La Legge di Zipf, gli Haiku e Python: il Codice Segreto che Governa le Lingue degli Uomini
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La Legge di Zipf, gli Haiku e Python: il Codice Segreto che Governa le Lingue degli Uomini

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Riflessioni sull’Intelligenza Umana: delle Sinapsi, Navigazioni e ricerca della Poesia
Entropia dell’Essenza e delle Variabili Nascoste: Elogio del Mottainai
Ho pubblicato un nuovo post dal titolo: L'Entropia del Rumore e la Singolarità del Presente https://zallazero.altervista.org/lentropia-del-rumore-e-la-singolarita-del-presente/
Ho pubblicato un nuovo post all'indirizzo: https://zallazero.altervista.org/rehu-moana-una-nuova-isola-per-il-popolo-libero/

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Non ce la faccio a scrivere lo stesso post in tre indirizzi diversi. Bene Libero ha i giorni contati, ma sono comunque troppi. Da oggi lascio qui una breve nota per dire che ho scritto un nuovo post:
Aloha
Frequentavo molto tempo fa le BBS dove la gratuità era il senso di appartenenza, così per chi fosse interessato metto a disposizione i miei appunti sulle operazioni condotte per il trasferimento integrale del blog da Libero, circa 660 post, impiegando codice Python, ho fatto una doppia copia una su Altervista l'altra qui. Se qualcuno è interessato li offro di cuore con una precisazione che deriva dalle esperienze delle BBS, tutto il contenuto è copyleft, per il tempo che ho a disposizione non posso però assistere personalmente chi riscontrasse problemi o affrontasse per la prima volta esecuzione di codice. Preciso che per arrivare in fondo al trasferimento è necessario: --> Copiare testo da un file PDF, eventualmente facendo la conversione per meglio copiare i listati (ma per chi insiste un RTF si può fare facile) --> Sapere installare un programma --> Scrivere un file con blocco di testo o cose più sofisticate e rinominarlo --> Essere dotati di pazienza superiore alla norma, soprattutto su Tumblr che non accetta caricamenti di più di 250 post al giorno. Tutto qui, chi è interessato può mandarmi un messaggio, a tutti quanti un saluto ed un sorriso. Ancora un grazie riconoscente a Cassetta :) PS se qualcuno sa come dare priorità a questo messaggio e lo ritiene meritevole, mi fa un favore, conosco poco l'ambiente. :)
A chi non sa far nulla, ogni strumento è nemico
𓂋𓂝𓎡 (Re-ken): "Non sapere", "ignorante". 𓈖𓆓𓃀𓍢𓂉𓏥 (Ndj-ebet): "Strumento", "lavoro". 𓄿𓂋𓆑𓏏𓇋𓏏𓍑𓀐 (Ar-hef-ti): "Nemico", "avversario". Interpretazione pittografica L'uomo che non sa (Determinativo: uomo seduto/ignorante) Lo strumento (Il geroglifico dell'ascia/piede che indica il fare/lavoro) È [un] nemico (Determinativo del nemico o dell'ostilità: 𓀐)
Questo messaggio avvisa che entro un mese la Community di Libero.it chiuderà i battenti, questa è la mail che ho sentito di indirizzare al Servizio clienti e centro assistenza della piattaforma: Leggo con non poca incredulità l'annuncio che verranno chiusi tutti i servizi della Community. Leggo ancora che il tempo per salvare il salvabile di questa barca che affonda è praticamente di poco più di un mese. Superato lo sconcerto come utente dal 2008 di un blog ed ancora prima dei servizi di Chat ed affini, parte la prima domanda: Davvero bastano poche righe senza alcuna spiegazione doverosamente dettagliata sui motivi di tale scelta? Neanche nei film più cinici di Hollywood si assiste a tanta fredda indifferenza: si chiude, grazie... basta così? Ma il rispetto per le migliaia di persone che hanno affollato e vogliamo dirlo arricchito le tasche dell'organizzazione con inserti pubblicitari ed altre menate dove lo mettete? Al posto del cuscino sul quale sedete? Sopportate per lungo tempo le incapacità tecniche di risolvere errori, evidenti anche nella proposta (peraltro doverosa per legge) di un Backup, in quanto proprietà intellettuale di ciascun utente, ci sono buchi enormi. Sono autore del Blog citato in indirizzo nel quale sono presenti in link immagini esterne provenienti dalla rete per le quali dovrei essere io a fare lo scarico. Aumentando con le difficoltà: nel blog sono presenti in embedd video che provengono da Youtube, di questi nemmeno il link? Bisogna essere almeno esperti di HTML per andare a leggerselo nel sorgente. I tag che servono alla navigazione non si vedono più. Ma dove siete andati a raccogliere i "programmatori" che hanno creato questo sistema di BU con una pigrizia che rasenta l'incapacità a scrivere codice. La sofferenza non è tanto per me, ho insegnato informatica 10 anni in un liceo, ho scritto libri sui linguaggi di programmazione, e so quindi programmare; il BU ce l'ho a prescindere, ma tanti utenti della Community non sono così abituati a sopperire alle negligenze del System Manager e dei suoi adepti. Capisco che, come dice Buffon, ci sono persone che hanno un barattolo al posto del cuore, ma per chi la frequenta questa è una famiglia e i guai di uno sono i triboli di tutti. Ultima curiosità è vedere se qualcuno ha voglia di offrire una risposta compiuta alle mie domande non un trafiletto stile Microsoft, ma delle parole da persona a persona, come quelle che qui hanno abitato per molti decenni. Distinti saluti, [Lettera firmata] Una nota personale infine: in questo blog che va a morire ho già raccontato che sono un ingegnere e collaboro con la Pro-Ing (https://www.pro-ing.org/wp/). Sono stato spesso sullo scenario di località post terremoto, dove la gente ha perso casa (spesso molto di più) e guarda con poca speranza al domani. In questi casi il supporto tecnico è niente rispetto al conforto del cuore che urge molto di più. Come in questi casi al saluto di congedo, che è un arrivederci, replico con assoluta convinzione che vale come una promessa:
RICOSTRUIREMO!
Un abbraccio e un ringraziamento speciale a tutti quelli che hanno costruito con me questa casa e l'hanno abitata... ed ancora un sorriso :) Max
Angelo Branduardi - Il Denaro dei Nani
Elogio del Libero pensiero: Galileo Galilei e Giordano Bruno
In molti fanno festa oggi, per me è un giorno come gli altri se non fosse che il telefono non squilla per lavoro, ho più tempo quindi per i miei pensieri. 0 Premessa In matematica, 0 elevato a 0 è una forma indeterminata. È un'espressione che sfugge a una definizione univoca e rassicurante, un paradosso che costringe al confronto coi limiti delle nostre certezze e si coniuga con l'infinità delle possibilità. Adotto questa metafora per descrivere la natura del pensiero umano: un'entità che, partendo dal nulla della nostra ignoranza (lo zero della base), cerca di elevarsi verso l'assoluto (lo zero dell'esponente), generando non una risposta statica, ma un'infinita serie di interrogativi e di possibili risposte. Oggi voglio affrontare un tema pulsante in vari ritmi dentro di me e conseguentemente anche in questo blog: un elogio alla libertà di pensiero. E per farlo, dobbiamo esplorare uno dei conflitti più affascinanti, sanguinosi e complessi della storia umana: il secolare scontro e il faticoso tentativo di dialogo, tra la Chiesa cattolica ed il pensiero scientifico. Voglio farlo analizzando il sacrificio di chi ha pagato con la vita e con l'esilio la propria coerenza intellettuale, due figure emblematiche sono Giordano Bruno e Galileo Galilei, confrontando le loro visioni con le moderne scoperte scientifiche e con i tentativi mai riusciti della Chiesa di ricucire questo strappo, in particolare attraverso l'enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II. Si tratta in sostanza di un altro polpettone, peraltro descritto per ordine numerale come sono abituato a fare nelle mie consuete relazioni professionali, dato che oggi vivo un giorno feriale. Io ho avvisato :) 1. L'Elogio del Dubbio contro l'Assolutismo del Dogma La libertà di pensiero non è semplicemente il diritto di dire ciò che si vuole; è un'esigenza ontologica. È il motore che permette alla civiltà di non ristagnare nell'oscurantismo. La differenza fondamentale tra il pensiero scientifico e il dogma religioso risiede nel loro rapporto con la Verità. Per il dogma, la Verità è un punto di partenza. È rivelata, immutabile, scritta in testi sacri e custodita da un'autorità terrena (la Chiesa) che ne detiene il monopolio interpretativo. Il dubbio, in questo schema, è una tentazione, un peccato di superbia, un allontanamento da Dio. Per la scienza, al contrario, la Verità è un orizzonte asintotico. Non si possiede mai del tutto; ci si avvicina per tentativi ed errori. Il metodo scientifico eleva il Dubbio a strumento di indagine primario. Niente è sacro, tutto è falsificabile. È proprio in questa divergenza metodologica che si è consumata la frattura storica tra Roma e i pionieri della scienza moderna. La Chiesa medievale e rinascimentale non poteva tollerare che la conoscenza del mondo naturale prescindesse dalla teologia, perché se il cosmo non obbediva più alle Scritture, crollava l'intera impalcatura del potere temporale e spirituale. 2. Giordano Bruno: Il Martire dell'Infinito Cosmico Se c'è un pensatore che incarna l'essenza di questo pensiero, l'uomo che ha guardato l'infinito e si è rifiutato di abbassare lo sguardo, quello è il nolano Giordano Bruno. Il 17 febbraio del 1600, a Roma, in Campo de' Fiori, la Chiesa Cattolica bruciò vivo uno dei più grandi intelletti della storia europea. Gli misero la mordacchia prima di accendere il rogo, perché fino all'ultimo respiro Bruno si rifiutò di abiurare, preferendo il silenzio imposto alla negazione delle sue idee. Celebre è la sua frase ai giudici dell'Inquisizione, guidati da Roberto Bellarmino: "Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla". Giordano Bruno non era un semplice eretico teologico; era un visionario cosmologico. Mentre il mondo accademico ed ecclesiastico era aggrappato al rassicurante sistema aristotelico-tolemaico (la Terra immobile al centro, circondata da sfere celesti cristalline e finite), Bruno abbracciò l'eliocentrismo di Copernico, ma lo spinse in modo radicale verso conseguenze che lo stesso Copernico non aveva osato immaginare. Nel suo De l'infinito, universo e mondi, Bruno teorizzò che l'universo fosse infinito. Se Dio è infinito – ragionava – non può aver creato un universo finito. Ma l'implicazione scientifica e filosofica fu devastante: se l'universo è infinito, non esiste alcun centro. La Terra non è speciale. Il Sole non è speciale. Le stelle che vediamo di notte non sono buchi in un cielo di cristallo, ma altri soli, attorno ai quali orbitano altri pianeti ("innumerevoli mondi"). 