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Sono il gioco che vien dall’ira.
Uno paga e l’altro tira..
Chi vince in sogno
Gioca per bisogno
Chi gioca per necessita’
Vive sempre in poverta’
Soldi,carte e dadi nella mano
Fan di un gentiluomo un villano
Per un tre,un cinque e un sei
Perse la villa ed I terreni il Conte Mattei.
Chi vuol perdere di botto
Per la maggioranza dei molluschi, la forma organica visibile non ha molta importanza nella vita dei membri d'una specie, dato che essi non possono vedersi l'un l'altro o hanno solo una vaga percezione degli altri individui e dell'ambiente. Ciò non esclude che striature a colori vivaci e forme che appaiono bellissime al nostro sguardo (come in molte conchiglie di gasteropodi) esistano indipendentemente da ogni rapporto con la visibilità.
I
Come me quand'ero attaccato a quello scoglio, volete dire? - domandò Qfwfq, - con le onde che salivano e scendevano, e io fermo, piatto piatto, a succhiare quel che c'era da succhiare e a pensarci sopra tutto il tempo? Se è di allora che volete sapere, posso dirvi poco. Forma non ne avevo, cioè non sapevo d'averne, ossia non sapevo che si potesse averne una. Crescevo un po' da tutte le parti, come vien viene; se è questo che chiamate simmetria raggiata, vuol dire che avevo la simmetria raggiata, ma per la verità non ci ho mai fatto attenzione. Perché avrei dovuto crescere più da una parte che dall'altra? Non avevo né occhi né testa né nessuna parte del corpo che fosse differente da nessun'altra parte; adesso vogliono convincermi che di due buchi che avevo uno era la bocca e l'altro l'ano, e che quindi già allora avevo la mia simmetria bilaterale né più né meno che i trilobiti e tutti voialtri, ma nel ricordo io questi buchi non li distinguo mica, facevo passare roba per dove mi veniva voglia, in dentro o in fuori era lo stesso, le differenze e le schifiltosità sono venute molto tempo dopo. Ogni tanto mi prendevano delle fantasie, questo sì; per esempio, di grattarmi sotto le ascelle, o d'accavallare le gambe, una volta anche di lasciarmi crescere i baffi a spazzolino. Uso queste parole qui con voi, per spiegarmi: allora tanti particolari non potevo prevederli: avevo delle cellule, pressappoco uguali l'una all'altra, e che facevano sempre lo stesso lavoro, tira e molla. Ma dato che non avevo forma mi sentivo dentro tutte le forme possibili, e tutti i gesti e le smorfie e le possibilità di far rumori, anche sconvenienti. Insomma, non avevo limiti ai miei pensieri, che poi non erano pensieri perché non avevo un cervello in cui pensarli, e ogni cellula pensava per conto suo tutto il pensabile tutto in una volta, non attraverso immagini, che non ne avevamo a disposizione di nessun genere, ma semplicemente in quel modo indeterminato di sentirsi lì che non escludeva nessun modo di sentirsi lì in un altro modo.
Era una condizione ricca e libera e soddisfatta, la mia d'allora, tutto il contrario di quel che voi potete credere. Ero scapolo (il sistema di riproduzione d'allora non richiedeva accoppiamenti neppure temporanei), sano, senza troppe pretese. Quando uno è giovane, ha davanti a sé l'evoluzione intera con tutte le vie aperte, e nello stesso tempo può godersi il fatto d'esser lì sullo scoglio, polpa di mollusco piatta e umida e beata. Se si paragona con le limitazioni venute dopo, se si pensa a quello che l'avere una forma fa escludere di altre forme, al tran- tran senza imprevisti in cui a un certo punto ci si finisce per sentire imbottigliato, ebbene, posso dire che allora era un bel vivere.
