El Anunaki Agotado Por Stremear Una Hora

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El Anunaki Agotado Por Stremear Una Hora

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Antología de mis cuentos, la mayoría publicados aquí pero también algunos extras.
“Bisogna sprofondare nell’ineffabile e uscirne con i concetti a brandelli. Una volta smarrita la fiducia teorica, si può tentare di comprendere tutto”: un inedito di Emil Cioran
Prima ancora di essere una questione individuale, il fallimento, almeno in certi paesi che si trascinano nelle periferie della storia, assume i contorni funesti d’una piaga collettiva, d’un retaggio ereditario impresso nell’anima di tutto un popolo. «La fierezza di un uomo nato in una piccola cultura è sempre ferita», scrive Cioran a 25 anni, nel suo libro più militante e crudele, Trasfigurazione della Romania, – tentativo estremo, disperato di scuotere i compatrioti dal torpore e dalla paralisi d’una servitù millenaria, condannati a un’esistenza anonima, meramente biologica, al di fuori d’ogni divenire storico e culturale.
Con la spietatezza e la ferocia d’un torturatore, Cioran analizza le tare antropologiche e culturali del proprio paese, considerato nulla più che un’espressione geografica. Scetticismo superficiale, passività, derisione e disprezzo di sé, mollezza contemplativa, inazione, remissività, rassegnazione, oziosità, fatalismo, sono i tratti indelebili del carattere romeno. L’esistenza larvale, vegetativa del popolo romeno è iscritta per Cioran nel folklore pastorale del villaggio, scandita dai cicli naturali di una realtà a-storica e provinciale, tramandati in parte da quella «maledizione poetica nazionale» che è la Mioriţa. In questo poema un pastore moldavo, in procinto di essere assassinato e derubato da due malfattori, un transilvano e un vranceano, nonostante sia avvertito per tempo da una sua agnellina (Mioriţa), accetta supinamente la propria sorte, purché riceva una degna sepoltura nella radura, dentro il recinto accanto alle sue pecore.
Ogni popolo elabora nella propria tradizione una parola simbolo, «un’allusione all’indicibile», in cui è racchiuso il segreto della propria anima, il suo originario essere al mondo. Il termine chiave dell’anima romena è il dor, quel languore del vago, quel desiderio indefinito, che genera una vitalità impotente, una paura ancestrale dell’atto, un’inguaribile diffidenza nei confronti dell’esistenza e della storia. La «virtualità dello scacco», come la chiama Cioran, aleggia come una cappa sopra un intero popolo, stroncando sul nascere ogni tentativo di inserirsi nel flusso del divenire. Il fallimento come marchio indelebile, infamante, autentico genius loci della stirpe valacca. «Non c’è essere più incline allo scacco del Romeno», incalza Cioran, ostentando tutto il suo disprezzo verso quei perdenti nati, naufraghi dell’esistenza, «appassionati della caduta e della periferia», relitti del genere umano che, ai suoi occhi, «non sono degni di alcuna considerazione».
Pur avendo già assimilato tutti gli elementi filosofici che fanno da sfondo all’idea di fallimento, il Cioran romeno dimostra di non averne ancora elaborato la portata universale, lo sfacelo biologico che comporta, limitandosi a un’analisi politica e culturale del fenomeno, dagli esiti inevitabilmente scoraggianti, quindi, per uno spirito ardente come il suo, relegato nella banlieue della storia.
Solo se all’infinito negativo della nostalgia subentrerà l’infinito positivo dell’eroismo, allora la Romania cesserà di essere un «Sahara popolato» da un «gregge invertebrato» e diventerà una nazione, ovvero un’unità politica che fa la storia invece di subirla, assurgendo a destino per sé e per gli altri popoli. Prima dei trent’anni – limite anagrafico dopo il quale l’intellettuale romeno si pietrifica, «ridiventa materia» – Cioran scommette nella trasfigurazione del popolo romeno, in una sua mutazione genetica, provocata dall’alto, sotto l’egida di un capo carismatico – nella fattispecie Corneliu Zelea Codreanu – in grado d’incarnare ai suoi occhi l’idea di nazione. Per Cioran il proprio paese si trova quindi davanti a un bivio, a un’ora solenne: «O la trasfigurazione storica o niente!» Se la Romania, dopo secoli di sordida esistenza, non irromperà bruscamente nella storia con un salto qualitativo, come fece la Russia, ai suoi abitanti non rimarrà che il suicidio o la fuga.