2.1 La rivincita di Bruno alla luce della scienza moderna Leggere Bruno oggi fa venire i brividi. La Chiesa lo bruciò perché un universo infinito con innumerevoli mondi abitati minava alla base l'unicità dell'incarnazione di Cristo: se ci sono altri mondi, Cristo è dovuto morire infinite volte su infiniti pianeti per redimere infinite umanità? Un cortocircuito teologico inaccettabile. Eppure, la scienza moderna ha dato a Giordano Bruno una clamorosa e totale rivincita. Nel 1995, gli astronomi Michel Mayor e Didier Queloz hanno scoperto 51 Pegasi b, il primo esopianeta in orbita attorno a una stella simile al Sole. Oggi, grazie a telescopi come Kepler e James Webb, sappiamo che esistono miliardi di esopianeti solo nella nostra galassia. Sappiamo che l'universo osservabile ha un diametro di 93 miliardi di anni luce e che, quasi certamente, si estende molto oltre, forse all'infinito, forse sotto forma di Multiverso. Bruno non aveva un telescopio. Aveva solo l'intuizione, la logica e una sfrenata libertà di pensiero. Il suo rogo rimane una macchia indelebile, e non è un caso che, a differenza di Galileo, la Chiesa non abbia mai riabilitato formalmente Giordano Bruno. La sua filosofia panteista e il suo cosmo decentralizzato rimangono, ancora oggi, teologicamente troppo eversivi. 3. Galileo Galilei: Il Libro della Natura Scritto in Matematica Se Bruno fu il filosofo dell'infinito, Galileo Galilei fu l'ingegnere del metodo sperimentale. Il suo scontro con la Chiesa non fu sulle speculazioni dell'infinito, ma sui nudi e crudi dati empirici. Galileo puntò il cannocchiale (che aveva perfezionato) verso il cielo e distrusse in pochi mesi secoli di dogmi aristotelici. Vide i crateri sulla Luna (provando che i corpi celesti non erano sfere perfette e incorruttibili). Vide le macchie solari. E, soprattutto, vide i satelliti medicei orbitare attorno a Giove. Quest'ultima fu la prova schiacciante: esistevano corpi celesti che non orbitavano attorno alla Terra. Il geocentrismo era falso. La reazione della Chiesa fu di feroce chiusura. Il problema, ancora una volta, era il monopolio della Verità. Nelle famose lettere copernicane (in particolare quella a Madama Cristina di Lorena), Galileo tentò un'operazione di salvataggio diplomatico e intellettuale geniale. Coniò un principio di separazione dei magisteri che è la base della laicità moderna: affermò che esistono due libri scritti da Dio. Il Libro delle Scritture, scritto in linguaggio allegorico per farsi comprendere dal popolo semplice e che ha come scopo la salvezza dell'anima; e il Libro della Natura, scritto in caratteri matematici ("triangoli, cerchi, et altere figure geometrike"), che risponde solo all'osservazione rigorosa. La sintesi galileiana era perfetta: "L'intenzione dello Spirito Santo è di insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo". Ma l'Inquisizione non poteva accettare che un matematico dicesse ai teologi come interpretare la Bibbia. Nel 1633, vecchio e malato, Galileo fu costretto all'abiura sotto minaccia di tortura. Il suo "E pur si muove", leggendario o reale che sia, è il grido soffocato della ragione che sa di avere ragione, indipendentemente dai tribunali umani. 3.1 La rivincita di Galileo Anche per Galileo la storia ha emesso la sua inappellabile sentenza. La fisica newtoniana prima, e la relatività generale di Einstein poi, hanno dimostrato come l'universo sia governato da leggi matematiche precise. L'abiura di Galileo rallentò lo sviluppo scientifico in Italia, spostando il baricentro della ricerca verso il Nord Europa (dove l'influenza dell'Inquisizione era assente), dimostrando storicamente che dove muore la libertà di pensiero, muore anche il progresso, persino quello economico e tecnologico. 4. Fides et Ratio: Il Tentativo di Sintesi della Chiesa Moderna Dobbiamo fare un salto in avanti di quasi quattro secoli per analizzare come la Chiesa ha cercato di sanare questa ferita. Il 31 ottobre 1992, Papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła) riconobbe formalmente gli errori commessi dal tribunale ecclesiastico nel caso Galileo. Fu un passo storico, sebbene tardivo, che ammetteva che Galileo, teologicamente, ci aveva visto più lungo dei suoi inquisitori. Ma è nel 1998, con la pubblicazione dell'enciclica Fides et Ratio (Fede e Ragione), che Giovanni Paolo II tenta la più ambiziosa sistemazione filosofica del rapporto tra pensiero scientifico e dogma. L'incipit dell'enciclica è tra i più poetici mai scritti in un documento papale: "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità." Il testo è, a tutti gli effetti, un documento di grande levatura intellettuale. Wojtyła, da fine filosofo, riconosce l'autonomia della ricerca scientifica e filosofica. Mette in guardia la Chiesa dal fideismo cieco (la fede senza ragione diventa superstizione) ma, contemporaneamente, sferra un attacco durissimo al pensiero moderno e post-moderno. Il Papa accusa la modernità scientista di essere caduta nel nichilismo e nel relativismo: avendo rifiutato l'Assoluto, l'uomo moderno si è ridotto a studiare solo il frammento, perdendo il senso dell'intero. La tesi di Fides et Ratio è che la ragione, da sola, prima o poi si accartoccia su se stessa. Ha bisogno della Rivelazione per porsi le domande "ultime" (Chi siamo? Da dove veniamo? Che senso ha il dolore?). 4.1 La Filosofia come "Ancilla Fidei" (ma con dignità) L'enciclica cerca di restaurare la filosofia metafisica. Giovanni Paolo II scrive che la filosofia non è una scienza nel senso moderno (empirico), ma è una scienza nel senso classico: una ricerca rigorosa delle cause prime. La Scienza è particolare: studia settori specifici della realtà (biologia, fisica, chimica). 4.2 La Filosofia è universale: studia la totalità dell'essere La Chiesa predilige la ragione filosofica perché essa funge da "ponte". La fede non può dialogare direttamente con una formula chimica, ma può dialogare con un concetto filosofico (come quello di "persona" o di "causa"). Se riduciamo la ragione a puro calcolo sperimentale, il dialogo con la fede muore per mancanza di un linguaggio comune. 4.3 Il Paradosso del "Metodo": Dove Fides et Ratio si scontra con la Scienza Qui arriviamo al cuore della mia osservazione: la filosofia non è una scienza sperimentale. Questo è il punto di rottura. L'assenza di Falsificabilità: La ragione filosofica sostenuta dal Papa è una ragione che cerca conferme a verità già intuite o rivelate. La scienza sperimentale, invece, vive di falsificabilità (Popper): una teoria è scientifica solo se può essere smentita dai fatti. La filosofia metafisica non può essere smentita da un esperimento, il che la rende "sicura" per la teologia, ma "irrilevante" per il progresso tecnologico. 4.4 L'Autonomia della Ragione Galileo sosteneva che se un'osservazione sperimentale contraddice una tesi filosofica o teologica, è la tesi a dover essere rivista. Fides et Ratio ribalta parzialmente questo schema: suggerisce che se la ragione arriva a conclusioni che negano la fede (nichilismo, materialismo), allora quella ragione è "malata" o ha commesso un errore logico. 4.5 Il Limite della Metafisica nel XXI Secolo Mi sono posto così una domanda provocatoria: è ancora possibile separare così nettamente filosofia e scienza? Oggi la fisica teorica (meccanica quantistica, cosmologia del Big Bang) fa affermazioni che una volta erano puramente filosofiche. Quando Hawking parlava dell'origine dell'universo dal "nulla" quantistico, stava facendo scienza o filosofia? Forse allora era sul confine labile di una intuizione, oggi quel bordo è superato ed è diventato conoscenza. La posizione della Chiesa è un'indebita invasione di campo quando vuole parlare di scienza deve restare nei limiti del misurabile anche se i confini del misurabile si spostano continuamente. Quello che ieri era "mistero metafisico" (la vita, la coscienza, l'origine del cosmo), oggi è oggetto di analisi biochimica o astrofisica. 5. La Scienza Contemporanea e i Nuovi Orizzonti della Libertà Oggi il campo di battaglia tra dogma e libertà di pensiero si è spostato. Le moderne scoperte scientifiche non minacciano più solo la geografia dei cieli, ma la definizione stessa di "umano". L'ingegneria genetica, l'intelligenza artificiale, la meccanica quantistica e la teoria delle stringhe pongono interrogativi vertiginosi. La fisica quantistica, ad esempio, ci ha svelato un universo microscopico dove regna il principio di indeterminazione di Heisenberg: una realtà probabilistica, dove nulla è assolutamente certo finché non viene osservato. L'universo non è un orologio meccanico prevedibile, come pensavano nell'Ottocento, ma un tessuto vibrante di probabilità. Di fronte a queste frontiere, il pensiero religioso spesso reagisce con la bioetica conservatrice, cercando di porre veti (pensiamo al dibattito sulle staminali, sul fine vita, sull'identità di genere). La Chiesa tenta di riproporre il proprio magistero morale, avvertendo (non sempre a torto) dei rischi di una "tecnocrazia" sorda all'etica. Eppure, l'eredità di Bruno e Galileo ci insegna che imporre un veto dogmatico all'avanzamento della conoscenza è sempre fallimentare nel lungo periodo. L'etica non deve essere una gabbia imposta dall'alto tramite dogmi indimostrabili, ma deve evolvere insieme alla ragione, attraverso un dibattito laico, filosofico e, soprattutto, libero. 6 Conclusione: Il Dovere dell'Eresia Sono arrivato alla fine di questa riflessione, cosa ci portiamo a casa dai roghi del Seicento e dalle encicliche del Novecento? Ci portiamo la consapevolezza che la libertà di pensiero non è una conquista acquisita per sempre, ma un muscolo che va allenato ogni giorno. Ieri i dogmi erano imposti dall'Inquisizione; oggi le nuove inquisizioni possono assumere forme diverse: il conformismo del pensiero unico, gli algoritmi dei social media che ci rinchiudono in camere dell'eco, l'intolleranza verso le opinioni divergenti o il politicamente corretto estremizzato che agisce come una nuova censura. Il monito di Giordano Bruno bruciato per aver immaginato mondi infiniti, e di Galileo processato per aver guardato in un tubo di vetro, è più vivo che mai. Essere intellettualmente liberi significa avere il coraggio di essere "eretici" (dal greco αἵρεσις che significa originariamente "scelta"). Significa scegliere di dubitare, di studiare, di fare domande scomode. La Chiesa, con Fides et Ratio, ha fatto un passo enorme riconoscendo la dignità della Ragione, ma noi dobbiamo avere l'onestà laica di dire che l'ala della Ragione, per volare davvero, non può accettare catene. Non deve aver paura dell'ignoto. Perché è proprio lì, nell'indeterminato, nel non ancora calcolato, in quel misterioso "zero elevato a zero", che si nasconde la scintilla divina che ci rende pienamente e meravigliosamente umani: la voglia inesauribile di capire. Un saluto a tutte le libere pensatrici ed ai liberi pensatori!