Certo, vivevo un po' concentrato in me stesso, questo è vero, non c'è paragone con la vita di relazione che si fa adesso; e ammetto pure d'esser stato - un po' per l'età, un po' per influsso dell'ambiente - quel che si dice leggermente narcisista; insomma stavo lì a osservarmi tutto il tempo, vedevo in me tutti i pregi e tutti i difetti, e mi piacevo, sia negli uni sia negli altri; termini di confronto non ne avevo, va tenuto conto anche di questo.
Ma non ero mica così indietro da non sapere che oltre a me esisteva dell'altro: lo scoglio addosso al quale ero appiccicato, si capisce, e anche l'acqua che mi raggiungeva a ogni ondata, ma pure altra roba più in là, cioè a dire il mondo. L'acqua era un mezzo d'informazione attendibile e preciso: mi portava sostanze commestibili che io sorbivo attraverso tutta la mia superficie, e altre immangiabili ma dalle quali mi facevo un'idea di quel che c'era in giro. Il sistema era questo: arrivava un'ondata, e io, da attaccato allo scoglio, mi sollevavo un tantino, ma una cosa impercettibile, mi bastava allentare un po' la pressione e slaff, l'acqua mi passava sotto piena di sostanze e sensazioni e stimoli. Questi stimoli non sapevi mai come giravano, alle volte un solletico da crepare dal ridere, alle volte un brivido, un bruciore, un prurito, cosicché era una continua alternativa di divertimento e d'emozioni. Ma non crediate che stessi lì passivo, accettando a bocca aperta tutto quello che veniva: dopo un po' m'ero fatto la mia esperienza ed ero svelto ad analizzare che razza di roba mi stava arrivando e a decidere come dovevo comportarmi, per approfittarne nel miglior modo o per evitare le conseguenze più sgradevoli. Tutto stava nel giocare di contrazioni, con ciascuna delle cellule che avevo, o nel rilassarmi al momento giusto: e potevo fare le mie scelte, rifiutare, attirare e perfino sputare.
Così seppi che c'erano gli altri, l'elemento che mi circondava era grondante di loro tracce, altri ostilmente diversi da me oppure disgustosamente simili. No, adesso vi sto dando un'idea di me come d'un carattere scorbutico, e non è vero; certo ognuno continuava a badare ai fatti suoi, ma la presenza degli altri mi rassicurava, descriveva intorno a me uno spazio abitato, mi liberava dal sospetto di costituire un'eccezione allarmante, per il fatto che a me solo toccasse d'esistere, come di un esilio.
E c'erano le altre. L'acqua trasmetteva una vibrazione speciale, come un frin frin frin, ricordo quando me ne accorsi la prima volta, ossia: non la prima, ricordo quando mi accorsi che me ne accorgevo come di una cosa che avevo sempre saputo. Alla scoperta della loro esistenza, mi prese una gran curiosità, non tanto di vederle, e neppure di farmi vedere da loro - dato che, primo, non avevamo la vista, e, secondo, i sessi non erano ancora differenziati, ogni individuo era identico a ogni altro individuo e a guardare un altro o un'altra avrei provato altrettanto gusto che a guardare me stesso -, ma una curiosità di sapere se tra me e loro sarebbe successo qualcosa. Uno struggimento, mi prese, non di fare qualcosa di speciale, che non sarebbe stato il caso, sapendo che non c'era proprio niente di speciale da fare, e di non speciale nemmeno, ma in qualche modo di rispondere a quella vibrazione con una vibrazione corrispondente, o per meglio dire: una vibrazione mia personale, perché lì sì che risultava qualcosa che non era esattamente la stessa dell'altra, cioè adesso voi potete dire una cosa degli ormoni ma per me era davvero molto bello.
Ecco insomma che una di loro, sflif sflif sflif, emetteva le sue uova, e io, sfluff sfluff sfluff, le fecondavo: tutto giù dentro il mare, mescolato, nell'acqua tepida di sotto il sole, non vi ho detto che il sole io lo sentivo, intiepidiva il mare e scaldava la roccia.
