non credo esista un palermitano che, almeno una volta nella vita, non abbia pensato di andarsene. Anche solo per un momento. Anche solo per stanchezza.
È un pensiero che arriva piano e che non fa rumore. Spesso nasce dalla rabbia. Ma non sempre. A volte nasce da una somma di piccole cose: occasioni mancate, attese troppo lunghe, promesse che restano sospese. E allora, quasi senza accorgertene, cominci a immaginarti in un’altra vita, in un altro posto.
Non è ancora una decisione. È un’ipotesi. Ma è già un addio.
C’è chi quell’addio lo pronuncia davvero e va via. Cambia città, lingua, ritmo. Portandosi dietro Palermo come una ferita che ogni tanto si riapre in un odore, in una parola, in una luce che altrove non è mai uguale.
E poi c’è chi resta.
Che sembra il contrario, ma non lo è.
Perché restare, qui, non è mai una scelta neutra. Chi resta, prima o poi, quell’addio l’ha attraversato comunque. L’ha pensato, l’ha sfiorato, forse l’ha anche preparato e poi, per qualcosa che non riuscirà mai a spiegare del tutto, è rimasto.
E allora, ecco che succede una cosa strana: in questa città convivono partenze e permanenze che si somigliano più di quanto sembri. Chi parte non se ne va mai del tutto. Chi resta, in qualche modo, non resta mai completamente.
Palermo, Zyz, Balarm… eccola la mia città, che insegna a trattenere e a lasciare nello stesso momento. A voler bene sapendo che qualcosa, prima o poi, si affievolirà, si allontanerà… e si staccherà. Ad amare con la valigia pronta.
Eccola Palermo, eccola la Città degli Addii. Dove vivono persone che salutano senza spostarsi di una passo, e persone che partono senza riuscire davvero a dire addio.
(Ignazio Rasi)


