Rocco Rosignoli - Giordano Bruno
Siddhartha e il Poverello: incontro a Trieste
Premessa Trieste: qui si trova la regata più popolosa del mondo, uno spettacolo di colori e marinai assolutamente unico. Ci sono molte pagine dedicate alla Barcolana su questo blog. Qui trovo amici carissimi, davvero una seconda casa, la regata si tiene sempre la seconda domenica di Ottobre e quindi stavolta l'occasione è un'altra. Gli amici triestini stanno diventando complici delle mie scorribande malandrine, erano con me a Bologna i primi dell'anno e anche questa volta il pretesto è ascoltare il nuovo spettacolo di Angelo Branduardi che che presta la sua voce, oltre che le sue canzoni, unendosi alla narrazione di Aldo Cazzulo sul poverello di Assisi: Francesco. L'esca è troppo ghiotta perché possa resistere. Son l'amico che tu non hai invitato ma stasera ci sarò Più volte anche nelle pagine recenti compare la scritta giapponese 一期一会 (Ichi-Go Ichi-E), una sola volta un solo incontro, insomma ogni occasione è diversa, irripetibile e presenta sorprese, un po' come aspettare l'imprevisto. Al mio arrivo ho un breve appuntamento con qualche amico storico della Locanda per parlare di questo nuovo spettacolo e condividere una bella passione. É qualcosa di simile a quello che succede qui sui blog, dove ci si scambia con semplicità ciascuno la propria visione, le cose belle che hanno dato emozione: i versi di una poesia, una canzone che ha fatto sognare, o un racconto di vita che fa riflettere. Qualcosa di diverso e meno programmato deve ancora succedere: davanti al Politeama Rossetti, trovo Angelo Branduardi che sereno si fuma il suo sigaro. Mai, per il mio carattere, mi azzarderei ad andare a cercarlo in camerino o preparare agguati di vario genere nei percorsi previsti. La grandezza di una persona si vede dalla sua semplicità, cordiale come sempre e come sempre si raccomanda di non usare titoli di etichetta, ci si dà del tu semplicemente, non c'è security, nemmeno capannelli di gente in fila per una firma su un pezzo di carta, un incontro semplice e sincero: come in una cerimonia del Thé. Si presenta una nuova occasione per ringraziarlo di tutta la musica che mi ha regalato e che davvero, come queste pagine testimoniano, è la colonna sonora della mia vita. Si parla di questa nuova avventura artistica dove la sua voce, oltre ad intrattenere con i successi contenuti nel suo Infinitamente Piccolo, tratto dalle fonti francescane, diventa anche il parlare di Francesco, che intercala il racconto delle vicende del Santo intessute da Aldo Cazzullo. Immergersi nella cultura di una persona di questo spessore è un regalo imprevisto, per questo ancora più prezioso. É trovare una baia accogliente ed una luna che spunta dietro il monte che regala per il resto della vita ricordi indelebili. Adesso mi concentro sullo spettacolo che sta per iniziare, perché il suo racconto tratteggia elementi fondamentali anche per la mia vita. Prima di aprire gli argini delle troppe parole su queste emozioni freschissime, un altro accenno al mio affetto per questo artista: è quello di avere contribuito alla realizzazione di un fan club che si chiama Locanda del Malandrino (da uno dei suoi primi e più indimenticabili brani). La divisa di ordinanza nelle occasioni pubbliche è quella di una maglietta rossa e per questo ad ogni adunanza si parla di mare rosso, dove meglio di Trieste che ha la piazza di più bella del mondo affacciata direttamente sul mare. Francesco: lo spettacolo Trieste, la città più italiana, quella della Bora e dei confini sottili, crocevia di popoli e religioni, ha sempre avuto il dono di accordare l'anima alle riflessioni profonde. Ieri sera, su un palco vicino al proscenio, avvolto nei velluti blu del Politeama Rossetti, il più importante tra i tantissimi teatri di questa città ricca di cultura, ho assistito allo spettacolo Francesco, sotto un soffitto pieno di nuvole dipinte e di stelle luminose. Il cammino di Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi è stata un'esperienza che ha trasceso la semplice e consueta rappresentazione teatrale. Sulla scena si consumava una dialettica affascinante: da una parte la voce narrante di Cazzullo, lucida, storiografica, ancorata alla concretezza di un saggio che scava alle radici della nostra identità; dall'altra la musica eterea, antica e al contempo atemporale di Branduardi, capace di evocare il "giullare di Dio" con una delicatezza che sfiora il misticismo. Sono arrivato preparato ed incuriosito forte della lunga frequentazione alle note di Branduardi e pronto dopo la recente lettura del libro di Cazzullo: Francesco. Il primo italiano, di cui volevo metabolizzare i concetti. La curiosità prima è relativa ad una delle intuizioni più folgoranti e ardite dell'autore, che apre letteralmente la sua indagine: il parallelismo millenario tra la figura di Francesco d'Assisi e quella di Siddhartha Gautama, il Buddha. Due uomini immensi. Due fari per l'umanità, uniti da destini straordinariamente simmetrici. Due incontri che nella mia vita hanno pesato molto. Cazzullo ci ricorda una verità storica e spirituale impressionante: "Di uomini così, ne nasce uno ogni mille anni. Duemila anni fa abbiamo avuto Gesù. Nel millennio precedente avevamo avuto Buddha. Nel millennio successivo abbiamo avuto San Francesco". Questa vertigine cronologica mi ha spinto a indagare a fondo le convergenze e le divergenze dei loro percorsi, in particolare su un tema che rappresenta lo snodo cruciale di entrambe le vie: il senso della sofferenza e la conquista della vera letizia. I Figli del Privilegio e la Grande Rinuncia Sia Siddhartha che Francesco nascono nel più assoluto privilegio, cullati dalle certezze del loro tempo e destinati a incarnare il successo secondo i canoni delle rispettive società. Il primo è un principe del clan degli Shakya, destinato a governare, cresciuto in un palazzo dove il padre aveva maniacalmente bandito ogni vista del dolore, della vecchiaia e della morte. Il secondo è il figlio di Pietro di Bernardone, il più ricco e abile mercante di stoffe di Assisi, un esponente di spicco di quella nascente borghesia mercantile che, a cavallo del milleduecento, stava ridisegnando gli equilibri dell'Europa medievale, sostituendo progressivamente il potere statico del sangue e della terra con quello dinamico del denaro. Francesco era il re incontrastato della gioventù assisiate, amante dei canti provenzali, dei tessuti preziosi importati dalla Francia, sognatore inquieto di una vana gloria cavalleresca. Entrambi, tuttavia, vivono un trauma esistenziale, un risveglio improvviso (la Bodhi incipiente per il Buddha, la conversione per Francesco) che disintegra inesorabilmente l'illusione della loro gabbia dorata. Per Siddhartha lo strappo avviene attraverso i famosi "Quattro Incontri" fuori dalle mura blindate del palazzo: la vista di un vecchio cadente, di un malato devastato dal morbo, di un cadavere portato al rogo e, infine, di un monaco asceta dall'espressione pacificata. Per Francesco il crollo delle illusioni passa per i campi insanguinati dell'Umbria: l'orrore della guerra fratricida e la sconfitta alla battaglia di Collestrada, il trauma del carcere umido a Perugia, una lunga malattia debilitante e, infine, l'incontro sconvolgente e risolutivo con il lebbroso, il reietto supremo, lo scarto della società medievale. La risposta di entrambi a questa presa di coscienza del dolore del mondo è drammaticamente radicale: la spogliazione e la rinuncia. Siddhartha abbandona il palazzo nel cuore della notte, lasciando la moglie e il figlio neonato, si taglia i capelli e scambia le sue vesti di seta con le vesti ruvide di un cacciatore, addentrandosi nella foresta per cercare la verità. Francesco, in una delle scene più teatrali, scandalose e fondanti della storia italiana, si spoglia nudo sulla piazza di Assisi. Davanti al vescovo sbigottito e al padre furente, restituisce i vestiti e i denari, dichiarando di avere da quel momento in poi un solo Padre, quello nei cieli. È la rinuncia totale e irreversibile ai beni materiali, non per un rifiuto misantropico o cinico del mondo, ma come precondizione ineludibile per una liberazione assoluta. Cazzullo analizza magistralmente come la scelta di Francesco, in un'epoca di fioritura economica senza precedenti, di circolazione di capitali e di crescenti sperequazioni sociali, non fosse una mera protesta politica per sovvertire le classi, ma una dirompente testimonianza spirituale. Entrambi questi maestri millenari intuiscono, pur in contesti sideralmente lontani, che il possesso è la radice infetta dell'attaccamento, e l'attaccamento è l'anticamera della schiavitù interiore. L'Anatomia del Dolore: Dukkha Vs. "Sorella Sofferenza" Ma è nell'approccio filosofico e vissuto alla sofferenza che i due sentieri, originati da una matrice comune di rinuncia, iniziano a divergere, delineando due cosmologie affascinanti, profonde e distinte. Nel buddismo, il problema del dolore è il fulcro assoluto dell'insegnamento, l'asse attorno a cui ruota l'intera struttura del Dharma. La Prima Nobile Verità enunciata dal Buddha nel parco dei cervi a Sarnath è lapidaria: la vita è Dukkha. Dukkha è una complessa parola sanscrita e pali spesso tradotta sbrigativamente come "dolore", ma che in realtà esprime un concetto più sottile di insoddisfazione cronica, di disallineamento strutturale dell'esistere, come l'asse di un carro che non calza perfettamente nel mozzo della ruota, causando attrito costante. Tutto ciò che è impermanente, transitorio e condizionato è Dukkha. La vecchiaia, la malattia, l'essere separati da ciò che si ama, l'essere uniti a ciò che si odia: tutto è permeato di insoddisfazione. Il Buddha, con una lucidità proto-scientifica, agisce come un medico supremo dell'anima: diagnostica la malattia (il dolore universale), ne individua la causa esatta (la Tanha, la bramosia, la sete inestinguibile e l'attaccamento cieco all'io), fornisce la prognosi rassicurante (è possibile guarire spegnendo questa sete) e prescrive infine la terapia rigorosa (il Nobile Ottuplice Sentiero). L'obiettivo ultimo del monaco buddista è sottrarsi definitivamente al ciclo del dolore e delle rinascite. La sofferenza è vista, in ultima analisi, come un tragico errore di percezione causato dall'ignoranza primordiale (Avidya). Una volta illuminata la mente, compresa l'illusorietà di un Ego permanente, la sofferenza perde la sua presa e si dissolve nell'oceano del Nirvana, letteralmente l'"estinzione" del fuoco delle passioni e dell'identità separata. Per Francesco d'Assisi, la prospettiva subisce un capovolgimento sconcertante, che il libro di Cazzullo restituisce in tutta la sua carne e il suo sangue. Francesco non cerca in alcun modo di sfuggire alla sofferenza, né tenta di neutralizzarla attraverso un raffinato distacco cognitivo ed emotivo. Al contrario, egli va incontro alla croce a braccia spalancate. La sua via non è una ricerca dell'impassibilità (atarassia), ma