Una di loro, ho detto. Perché, tra tutti quei messaggi femminili che il mare mi sbatteva addosso, dapprincipio come una minestra indifferenziata in cui per me tutto era buono e ci grufolavo in mezzo senza badare a com'era l'una e l'altra, ecco che a un certo punto avevo capito cos'era che rispondeva meglio ai miei gusti, gusti che beninteso non conoscevo prima di quel momento. Mi ero insomma innamorato. Vale a dire: avevo cominciato a riconoscere, a isolare, i segni di una da quelli delle altre, anzi li aspettavo, questi segni che avevo cominciato a riconoscere, li cercavo, anzi rispondevo a questi segni che aspettavo con altri segni che facevo io, anzi ero io a provocarli, questi segni di lei ai quali io rispondevo con altri segni miei, vale a dire io ero innamorato di lei e lei di me, cosa si poteva desiderare di più dalla vita?
Ora i costumi sono cambiati, e a voi già pare inconcepibile che ci si potesse innamorare così di una qualsiasi, senza averla frequentata. Eppure attraverso quel tanto di suo inconfondibile che restava in soluzione nell'acqua marina e che le onde mi mettevano a disposizione, ricevevo una quantità d'informazioni su di lei che non potete immaginare: non le informazioni superficiali e generiche che si hanno adesso a vedere e a odorare e a toccare e a sentire la voce, ma informazioni dell'essenziale, sulle quali potevo poi lavorare lungamente d'immaginazione. La potevo pensare con una precisione minuziosa, e non tanto pensare lei come era fatta, che sarebbe stato un modo banale e grossolano di pensarla, ma pensare lei come da senza forma qual era si sarebbe trasformata se avesse preso una delle infinite forme possibili, restando però sempre lei. Ossia, non che mi immaginassi le forme che lei avrebbe potuto prendere, però mi immaginavo la particolare qualità che lei, prendendole, avrebbe dato a quelle forme.
La conoscevo bene, insomma. E non ero sicuro di lei. Mi prendevano ogni tanto dei sospetti, delle ansietà, delle smanie. Non lasciavo trapelare nulla, voi conoscete il mio carattere, ma sotto quella maschera d'impassibilità passavano supposizioni che neppure ora riesco a confessare. più d'una volta ho sospettato che lei mi tradisse, che dirigesse messaggi non solo a me ma pure ad altri, più d'una volta ho creduto d'averne intercettato uno, o d'aver scoperto in uno diretto a me accenti non sinceri. Ero geloso, ora posso dirlo, geloso non tanto per diffidenza verso di lei, ma perché insicuro di me stesso: chi mi garantiva che lei avesse capito bene chi io ero? anzi: che avesse capito che io c'ero? Questo rapporto che si compiva tra noi due tramite l'acqua marina - un rapporto pieno, completo, cosa potevo pretendere di più? - era per me assolutamente personale, tra due individualità uniche e distinte; ma per lei? Chi mi garantiva che quel che lei poteva trovare in me non lo trovasse anche in un altro, o in altri due o tre o dieci o cento come me? Chi mi assicurava che l'abbandono con cui lei partecipava al rapporto con me non fosse un abbandono indiscriminato, alla carlona, un tripudio - sotto a chi tocca - collettivo?
Che questi sospetti non corrispondessero al vero, me lo confermava la vibrazione sommessa, privata, a tratti ancora trepidante di pudore che avevano le nostre corrispondenze; ma se appunto per timidezza e inesperienza lei non facesse abbastanza attenzione alle mie caratteristiche e di ciò approfittassero altri per intrufolarsi? e lei, novellina, credesse che ero sempre io, non distinguesse l'uno dall'altro, e così i nostri giochi più intimi venissero estesi a una cerchia di sconosciuti...?
