Inizia la settimana della Resistenza: Beppe Fenoglio e i C.S.I. La lotta partigiana tra la nebbia delle Langhe e il rock elettrico.
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VI RICORDATE QUEL 18 APRILE?
LIVE / Materiale Resistente 20.15: “Fertili presenze verso un piano di rinascita”
25 aprile 2015, una giornata dall'aspetto di una primavera di piombo, dato il colore del cielo. Materiale Resistente, il concerto che si terrà a Correggio in cui musica e Resistenza trovano e stringono un nuovo connubio, è alle porte.
Ho visto il grano esplodere nei campi nei fossi disseccati mi sono nascosto a corpo teso. Ora il sonno è lungo la luna breve. Di quell'ultima estate una cosa ricordo. Eravamo in tre uno vicino all'altro il fiato mozzo: io partigiano un fascista un tedesco e sopra di noi il canto di un grillo.
Cuciniamo braciole di castrato su fuochi di legna la macchia di sangue si allarga sulla benda sono una talpa ferita. Ho solo qualche bomba schifosa e stiamo insieme come branchi di lupi.
E ancora sta là Sammy soldato crocifisso alla porta, in posizione verticale è la vita l'albero il pagliaio la casa. La morte è più prossima alla terra del grano che marcisce.
Lea Ferranti – “Spoon River” Partigiana
Ci troviamo a passeggiare per un lungo rettilineo, un sentiero che porta verso lo spazio aperto dove si terrà la lunga serie di concerti a cui assisteremo, ad un evento che suona come una chiamata a raccolta. Materiale Resistente potrebbe dirsi questo: nel 1995 fu un evento dove il fattore musicale andava ad incontrarsi con quello della Resistenza, un fenomeno complesso, dotato anch'esso di un suo personale canzoniere, che sporgeva lo sguardo sulla realtà circostante per cercare nuove note e consonanze. Una realtà cambiata, restia ad essersi svilita (?), rigettata e come per magia riconsegnata al fulgore di una forza e di un senso del tragico, dell'estremo. Tutto questo si manifestò nella storia come possibilità, sia di dolore che gioia, con cui confrontarsi e vivere, a dimostrarli canzoni come saette, come Hanno crocifisso Giovanni dei Marlene Kuntz, allora appena dopo l’esordio, e Guardali negli occhi dei Csi, Vi ricordate quel 18 aprile dei Discplinatha, Wir sind partisanen di Umberto Palazzo e Il Santo Niente.
Passeggiamo per questo lungo viale pieno di verde. Una schiera di bambini e di pupazzi di cartone ci circonda, ogni origine e provenienza. Una piacevole sorpresa, il comune di Correggio ha veramente mobilitato tutta una comunità. Molti gli stands di associazioni di varie estrazioni ma tutte accomunate da una intima intesa di festa, di serenità. La gente si distende e si rilassa nel pieno dello spazio aperto del Parco della Memoria, tra qualche ora il concerto comincerà. Il tempo di distendersi sull'erba, respirare e poi appressarsi al palco. Come un ganglio di tensione ed attesa si scioglie trepidando, giunge sul palco Mara Redighieri, introdotta da Fabrizio Tavernelli, a sua volta musicista, storica e vivissima voce degli A.F.A, ora nel pieno della carriera solista, organizzatore della rassegna, accompagnato dal sindaco di Correggio Ilenia Malavasi.