un'immersione totale nell'abisso dell'amore empatico e viscerale. Francesco sposa "Madonna Povertà" e arriva ad accogliere "Sorella Morte" non perché, in un delirio ascetico, non ne percepisca il morso atroce, ma perché in quel morso egli riconosce intimamente il volto del Cristo sofferente e umiliato. La sofferenza, nella visione del mistico umbro, non è un difetto di fabbrica dell'universo da correggere o da cui fuggire, ma diviene un sacramento, uno strumento misterioso e irrinunciabile di comunione con il divino. Ricevere le stimmate sul crudo sasso della Verna non equivale al raggiungimento di un Nirvana di pace isolata e imperturbabile; è piuttosto l'apice lacerante di un amore talmente bruciante, talmente folle, da imprimere la carne stessa con i chiodi del martirio d'amore. Se il Buddha osserva il dramma del dolore cosmico con infinita, serena e distaccata compassione, Francesco vi si tuffa dentro a capofitto, piangendo lacrime di fuoco e sangue per l'"Amore che non è amato". Il Paradosso della Perfetta Letizia: Il Koan Francescano Questo abisso filosofico ci conduce al concetto forse più vertiginoso, arduo e scandaloso di tutta la spiritualità cristiana, un concetto che la recitazione di Branduardi e la penna di Cazzullo sanno rendere con straziante chiarezza: la predica della Perfetta Letizia. Scorrendo le pagine delle Fonti Francescane, il celebre racconto (presente nel capitolo VIII de I Fioretti) assume i contorni e la forza decostruttiva di un vero e proprio koan zen, quegli indovinelli apparentemente assurdi usati dai maestri in Oriente per far saltare i cardini della mente logica e abitudinaria dei discepoli. Immaginiamo la scena, cupa e gelida: Francesco e il fedele Frate Leone camminano nel cuore dell'inverno, flagellati dal vento, infangati, stremati dalla fame, diretti al rifugio di Santa Maria degli Angeli. Francesco, camminando davanti, inizia a elencare a Leone, con metodica ostinazione, tutto ciò che non è perfetta letizia. Non risiede nel fare miracoli clamorosi, non è ridare la vista ai ciechi, non è la capacità di convertire tutti gli infedeli della terra, non risiede nel conoscere tutti i linguaggi del mondo, le scienze occulte o il corso degli astri. Visione che tanto si richiama all'Inno all'amore di S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi. Frate Leone, sbigottito e infreddolito, chiede infine: "Padre, ti prego per l'amor di Dio, dimmi dove è la perfetta letizia". E Francesco dipinge lo scenario umano più spaventoso e umiliante possibile: arrivare al proprio convento nel cuore della notte, bussare alla porta tremanti di freddo ed essere non solo non riconosciuti, ma respinti con violenza dal portinaio. Essere trattati da ladri, da ribaldi, essere lasciati fuori nella neve e infine essere bastonati a sangue con un nocchioso bastone. E conclude con la frase che ribalta l'universo: "Se noi a tanta ingiuria, e a tanta crudeltà, e a tanti rimbrotti sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto... o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia". A una prima, superficiale lettura, l'uomo moderno ravvisa in queste parole i sintomi di una patologia, una follia autolesionista o masochistica. Ma è scavando sotto questa scorza che si annida la più profonda affinità sotterranea con il pensiero speculativo orientale, unita a un salto quantico tipicamente occidentale e cristiano. Perché Francesco individua proprio nella bastonatura, nell'umiliazione ingiusta e nel rifiuto totale la sorgente inesauribile della letizia? Perché quello è il momento esatto in cui si consuma la morte definitiva dell'Ego. Essere felici quando si è lodati, quando si ha successo, quando il nostro operato viene riconosciuto dai pari, è banale: basta il mero istinto umano di autoconservazione sociale. L'Ego si gonfia, si bea della propria proiezione. Ma quando si è annientati, quando il proprio status (persino quello di "santo fondatore") è ridotto in cenere, quando la propria identità viene sbeffeggiata ("Voi siete due truffatori!"), l'Ego umano non ha più alcun appiglio su cui arrampicarsi. Se in quel momento di abisso, nel vuoto assoluto di ogni gratificazione narcisistica, l'anima riesce a non conturbarsi, a non cedere al veleno del risentimento, all'autocommiserazione o all'ira, ma accetta la tribolazione come dono d'amore per somigliare al Cristo crocifisso, allora si è raggiunta l'emancipazione assoluta. È lo svuotamento totale, la Kenosis. In questa dinamica chirurgica di smantellamento dell'orgoglio, Francesco è, in modo affascinante, un fratello d'Oriente, vicinissimo alla dottrina buddista dell'Anatta (il non-sé). Finché crediamo fermamente di essere un "Io" solido, permanente e meritevole di onori, soffriremo in modo atroce per ogni critica, ogni fallimento, ogni offesa. Quando l'illusione della solidità dell'Io crolla sotto i colpi del disincanto, non c'è più un "soggetto" che possa essere offeso. Tuttavia, il crinale che separa Assisi dalle foreste dell'India è affilato: nel buddismo, questa realizzazione del vuoto porta al Nirvana, a una pace diafana, silenziosa, imperturbabile. Nel francescanesimo, la distruzione del falso Ego non lascia un vuoto inerte, ma crea uno spazio che viene istantaneamente e violentemente invaso dalla fiamma della Grazia. La Perfetta Letizia non è un sorriso rassegnato o distaccato dalle miserie umane, ma è un'esultanza paradossale, irrazionale, una divina "ebbrezza dello spirito" che nasce dalla vibrante certezza di aver finalmente perso se stessi per ritrovarsi interi in Dio. Sukha e Letizia: Due Volti dell'Assoluto Alla luce di questi approcci così titanici al tema del dolore, come viene declinato, nei due percorsi, il concetto di felicità? Nel buddismo, la felicità suprema è identificabile con il Sukha. Il Sukha non ha nulla a che spartire con l'eccitazione passeggera, né con la gioia adrenalinica legata al possesso di un oggetto o al verificarsi di un evento esterno. Tutto ciò che dipende dall'esterno è impermanente, e tornerà inesorabilmente a corrompersi in Dukkha. La felicità buddista è una beatitudine profonda, stabile, silente, che affiora spontaneamente dall'interno solo quando la mente è finalmente mondata dalla nebbia dell'ignoranza e dalle tempeste delle passioni. L'immagine che meglio la rappresenta è quella della superficie di un lago d'alta quota: perfettamente piatta, immobile, capace di riflettere l'intero firmamento senza la minima increspatura causata dai venti del desiderio. È la suprema Equanimità (Upekkha). Non a caso, nell'iconografia mondiale, il Buddha ci osserva sempre con gli occhi socchiusi e un sorriso enigmatico, placido: egli guarda ben oltre le turbolenze drammatiche della storia, avvolto nell'incorruttibile pace del Risveglio. La felicità di Francesco, la sua sbandierata Letizia, è invece un giubilo cinetico, contagioso, quasi fisico. Francesco, ce lo ha ricordato Cazzullo in modo vibrante, non è un asceta chiuso in una grotta dell'Himalaya; è l'inventore del Presepe di Greccio, è colui che rimette Gesù bambino in mezzo alla terra e al fieno circondato da creature benevolenti come il Bue e l'Asinello. La sua gioia deve esplodere nel canto, deve farsi lingua volgare, poesia carnale (il Cantico delle Creature, l'atto di nascita della nostra lingua e del nostro Umanesimo). Mentre il saggio buddista osserva la natura riconoscendone la ferrea legge dell'impermanenza e della catena causale, Francesco vi si tuffa in un abbraccio di folle consanguineità: frate Sole, sora Luna, il vento, l'acqua casta e il fuoco robusto sono la sua famiglia. Il cosmo francescano non è un doloroso Samsara (ciclo delle rinascite) da cui evadere con l'ascesi, ma un'orchestra immensa, un libro aperto che canta la bontà del suo Autore. La letizia francescana non rifugge la materialità, ma vi convive e la trasfigura. È una felicità "sanguigna", profondamente radicata nella terra d'Italia, fatta di lunghi cammini polverosi, di prediche nelle piazze affollate, di mediazioni politiche tra Papi e Imperatori, tra Podestà e Vescovi (celebre è il suo intervento per pacificare le fazioni in lotta nella sua Assisi), spingendosi fino al cuore dell'Islam per dialogare inerme con il Sultano d'Egitto. Questa immersione totale nella storia e nella politica del suo tempo, unita a un amore viscerale per l'uomo in quanto creatura imperfetta, fa di Francesco, come recita il titolo del libro, il "primo italiano". L'archetipo inimitabile di un popolo capace, nei suoi momenti più alti, di fondere un ineguagliabile genio artistico con una fratellanza universale. Conclusione: Il Monito per il "mio Millennio" Ripercorrere le strade inerpicate di Trieste per scoprire il suo volto notturno, dopo essermi abbeverato di amicizia ed ancora con l'eco delle parole dal palco Rossetti e aver lasciato sedimentare i pensieri del libro, mi ha restituito una consapevolezza che suona come un allarme. Il parallelo tra Siddhartha Gautama e Francesco d'Assisi non è un innocuo e sterile esercizio di teologia comparata per intellettuali; è un referto medico vitale per il mio presente. Sono figlio praticante di una civiltà ipertecnologica ma spiritualmente denutrita. Appartengo ad una società divorata dalla Tanha, dalla bramosia indotta, dall'attaccamento ossessivo all'immagine digitale, al consumo spasmodico, alla performance e all'approvazione altrui. Il mio Ego è continuamente sovralimentato dai social media e, di pari passo, la mia fragilità di fronte alla sofferenza, al fallimento, alla noia o all'invecchiamento ha raggiunto livelli di guardia. Continuo a fuggire dal dolore anestetizzandolo con surrogati di felicità, come i brani musicali realizzati di recente e così facendo mi chiudo fuori dalla porta della Perfetta Letizia. Il Buddha mi tende la mano offrendomi la scienza della mente: la via dell'osservazione interiore, dello smantellamento dell'illusione dell'io per ritrovare una pace lucida. Francesco rincara la dose e mi insegna una follia ancora più vitale e rivoluzionaria: mi grida, dal fondo di un bosco umbro, che solo quando accetto di essere nulla, quando abbraccio serenamente la mia radicale vulnerabilità senza più difendermi, divento improvvisamente capace di cantare una canzone che abbia un senso. Come avverte acutamente Aldo Cazzullo alla fine del suo viaggio narrativo, se in questo nuovo millennio l'umanità non tornerà ad impegnarsi alla scuola di Francesco, imparando da capo il rispetto sacro per la natura, la rinuncia al superfluo, la via della pace attiva e una letizia che sgorga dal non possedere, questo stesso millennio potrebbe segnare l'epilogo della nostra storia. Ma se, spogliandoci delle nostre pesanti armature ideologiche e materiali, impareremo nuovamente ad accogliere e chiamare "sorella" perfino la sofferenza e la limitatezza della nostra condizione umana, allora la speranza non sarà perduta. Miserere :)
La predica della perfetta Letizia - Angelo Branduardi da L'infinitamente Piccolo

