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Mark Zuckerberg having tea at home (1800)
“Now He’s Playing GOD!!” Meta’s SINISTER Religious Agenda
Facebook gives permanent work from home job offers for its employees
Facebook gives permanent work from home job offers for its employees #Facebook #Employees #WorkFromHome #Covid #Jobs
Facebook is planning to look for employees who are ready to do their jobs from home. Key points- What Facebook CEO said on this?How is the situation after yearlong shutdown?Other tech giants- This offer will begin from employees from June 15. What Facebook CEO said on this? Facebook CEO, Mark Zuckenberg said- “We believe how we work is more important than where we work”. Facebook CEO, Mark…
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Facebook'tan ABD'deki seçimlerde olası yanlış bilgiler için yanıt
Facebook’tan ABD’deki seçimlerde olası yanlış bilgiler için yanıt
Sosyal medya devi Facebook, kullanıcıları Peace Data adlı sahte bir haber sitesine yönlendiren küçük bir sayfa ve hesap ağına karşı harekete geçti.
Facebook, ABD’li gazetecileri ırksal adalet, Biden-Harris kampanyası ve Başkan Trump’ın politikaları gibi konularda sol eğilimli okuyucuları hedef alan makaleler yazmaları için işe alan Rus ajanlar ile ilişkili küçük bir sahte hesaplar ve sayfalar…
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Facebook ve Twitter'a ünlü markalardan reklam şoku!!!
Facebook ve Twitter’a ünlü markalardan reklam şoku!!!
Bünyelerinde onlarca ünlü markayı bulunduran Unilever ve Procter-Gamble, ABD’de yaşanan olaylar nedeniyle önemli bir karar aldı. İki şirket, ayrımcılık ve nefret söylemlerinin yer alması nedeniyle Facebook ve Twitter’a reklam vermeyeceklerini duyurdu. Açıklamanın etkisi kısa sürede kendini gösterdi. Haftanın son gününde iki sosyal medya platformunun da hisseleri ortalama yüzde 7 düştü. Son darbe…
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In questa newsletter non siamo mai stati fan di Mark Zuckerberg. Non tanto e non solo per l’immensa capacità di condizionare le nostre vite che ha raggiunto il fondatore di Facebook: la lista dei potenti è troppo lunga per averli tutti sullo stomaco. È che Zuck è proprio speciale, non solo perché il suo potere già smisurato non smette di estendersi, ma soprattutto perché di questo geniale ipernarcisista sono ancora impercettibili alcuni elementi essenziali: il quadro di valori, il livello di coscienza, la frequenza degli scrupoli, i confini dell’ego. La fenomenologia di Zuckerberg è un work in progress, se ne dovranno occupare almeno un paio di generazioni di esperti di ogni ramo: massmediologi, sociologi, politologi, psicanalisti, economisti, storici, criminologi. Qui e ora conviene però seguirlo passo passo, perché ogni sua mossa è decisiva. L’ultima è il rifiuto, contrariamente al boss di Twitter Jack Dorsey, di prendere le distanze dalle minacce di Trump ai rivoltosi americani, un rifiuto per nulla compensato dalla personale condanna della violenza presidenziale. Ne è seguita l’insubordinazione dei dipendenti di Facebook. Il tema più evidente, e importante, è la responsabilità dei social network rispetto ai contenuti che pubblicano, e la difficoltà — ma pure la necessità — di trovare un equilibrio tra il tutto di cui rispondiamo noi giornali e il nulla di cui rispondono loro. Ma il tema di fondo è la personalità di Mark, che tutto dirige, tutto inquina, tutto manipola. Fosse eticamente più strutturato, Mark, allora certamente sarebbero da prendere in considerazione i suoi dubbi sulla possibilità che le piattaforme digitali decidano cosa va pubblicato e cosa «censurato»: per esempio il Wall Street Journal lo prende sul serio e gli dà ragione, gli chiede di superare questo «test di credibilità», di resistere al «bullismo» liberal e di registrare le istigazioni presidenziali all’odio senza fare un plissé, così la gente si fa «la sua idea» e decide. Si potrebbe aprire una discussione importante sul pilatismo interessato di Big Tech, ma anche sull’oggettiva difficoltà di controllare tutto. Ma essendo la struttura etica di Zuckerberg labile, sappiamo perfettamente che questo è solo un paravento per continuare a pubblicare tutto ciò che genera attenzione, e dunque profitti. Per questo è importante chiedersi, periodicamente: In cosa crede Mark Zuckerberg? Cosa c’è nella sua testa? Cosa gli sta a cuore? Cosa lo muove e cosa lo può fermare? Uno dei più importanti zuckologi del mondo è Siva Vaidhyanathan, autore di Antisocial Media: How Facebook Disconnects Us and Undermines Democracy. L’amabile chiacchierata con Trump con cui Zuckerberg ha concluso l’ultima querelle lo ha indotto a fare su Wired un nuovo punto sulla questione. E a chiedersi: un uomo che con tre piattaforme globali come Facebook, WhatsApp e Instagram «è in grado di strutturare l’esperienza culturale e intellettuale di miliardi di persone nel mondo», come può finire a tarallucci e vino con Trump nell’ora «in cui gli Stati Uniti affrontano la peggiore minaccia dalla guerra civile»? Come ha potuto un giovane dall’apparente visone cosmopolita, che va alle marce gay e sostiene l’immigrazione, favorire nel 2016 l’elezione di «un razzista che si vantava di abusi sessuali»? E appoggiare di fatto leadership autoritarie come quelle dell’indiano Modi e del filippino Duterte? «Bisogna chiedersi perché», e la risposta non può essere semplicemente «i soldi». Certamente si copre a destra e a manca: lo ha già fatto con i democratici e forse teme che Trump e