“ Con la disarmante franchezza che mostrano talvolta gli americani, Nancy Easterlin scrive: “l’attuale marginalizzazione delle humanities ci ha resi dolorosamente consapevoli che dobbiamo essere cólti per uno scopo, e che questo scopo deve essere attraente per gli amministratori”. Il passo è citato da Michele Cometa nel suo Perché le storie ci aiutano a vivere (Cortina Editore 2017), sottotitolo: La letteratura necessaria (ma “storie” o “letteratura”? i due termini non coincidono). Il libro di Cometa è un’interessante, esauriente rassegna degli studi di “biologia della letteratura” o “biopoetica”, l’ultimo grido della critica letteraria. Si tratta di studiare, dal punto di vista della neurofisiologia, che cosa accade nel cervello umano quando si inventano (o si raccontano, o si leggono) storie e canti – verificando appunto come questa attività aiuti gli umani a vivere, fornendo loro (rispetto alle altre specie) indubbi vantaggi cognitivi e adattativi. Una prospettiva integralmente materialista che fa piazza pulita, ed è giusto, di tutti gli idealismi e gli spiritualismi che in modo più o meno subdolo si sono sempre insinuati nell’idea di “creazione” o di “fedeltà alle Muse”. Ma, materialismo per materialismo, non si può nemmeno tacere quel che la Easterlin candidamente ammette: che la spinta a questi studi è nata negli Stati Uniti dal fatto che i dipartimenti umanistici vengono generalmente finanziati meno di quelli scientifici, per cui tocca agli umanisti dimostrare di essere “scientifici” anche loro (e allora vai col darwinismo letterario, e il cognitivismo, e le statistiche della ricezione – in un’orgia di neuroni specchio, di sopravvivenza del più adatto, di embodiment e di chaîne opératoire). Si parte dalla paleo-antropologia e dalla “esplosione cognitiva del Paleolitico superiore” per arrivare a Philip Roth; senza troppo insistere sul particolare che circa cinquemila anni fa è nata una cosa che si chiama letteratura scritta, con caratteri assolutamente peculiari, e che c’è una differenza non trascurabile tra I fratelli Karamazov e una roccia scheggiata in cui sia stata conservata, per bellezza, una conchiglia. È certo che le radici cerebrali della bellezza risalgono a circa quarantamila anni fa, e dunque da lì bisogna partire, ma siamo ancora alla fase pionieristica in cui si arriva “scientificamente” a risultati che, empiricamente e forse superstiziosamente, conoscevamo già. Mi è capitato, quando ancora insegnavo, di discutere una tesi di laurea in cui, dopo aver sottoposto a un test ben mille spettatori, si dimostrava con tanto di tabulati e grafici e “campana di Gauss” che la scena più memorabile della Dolce vita è quella in cui Anita Ekberg si bagna nella Fontana di Trevi. “
Walter Siti, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura, Rizzoli (collana Narrativa italiana), 2021. [Libro elettronico]
















