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È una settimana che ho iniziato la terapia e ieri per la prima volta sono arrivato a fine nottata e detto: "La giornata è così lunga?".
Mi veniva da piangere.
Era così tanto tempo, che l'avevo scordato, cosa significasse sentire il tempo scandito dalle azioni, senza viverle come un miscuglio indistinto di pensieri e azioni da compiere.
Come se la giornata e i suoi impegni mi cadessero addosso indistintamente e mi paralizzassero.
Senza sentire tutto così indistintamente caotico e usare tutte le energie per fare ordine dentro, al punto che il tempo mi scivolava tra le mani.
Sono stato così tanto male dentro. Per così tanto tempo. Senza rendermene conto.
Quasi stessi in una stanza dove nessuno potesse entrare, perchè per alcune cose trovi descrizione solo quando vivi l'opposto, perchè è la normalità per te.
Perchè non conosci qualcosa di differente. E quando non conosci il differente, che è la normalità per gli altri, ti senti differente tu.
E nella differenza senza comprensione spesso ci si chiude, ci si silenzia, perchè come lo spieghi che parli una lingua diversa?
Come spieghi l'invisibile che accade agli occhi degli altri, mentre per te è concreto come diamante grezzo?
Ieri non ero stanco, ero soddisfatto.
Ormai ci scherzo, mi dico mi serve la mia dose di dopamina e serotonina. Ironizzo.
Ma ne ho bisogno davvero e se avevo iniziato un percorso per scegliermi e scegliere ciò che mi permetteva di sopravvivere nel trauma, adesso so ancor di più, che devo cercare quello che mi fa stare meglio.
Che mi fa sorridere.
Che mi fa brillare.
Che mi permette di ricentrarmi e riallinearmi.
Soprattutto trovarmi.
Perchè non mi sono mai trovato.
Non sono mai esistito se non come ombra di quello che gli altri volessero fossi.
Piano piano esisto, e sorrido un po' di più.
Un passo dopo l'altro, ho già visto la fine del mondo, mi serviva il coraggio di iniziare il mio.
Il diritto a ricominciare.
A nascere una seconda volta.
A guardarmi e dirmi: "Vedi? Non era colpa tua".
Prendermi per mano e scegliermi ogni giorno.
Proteggermi, comprendermi, abbracciarmi, cadere e rialzarmi, senza privarmi di nulla, senza scordarmi che la paura di prendersi le cose nella vita, non mi darà la vita.
Non esiste diagnosi che curi come l'esperienza di ciò che potresti essere fatta carne.
Ce la farò, per nessun altro se non per me.
Con calma.
Con i miei tempi.
Conquistandomi pezzo per pezzo.
Nessuno ti prepara al fatto che guarire possa essere più stancante del soffrire. Perché soffrire lo sai fare. Guarire, invece, significa rinunciare a ciò che conoscevi anche se ti faceva sentire meno sola
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