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Il Circo Immaginario: Micol sul filo
Risplende l'universo, che tutto esiste e niente si era perso Per ogni tuo sorriso un'altra stella vorrà brillare Il cielo da quassù, sapessi quanto è immenso da quassù Ed è così vicino che un bambino lo può toccare Ora stringi la mia mano, chiudi gli occhi e vai lontano Sono qui…
Narrare è un destino, cantare è un destino, forse anche raccontare è un destino ed è il motivo di queste righe. A me succede di proporre brani musicali nei commenti, è una cosa che faccio spessissimo, ben oltre la buona creanza; è successo di recente che mi sia tornata alla memoria la canzone che accompagna questo scritto, ha scatenato una ridda di sensazioni intense e ricordi ancora palpitanti, così sento il bisogno di farlo diventare parola per non dimenticare, per offrire, semmai ne fossi capace, l’emozione che mi accompagna. È possibile spiegare un brano musicale? Ho avuto una maestra di musica fondamentale nella mia vita, l’ho già raccontato, l’è bastato un atto di fiducia verso un ragazzo stonato ed un pezzo di ciliegio bucato per aprirmi quella porta per l’infinito che è la musica. Beh, lei mi ha raccontato Musorgskij, con i suoi quadri di una esposizione, e perfino Bach, ascetico ma radioso come una preghiera. Mi sono reso conto, dicevo la volta precedente, che una canzone è più facile da spiegare; anche con un testo criptico comunque si racconta da sé. Oggi vado a recuperare un libro ed un disco del 2006 di Sara Cerri e Rossana Casale dal titolo Circo Immaginario. È in verità un concept album tratto dal libro anzi scritto penna e musica assieme; a me queste contaminazioni piacciono moltissimo, e poi lo sanno fare i grandi, Vecchioni, De Andrè e il mio preferito. Quest’opera è la musica che scaturisce dal libro omonimo di Sara Cerri, scrittrice viareggina, figura colta e discreta del panorama letterario e autoriale italiano, la cui cifra stilistica è indissolubilmente legata a una sensibilità onirica e psicologica. Trovo inebriante il sodalizio scrittura / musica che si è creato tra le due autrici, una contaminazione tra diverse arti: la musica d'autore, la narrazione e la filosofia, soprattutto il teatro. Sofia, è la protagonista del racconto, una bambina che si muove tra i carrozzoni di un circo che non ha confini fisici, ma solo spirituali. Ogni personaggio che incontra rappresenta un archetipo dell'animo umano. C’è chi vive nel passato, chi teme il futuro e chi, come la funambola Micol, abita l'istante perfetto della sospensione. Il circo è il luogo dove la miseria della condizione umana (la polvere, la fatica, il trucco che cola) incontra il desiderio di trascendenza (il volo, l'applauso, la luce). È un invito a guardare oltre l'apparenza: dietro il "Matto" si nasconde la saggezza, dietro il "Gigante" la fragilità. Il tema centrale è la ricerca di un centro di gravità. Il circo insegna che la vita è un esercizio di equilibrio continuo tra gioia e dolore, tra terra e cielo. Sofia non impara a fare "numeri" da circo, ma impara a stare al mondo senza farsi spezzare dalla vertigine. È un'opera che profuma di segatura e di infinito, dove il tendone non serve a coprire, ma a proteggere la magia del diventare adulti senza smettere di sognare. Cosa c’entro io con il Circo bisognerebbe chiederlo a mio cugino, che fin da piccolo mi ha coinvolto in questa fascinazione, che lo ha portato a frequentare le famiglie circensi oltre il normale confine che separa il loro mondo da quelli che siamo noi: i Gaggi. È un modo diverso quello di vivere la vita su ruote, dove la casa ti segue ovunque cambi il panorama e il cielo è un grande tendone illuminato pieno di stelle dipinte che si chiama Chapiteau. Un mondo dove la tua famiglia è composta da persone che hanno il tuo stesso destino e la tua stessa passione. Un accento al brano che presento: la protagonista Sofia (una bambina che rappresenta, come il nome fa supporre, la ricerca dell'anima) compie un viaggio attraverso le varie "attrazioni" del circo, che sono in realtà tappe di crescita interiore. Micol è una figura di Mentore: non è solo la rappresentazione dell’acrobata; è la guida spirituale che insegna a Sofia a non temere il vuoto, la paura, a guardare piuttosto verso il cielo. Mentre gli altri personaggi del circo sono legati alla terra, al rumore e alla "polvere", Micol insegna la prospettiva dall'alto: è il momento in cui la paura viene vinta e si è pronti per la "luce" finale. Il brano inizia con una nudità quasi assoluta (voce e pochi accenni strumentali) per poi aprirsi in un arrangiamento orchestrale maestoso. Il pianoforte funge da "àncora" acustica che mantiene il brano intimo anche quando l'orchestra di 50 elementi entra a pieno regime e i violini, come il filo teso di Micol, trattengono in alto. La struttura non segue lo schema classico "strofa-ritornello", ma si sviluppa come un crescendo teatrale. Nella prima parte del brano, i silenzi tra una frase e l'altra sono fondamentali. Servono a far percepire all'ascoltatore l'altezza e l'isolamento di Micol. Sebbene l'album non sia nato per scalare le classifiche pop, è diventato un punto di riferimento per il teatro-canzone italiano degli anni 2000. Nelle rappresentazioni teatrali, Rossana Casale ha trasformato questi brani in un'esperienza multisensoriale, con scenografie che richiamavano il tendone e l'uso di luci soffuse per enfatizzare il momento di Micol. "Micol sul filo" è il preludio al finale dove la fragilità diventa forza. Non resta che l’ascolto e l’attesa di un tuo parere.
Rossana Casale - Micol sul filo
La Danza dei Delfini
Oh mare amaro dove siete delfini con salti di gioia
Un post leggero, ci vuole, e poi una promessa è una promessa. Ieri ero in mare davanti a casa. Un trim per prepararci ad una bella regata d'altura che da Pesaro arriva fino a Pola in occasione della festa del Lavoro. In Adriatico succede spesso di incontrare delfini, in molte pagine di questo blog ho raccontato di questo regalo che ci fanno quando vengono a nuotare attorno alla barca, quando accettano cibo e quando ancora le mamme mostrano orgogliose i cuccioli che stanno imparando a vivere il mare. Hanno occhi da mammiferi quali sono, occhi che parlano, ed esprimono gioia con i loro movimenti e anche con i loro salti. In mezzo a filmati presi dal web c'è anche quello di un incontro nelle acque di casa. Ho lasciato il sonoro perché voglio raccontare che anche per chi conosce questo incontro, ogni volta è un esplosione di gioia e di incredulità, forse anche, inutile negarlo, con un pizzico di invidia. La musica è mia, sto sperimentando, scrivere una canzone con le parole è molto più facile, ho scelto un BPM che è quello del mio cuore quando sono sotto sforzo (sono bradicardico, non supero i 125 battiti al minuto) oppure quando sono molto felice. Generare suoni che parlino un linguaggio universale è stata la sfida di questa occasione, come sia andata... chissà ;) Buon vento!
Immagini dalla rete - Musica autoprodotta
Artemis: una freccia puntata sulla Luna
Non era possibile risponderti in un commento, mi sono preso tempo per fare un post adesso, qui, per commentare questo recente episodio del "Gomitolo Atomico", della durata di un’ora e un quarto, dove Massimo Polidoro dialoga con Paolo Attivissimo su Artemis II, l'imminente (o forse no) ritorno sulla Luna dell'uomo. Un viaggio che affonda le radici nel 1969, un'eco nostalgica che precede persino molte delle esperienze di persone che frequentano queste righe. Cerco di fare sintesi, non ridere se lo dico io, ed enucleo 12 punti chiave dell’intervista aggiungendo le mie opinioni personali. Sappi che ho ancora fresco il ricordo del post precedente, scavare dentro di me non è facile come sembra dal numero di parole che scrivo e ho un rivebero di emozioni a volte anche lungo nel tempo. Intanto, Paolo Attivissimo: lo stimo davvero molto, lo ascolto spesso, ho letto i suoi libri, vedo spesso le interviste e leggo i suoi blog. Insomma sono di parte, spudoratamente. Non ti dico che concordo su tutto a priori, sarei tentato, invece no, mi sono ascoltato tutto il video, in più l’argomento mi punta direttamente col dito, proprio in questi giorni ho riproposto il mio ricordo di Cape Canaveral dove ho visto dal vivo il decollo di uno Shuttle. Ma non devo perdere subito il filo altrimenti sai che piastrone vado a generare. Attivissimo parla di razzi, di ritardi, di miliardi gettati nell'oceano e di compromessi politici. E mentre ascolto, non posso fare a meno di mappare le sue osservazioni ingegneristiche e geopolitiche sulle coordinate della mia personale cartografia esistenziale. Siamo ancora quei primati che guardano in alto, solo che ora abbiamo in tasca smartphone con schermi di cristallo Gorilla glass (figli della tecnologia del modulo lunare Apollo) ma con anime decisamente più pesanti. Come fanatico della numerologia ho deciso di tracciare una sintesi in 12 punti delle affermazioni di Attivissimo, argomentandole attraverso il mio filtro. La fisica, la filosofia, la malinconia e la speranza si mescoleranno. Vado a cominciare, accomodati e tieni qualche domanda per la fine. 1. La mancanza di volontà e costanza politica Sintesi testuale: Attivissimo sottolinea che il vero ostacolo al ritorno sulla Luna non è tecnologico. Quello che manca fondamentalmente sono la volontà e la costanza. Un programma spaziale richiede un impegno finanziario e politico a lungo termine, una continuità che oggi sembra impossibile da mantenere, a differenza degli anni '60. Il mio pensiero: Questa è la pura entropia dell'ambizione umana. In termodinamica, per mantenere un sistema in uno stato di bassa entropia (ordine, costruzione), è necessario iniettare costantemente energia. L'era Apollo fu un'anomalia termodinamica, uno sforzo colossale concentrato lungo un singolo vettore. Oggi, siamo un gas in espansione: sparpagliati, caotici. Come il salice sotto la neve, la nostra società si piega sotto il peso dell'immediato - l'economia trimestrale, i sondaggi elettorali - incapace di ergersi rigida e fiera come la quercia che mirava al cielo. La Luna non è più un traguardo filosofico, ma una fastidiosa voce a bilancio. Le nostre amministrazioni cambiano idea con la volubilità del vento, deviando le risorse come i difetti del vetro deviano le gocce di pioggia. Abbiamo disimparato a investire nell'eterno. 2. La perdita di tecnologie passate e l'eccesso di cautela moderna Sintesi testuale: Pur avendo oggi computer infinitamente più potenti (il telecomando dell'auto supera i computer dell'Apollo), abbiamo perso tecnologie come il Concorde e siamo diventati estremamente cauti. Dopo le tragedie di Challenger e Columbia, la NASA è paralizzata dal terrore dell'impatto politico e sociale di un eventuale fallimento. Il mio pensiero: Siamo terrorizzati dalla morte, e per questo stiamo smettendo di vivere. Ho appena finito di scrivere che decidere di vivere, nonostante il peso della neve, sia l'atto di sovranità più alto. Nel '69 gli astronauti cavalcavano bombe controllate con regoli calcolatori e coraggio analogico. Oggi, vogliamo l'illusione matematica del rischio zero. È la paralisi dell'ingegnere che si rifiuta di collaudare il ponte per una probabilità infinitesimale di risonanza. Vogliamo corazzarci contro ogni variabile, ma una vita (o un ente spaziale) che guarda solo a sé stessa, ripiegandosi ossessivamente sulla propria sicurezza, finisce per implodere. Per toccare le stelle, devi accettare di poterne essere incenerito. 