i repubblicani gli vadano addosso in caso di rielezione. Ma al di là di queste manovre politiche, resta inevasa la risposta chiave: in che cosa crede davvero? All’inizio Vaidhyanathan lo considerava addirittura un idealista. Uno che credeva, genuinamente e ingenuamente, «nella forza della connessione, della comunicazione, della comunità». C’è un concetto chiave, da non dimenticare mai: «Essendo poco istruito e poco esperto, Zuckerberg non era turbato dai fatti, dalla storia o dalla complessità. La connettività bastava e avanzava». Cresciuto in bolle come Harvard, Silicon Valley — e poi Davos —, «pensavo che non avesse contezza della varietà della crudeltà umana. Che da americano maschio bianco ed etero, fosse ignaro dei modi in cui la “comunità” possa opprimere quanto consolare». E che a furia di frequentare miliardari bianchi che lo adulavano, ne fosse rimasto incantato. Poi è arrivato un libro più aggiornato sui misfatti del social network — Facebook: The Inside Story di Steven Levy — che spiega in modo impressionante «l’entusiasmo con cui Facebook ha assecondato la censura dei governi autoritari», e come si è fatto usare per il genocidio dei Rohingya in Birmania, il terrorismo religioso in Sri Lanka o la propaganda negazionista sui vaccini. È forse Zuck un caso di dissonanza cognitiva, di incoerenza inconsapevole tra valori predicati ed effetti provocati? No, è semplicemente che la passione per la «connettività» convive senza problemi con quella per il potere. E un aneddoto del libro di Levy lo spiega bene. Si rifà alle vaghe reminiscenze di Zuck di storia romana. A quanto pare, ama citare il Catone di Carthago delenda est riferendolo a Google. Shakeratelo con la sua nota venerazione per l’imperatore Augusto (è pure il nome di suo figlio) e il gusto del cocktail sarà riassumibile in una sola parola: Dominio. È la parola che grida nelle riunioni, come se stesse giocando a Risiko. Vaidhyanathan: «Tutto per lui è una partita da vincere. Lui deve vincere. Se milioni di persone si rompono le ossa giocando, il suo piano di gioco servirà comunque al bene superiore di un numero superiore di persone». Lo stesso concetto lo ha usato Marc Isaac, super reporter tecnologico del New York Times, quando la sua collega Shira Ovide gli ha chiesto «di cosa ha paura Zuckerberg». Risposta: «Il dominio è fluttuante, soprattutto nel tech. Credo che sia questo a non far dormire Mark. Ha paura che la gente perda interesse in Facebook, che i suoi concorrenti fuori dagli Stati Uniti lo superino. Sono preoccupazioni valide. Ma per la gente è difficile coglierne il senso quando tre miliardi di persone usano una delle app della compagnia, e Facebook continua ad aumentare i guadagni. Ha paura di essere usurpato, anche se non sembra possa succedere presto».
Il problema è che, nella sua ossessione cesaristica — il potere da conquistare e da rafforzare di continuo nel timore di perderlo — Zuckerberg — come si è visto nella gelida testimonianza al Congresso sullo scandalo di Cambridge Analytica — non è nemmeno sfiorato dal dilemma che prima o poi raggiunge tutte le persone che fanno la fatica di pensare, anch’esso riassumibile in una sola parola: Contraddizione. La contraddizione tra intenzioni dichiarate e conseguenze reali, tra enunciazioni ed eventi, tra il bene che certamente Facebook fa a un sacco di gente tenendole compagnia — lo ha confermato la pandemia: quanto è mancato un Facebook a tanti anziani soli e spaventati — e il male che consente di fare a chi lo usa per fini ignobili. Ancora Mark Isaac. Se gli chiedono se «Facebook fa più bene o male», lui risponde: «Ci penso di continuo. Ma c’è un modo per misurarlo, e decidere quale parte ha vinto?». La domanda retorica sembra una risposta evasiva, ma Isaac aggiunge una frase tremenda: «La questione per tanta gente — o almeno è quello che mi chiedo io — è questa: se la natura di un prodotto consente danni seri, compresa la morte, quel prodotto dovrebbe esistere?». Non c’è però la minima possibilità che Zuckerberg sia preso da simili tormenti esistenziali. Ancora Vaidhyanathan: «Crede in sé stesso in modo così totale, ed è così convinto che la sua visione del mondo funzioni completamente, che è immune dalla dissonanza cognitiva. È immune da nuove evidenze o argomenti. I megalomani non soffrono di dissonanza cognitiva». Insomma, questo dominatore è sì un idealista, ma è «idealista riguardo a sé stesso e alla sua visione di come tutti gli altri debbano vivere». Perché «crede che il meglio per Facebook sia il meglio per noi. A lungo termine, il dominio di Facebook lo redimerà rendendo le nostre vite migliori. Dobbiamo solo arrenderci e fare funzionare tutto questo». Tratta Trump e i suoi simili da governatori locali e li asseconda «perché l’imperatore resta lui». Come sempre, gli imperatori possono essere deposti, se solo ci si ribella. «Forse sta cominciando a succedere. Ma forse è troppo tardi».
Nella guerra dei social Youtube supera Facebook per il numero di accessi
#Youtube vs #Facebook; guerra sugli accessi o sui contenuti?
Youtube supera Facebook in Italia.
Secondo le analisi statistiche risalenti al mese di dicembre, nel nostro paese il social network di Mark Zuckenberg ha subito un progressivo calo degli accessi, a favore della piattaforma di Google.
I dati non fanno riferimento alla quantità temporale, bensì alla predisposizione cognitiva ed emotiva. Ben 35 milioni effettuano o hanno effettuato almeno un accesso…
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