Non era il post che stavo preparando, sono diventati punto di accumulazione un discorso franco e pacato con un’amica sul senso della vita ed un post che mi ha lasciato molti pensieri inespressi, penso sia meglio caricarne il peso qui, invece di sporcare con un commento quelle pagine che hanno un senso di magia leggera, primaverile. Contro tempo e contro stagione questi sono pensieri onerosamente invernali.
Ho parafrasato il titolo della poesia di Andrea Gibson dal titolo “Ogni volta che ho detto di voler morire” è una poesia di speranza, non ha il sincretismo e forse il lato cinico (secondo il pensiero di Antistene, e poi di Diogene di Sinope) dei miei pensieri.
Ci sono volte nelle quali ho pensato di voler morire, non per odio verso la vita, ma per un eccesso di gravità, che è in fondo il nemico che combatto per mestiere. Vivo in modo ricorsivo quella sensazione di essere diventato improvvisamente troppo solido, troppo rigido, troppo convinto di dover stare in piedi sotto il peso di una nevicata che non accenna a smettere. Quando esterno queste considerazioni trovo immancabilmente qualcuno che mi dice: non è giusto, o peggio ancora: è proibito. Vorrei capire da dove nasce questa proibizione.
Benvenuti di nuovo qui, tra le righe di questo spazio che è sempre stato un tentativo di dar voce a quel silenzio che pratico troppo spesso. Oggi vorrei parlarvi di quella strana tentazione della fine che, paradossalmente, è l’unico momento in cui inizio a possedere davvero l’inizio.
La lezione del giardino d'inverno
C'è una storia antica, che arriva dal Giappone più precisamente dal pennello di Akiyama Shirobei Yoshitoki (秋山四郎兵衛義時), medico e marzialista, che profuma di resina e ghiaccio. Racconta di una tempesta di neve, una di quelle che non lasciano scampo. In un giardino stavano una quercia e un salice. La quercia era magnifica. Forte, fiera, con i rami muscolosi tesi contro il cielo. Guardava la neve cadere e decideva di opporsi. Diceva: "Io non mi piegherò". Accumulava i fiocchi sulle sue braccia legnose, sfidando il gelo con la pura forza della sua fibra. Ma la neve è silenziosa e costante. A un certo punto, il peso diventò eccessivo. Un crepitio secco, uno schianto, e il ramo della quercia si spezzò, lasciando una ferita inguaribile nel tronco. Il salice, invece, osservava la stessa neve. Ma i suoi rami erano sottili, flessibili, quasi privi di quella superbia minerale della pianta vicina. Quando la neve si accumulava su di lui, il salice non lottava. Semplicemente, cedeva. Si piegava verso terra, lasciando che il carico scivolasse via per gravità, per poi tornare a scattare verso l’alto, scarico e intatto.
Spesso, quando penso di voler morire, è perché sto cercando di essere quercia. Sono convinto che la dignità risieda nella resistenza, nell'irrigidimento del cuore contro il dolore. Penso che "essere forti" significhi non flettere mai, non arrendersi, ma il mio mestiere me l’ha insegnato: tutto si piega, e quello che lo fa meno è destinato ad andare in pezzi rumorosamente.
Ho un ricordo lontano di quando ho vinto dopo un concorso di cultura aeronautica il corso per brevettarmi pilota di volo a vela a Guidonia, ed ho visto nel primo volo le ali del mio aliante piegarsi in maniera impressionante, ma calcolata, per resistere alla spinta dell’aria, oltre ai numeri amici c’era una dimostrazione visibile che piegarsi può essere salutare. La vita non credo sia una estenuante prova di forza bruta: è una danza di adattamento; più precisamente un 乱取り. La cedevolezza non è debolezza: è l'intelligenza della sopravvivenza. È capire che per non rompersi bisogna, talvolta, lasciarsi andare verso il basso senza opporre resistenza, assecondando forze ostili, la gravità, come in una 受身.
Il possesso della fine
Voglio dirlo chiaramente come all’amica con la quale parlavo non molte ore fa, senza i filtri del perbenismo, totalmente distante dalla visione cattolica e perfino dal codice penale che prevede reato in caso di assistenza al suicidio: la vita ci appartiene esattamente quanto la morte. C'è una libertà vertiginosa in questo pensiero. Se sono io a possedere il diritto di andarmene, allora ogni istante in cui resto diventa una scelta consapevole, non una condanna inerziale.