3. La fine della Guerra Fredda e il lento avanzare della Cina Sintesi testuale: Non c'è più l'esigenza politica di battere un nemico mortale. Negli anni '60 c'era l'Unione Sovietica e si puntavano missili atomici; oggi c'è la Cina, una rivalità meno aggressiva. Ma la Cina ha un programma lineare, economico e continuo, con l'obiettivo dichiarato di arrivare sulla Luna entro il 2030. Il mio pensiero: È deprimente dover ammettere che le vette più alte dell'ingegno umano vengono scalate solo quando stiamo scappando da un mostro. La paura fu il vero propellente del Saturn V. Senza l'orso sovietico a ringhiare alle spalle, l'Occidente si è assopito. La Cina, al contrario, si muove con la costanza silenziosa e letale della neve. Non urlano, accumulano fiocco su fiocco. Ammiro questa loro progressione quasi Zen. Non soffrono del "mal di terra" perché non hanno mai perso di vista l'orizzonte lungo. Sono l'acqua che scava la roccia: non con la violenza di un'inondazione, ma con la goccia implacabile del tempo. 4. Umani costosi contro macchine efficienti Sintesi testuale: Esiste un forte dibattito scientifico sull'utilità di mandare esseri umani rispetto a sonde automatiche. Gli umani costano, hanno bisogno di habitat perfetti e soffrono psicologicamente (l'astronauta che esige il "finestrino" come racconta la storia degli uomini del Mercury). I robot, ora dotati di intelligenza artificiale, sono economici, sacrificabili e sempre più autonomi. Il mio pensiero: Ecco il conflitto supremo: il freddo calcolo del logaritmo contro la calda, irrazionale poesia dell'anima. Certo che il rover non ha bisogno di un finestrino. Il rover non soffre di malinconia e non piange guardando la Terra sorgere. Ma che senso ha l'esplorazione se escludiamo l'emozione della scoperta? Una macchina misura l'universo; un essere umano lo vive. Se deleghiamo tutto al silicio, recidiamo il filo che unisce il nostro "esserci" all'infinito. Da ingegnere comprendo l'efficienza robotica, ma da amante della poesia so che un cosmo senza occhi umani per meravigliarsene è un teatro vuoto. Dobbiamo mandarci gli umani proprio perché è meravigliosamente illogico. 5. Artemis II: circum-navigare senza scendere Sintesi testuale: Artemis II sarà una missione complessa ma "deludente" per molti: gli astronauti fanno solo un giro attorno alla Luna, arrivando forse a 70.000 km dalla superficie nella loro traiettoria, senza mai frenare per entrare in orbita e senza un modulo per atterrare, sfruttando una traiettoria di ritorno "spontaneo". Il mio pensiero: Quanto è armoniosa ed al tempo stesso frustrante questa traiettoria. Attraversare un oceano cosmico solo per guardare la riva da lontano, senza mai affondare i piedi nella polvere. Mi ricorda certe vite, certi miei momenti in cui si orbita attorno a un grande amore, a una verità o a un sogno, ma manca la spinta vettoriale per atterrarvi. Rimaniamo sulla traiettoria di ritorno spontaneo, cullati dalla gravità che ci riporterà dritti alla nostra sicura malinconia. Artemis II è la metafora perfetta dell'uomo moderno: abbiamo la tecnologia per sfiorare i miracoli, ma ci manca il coraggio di scendere dalla capsula. 6. Il razzo SLS: "Sistema di Lancio dei Senatori" Sintesi testuale: Il razzo di Artemis, l'SLS, è un accrocchio fatto con pezzi riciclati e modificati dello Space Shuttle. Dietro le quinte non viene chiamato "Space Launch System", ma "Senate Launch System", perché la sua struttura è dettata dalla necessità politica di distribuire appalti e posti di lavoro nei vari stati americani, non dall'efficienza ingegneristica. Il mio pensiero: La burocratizzazione dell'infinito. Sorrido amaramente. Prendiamo l'ambizione più pura dell'umanità e la incateniamo alla gravità meschina delle campagne elettorali dell'Arkansas o del Texas. Il razzo non è un vettore verso l'ignoto, è un gigantesco ammortizzatore sociale e politico. Le leggi della fisica sono eleganti; le gocce di pioggia scendono seguendo equazioni perfette. L'uomo, invece, costruisce macchine seguendo le leggi dell'attrito politico. Il risultato è un razzo esteticamente sgraziato, un Frankenstein che vola male perché porta sulle spalle il peso di mille compromessi. 7. Il lander mancante e la torre di Babele dei privati Sintesi testuale: Il razzo SLS non ha la spinta per portare contemporaneamente la capsula e il modulo di allunaggio. Così, la NASA si affida a privati come SpaceX di Elon Musk (in fortissimo ritardo) o Blue Origin di Jeff Bezos per trovare un "taxi" che scenda sulla superficie, complicando immensamente l'architettura della missione. Il mio pensiero: Se il progetto Apollo era un monolite, un'unica freccia scoccata da una nazione, Artemis è uno specchio andato in frantumi. Stiamo costruendo la Torre di Babele nel vuoto spaziale. L'ingegnere che è in me rabbrividisce di fronte all'incubo logistico di dover integrare moduli pensati da miliardari in competizione tra loro. Abbiamo esternalizzato i nostri sogni. La Luna non è più l'obiettivo di un'umanità unita, ma il terreno di scontro per monopoli corporativi. In questa frammentazione, perdiamo l'estetica e ci addentriamo in un caos di appalti e subappalti che oscura le stelle. 8. L'oscenità dei costi: 4 miliardi per l'usa e getta Sintesi testuale: Ogni lancio di Artemis costa circa 4 miliardi di dollari. A differenza delle nuove tecnologie sviluppate dai privati, il razzo SLS è "usa e getta". Tonnellate di metallo pregiato e tecnologia vengono letteralmente scaraventate nell'oceano senza possibilità di recupero. Il mio pensiero: Quattro miliardi buttati nel mare. È un'oscenità termodinamica. Viviamo in un'epoca in cui facciamo ossessivamente la raccolta differenziata e ci riempiamo la bocca di sostenibilità, eppure lanciamo grattacieli di ingegneria estrema per distruggerli dieci minuti dopo. È l'espressione ultima della nostra cultura del consumo: deprediamo la Terra per forgiare una lancia, la scagliamo una sola volta e poi la dimentichiamo. La natura, dalla quercia al salice, ricicla tutto. Noi violiamo l'ecosistema marino con scorie metalliche immense, ciechi davanti all'eleganza che avrebbe un ritorno riutilizzabile. Siamo affetti da una patologia distruttiva. 9. Space Economy: Elio-3 e il colonialismo cosmico Sintesi testuale: Le vere motivazioni a lungo termine potrebbero essere economiche. Si parla di "Space Economy", dello sfruttamento di terre rare e soprattutto dell'Elio-3, un isotopo fondamentale per la futura fusione nucleare pulita. La Luna ha giacimenti naturali che potrebbero giustificare enormi investimenti minerari. Il mio pensiero: Era Bertoli che diceva: e presto la chiave nascosta di nuovi segreti, così copriranno di fango perfino i pianeti. Il colonialismo non si ferma alla stratosfera. Abbiamo sventrato il nostro pianeta, svuotando le vene di carbone e petrolio per rimettere in atmosfera anidride carbonica e scatenare l’effetto Serra. Ora alziamo gli occhi avidi verso il guardiano delle nostre notti. Sento un dolore profondo all'idea della Luna ridotta a una cava. Quando navigo di notte il mio amato Adriatico, la Luna è la magia che si sdraia sulle geometrie cosmiche, è incanto. Immaginarla sfregiata dalle scavatrici per saziare la nostra fame di energia mi appare come un sacrilegio. Eppure, la logica crudele sussurra che, se l'Elio-3 salverà la Terra dal collasso climatico, il sacrificio è necessario. È il nostro ossimoro: distruggere per sopravvivere. 10. Il Polo Sud: Acqua e il silenzio del lato oscuro Sintesi testuale: Il Polo Sud lunare è l'obiettivo perché nei crateri perennemente in ombra si trova l'acqua, fondamentale per produrre propellente e ossigeno in loco (ISRU). Inoltre, una base sul lato nascosto permetterebbe di installare radiotelescopi schermati dal rumore elettromagnetico della Terra e dalle costellazioni satellitari. Il mio pensiero: L'acqua sulla Luna. È una chimera geologica: ghiaccio imprigionato da miliardi di anni in ombre eterne. Ma ciò che mi affascina di più è il lato oscuro, il rifugio definitivo dal rumore. Il nostro mondo è un vortice assordante di dati, urgenze, e notifiche (quelle stesse che mi fanno odiare l'upgrade del PC e il lavoro frenetico). La Terra urla nel vuoto. Cercare il lato nascosto della Luna per posizionarvi un telescopio è un atto profondamente Zen. È la ricerca del vuoto assoluto, del silenzio necessario per ascoltare i sussurri antichi del cosmo. Tutti noi avremmo bisogno di un "lato oscuro della Luna" dentro di noi, un cratere dove la frenesia non arriva. 11. Dagli eroi di Apollo agli operai in tuta spaziale Sintesi testuale: Le tute dell'Apollo erano armature rigide pensate per "superuomini", causarono perfino la caduta delle unghie agli astronauti. Oggi, per Artemis, servono tute comode per geologi, ingegneri e tecnici che dovranno lavorare sulla Luna tutti i giorni per mesi. Ma la progettazione di queste tute ha accumulato 14 anni di ritardo, tanto che si sta cercando aiuto nei privati. Il mio pensiero: Dal mito alla routine. Gli astronauti del '69 erano semidei inviati a conquistare una Troia desolata; sopportavano il dolore perché stavano scrivendo un'epica. Ma per abitare le stelle non servono eroi, servono operai (cfr. il film Atmosfera Zero). Addomesticare l'estremo è infinitamente più complesso che compiere l'atto spettacolare isolato. Sopportare un dolore lancinante per tre giorni è impresa per molti; costruire un'abitudine silenziosa e priva di attriti per una vita intera è raro. Come nelle relazioni umane: la fiamma bruciante dell'inizio è facile, ma la tuta comoda del quotidiano richiede un'ingegneria dei sentimenti che spesso ci sfugge. 12. La buccia d'arancia e l'impossibilità di risolvere l'uomo con la macchina Sintesi testuale: La lezione più grande dello spazio è la visione della Terra da fuori: un'astronave senza confini con un'atmosfera sottile come la parte colorata della buccia di un'arancia. Attivissimo conclude ricordando che la scienza e la tecnologia ci portano sulla Luna, ma i problemi sociali, l'avidità e i conflitti psicologici umani non si risolvono solo aggiungendo macchine o soldi. Il mio pensiero: L'"Overview Effect". È l'ultima e più dolorosa verità. Spendiamo i miliardi per sfidare la meccanica celeste, solo per accorgerci che il mistero più insondabile eravamo noi, rimasti laggiù. Quella pellicola azzurra contiene tutto: le nostre poesie, i nostri calcoli galileiani, i nostri traumi e le nostre incomprensioni. Il fallimento supremo dell'ingegnere è credere che ogni cosa abbia una soluzione tecnica. Puoi estrarre acqua dal ghiaccio lunare, ma se non plachi la sete di potere dell'uomo, egli farà la guerra anche per quel ghiaccio. Il viaggio spaziale è uno specchio implacabile che riflette il nostro genio e la nostra miseria. La vera distanza da colmare non sono i 400.000 chilometri fino alla Luna, ma il millimetro di incomprensione che ci separa dall'altro. Mentre il vento sferza ancora la mia finestra, la consapevolezza del nostro "esserci" si fa più acuta. Decidere di vivere, nonostante il peso opprimente delle sovrastrutture che abbiamo creato, nonostante la lentezza burocratica di progetti come Artemis, è l'atto di sovranità che ci resta. Se andiamo sulla Luna spinti solo dai soldi e non dall'urgenza poetica di capire chi siamo, finiremo solo per esportare il nostro disordine e la nostra entropia. E tuttavia, sapere che qualcuno lassù scenderà, alzerà lo sguardo e vedrà la nostra fragile sfera fluttuare nel nero, mi conforta. È la dimostrazione che una vita che guarda oltre il proprio ombelico, consumandosi per qualcosa di immenso, forse un senso lo trova. Anche solo per la meraviglia. E anche quando piove e guardo gocce di acqua che scendono e faccio pensieri che superano la banalità, vanno verso l'infinito ed oltre. Credo di avere parlato troppo, mentre mi bevo una dissetante tazza di Thé, mi dici cosa ne pensi tu, sì proprio tu che hai letto con enorme pazienza fin qui. In premio il prossimo post sarà più leggero, prometto :)