Mara Redighieri si presenta accompagnata dalla chitarra di Lorenzo Valdesalici ed il contrabbasso di Nicola Bonacini. Tenera figura, sembra non aver perso nulla della vivacità dei suoi esordi. Si appresta a presentare il suo nuovo progetto Dio Valzer/Attanadara, rivisitazione dei canti anarchici e partigiani in veri e propri canzonieri ritrovati. La peculiarità della voce di Mara è ineccepibile: un tocco di grazia si unisce ad una sorta di bambinesca intrattabilità del timbro, al carattere di un Giamburrasca. La ragazza della stupenda cover di Orietta Berti, delle trame suadenti degli Üstmamò ha ora lo splendore di una bellezza tutta emiliana, barbara e finissima al medesimo tempo, col drappo rosso sul vestito nero ha tutta l'eleganza di una giovane matrona anarchica. Alcuni dei canti più noti che la Redighieri propone si mostrano in una veste dotata di una forza atemporale, pur assorbendo linfa dalla grandezza di una tradizione bisecolare, come dall'esperienza vicina per pochi chilometri del grandissimo Fausto Amodei. Il bersagliere ha cento penne apre le danze smuovendo la folla ancora intorpidita dall'umidore grigiastro che accerchia il cielo e la sua densità di nuvole. Alle classiche Siamo i ribelli della montagna e Per i morti di Reggio Emilia si uniscono canti anarchici come Il Galeone e Inno individualista, e la reazione del pubblico è di vitale reattività, aizzata anche dalle scherzose gags di Mara. Alcuni brani, come E verrà il dì che innalzerem le barricate sono cantati con il coro dell'Xm 24, un centro sociale di Bologna. Un coro di persone anche esse simpaticissime in un bel momento corale e di coinvolgimento.
Giungiamo al turno di Cisco. L'atmosfera è tutta col canto sostenuto del cantante, accompagnato da una formazione in acustico con violino. L’artista carpigiano ci accompagna con canzoni del nuovo album Matrimoni e funerali, come Sangue, sudore e merda, con la rivisitazione di alcuni dei brani più noti della sua carriera solista, o l'immancabile Bella Ciao. Un intermezzo più unico che raro si appresta sulle note di Al dievel.
Il protagonista della canzone, Germano Nicolini si presenta per un discorso, nei novantacinque anni di forza e vigore che lo contraddistinguono. Tornano in mente le parole di Giovanni Lindo Ferretti in Linea Gotica descriventi perfettamente l'atmosfera spirituale e climatica della giornata: “Cielo padano plumbeo denso incantato incredulo un canto partigiano al comandante Diavolo”. Germano Nicolini è figura di vivacissimo pensiero e volontà, elemento simbolico tanto della Resistenza quanto di come lo sguardo di chi ha passato un nodo cruciale della storia italiana sappia e debba ancora dare tantissimo al presente, avendone scontato tutto, dalla pena indebita, alla visione di una contraddizione latente che è emersa negli ultimi anni di saziante annichilimento della coscienza collettiva. Nicolini emerge con parole chiare, nette, si oserebbe dire marziali, si chiede sbigottito come il più puro degli adolescenti cosa stia succedendo nella realtà che lo attornia. Poi evoca parole come proiettile di un giovane eroe (in tempi di dimissione ed antieroismo, di etichette di appartenenza per tragedie del recente, suoni pure come parola quasi bizzarra, ma la si usi comunque) modenese, Giovanni Ulivi. Egli scrive, morto fucilato, in una lettera agli amici uno dei tanti pegni che la coscienza non può occultare, intascandosi la comodità di un tempo di pace: “Non dite di essere scoraggiati, di non voler più non sapere, pensate che tutto ciò è successo perché non ne avete voluto sapere. Non abbandonatevi nell'indifferenza degli ignavi”.
Si ritorna alla musica, dopo un discorso di peso e petto, sulle note di Cisco e del canto più noto delle Mondine, Bella Ciao.
Si passa al turno di Fabrizio Tavernelli, del suo complesso. Un rock energico e genuino, maggiormente diretto, cambiamento di rotta deciso dagli esordi con quella curiosissima e svariata forma musicale che erano gli Acid Folk Alleanza; una infinità di altre esperienze nei più svariati generi, nonché il merito di avere ideato Materiale Resistente già dalla sua prima edizione. La sua opera più recente è Volare basso, riproposta qui, dalla omonima title track, o canzoni degli A.F.A come Fossili. Una riconferma di valore per un musicista sempre in ricerca. Un “compagno generoso” come il comandante Diavolo lo ha definito durante il suo discorso. Musicista preparati, bell'atmosfera, nel torpore di un’afa di primavera, in una pioviggine che non sarebbe poi tardata ad arrivare.
