“L’arte è uno stato d’incontro”[1] Spazio pubblico relazionale: gli interventi partecipati di (Come) Achille, di Carla Capodimonti
All’interno di un sistema in cui si stabiliscono delle relazioni, nasce e si codifica l’intera opera di (Come) Achille: un lavoro di arte condivisa e necessariamente in divenire.
La sua ricerca parte dalla “strada”, che egli identifica come luogo fisico dove poter comunicare il suo pensiero su grandi superfici a un pubblico esteso, per evolvere nel tempo sulle relazioni che si stabiliscono tra individui in quel determinato ambiente.
Individuando lo spazio pubblico come contesto ideale nel quale interagire e creare uno scambio costruttivo sempre stimolante, l’artista dà vita a un processo creativo - o opera condivisa - che supera ogni pretesa di monumentalità. Avvalendosi delle metodologie partecipative, egli chiama “il pubblico all’azione e attraverso l’arte alla presa di coscienza delle logiche a cui è sottoposto lo spazio in cui vive.”[2]
L’opera d’arte elude la tradizionale musealizzazione, e diventa una creazione condivisa tra più attori, un lavoro responsabile di partecipazione che instaura relazioni nuove; essa diviene atto di resistenza a regole sociali ingiuste, che non rispecchiano i bisogni dei cittadini, immettendo all’interno del contesto urbano una sorta di messaggio condiviso, che contribuisce ad attivare una coscienza critica civile. “L’opera d’arte non è uno strumento di comunicazione. Non ha niente a che fare con la comunicazione. Non contiene in senso stretto la benché minima informazione. In compenso, c’è una fondamentale affinità tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza. Questo si. Essa ha qualcosa a che fare con l’informazione e con la comunicazione solo in quanto atto di resistenza.”[3]
Luogo ideale di produzione di una partecipazione sociale specifica, l’arte suggerisce possibilità alternative a quelle in vigore: una rivoluzione silenziosa, che pone l’accento sul processo piuttosto che sull’oggetto e origina una rilettura critica delle tematiche collettive.
“Quei magnifici monumenti al valore civile, ai caduti delle guerre, agli eroi della patria, agli uomini di cultura che popolano le nostre piazze attraversate da cittadini distratti e residenti, in gran parte non nativi dei luoghi, sono diventati invisibili e quando ci accorgiamo della loro presenza i loro nomi, le loro vicende ci appaiono un opaco ricordo di un mondo che fu.”[4] Non solo: gli interventi condivisi di (Come) Achille determinano nuovi modi d’azione all’interno della realtà vigente, mirando a modificare non esclusivamente la percezione dei luoghi ma piuttosto delle dinamiche e dei rapporti che in questi spazi da sempre e inconsapevolmente si creano. L’incontro e il dialogo con il pubblico diventano così il passaggio fondamentale per la nascita di un confronto attivo e di nuove narrative che rifiutano la contemplazione passiva:
“le opere non si danno più come finalità quella di formare realtà immaginarie o utopiche, ma di costituire modi d’esistenza o modelli d’azione all’interno del reale esistente, quale che sia la scala scelta dall’artista.”[5]
[1] Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, 2010, Milano, Postmedia Books, p. 17.
[2] Maria Giovanna Mancini, L’arte nello spazio pubblico. Una prospettiva critica, 2011, Salerno, Plectica Editrice, p. 71.
[3] Gilles Deleuze, Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995, 2010, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, p. 265.
[4] Anna Detheridge, Arte e rigenerazione urbana in quattro città italiane, in Carlo Birrozzi e Marina Pugliese (a cura di), L’arte pubblica nello spazio urbano”, 2007, Milano, Bruno Mondadori Editori, p. 39.
[5] Nicolas Bourriaud, op. cit., p. 13.