Ogni volta che penso di voler morire
Non era il post che stavo preparando, sono diventati punto di accumulazione un discorso franco e pacato con un’amica sul senso della vita ed un post che mi ha lasciato molti pensieri inespressi, penso sia meglio caricarne il peso qui, invece di sporcare con un commento quelle pagine che hanno un senso di magia leggera, primaverile. Contro tempo e contro stagione questi sono pensieri onerosamente invernali. Ho parafrasato il titolo della poesia di Andrea Gibson dal titolo “Ogni volta che ho detto di voler morire” è una poesia di speranza, non ha il sincretismo e forse il lato cinico (secondo il pensiero di Antistene, e poi di Diogene di Sinope) dei miei pensieri. Ci sono volte nelle quali ho pensato di voler morire, non per odio verso la vita, ma per un eccesso di gravità, che è in fondo il nemico che combatto per mestiere. Vivo in modo ricorsivo quella sensazione di essere diventato improvvisamente troppo solido, troppo rigido, troppo convinto di dover stare in piedi sotto il peso di una nevicata che non accenna a smettere. Quando esterno queste considerazioni trovo immancabilmente qualcuno che mi dice: non è giusto, o peggio ancora: è proibito. Vorrei capire da dove nasce questa proibizione. Benvenuti di nuovo qui, tra le righe di questo spazio che è sempre stato un tentativo di dar voce a quel silenzio che pratico troppo spesso. Oggi vorrei parlarvi di quella strana tentazione della fine che, paradossalmente, è l’unico momento in cui inizio a possedere davvero l’inizio. La lezione del giardino d'inverno C'è una storia antica, che arriva dal Giappone più precisamente dal pennello di Akiyama Shirobei Yoshitoki (秋山四郎兵衛義時), medico e marzialista, che profuma di resina e ghiaccio. Racconta di una tempesta di neve, una di quelle che non lasciano scampo. In un giardino stavano una quercia e un salice. La quercia era magnifica. Forte, fiera, con i rami muscolosi tesi contro il cielo. Guardava la neve cadere e decideva di opporsi. Diceva: "Io non mi piegherò". Accumulava i fiocchi sulle sue braccia legnose, sfidando il gelo con la pura forza della sua fibra. Ma la neve è silenziosa e costante. A un certo punto, il peso diventò eccessivo. Un crepitio secco, uno schianto, e il ramo della quercia si spezzò, lasciando una ferita inguaribile nel tronco. Il salice, invece, osservava la stessa neve. Ma i suoi rami erano sottili, flessibili, quasi privi di quella superbia minerale della pianta vicina. Quando la neve si accumulava su di lui, il salice non lottava. Semplicemente, cedeva. Si piegava verso terra, lasciando che il carico scivolasse via per gravità, per poi tornare a scattare verso l’alto, scarico e intatto. Spesso, quando penso di voler morire, è perché sto cercando di essere quercia. Sono convinto che la dignità risieda nella resistenza, nell'irrigidimento del cuore contro il dolore. Penso che "essere forti" significhi non flettere mai, non arrendersi, ma il mio mestiere me l’ha insegnato: tutto si piega, e quello che lo fa meno è destinato ad andare in pezzi rumorosamente. Ho un ricordo lontano di quando ho vinto dopo un concorso di cultura aeronautica il corso per brevettarmi pilota di volo a vela a Guidonia, ed ho visto nel primo volo le ali del mio aliante piegarsi in maniera impressionante, ma calcolata, per resistere alla spinta dell’aria, oltre ai numeri amici c’era una dimostrazione visibile che piegarsi può essere salutare. La vita non credo sia una estenuante prova di forza bruta: è una danza di adattamento; più precisamente un 乱取り. La cedevolezza non è debolezza: è l'intelligenza della sopravvivenza. È capire che per non rompersi bisogna, talvolta, lasciarsi andare verso il basso senza opporre resistenza, assecondando forze ostili, la gravità, come in una 受身. Il possesso della fine Voglio dirlo chiaramente come all’amica con la quale parlavo non molte ore fa, senza i filtri del perbenismo, totalmente distante dalla visione cattolica e perfino dal codice penale che prevede reato in caso di assistenza al suicidio: la vita ci appartiene esattamente quanto la morte. C'è una libertà vertiginosa in questo pensiero. Se sono io a possedere il diritto di andarmene, allora ogni istante in cui resto diventa una scelta consapevole, non una condanna inerziale. Troppo spesso mi accorgo di vivere come se fossi ostaggio della mia propria esistenza. Ma se ci riappropriamo dell'idea che la porta è sempre socchiusa, come socchiuso è un 円相, allora restare nella stanza acquista un valore nuovo. Decidere di vivere, nonostante il peso della neve, è l'atto di sovranità più alto che un essere umano possa compiere. Siamo noi i padroni del nostro "esserci". E in questa padronanza risiede la fine della paura. Perché se possiedi la tua morte, non hai più nulla da temere dalla vita. Se la vita mi è stata offerta come un dono, allora posso disporne come meglio credo, contrariamente all’ossimoro cattolico che il suicidio è peccato. Libera interpretazione del comandamento לֹא תִּרְצָח (in ebraico) Οὐ φονεύσεις (in greco) si riferisce letteralmente all'omicidio intenzionale e ingiustificato di un altro essere umano e non nomina il suicidio. In fondo anche Gesù è andato volontariamente verso una morte che avrebbe potuto (dovuto?) evitare, consegnandosi con meravigliosa cedevolezza. Il senso come servizio: l'estinzione dell'io Ma allora, perché restare? Perché scegliere la flessibilità del salice invece del definitivo silenzio del gelo? La risposta, del tutto personale, (non ho ambizioni di predicatore), per quanto possa sembrare anacronistica in questo secolo dell'iper-individualismo, risiede nel concetto di servizio. Un oggetto che non serve a nulla è destinato al dimenticatoio. Una vita che guarda solo a sé stessa, che si ripiega ossessivamente sul proprio ombelico e sui propri traumi, finisce per implodere. Perché la vita abbia senso, deve essere spesa. Deve essere "consumata" per qualcosa che non siamo noi. Deve aumentare al minimo l’entropia del metabolismo usando al meglio l’intelligenza che ci è concessa. Non parlo necessariamente di grandi eroismi, ma di quella tensione quotidiana verso l'altro, verso un'opera, verso una bellezza che ci trascende. Il salice non si piega solo per salvarsi: si piega per poter continuare a offrire ombra in estate, per permettere agli uccelli di nidificare tra i suoi rami alla prossima buona stagione. Quando sposti il baricentro da "cosa la vita deve dare a me" a "cosa io posso offrire alla vita", il peso della neve diventa improvvisamente gestibile. Servire qualcosa - una causa, un amore, una cura, persino un’arte - è l’unico modo per non essere schiacciati dal peso del proprio "io". L'io è una quercia pesante; il servizio è la linfa che rende il ramo flessibile. Ogni volta che ho pensato di voler morire, ho poi capito che volevo solo che morisse quella parte di me che non sapeva piegarsi. Volevo che finisse la rigidità, non l'esistenza. Non ho mai sentito morire la dignità, perché allora sì, allora trova un senso perfetto chiudere l’avventura terrena e a seconda del credo lasciare ai posteri, i pensieri, la resurrezione, la reincarnazione. Quindi, lascio che nevichi. Lascio che il mondo depositi su di me i suoi pesi più scuri. Non mi irrigidisco, ascolto i precetti di Jigoro Kano e di Morihei Ueshiba. Cedere, lasciare scivolare, e poi tornare a guardare il cielo come nel 天地投げ. Finché avrò qualcuno da servire, una bellezza da proteggere o un briciolo di luce da riflettere o dalla quale farmi attraversare, sentirò di possedere un motivo per scegliere, ancora una volta, di restare, ma attenzione per una scelta personale non per un dovere coatto, basato su leggi umane o divine. Al contrario se (citando Leopardi) A me, se di vecchiezza, la detestata soglia evitar non impetro, quando muti questi occhi all’altrui core, e lor fia voto il mondo, e il dì futuro del dì presente più noioso e tetro… Soprattutto se dipendere da persone, e macchine per prolungare in modo agonico un inutile rosario di giorni senza traccia, allora (uso una parola forte ma sincera) "Pretendo" il libero arbitrio di poter decidere quando scrivere la parola fine della mia vita, con la mia volontà. Senza retorica e senza ironia alcuna, ma con un grande e sereno sorriso, Buona Pasqua :)
Claudio Baglioni - Ancora la pioggia cadrà
Elogio della festa di Primavera: un Hallelujah spezzato
Yom R'vi'i 14 Nisan 5786: oggi è Pasqua, no non mi sto sbagliando. Sto riguardando una serie di calendari diversi, i calendari mi sono sempre piaciuti, misurano la stessa cosa, il tempo, ma in modo diverso, perché così sono gli esseri umani, uguali ma con differenti abitudini. Quando insegnavo a scuola ci siamo sbizzarriti a creare un foglio Excel che, partendo dalla nostra data tradizionale, quella che leggiamo anche sul cellulare, calcolasse le date in molti diversi calendari, da quelli più antichi a quelli di altre religioni, fino al più bello di tutti: il calendario più razionale della Rivoluzione francese (du Primidi, Germinal 234). Se chiedi alla maggior parte degli italiani quale festa sia imminente con buona probabilità ti risponderà Pasqua, come se ce ne fosse una sola, mentre sono almeno 3. Eppure c'è un substrato molto più antico, denso e terroso che pulsa sotto l'asfalto delle nostre tradizioni moderne. Faccio un passo indietro, o forse un passo più in profondità, per riscoprire i significati pagani e ancestrali di questa festività.