È la fossa di un fascista ammazzata brevemente senza scarpe perchè le scarpe se le è messe un vivo senza scarpe perchè un vivo doveva ancora correre senza armi perchè un vivo doveva ancora sparare quando troverete da una siepe filo spinato che manca state certi sarà stato prelevato per una gola par- tigiana se troverete occhiaie scavate anche tra mille anni ricostruite una storia vinta dagli uomini contro le bestie
Luigi di Ruscio
La pioviggine non tarda ad arrivare ed è Giorgio Canali a fare da signore della pioggia. Cala un lento sentore di bagnato, il clima incespica, mentre i Rossofuoco incedono con una potenza che è puro stato di grazia, per quanto il termine teologico strida di fronte ad un essere così splendidamente terragno come Canali. Si parte con Fatevi fottere, si continua con Alè Alè, Nuvole senza Messico, Mostri sotto il letto. Ogni tanto Giorgio guarda al cielo per constatare se la pioggia voglia tramare a suo sfavore, per tarpare la brace che già con assoluta naturalezza si invigorisce, mentre la gente si muove al ritmo della batteria semplicemente devastante di Luca Martelli, le chitarre rugginose dello stesso Canali e Stewie dal Col, tra i migliori, più umili e carismatici musicisti che abbiamo in Italia. Non mancano battute di pura e divertentissima acredine arcigna sullo stato di cose e sul clima. Canali (grandioso bighellone, con cui concordiamo col giudizio di Umberto Palazzo “fortuna che esista una persona come lui”), lamenta che Cisco cantando Bella Ciao ha fatto piovere, dunque risponde con la poderosa Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio. Pura potenza eversiva della parola e del suono con tanto di capocciata finale, che fu canzone già bloccata in una compilation dall'atmosfera simile e sempre legata all'Emilia, in questo caso ad un concerto a Carpi nel 2010, quale fu Materiali Resistenti. In questa sede nessuna ritrosia istituzionale, una lettera celere sui sorrisi smaglianti oltre che sulla proliferazione neofascista, anche sui similari perbenisti delle istituzioni, anche di chi si scandalizza per due bestemmie, come se blasfemia e libertà d'espressione non coincidano. Basti andare a vedere gli pseudonimi o gli editoriali degli anarchici francesi sui loro giornali del primo Novecento. Una canzone suonata con una forza ed una fretta (forse per timore del piovasco imminente) che ha reso il concerto un momento irripetibile e non ha fatto che migliorare la resa dei musicisti, momento in cui la collettività all'ascolto ha schizzato in puro delirio ed entusiasmo.
Giunge il turno dei Giardino di Mirò, con Max Collini ad accompagnarli alla voce, per una sonorizzazione unica nel loro genere, come nel caso di questo grande gruppo, appositamente preparata per Materiale Resistente. Le narrazioni di Collini sono tripartite ed occupano una parte del concerto del gruppo di Cavriago, tratte da varie opere che il cantante menziona in chiusura dei brani, come ora: il primo brano si intitola Ida e Augusta, un racconto di Arturo Bertoldi tratto dal libro Perché i vivi non ricordano gli occhi di... (Istoreco, Reggio Emilia, 2013). Ad essi si unisce Sertorio, un racconto inedito dello stesso Collini, il terzo è Italia 1969, tratto una pagina di Giorgio Boatti tratta dal libro Piazza Fontana 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta (Einaudi, Torino, 1999).
L'atmosfera è dettata da una solennità assolutamente anti-retorica, Collini teso ma ineccepibile, un tappeto di chitarre ed una batteria scandita tra ariosità e marzialità. Nuccini e Reverberi riescono a creare con gli altri loro compagni un colonnato di volume e feedback straordinario. Non a caso si è parlato di droni, termine mai più esatto possa esservi per descrivere la sensazione che suscita l'ascolto del loro corpo sonoro. Le luci sono alte e le figure semi-ombreggiate dei musicisti danno ancora più forza anche visiva all'intensità tesissima della loro performance. Le parole si evocano e rincorrono verso un luogo della memoria tra ironia severa, terrori vacui e paranoie, figure eroiche ed irriducibili, oltre che lustrini e paillettes del mondo a venire ed ora di pubblico dominio della società dello spettacolo agli albori, tutto nelle parole di Max Collini.