Ad ogni modo, il furore profetico del giovane Cioran non è del tutto privo di metodo. Imponendo un ultimatum al suo paese egli chiarisce subito che, in caso d’insuccesso, non è disposto a immolarsi per la causa: «Se la trasfigurazione è illusoria il problema della Romania non esisterà più per me». Nel 1937, traendo le conseguenze da quell’amara promessa, Cioran lascia la Romania alla volta di Parigi, abbandonando la patria al suo fosco destino. Salvo un fugace e tempestoso rientro tra il novembre del ’40 e il febbraio del ’41, non vi farà più ritorno.
Fallita la missione di risvegliare la Romania dal suo letargo storico, al Cioran francofono riuscirà in compenso l’impresa più ardua che possa capitare ad un uomo: trasfigurare sé stesso.
Massimo Carloni
***
I SEGRETI DELL’ANIMA ROMENA. IL «DOR» O LA NOSTALGIA
Si potrebbe conoscere l’essenza dei popoli – più ancora di quella degli individui – dal loro modo di partecipare al vago. Le evidenze in cui vivono svelano unicamente la transitorietà del loro essere che li rende ad un tempo accessibili e senza rilievo. Gli psicologi, specializzati nel percepire quelle periferie dell’anima tramite cui essa appartiene al mondo, hanno degradato le irriducibilità interiori e le hanno ricondotte ad alcune varietà rilevanti soltanto per l’apparenza.
Ciò che un popolo può esprimere ha unicamente un valore storico. È la sua riuscita nel divenire. Ma ciò che non può esprimere, il suo fallimento nell’eterno, è la sua stessa anima, infruttuosamente assetata della propria identità. Ogni tentativo di esaurirsi nell’espressione è votato all’impotenza. E per supplire a tale deficienza, i popoli hanno inventato alcune parole – le parole della loro anima – altrettante allusioni all’indicibile, pallide emanazioni d’un accordo misterioso.
Quante volte, nelle nostre peregrinazioni al di fuori dell’intelletto, abbiamo riposato i nostri turbamenti all’ombra di questi Sehnsucht, yearning, saudade, frutti sonori sbocciati per cuori troppo maturi!
Chi s’arrovellasse a cercare la formula della malattia della lontananza diventerebbe – filosoficamente – vittima di un’architettura mal costruita. Per risalire all’origine di queste espressioni del vago, occorre praticare una regressione affettiva verso la loro essenza. Bisogna sprofondare nell’ineffabile e uscirne con i concetti a brandelli. Una volta smarrita la fiducia teorica e l’orgoglio dell’intelligibile, si può tentare di comprendere tutto. Di comprendere tutto, per sé stessi. Si giunge allora a compiacersi nell’inesprimibile, a trascorrere i propri giorni ai margini del comprensibile e a sguazzare voluttuosamente nel suburbio del sublime. Giacché per sfuggire alla sterilità – occorre vivere in una musica assurda in cui patiscono i concetti. Senza il lutto quotidiano della ragione, l’anima si inaridirebbe in un autunno lucido, in un rifiuto ultimo della fine.
Vivere continuamente nell’attesa, in ciò che non è ancora, significa accettare il vitale squilibrio implicito nell’idea d’avvenire. Ogni nostalgia è un superamento del presente. L’unico contenuto della vita è nella violazione del tempo. L’ossessione dell’altrove, è l’impossibilità dell’istante. E tale impossibilità è la nostalgia stessa.