Fu allora che mi misi a secernere materiale calcareo. Volevo fare qualcosa che marcasse la mia presenza in modo inequivocabile, che la difendesse, questa mia presenza individuale, dalla labilità indifferenziata di tutto il resto. Ora è inutile che cerchi di spiegare accumulando parole la novità di questa mia intenzione, già la prima parola che ho detto basta e avanza: fare, volevo fare, e considerando che non avevo mai fatto nulla né pensato che si potesse fare nulla, questo era già un grande avvenimento. Così incominciai a fare la prima cosa che mi venne, ed era una conchiglia. Dal margine di quel mantello carnoso che avevo sul corpo, mediante certe ghiandole, cominciai a buttar fuori secrezioni che prendevano una curvatura tutto in giro, fino a coprirmi d'uno scudo duro e variegato, scabroso di fuori e liscio e lucido di dentro.
Naturalmente io non avevo modo di controllare che forma aveva quello che stavo facendo: stavo lì sempre accoccolato su me stesso, zitto e tardo, e secernevo. Continuai anche dopo che la conchiglia mi aveva ricoperto tutto il corpo, e così cominciai un altro giro, insomma mi veniva una conchiglia di quelle tutte attorcigliate a spirale, che voi a vederle credete siano tanto difficili da fare invece basta insistere e buttar fuori pian pianino materiale sempre lo stesso senza interruzione, e crescono così un giro dopo l'altro.
Dal momento che ci fu, questa conchiglia fu anche un luogo necessario e indispensabile per starci dentro, una difesa per la mia sopravvivenza che guai se non me la fossi fatta, ma intanto che la facevo non mi veniva mica di farla perché mi serviva, ma al contrario come a uno gli viene di fare un'esclamazione che potrebbe benissimo anche non fare eppure la fa, come uno che dice «bah!» oppure «mah!», così io facevo la conchiglia, cioè solo per esprimermi. E in questo esprimermi ci mettevo tutti i pensieri che avevo per quella là, lo sfogo della rabbia che mi faceva, il modo amoroso di pensarla, la volontà di essere per lei, d'essere io che fossi io, e per lei che fosse lei, e l'amore per me stesso che mettevo nell'amore per lei, tutte le cose che potevano essere dette soltanto in quel guscio di conchiglia avvitato a spirale.
A intervalli regolari la roba calcarea che secernevo mi veniva colorata, così si formavano tante belle strisce che continuavano diritte attraverso le spirali, e questa conchiglia era una cosa diversa da me ma anche la parte più vera di me, la spiegazione di chi ero io, il mio ritratto tradotto in un sistema ritmico di volumi e strisce e colori e roba dura, ed era anche il ritratto di lei tradotto in quel sistema lì, ma anche il vero identico ritratto di lei così com'era, perché nello stesso tempo lei stava fabbricandosi una conchiglia identica alla mia e io senza saperlo stavo copiando quello che faceva lei e lei senza saperlo copiava quello che facevo io, e tutti gli altri stavano copiando tutti gli altri e costruendosi conchiglie tutte uguali, cosicché si sarebbe rimasti al punto di prima se non fosse per il fatto che in queste conchiglie si fa presto a dire uguale, poi se vai a guardare si scoprono tante piccole differenze che potrebbero in seguito diventare grandissime.
Posso dire dunque che la mia conchiglia si faceva da sé, senza che io mettessi una particolare attenzione a farla riuscire in un modo piuttosto che in un altro, ma questo non vuol dire che intanto io rimanessi distratto, a mente sgombra; mi ci applicavo, invece, in quell'atto del secernere, senza distrarmi un secondo, senza mai pensare ad altro, ossia: pensando sempre ad altro, dato che la conchiglia non sapevo pensarla, come del resto non sapevo pensare neanche altro, ma accompagnando lo sforzo di fare la conchiglia con lo sforzo di pensare di fare qualche cosa, ossia qualsiasi cosa, ossia tutte le cose che si sarebbero poi potute fare. Cosicché non era nemmeno un lavoro monotono, perché lo sforzo di pensiero che lo accompagnava si diramava verso innumerevoli tipi di pensieri che si diramavano ognuno verso innumerevoli tipi di azioni che potevano servire a fare ciascuno innumerevoli cose, e il fare ciascuna di queste cose era implicito nel far crescere la conchiglia, giro dopo giro...
