A comparison of the three main species of Vaporrealm elementals.
Right: a knocturne or "tommyknocker" has a very muscular body, large claws, and no wings, since they live underground. The claws are used to dig and climb. They have antennas that light up to better see underground.
Middle: a palmkind has a very large head to accommodate their very large core (what serves as an elemental's brain). The "fronds" are sensitive antennas that allow them to use powerful telepathic abilities. The arms are jointed and have fingered hands that allow them to complete delicate tasks.
Left: Eletzytynns are small and delicate, but they have amazing regenerative capabilities. They can regrow limbs and heal their outside and inside parts better than any elemental. The limbs are very sensitive tentacles that are perfect for directing pulses of energy to encourage healing in others.
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I’m waiting for thunders to see the dust of my old life I'm taking a breath to see where the shadows slip behind blue light All of us are lost in this hell But I sit in the hum of a new sun What dreams shall come to pass? I’m waiting myself hidden somewhere in my heart I’m waiting mercy and decline, that's all we will find
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Con il terzo album, intitolato Knocturne, il trio pesarese Be Forest composto da Erica Terenzi, Costanza Delle Rose e Nicola Lampredi, si conferma un’eccellenza italiana a livello internazionale e lo fa rimanendo convinto del percorso ormai intrapreso da quasi dieci anni che, seppur con lentezza, ha dato i suoi frutti. In Knocturne il gruppo non ricerca scorciatoie o linguaggi comunicativi più convenienti e non si lascia trascinare in sospettate conversioni all’indie italiano, ma indisturbato e con purezza, continua a guardare l’orizzonte come ha sempre fatto, trovando le atmosfere oniriche dello shoegaze e l’inquietudine del post-punk, prediligendo, ancora una volta, la lingua inglese ed una narrazione fortemente concettuale.
Con una certa drammaticità, l’album si presenta in un involucro di velluto nero che altro non è che la tenda di un sipario. Scostata, ad un certo punto, da due bianche mani che spuntano da dietro, senza identità ma fortemente espressive, rivela un nero assoluto, dentro il quale viene inghiottita la luce del palcoscenico. Uno scenario surreale, fatto di contrasti, che spiega bene il contenuto musicale del disco ed in qualche modo anche l’intenzione degli artisti. La loro volontà di rimanere se stessi e mostrarsi, così per come sono, al pubblico, con una trasparenza tale da aprire un abisso scurissimo dal quale, però, emergono candidi, incontaminati e luminosi.
Il suono di Knocturne è mantenuto il più possibile analogico ed alla fine questo è un disco scarno e minimale, per quanto la produzione risulti stratificata e a lungo meditata. I Be Forest si fanno infatti affiancare da Steve Scanu con la produzione e da Josh Bonati con il mastering - non a caso quest’ultimo è stato a lavoro con Slowdive, Wild Nothing, Mac Demarco e Zola Jesus. Il risultato è fatto di penombre e di bui assoluti, in qualche modo confortanti, un abisso inspiegabile nel quale riesci a vedere la tua immagine proiettata e, quindi, a capire te stesso. Tra le varie tracce, i comuni denominatori sono innanzitutto l’approccio new wave, un pò post-punk ed un pò gotico, mischiato con il meno angusto shoegaze e le atmosfere traslucide dream pop. Poi si susseguono sussurri e chitarre imbevute nel riverbero, leggere, sfumate ed espanse nell’immateriale, a contrasto coi colpi di tamburo profondi ed importanti che scandiscono un tempo rallentato, quasi cristallizzato, e pongono grande enfasi sulle canzoni richiamando l’imponenza di inni di battaglie lontane: insomma, un album nel quale i confini musicali non sono ben chiari, ma che ripesca i suoni dagli abissi anni 80′ con maestria. Da un lato può risultare esageratamente omogeneo o forse sonnolento, ma dall’altro il percorso di Knocturne è di grande coerenza e intensità, direi addirittura che l’aspetto più sorprendente del disco è proprio la sua organicità, il suo saper scorrere fluido e senza pesantezze.
Nell’uniformità di quest’album bisogna lanciarsi, confondendo i limiti tra un brano ed un altro, immergersi e perdere la concezione del tempo. Tuttavia, al fine dell’orientamento, Knocturne è anche un progetto pensato astrattamente diviso in due atti: una scelta interessante che apre possibilità d’interpretazione. Si inizia proprio con la cinematica e strumentale Atto I, una sorta di ouverture tesa e magnifica dove si riesce a percepire il peso di un’evocazione antica, data dal suono di un corno in lontananza come una sorta di richiamo, di marcia spirituale sulla propria coscienza. Proseguendo l’ascolto ci si sente sempre più proiettati fuori, all’esterno, e con la più moderna Empty Space inizia ad aprirsi la riflessione, delicata ed ambigua, stendendo col suo finale un ponte per accedere alla successiva Gemini, una cavalcata incalzante ed ammaliante nell’ignoto. Sigfrido è la traccia più centrale dell’album, cinque minuti austeri di trance, sciolti nel lisergico canto e nella culla delle chitarre diffuse. “Give me a reason to stay / Here I am like a bolt trying to crash into the ground”.
A bussare ancora nella notte, continuando ad addentrarsi nell’oscurità, c’è Atto II, incredibilmente ipnotica e tribale come la sua controparte, e la romantica ma sinistra Bengala che segue una circolarità perfetta. “All of us are lost in this hell / But I sit in the hum of a new sun”. Tutto suona tremendamente tetro e seducente, un drappo di incubi e di introspezioni personali, storie nascoste come lo è il volto in copertina. Plumbei ma mai angoscianti, sfruttando l’ondata di ritorno dei protagonisti storici dell’epoca shoegaze e facendo perno sull’eleganza, i Be Forest sono un orgoglio italiano che non ha nulla da invidiare ai più rinomati protagonisti della scena internazionale. Pur calati nelle tenebre, il trio formato da Costanza, Erica e Nicola può scorgere un futuro luminoso.