Il pubblico è in intrepida attesa per l'arrivo de Lo Stato Sociale. Lungi da ogni forma di razzismo categorico, la perplessità di trovarli in questo contesto, pur gli stessi sostenendo di essere felici di essere lì, non si aliena all'ascolto. Gli stessi si muovono con una padronanza che è sfacciataggine, tra le oramai iperblasonate hits quali Mi sono rotto il cazzo. Ludovico “Lodo” Guenzi tesse un elogio della nonna screziato di patetico ma anche di quella che crede essere una forma di critica forse a suo avviso non surrogabile col chiacchiericcio. Ricorda sua nonna come fondamento della sua capacità di leggere o mal leggere il mondo, una quasi assorta incapacità di praticare col quotidiano a cui consegue l'abilità di sognare, pur ribadendo quanto la stessa gli ripetesse, come per psittacismo testimoniale, quanto i partigiani avessero pagato, quanti ne morirono, quanti dettero la vita, e che, a suo dire, quasi non se ne può più di questa ripetizione di un codice etico che sembra farsi fantasmatico.
Bene. Sinceramente, e non per repressività conformistica o intoccabilità del fenomeno resistenziale, ascoltare un'ironia del genere non può che dare una cifra della possibile pochezza non solo dell'ironia di una persona. Furbo risulta fare critica dicendo di non vestirla della solita compunta serietà, travestendola piuttosto nella parodia del giovane e del nuovo che avanza insofferente di ciò che lo precede. La proposta musicale è il perfetto bozzetto di un tempo a noi prossimo, confettura di elettronica caramellosa ed acidume di cuore e mente, in cui la perplessità e lo stupore falsamente macchiettistico ed autoironico dominano come ovvietà. Un umorismo di scarto che nemeno un personaggio di Ecce Bombo potrebbe avere, che diviene semplicemente un modo per ottenere un consenso tra masse di adolescenti e tardo-adolescenti. Non che li si disprezzi, così come si pretenda che il pensiero critico sia una necessità del gusto musicale, che l'adolescenza procrastinata ad eterno sia un ostacolo della vita in generale, semplicemente una scelta nel tempo delle scelte senza condizione. La scelta non tanto della loro presenza, quanto dei loro modi, suona deprecabile e giunge come un neo in una giornata al contrario di valida propositività. In ogni caso, sempre meglio una retorica della ripetizione che una vacua anti-retorica come posa di superiorità e superamento (presunto) di certi codici triti e ritriti.
Ma giungiamo al cuore della serata: I Post-Csi.
Ora m'accorgo d'amarti Italia, di salutarti Necessaria prigione
Non per le vie dolenti, per le città Rigate come visi umani Non per la cenere di passione Delle chiese, non per la voce Dei tuoi libri lontani
Ma per queste parole Tessute di plebi, che battono A martello nella mente, Per questa pena presente Che in te m'avvolge straniero.
Per questa mia lingua che dico A gravi uomini ardenti avvenire Liberi in fermo dolore compagni. Ora non basta nemmeno morire Per quel tuo vano nome antico.