II
(Tanto che adesso, passati cinquecento milioni d'anni, mi guardo intorno e vedo sopra lo scoglio la scarpata ferroviaria e il treno che ci passa sopra con una comitiva di ragazze olandesi affacciate al finestrino e nell'ultimo scompartimento un viaggiatore solo che legge Erodoto in un'edizione bilingue, e sparisce nella galleria sopra alla quale corre la strada camionale con il cartellone «Visitate la Rau» che rappresenta le piramidi, e un motofurgoncino di gelati tenta di sorpassare un camion carico di copie della dispensa «Rh-Stijl» di una enciclopedia a dispense ma poi frena e si riaccoda perché la visibilità è impedita da una nuvola di api che attraversa la strada proveniente da una fila di alveari situati in un campo da cui certamente un'ape regina sta volando via tirandosi dietro tutto uno sciame in senso contrario al fumo del treno rispuntato all'altra estremità della galleria, cosicché non si vede più nulla per questo strato nuvoloso di api e fumo di carbone, se non alcuni metri più sopra un contadino che rompe la terra a colpi di zappa e senza accorgersene riporta alla luce e torna a sotterrare un frammento di zappa neolitica simile alla sua, in un orto che circonda un osservatorio astronomico con i telescopi puntati al cielo e sulla cui soglia la figlia del custode siede leggendo gli oroscopi di un settimanale che ha in copertina il viso della protagonista del film Cleopatra, vedo tutto questo e non provo nessuna meraviglia perché il fare la conchiglia implicava anche fare il miele nel favo di cera e il carbone e i telescopi e il regno di Cleopatra e i film su Cleopatra e le piramidi e il disegno dello zodiaco degli astrologi caldei e le guerre e gli imperi di cui parla Erodoto e le parole scritte da Erodoto e le opere scritte in tutte le lingue comprese quelle di Spinoza in olandese e il riassunto in quattordici righe della vita e delle opere di Spinoza nella dispensa «Rh- Stijl» dell'enciclopedia sul camion sorpassato dal motofurgoncino dei gelati e così nel fare la conchiglia mi pare d'aver fatto anche il resto.
Mi guardo intorno e chi cerco? è sempre lei che io cerco innamorato da cinquecento milioni di anni e vedo sulla spiaggia una bagnante olandese cui un bagnino con la catenella d'oro mostra per spaventarla lo sciame d'api in cielo, e la riconosco, è lei, la riconosco dal modo inconfondibile di sollevare la spalla fin quasi a toccarsi una guancia, ne sono quasi sicuro, anzi direi assolutamente sicuro se non fosse per una certa somiglianza che ritrovo anche nella figlia del custode dell'osservatorio astronomico, e nella fotografia dell'attrice truccata da Cleopatra, o forse in Cleopatra com'era veramente di persona, per quel tanto della Cleopatra vera che si dice continui in ogni rappresentazione di Cleopatra, o nell'ape regina che vola in testa allo sciame per lo slancio inflessibile con cui avanza, o nella donna di carta ritagliata e incollata sul parabrezza di plastica del motofurgoncino dei gelati, in un costume da bagno uguale a quello della bagnante sulla spiaggia la quale adesso ascolta da una radiolina a transistor una voce di donna che canta, la stessa voce che sente dalla sua radio il camionista dell'enciclopedia, e anche la stessa che io ormai sono sicuro di aver sentito per cinquecento milioni d'anni, è certamente lei quella che sento cantare e di cui cerco intorno un'immagine e non vedo altro che gabbiani planare sulla superficie del mare dove affiora lo scintillio d'un branco di acciughe e per un momento sono convinto di riconoscerla in un gabbiano femmina e un momento dopo ho il dubbio che invece sia un'acciuga, però potrebbe essere ugualmente una qualsiasi regina o schiava nominata da Erodoto o solamente sottintesa nelle pagine del volume messo a segnare il posto del lettore uscito nel corridoio del treno per attaccare discorso con le turiste olandesi, o una qualsiasi delle turiste olandesi, di ognuna di queste posso dirmi innamorato e nello stesso tempo sicuro d'essere innamorato sempre di lei sola.