Troppo spesso mi accorgo di vivere come se fossi ostaggio della mia propria esistenza. Ma se ci riappropriamo dell'idea che la porta è sempre socchiusa, come socchiuso è un 円相, allora restare nella stanza acquista un valore nuovo. Decidere di vivere, nonostante il peso della neve, è l'atto di sovranità più alto che un essere umano possa compiere. Siamo noi i padroni del nostro "esserci". E in questa padronanza risiede la fine della paura. Perché se possiedi la tua morte, non hai più nulla da temere dalla vita. Se la vita mi è stata offerta come un dono, allora posso disporne come meglio credo, contrariamente all’ossimoro cattolico che il suicidio è peccato. Libera interpretazione del comandamento לֹא תִּרְצָח (in ebraico) Οὐ φονεύσεις (in greco) si riferisce letteralmente all'omicidio intenzionale e ingiustificato di un altro essere umano e non nomina il suicidio. In fondo anche Gesù è andato volontariamente verso una morte che avrebbe potuto (dovuto?) evitare, consegnandosi con meravigliosa cedevolezza.
Il senso come servizio: l'estinzione dell'io
Ma allora, perché restare? Perché scegliere la flessibilità del salice invece del definitivo silenzio del gelo? La risposta, del tutto personale, (non ho ambizioni di predicatore), per quanto possa sembrare anacronistica in questo secolo dell'iper-individualismo, risiede nel concetto di servizio. Un oggetto che non serve a nulla è destinato al dimenticatoio. Una vita che guarda solo a sé stessa, che si ripiega ossessivamente sul proprio ombelico e sui propri traumi, finisce per implodere.
Perché la vita abbia senso, deve essere spesa. Deve essere "consumata" per qualcosa che non siamo noi. Deve aumentare al minimo l’entropia del metabolismo usando al meglio l’intelligenza che ci è concessa. Non parlo necessariamente di grandi eroismi, ma di quella tensione quotidiana verso l'altro, verso un'opera, verso una bellezza che ci trascende. Il salice non si piega solo per salvarsi: si piega per poter continuare a offrire ombra in estate, per permettere agli uccelli di nidificare tra i suoi rami alla prossima buona stagione.
Quando sposti il baricentro da "cosa la vita deve dare a me" a "cosa io posso offrire alla vita", il peso della neve diventa improvvisamente gestibile. Servire qualcosa - una causa, un amore, una cura, persino un’arte - è l’unico modo per non essere schiacciati dal peso del proprio "io". L'io è una quercia pesante; il servizio è la linfa che rende il ramo flessibile.
Ogni volta che ho pensato di voler morire, ho poi capito che volevo solo che morisse quella parte di me che non sapeva piegarsi. Volevo che finisse la rigidità, non l'esistenza. Non ho mai sentito morire la dignità, perché allora sì, allora trova un senso perfetto chiudere l’avventura terrena e a seconda del credo lasciare ai posteri, i pensieri, la resurrezione, la reincarnazione.
Quindi, lascio che nevichi. Lascio che il mondo depositi su di me i suoi pesi più scuri. Non mi irrigidisco, ascolto i precetti di Jigoro Kano e di Morihei Ueshiba. Cedere, lasciare scivolare, e poi tornare a guardare il cielo come nel 天地投げ. Finché avrò qualcuno da servire, una bellezza da proteggere o un briciolo di luce da riflettere o dalla quale farmi attraversare, sentirò di possedere un motivo per scegliere, ancora una volta, di restare, ma attenzione per una scelta personale non per un dovere coatto, basato su leggi umane o divine. Al contrario se (citando Leopardi) A me, se di vecchiezza, la detestata soglia evitar non impetro, quando muti questi occhi all’altrui core, e lor fia voto il mondo, e il dì futuro del dì presente più noioso e tetro… Soprattutto se dipendere da persone, e macchine per prolungare in modo agonico un inutile rosario di giorni senza traccia, allora (uso una parola forte ma sincera) "Pretendo" il libero arbitrio di poter decidere quando scrivere la parola fine della mia vita, con la mia volontà.
Senza retorica e senza ironia alcuna, ma con un grande e sereno sorriso, Buona Pasqua :)