Il fatto che i francesi non abbiano voluto provare e soprattutto coltivare l’imperfezione dell’indefinito, è di per sé un accento rivelatore. In forma collettiva, quel male non esiste in Francia. Il cafard non ha un respiro metafisico e l’ennui è stranamente digerita. Questo perché i francesi rifiutano di crogiolarsi nel «possibile». La stessa lingua elimina ogni complicità con i suoi pericoli. Esiste un altro popolo che si trova più a suo agio nel mondo, per cui il sentirsi a casa propria abbia più senso e più peso?
Per desiderare fondamentalmente un’altra cosa, bisogna essere disintegrato nello spazio e nel tempo, occorre vivere in una parentela minima con il luogo e il momento. Ciò che fa sì che la storia della Francia offra poche fratture, è il desiderio d’identità con sé stessa, che incoraggia la nostra disposizione alla perfezione e delude il bisogno del nuovo implicito in una visione tragica. L’unica cosa contagiosa in Francia, è la lucidità. L’orrore di farsi abbindolare, d’essere vittima di qualunque cosa impedisce di precipitare nel dramma. Per questo un francese accetta l’avventura solo in piena consapevolezza: egli vuole essere ingannato; si benda gli occhi. L’eroismo incosciente gli sembra una mancanza di gusto. La vita tuttavia è feconda soltanto se si anticipa – a ogni momento – l’impulso, e non la volontà, a essere cadavere, a essere metafisicamente vittima.
Se i francesi hanno sovraccaricato di troppa chiarezza la nostalgia, se gli hanno sottratto certi prestigi intimi e pericolosi, la Sehnsucht, al contrario, esaurisce quanto vi è d’essenziale nei conflitti dell’anima tedesca. Nei tedeschi non c’è soluzione alla tensione tra l’Heimat e l’infinito. Significa essere radicato e sradicato ad un tempo, non aver potuto trovare un compromesso tra il focolare e la lontananza. L’imperialismo, nella sua ultima essenza, non è forse la traduzione politica della Sehnsucht? Non s’insisterebbe mai troppo sulle conseguenze storiche di certe approssimazioni dell’anima. Ora, la nostalgia è una di queste. Approssimazione, giacché essa impedisce all’anima di riposarsi nell’esistenza o nell’assoluto: costringe a fluttuare nell’indistinto, a perdere le proprie basi, a vivere allo scoperto nel tempo.
Vediamo raggrupparsi attorno a uno stesso significato profondo tutte le manifestazioni d’un popolo, se si giunge a realizzare il contenuto affettivo delle parole chiave della sua lingua. Il termine romeno dor è una di quest’espressioni, d’una soave e tirannica frequenza, che esprimono tutte le indeterminazioni sentimentali di un’anima. Esso significa nostalgia. Ma nessun equivalente può renderne la peculiare sostanza. Cresce su un fondo di sofferenza e si spande, aereo, sopra la prostrazione d’un intero popolo, estraneo alla felicità. Giacché occorre pensare alla sua storia fatta di sconforto, al cumulo di traversie, di fallimenti e di sventure, per comprendere il tono lamentoso che sprigiona la sonorità condensata e volatile del dor. Tutta la poesia popolare ne è imbevuta. Non è un fiore raffinato, né un pretesto per sensibilità disincantate, è la confessione poetica dell’anima alla ricerca di sé stessa. Assai più diffuso tra i contadini che presso gli intellettuali, sorge dall’oscurità del sangue, come una sorte di tristezza della terra. La «doïna», che di tutta la poesia popolare è quella che esprime meglio l’essenza malinconica del dor, è una lamentazione, lenita dalla rassegnazione e dall’accettazione del destino.