Franco Fortini, Italia 1942
Salgono, mentre il pubblico guarda assorto, I Post-Csi. Per una buona decina di minuti sistemano tutto l'occorrente, ci si deve preparare per fare entrare la Banda del Quartiere. Parte l'arpeggio teso e dolente di Breviario Partigiano, e la Baraldi intona la cadenza greve di questo inno, ma con tutta la dolcezza di una femminilità che si ritrova fedele alla severità di una nuova Linea Gotica a cui prendere parte. Il gruppo è visibilmente emozionato, gli occhi di Massimo Zamboni ad attestarlo, il volto reclino di Angela Baraldi. Gli altri membri del gruppo, pur nella loro fermezza, sono contenti di essere presenti, di saturare l'aria di un “battito tellurico”, come la canzone intona, col poderoso basso di Maroccolo e la disturbatissima chitarra di Giorgio Canali, i magnellophoni di Francesco Magnelli e la batteria di Simone Filippi a sostenere. Parte poi Guardali negli occhi con leggero timore, con la buona imprecisione dell'emozione, tanto che Magnelli sbuffa docilmente per una misura leggermente fuori sincrono tra la voce e gli strumenti, ma che non intacca proprio nulla, la sincerità dell'emozione permane.
A susseguire alcune tra le perle più potenti a riportare alla forza originaria: impeccabile la versione di Linea Gotica. L'introduzione della canzone viene preceduta dalle notevoli parole di Davide Ferrario, le più forti e sincere, sulla maceria umana del tempo odierno, sulle macerie viste e vissute di Mostar: le parole più poderose di tutta la manifestazione insieme a quelle di Germano Nicolini. Si susseguono i grandi classici della band, con una Angela Baraldi sempre più signora delle danze, dolce, naturale e forte anche quando canta parole di piombo che saprebbe condurre all'afasia chi vi si appressa, come Del mondo, Unità di produzione, A tratti, Esco, Narko'$, M'importa 'na sega. Magnelli accenna la splendida ouverture di Inquieto per poi infrangerla nella trama spietatamente tenera di Annarella. Il pubblico canta completamente incatenato nell'incanto di una parola come nudità, che nella sua docilità è violentissima. Esito di un congedo netto che sa farsi abbraccio, con l'apertura giocosa della chitarra di Zamboni nella coda finale del brano a ridestare il pubblico da un colpo (quasi) di grazia.
Il nemico incede con una densità tutta di forza, nella difesa armata di domande e non di ordini. Un continuo questionare come difesa dal pericolo della morte inflitta convergono nel tragico dilemma del nemico, della sua costruzione, costituzione e destituzione problematica, nella guerra come unica e sola guerra civile.
Una guerra civile in cui le categorie sono nette e sfuggenti al tempo stesso, aeree come la trama di basso e di batteria e pianoforte che sostiene il brano. Laicissima litania, intrisa della storia di sangue raccolto e sparso di Ulisse Zamboni, nonno di Massimo e capitolo nodale della sua esperienza anche attuale in termini musicali oltre che esistenziali. Racconto intriso del sangue stesso di una città che sembra cantata come fosse un vaticinio di Cassandra, appostata come sentinella su una muraglia attraversata da un'orda guerriera, o forse più enigmaticamente da un nemico senza volto, ma di cui si percepisce la presenza che ingiunge e tende tutto a sé.
Una richiesta di perdono ed un atto di piena responsabilità al medesimo tempo verso chi precede e chi porterà poi avanti la testimonianza, la problematica capacità di non scendere mai a compromessi anche con “gli accorti commercianti in lacrime storiche” dei nostri tempi e della nostra nazione. Questa espressione virgolettata che Franco Fortini utilizza in una lettera a Primo Levi, di cui elogia la fermezza nell'analisi, ha tutta la ricchezza della vera testimonianza, tanto umana anzitutto che poi di naturale conseguenza storica. Essa fu già al tempo accortissima del pericolo della ripetizione, del non confondere la vittima e la ferita che preme col vittimismo, o con una neutralità da storia da manuale per il ricordo e la dinamica che lo contraddistingue. Tenendo tutto nella tragica ipoteca della fallacia che rincorre gli atti umani, la sorte e la memoria: posare sul capo una sorte avversa, ma per rialzarsi e guardare negli occhi, timidi o orgogliosi, paurosi o furenti, ciò che ci circonda e sembra come chiamarci ad un’ombra tangibile, ad una voce e al suo ascolto insidioso, eppure così necessario.
di Edoardo Manuel Salvioni
Skiantos - Fischia il vento (1995)
Üstmamò - Siamo i ribelli della montagna (1995)

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