E più mi arrovello d'amore per ciascuna di loro, meno mi decido a dire loro: «Sono io!» temendo di sbagliarmi e ancor più temendo che sia lei a sbagliarsi, a prendermi per qualcun altro, per qualcuno che da quanto lei sa di me potrebbe anche essere scambiato con me, per esempio il bagnino con la catenella d'oro, o il direttore dell'osservatorio astronomico, o un gabbiano, o un'acciuga maschio, o il lettore di Erodoto, o Erodoto in persona, o il gelataio motociclista che ora è sceso sulla spiaggia per una stradina polverosa in mezzo ai fichi d'India ed è attorniato dalle turiste olandesi in costume da bagno, o Spinoza, o il camionista che ha nel suo carico la vita e l'opera di Spinoza riassunte e ripetute duemila volte, o uno dei fuchi che agonizzano in fondo all'alveare dopo aver compiuto il loro atto di continuazione della specie).
III
...Questo non toglie che la conchiglia fosse soprattutto conchiglia, con la sua forma particolare, che non poteva essere diversa perché era proprio la forma che gli avevo dato, cioè l'unica che io sapessi e volessi darle. Avendo la conchiglia una forma, anche la forma del mondo era cambiata, nel senso che adesso comprendeva la forma del mondo com'era senza la conchiglia più la forma della conchiglia.
E ciò aveva grandi conseguenze: perché le vibrazioni ondulatorie della luce, colpendo i corpi, ne traggono particolari effetti, il colore anzitutto, cioè quella roba che usavo per fare le strisce e che vibrava in maniera diversa dal resto, ma poi anche il fatto che un volume entra in uno speciale rapporto di volumi con gli altri volumi, tutti fenomeni di cui io non potevo rendermi conto eppure c'erano.
La conchiglia così era in grado di produrre immagini visuali di conchiglie, che sono cose molto simili - per quel che se ne sa - alla conchiglia stessa, solo che mentre la conchiglia è qui, loro si formano da un'altra parte, possibilmente su una rètina. Un'immagine presupponeva dunque una rètina, la quale a sua volta presuppone un sistema complicato che fa capo a un encefalo. Cioè io producendo la conchiglia ne producevo anche l'immagine - anzi non una ma moltissime perché con una conchiglia sola si può fare quante immagini di conchiglia si vuole - ma solo immagini potenziali perché per formare un'immagine ci vuole tutto il necessario, come dicevo prima: un encefalo con i suoi relativi gangli ottici, e un nervo ottico che porti le vibrazioni da fuori fin lì dentro, il quale nervo ottico, all'altra estremità finisce in un qualcosa fatto apposta per vedere cosa c'è fuori che sarebbe l'occhio. Ora è ridicolo pensare che uno avendo l'encefalo ne dirami un nervo come fosse una lenza tirata al buio e finché non gli spuntano gli occhi non possa sapere se fuori c'è qualcosa da vedere o no. Io di questo materiale non avevo niente, quindi ero il meno autorizzato a parlarne; però mi ero fatto una mia idea e cioè che l'importante era costituire delle immagini visuali, e poi gli occhi sarebbero venuti di conseguenza. Quindi mi concentravo per far sì che quanto di me stava fuori (e anche quanto di me all'interno condizionava l'esterno) potesse dar luogo a un'immagine, anzi a quella che in seguito si sarebbe detta una bella immagine (confrontandola con altre immagini definite meno belle, bruttine, o brutte da far schifo).