Mentre la Sehnsucht era piuttosto un’aspirazione verso ciò che è lontano, il dor è il superamento nella lontananza. Ci si sente ovunque troppo lontani. È rilevante il fatto che il tratto principale della letteratura romena, per parecchio tempo, sia stato lo sradicamento. È probabile che sia questo un carattere comune a tutte le opere sorte dal folklore, presso quelle letterature in cui il contadino esiste. Ma il fatto capitale che c’interessa, è che, indipendentemente dalle condizioni e dalle spiegazioni storiche, il fervore vagamente negativo del dor si sia infiltrato e stratificato nell’anima romena, al punto tale che ne è la definizione stessa. Essere strappato dal suolo, uscito dall’orbita nel tempo, separato dalle proprie radici immediate, significa desiderare una reintegrazione nelle fonti originarie che precedono la separazione e la lacerazione. Il dor, appunto, è quel sentirsi eternamente lontano da casa. Non la presupposizione contraddittoria dell’infinito e della Heimat, ma il ritorno verso il finito, verso l’immediato, verso la conquista di ciò che avevamo prima d’essere soli, il richiamo terrestre e materno, la diserzione della lontananza. Si direbbe che l’anima non si senta affatto consustanziale al mondo. Allora essa sogna tutto quanto ha perduto. È la negazione del coraggio tragico, dell’abbandono nel combattimento. Al pari dello spirito, il cuore s’adopera a forgiare utopie. E di tutte, la più stravagante, è quella d’un universo nativo, dove ci si riposa da sé stessi, un universo-guanciale cosmico di tutte le nostre stanchezze.
Il dor esprime in modo sorprendente che non può esservi sogno senza viltà, che ogni esitazione del cuore dipende dalla paura dell’atto. Ciò spiega perché in ogni nostalgia troppo interiorizzata, che si nutre di sé stessa e che perde contatto con la vita, ci sia una virtualità di fallimento. È come se si fossero raccolte tutte le proprie forze per elaborare il Vago. Il dor è la vitalità d’un popolo, collocato nell’indefinito; in esso si esprimono gli istinti smarriti nell’anima e dimentichi della loro potenza.
I romeni hanno troppa anima: essi indugiano sulla soglia dello spirito. Riusciranno a convertire le forze del dor sul piano storico? Questo è il dilemma.
Finora il dor è stato solamente il ritardo sempre prolungato di ogni realizzazione. Non potendo trovare una forma di vita loro consona, e non essendo abbastanza preparati per guardare in faccia un destino in sospeso, i romeni hanno fatto della nostalgia un succedaneo affettivo del male metafisico.
In Occidente, si vive il dramma dell’intelligenza; nel sud-est dell’Europa, quello dell’anima. S’incespica da una parte come dall’altra. Si va troppo lontano in una sola dimensione. Gli uni hanno dilapidato la propria anima; gli altri non sanno più che farsene. Siamo tutti parimenti lontani da noi stessi.
Emil Cioran
* Il testo “Le ‘DOR’ ou la nostalgie”, firmato da “Emmanuel Cioran” è stato pubblicato sul settimanale francese “Comoedia” il 4 settembre 1943; traduzione italiana e cura di Massimo Carloni.
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el indito
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El Alma Oscura De Lucy (on Wattpad) http://my.w.tt/UiNb/8BdTEYTnoB Alice Danvers y Lucy Sparks son dos chicas jóvenes a simple vista, con las típicas vidas agitadas de los habitantes de N.Y City, tienen su mascota, su empleo, su apartamento, sus círculos sociales y respectivas creencias, pero con una pequeña particularidad, ambas poseen "poderes" según su personalidad. Lucy ha desarrollado dones de bruja demoníacos con el paso de los años, con los cuales irá dejando huella a su paso, lastimando a personas inocentes y manipulándolas a su antojo, mientras que Alice, con sus dones de bondad y luz y su habilidad para sanar mágicamente a las personas, será la que intente remendar esos desastres y maldad que han quedado esparcidos con el paso de Lucy. Con el tiempo descubrirán que tienen más de una cosa en común, pese a ser polos completamente opuestos, juntas se complementan, pero a que precio? A veces, las cosas están predestinas, y en otras, el destino se crea. Portada editada por: @SolGuzman22 Registrada en Safe Creative con el código: 1612019985743 © Todos los derechos reservados Publicada 01 Diciembre, 2016.
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