Il Risveglio: L'Equinozio e i Riti Ancestrali Prima delle cattedrali, prima dei concili, c'era l'Equinozio di Primavera. Quel momento magico, con un perfetto equilibrio astronomico in cui la luce pareggia i conti con le tenebre, per poi iniziare inesorabilmente a prevalere. I popoli antichi non celebravano una resurrezione metafisica, ma una resurrezione tangibile e ciclica: quella della terra. I miti nordeuropei e celtici onoravano Eostre (o Ostara), la dea della fertilità, del rinnovamento e dell'alba. I simboli che oggi consegniamo ingenuamente ai bambini non sono invenzioni dell'industria dolciaria. L'uovo (che racchiude la vita in potenza) e la lepre (nota per la sua prolificità) sono potenti archetipi pagani di un mondo che esplode di vita dopo essersi risvegliato dal gelo invernale. La Grande Traslazione: Separarsi dalle Radici Ma come siamo arrivati alla Pasqua che conosciamo oggi? Attraverso una vera e propria operazione di "traslazione" politico-religiosa. Originariamente, le prime comunità cristiane celebravano la loro Pasqua in esatta concomitanza con la Pesach ebraica, il 14 del mese di Nisan. Poiché il mese ebraico inizia sempre con la Luna Nuova (Rosh Chodesh), il 14 del mese cade inevitabilmente con la Luna Piena. Al tramonto del 14 Nisan inizia ufficialmente il 15 Nisan, ovvero il primo giorno di Pasqua e la celebrazione del Seder, quest’anno il 14 Nisan cade mercoledì 1° aprile. La Pasqua ebraica inizia dunque alla sera di quel giorno perché il giorno comincia quando non si distingue più un filo bianco da un filo nero. È la festa che ricorda la liberazione dalla schiavitù in Egitto, compresa l’ultima piaga: l’infanticidio dei primogeniti egiziani (Sinite parvulos venire ad me). Tuttavia, con il Concilio di Nicea nel 325 d.C., si decise di operare uno strappo netto. La motivazione principale era recidere le radici giudaiche per affermare un'identità autonoma: le due festività non dovevano più coincidere. Prima di Nicea, la cristianità era un mosaico di tradizioni locali. Molte comunità (soprattutto in Oriente) erano i cosiddetti Quartodecimani: celebravano la Pasqua il 14 di Nisan, esattamente come la Pesach ebraica, indipendentemente dal giorno della settimana. Nicea decise che questo non era più tollerabile. Le motivazioni addotte furono di un'ostilità politica e identitaria impressionante. Nelle lettere sinodali si legge chiaramente la volontà di "non avere nulla in comune con la parricida nazione dei Giudei". Spostare la festa alla domenica successiva al plenilunio non fu solo un calcolo astronomico di Dionigi il Piccolo, ma un atto di secessione culturale. Costantino, che presiedette il Concilio pur non essendo ancora battezzato, portò con sé il suo background di adoratore del Sol Invictus. Non è un caso che la Pasqua sia stata legata indissolubilmente ai cicli solari (l'equinozio). Si stabilì così che la Pasqua cristiana cadesse sempre di domenica e si ancorasse non più al calendario ebraico, ma ai cicli naturali: la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Questa mossa fu un capolavoro di sincretismo. Da una parte si allontanava la festività dalla sua matrice ebraica, dall'altra si andava a sovrapporre perfettamente la liturgia della resurrezione di Cristo alle preesistenti e inestirpabili celebrazioni pagane del risveglio della natura. L'Hallelujah: La Colonna Sonora della Nostra Umanità Il brano che ho scelto non è causale mi porta a riflettere su quanto le nostre celebrazioni siano atti squisitamente umani, imperfetti, stratificati e ricchi di compromessi. Ed è per questo che torno all’ascolto di un capolavoro che racchiude questa magnifica, disperata e trionfante contraddizione. Non un canto liturgico tradizionale, ma l'Hallelujah di Leonard Cohen, nella magistrale e viscerale interpretazione a cappella dei Pentatonix. Il termine Hallelujah significa letteralmente "Lodate Yahweh", ma Cohen lo ha spogliato della sua aura intoccabile, restituendolo alla terra, alla carne, al dubbio e all'estasi profana. Come canta nel testo stesso, "It's not a cry that you hear at night, it's not somebody who's seen the light, it's a cold and it's a broken Hallelujah" Non è un grido che senti di notte, non è qualcuno che ha visto la luce, è un freddo e spezzato Alleluia. La versione dei Pentatonix, priva di strumenti e affidata unicamente all'intreccio delle voci umane, amplifica questa mia sensazione. Le armonie vocali costruiscono una cattedrale sonora che però vibra di respiro, di fragilità e di nuda forza mortale. È il canto perfetto per una festa che mescola divinità antiche, astri, teologia e storia umana. È la voce di chi riconosce il lungo inverno appena trascorso, ma accoglie la primavera con un grido che è, al tempo stesso, preghiera e rassegnazione alla nostra affascinante imperfezione. Che stiate celebrando una resurrezione divina, la liberazione dall'Egitto, l'arrivo di Eostre o semplicemente il sole che torna a scaldare la pelle in perfetto equilibrio con la notte, vi auguro di trovare il vostro personale Hallelujah. Anche se freddo. Anche se spezzato. Buon Equinozio, e buona Rinascita a tutti.
Hallelujah di Leonard Cohen ft. Pentatonix Brano in 8D consigliate le cuffie

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Pensieri di notte
Poserò, poserò questo scudo di ferro Volerò fino a te che sei L'azzurro immenso su di me
(Cammariere, Kunsler e Bardotti)
Quanti stupendi incontri su questo porto di mare in questo periodo. Lo so è il mio carattere chiuso, inutilmente chiuso, che mi porta anche per trimestri interi a trattenere parole. Perseverare autem diabolicum. Approfitto di avere aperto la finestra e di espormi al vento della condivisione per questa meditazione quaresimale. Una volta lo facevo e mi faceva bene. Un respiro a denti stretti prima dell’attacco. Prima considerazione, sono un fabbricante di parole, ne costruisco molte come le acciughe quando fanno il pallone (chi apprezza De Andrè sa cosa voglio dire) mi ci nascondo dentro. Oggi, in questa notte che va a finire, vorrei provare ad andare dritto al sodo, senza matematica, senza lemmi strani, inusuali e inusitati, al massimo tre termini in giapponese non di più; sincero, anche se non so dove mi porterà questa corrente. Dunque il pensiero che mi attraversa (Mokuso): la morte è passata vicino a persone care, o a persone che sto imparando ad amare. Una morte di quelle impreviste, non come quella dei miei genitori che hanno passato i 90 anni e quindi te lo aspetti, per egoismo non sarai mai pronto al 100%, ma sai che la vita è preziosamente limitata. Gino Paoli ha perso un figlio e questo ha interrotto la sua voglia di vivere, non è nell’ordine naturale che un giovane vada avanti prima di uno con più anni, eppure capita. Un maestro ti ha lasciata e con lui il sostegno per non inciampare. Il ragionamento di oggi è, cosa succede a chi resta, come si va avanti dopo essere finiti nella buca con acqua. Penso a quando mi sono rotto la caviglia e come ho dovuto imparare a camminare di nuovo. Potrebbe essere che ci assomigli, che sia imparare con stupore, dolore, fatica e imprecazioni a rimettere un passo dopo l’altro, ad accettare la sensazione di squilibrio che però porta avanti, anche quando avanti è una direzione imprecisa senza consapevolezza, senza volontà perfino. Anche io ho perso persone care in modo imprevisto, inaspettato, penso sia esperienza comune, anime della mia stessa età che il mare si è portato via, avrei potuto essere con loro, ma il destino, ché al caso faccio fatica a credere, ha allontanato queste creature importanti e preziose per me, mentre mi affidava la crescita di una vita nuova, per un senso di equilibrio al quale ho paura di dare un nome, ma c’è. Trattengo metafore matematiche, (Mushin) non so se questi pensieri sconclusionati siano comprensibili, accarezzo però forte il senso di empatia, meglio di compassione nel senso più buddista del termine, rifiutando secondo i precetti di questa stessa via il distacco. Oggi no, oggi sento una vicinanza che mi porta a togliere ogni corazza, a cercare conforto nella musica, in questa che Ornella definisce una non preghiera, e in una tazza di thé che a quest’ora della notte sembra ancora più buono, più amaro e più vero, come vorrei essere io. Sono senza corazza, l’ho fatto spesso tirando di spada, spiegando a chi mi diceva che la protezione era per la mia sicurezza, che senza di questa ero più libero, più vigile, più sensibile a quanto mi circondava. Questo dovrei cercare, migliore sensibilità, imparare, rinunciare alla distanza (Ma Ai). Sono passate quattro ore da quando ho scritto queste parole, c’è l’aurora che promette un giorno nuovo. Le ho riguardate molte volte, aggiungendo le virgole che quando scrivo di getto non metto mai. Dopo i fiumi di parole mi specchio in questo schermo luminoso e decido di affidare al ricordo questa notte di quaresima. Buona Pasqua ed un abbraccio forte, forte, forte. :)
L' Azzurro Immenso - O. Vanoni
Grazie Gino
Caro Gino, caro al mio cuore... Ti sono debitore di molti momenti speciali della mia vita, dove le tue canzoni hanno fissato ricordi indelebili... La nonna che mi canta Sapore di Mare per farmi addormentare... Il viaggio a Pompei dove a una gatta, futura mamma, abbiamo cantato la canzone che le avevi dedicato... Le notti con gli amici in riva al mare e la chitarra, che stavo e che sto ancora imparando a suonare, per vedere visi innamorarsi e cantare Sassi, insieme con una sola voce... Mediterraneo, ed un amore interrotto, non per una donna, ma per la barca che ho amato di più, quel FD che avevo ribattezzato, con tutte le scaramanzie del caso: Rehu Moana (Brezza dell'oceano)... La fine di un amore, di quelli che segnano una tappa preziosa della vita per Fingere di Te... Il concerto con Ornella al Bandiera Gialla, quella notte che mi sono innamorato di un amore lungo tutta una vita, davvero una Lunga storia d'Amore... Quando è nato mio figlio avevi scritto "Appropriazione indebita" e io cantavo sopra alla tua voce: Father and Son... La Bella e la Bestia: io e la mia tenera piccola musicista che incrociamo le voci al Karaoke con Duetto... Quella serata di gioia e malinconia, ci voleva una tua canzone per trovare il coraggio di salire su di un palco, come se mi strizzassi l'occhio dicendo: Ti lascio una canzone. Il tuo ultimo jazz, adesso sei appena dietro The Hidden Corner, ma sento ancora tutte, poprio tutte, le tue canzoni, che risuonano nell'anima... Dev'essere molto bella la stanza dove non esiste più il soffitto viola e gli alberi sono infiniti... Voglio dirti davvero grazie! Ciao Gino
Gino Paoli - Ornella Vanoni - Il Cielo in una stanza