Un corpo che riesce a emettere o a riflettere vibrazioni luminose in un ordine
distinto e riconoscibile - io pensavo - cosa se ne fa di queste vibrazioni? se le mette in tasca? no, le scarica addosso al primo che passa lì vicino. E come si comporterà costui davanti a vibrazioni che non può utilizzare e che prese così magari dànno un po' fastidio? nasconderà la testa in un buco? no, la sporgerà in quella direzione finché il punto più esposto alle vibrazioni ottiche non si sensibilizzerà e svilupperà il dispositivo per fruirne sotto forma di immagini. Insomma, il collegamento occhio- encefalo io lo pensavo come un tunnel scavato dal di fuori, dalla forza di ciò che era pronto per diventare immagine, più che dal di dentro ossia dall'intenzione di captare una immagine qualsiasi.
E non mi sbagliavo: ancor oggi sono sicuro che il progetto - nelle grandi linee - era giusto. Ma il mio errore era nel pensare che la vista sarebbe venuta a noi, cioè a lei e a me. Elaboravo un'immagine di me armoniosa e colorata per poter entrare nella ricettività visiva di lei, occuparne il centro, stabilirmici, perché lei potesse fruire di me continuamente, con il sogno e col ricordo e con l'idea oltre che con la vista. E sentivo che nello stesso tempo lei irradiava un'immagine di sé tanto perfetta che si sarebbe imposta ai miei sensi brumosi e tardi, sviluppando in me un campo visivo interiore dove avrebbe definitivamente sfolgorato.
Così i nostri sforzi ci portavano a diventare quei perfetti oggetti d'un senso che non si sapeva ancora bene cosa fosse e che poi diventò perfetto appunto in funzione della perfezione del suo oggetto il quale eravamo appunto noi. Dico la vista, dico gli occhi; solo non avevo previsto una cosa: gli occhi che finalmente si aprirono per vederci erano non nostri ma di altri.
Esseri informi, incolori, sacchi di visceri messi su alla meglio, popolavano l'ambiente tutt'intorno, senza darsi il minimo pensiero di cosa fare di se stessi, di come esprimersi e rappresentarsi in una forma stabile e compiuta e tale da arricchire le possibilità visive di chiunque la vedesse. Vanno, vengono, un po' affondano, un po’ emergono, in quello spazio tra aria e acqua e scoglio, girano distratti, dànno volta; e noi intanto, io e lei e tutti coloro che eravamo intenti a spremere una forma da noi stessi, stiamo lì a sgobbare nella nostra buia fatica. Per merito nostro, quello spazio mal differenziato diventa un campo visivo: e chi ne approfitta? questi intrusi, questi che alla possibilità della vista non avevano mai pensato prima (perché, brutti com'erano, a vedersi tra loro non ci avrebbero guadagnato niente), questi che erano stati i più sordi alla vocazione della forma. Mentre noi eravamo chini a smaltire il grosso del lavoro, cioè a far sì che ci fosse qualcosa da vedere, loro zitti zitti si prendevano la parte più comoda: adattare i loro pigri, embrionali organi ricettivi a quel che c'era da ricevere, cioè le nostre immagini. E non mi vengano a dire che fu un travaglio laborioso anche il loro: da quella pappa mucillaginosa di cui erano piene le loro teste tutto poteva venir fuori, e un dispositivo fotosensibile non ci vuol molto a tirarlo su. Ma a perfezionarlo, vi voglio vedere! Come fai, se non ci hai degli oggetti visibili da vedere, anzi vistosi, anzi tali da imporsi alla vista? Insomma, si fecero gli occhi a nostre spese.
Così la vista, la nostra vista, che noi oscuramente aspettavamo, fu la vista che gli altri ebbero di noi. In un modo o nell'altro, la grande rivoluzione era avvenuta: tutt'a un tratto intorno a noi s'aprirono occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolati di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccettati di mosche e di formiche. Una foca avanza nera e lucida ammiccando con occhi piccoli come capocchie di spillo. Una lumaca sporge occhi a palla in cima a lunghe antenne. Gli occhi inespressivi d'un gabbiano scrutano il pelo dell'acqua. Di là d'una maschera di vetro gli occhi aggrottati d'un pescatore subacqueo esplorano il fondo. Dietro a lenti di canocchiale gli occhi d'un capitano di lungo corso e dietro a occhialoni neri gli occhi d'una bagnante convergono i loro sguardi sulla mia conchiglia, poi li intrecciano tra loro dimenticandomi. Incorniciati da lenti da presbite mi sento addosso gli occhi presbiti d'uno zoologo che cerca d'inquadrarmi nell'occhio di una Rolleiflex. In quel momento un branco di minutissime acciughe appena nate mi passa davanti, tanto piccole che in ogni pesciolino bianco pare che ci sia posto solo per il puntino nero dell'occhio, ed è un pulviscolo d'occhi che attraversa il mare.
Tutti questi occhi erano i miei. Li avevo resi possibili io; io avevo avuto la parte attiva; io gli fornivo la materia prima, l'immagine. Con gli occhi era venuto tutto il resto, quindi tutto ciò che gli altri, avendo gli occhi, erano diventati, in ogni loro forma e funzione, e la quantità di cose che avendo gli occhi erano riusciti a fare, in ogni loro forma e funzione, veniva fuori da quel che avevo fatto io. Non per nulla erano implicite nel mio star lì, nel mio aver relazioni con gli altri e con le altre eccetera, nel mio mettermi a fare la conchiglia eccetera. Insomma avevo previsto proprio tutto.
E in fondo a ognuno di quegli occhi abitavo io, ossia abitava un altro me, una delle immagini di me, e s'incontrava con l'immagine di lei, la più fedele immagine di lei, nell'ultramondo che s'apre attraversando la sfera semiliquida delle iridi, il buio delle pupille, il palazzo di specchi delle rètine, nel vero nostro elemento che si estende senza rive né confini.
Cómo la derecha chilena y el gobierno norteamericano ejecutaron un elaborado plan para acabar con la experiencia de la primera revolución de tinte socialista desarrollada por cauces democráticos y pluralistas.
Director: Armand Mattelart
Año producción: 1976
Formato: 35 mm
Duración: 130′
Género: documental
De retorno a Francia, en 1973, tras su expulsión de Chile, Mattelart se propone realizar un documental sobre la experiencia del gobierno de la Unidad Popular. Con Jacqueline Meppiel y Valérie Mayoux, seleccionan documentos de unas 20 fuentes: cinematecas; filmes del chileno Patricio Guzmán, del norteamericano Saul Landau, del sueco Jan Linqvist, y del cubano Santiago Álvarez; noticiarios de Chile Film y reportajes televisivos chilenos, incluyendo los opuestos a Allende. Consultan también los archivos de televisiones estadounidenses, europeas del norte y latinoamericanas, particularmente los de la cubana. Finalmente, François Périer aporta su voz, Jean-Claude Eloy su música, y el célebre diseñador belga Jean-Michel Folon se ofrece para crear figurines originales.
El resultado es La Spirale, un riguroso y apasionante documental político de 140 minutos que expone los mecanismos del plan destinado a destruir, por todos los medios, el proyecto de socialismo democrático. Sus siete capítulos desarrollan el crescendo dramático: el Plan, el Juego, el Frente, el Acercamiento, el Arma, el Ataque y el Golpe. “No contamos aquí la historia de la UP –explica el relator– Otras películas lo hacen y se necesitarán muchas para expresar la riqueza de esos tres años. Queremos explicar cómo la derecha chilena hizo de esos tres años una máquina infernal que comienza antes de la elección de Allende; una espiral hacia la explosión…”
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La potevo pensare con una precisione minuziosa, e non tanto pensare lei come era fatta, che sarebbe stato un modo banale e grossolano di pensarla, ma pensare lei come da senza forma qual era si sarebbe trasformata se avesse preso una delle infinite forme possibili, restando però sempre lei. Ossia, non che mi immaginassi le forme che lei avrebbe potuto prendere, però mi immaginavo la particolare qualità che lei, prendendole, avrebbe dato a quelle forme.