“Qualcosa” è il classico libro che ti manda in crisi su Goodreads. Per certi versi vorresti dargli quattro stelline piene (cinque no, cinque è per i capolavori), per altri ti ha fatto proprio schifo. Da un lato ti commuove sinceramente, dall’altro è scritto coi piedi.
Andiamo con ordine. La principessa Qualcosa di Troppo, sin da quando è nata, vuole – indovinate un po’? – troppo. Una continua ricerca di novità e di eccesso che come allegoria della società moderna è eccessivamente smaccata, ma questa è metà dello spirito del libro e conviene abituarcisi già sin dalle prime pagine. L’altra metà è il continuo anacronismo, il giocare con le funzioni stesse delle fiabe, che è probabilmente la caratteristica più interessante di questo libriccino.
L’esempio più chiaro è legato a uno degli avvenimenti principali del libro, che però avviene quasi subito, troppo presto anche per essere considerato spoiler, quindi mi permetterò di analizzarlo un attimo. Come nel più tipico dei racconti popolari, la madre della principessa muore. Di solito, questo avvenimento passa quasi sotto silenzio, oppure funziona da motore della storia senza che effettivamente il dolore della bambina sia esplorato; invece Chiara Gamberale prende di petto il problema, racconta una vera e propria elaborazione del lutto. Il resto del romanzo segue come un’evoluzione naturale (tranne in un caso): la morte della madre è il motore psicologico di molti avvenimenti, mentre ha poco a che vedere con altri, e a prescindere è una tappa fondamentale della crescita di Qualcosa di Troppo; com’è naturale la segna, ma senza che necessariamente tutta la trama riguardi direttamente il suo dolore.
Le pagine seguenti la morte della madre sono, in effetti, le più riuscite. Il resto del libro conosce alti e bassi, e solo a un certo punto si rivela abbastanza ripetitivo, ma anche la ripetizione ha qualcosa di abbastanza fiabesco da non stonare, anche se è molto molto molto formulare. (Oddio, non per cinque volte, però. Nelle fiabe si usa la triplicazione. Ne bastavano tre. Tra l’altro l’autrice stessa sembra sempre più annoiata dalle vicende tutte uguali che racconta, e infatti ogni storiella è più sintetica della precedente). Ma nel complesso la trama è ben congegnata e l’autrice sa usare la giusta delicatezza per tutti i temi che affronta.
E allora, cosa non va? Primo: anche se ci eravamo riproposti di accettare le allegorie come venivano, a tutto c’è un limite. Smorfialibro, seriamente? I ragazzini che passano le giornate ad appender dalle finestre lenzuoli con i loro ritratti? Non è vagamente forzata, l’idea? Sicuramente non è divertente; anacronismo per anacronismo, tanto sarebbe valso far usare alla principessa del social veri, invece di questa puttanata.
Secondo: lo stile. “Qualcosa” è scritto veramente male. Scrivere “per bambini”, scrivere “semplice”, scrivere “fiabesco” non vuol dire scrivere in questa maniera enfatica e immatura. Se vuoi affascinare un bambino, devi scrivere in modo chiaro, tutto qui: sarà lui a meravigliarsi, a lasciarsi trasportare. E tra l’altro è chiaro che questo libro non è stato pensato per i bambini, o al massimo solo in parte, visti i temi che tratta e i giochi a cui si lascia andare. Che a volte sono pure giochi letterari: tra l’esteta Qualcosa di Speciale, la velata satira religiosa, l’attivista Qualcosa di Giusto, le idee nichilistiche del Cavalier Niente (appunto…) penso che un bambino potrebbe capirci poco.
E questo va anche bene, va bene giocare coi generi, va bene la commistione, va bene tutto – se lo si scrive bene, e non è questo il caso.
Terzo: un brano mi ha dato i brividi, e non erano brividi di commozione, ma proprio per niente. (Vagamente spoiler, procedete a vostro rischio).
Prima di tutto, Qualcosa di Giusto la convinse che non c’era nessunissimo motivo per cui le femmine dovevano avere i capelli lunghi e vestirsi in maniera diversa dai maschi: maschi e femmine erano uguali. Le femmine dovevano farsi rispettare!
In caso non fosse chiaro, sì: tutto questo è inteso in senso negativo. Anzi, il “farsi rispettare” delle donne è messo sullo stesso identico piano di una protesta “contro chi, anziché ragionare con le zanzare, le schiacciava a sangue freddo”.
Poco fa ho detto che è chiaro che questo libro non è stato pensato per i bambini: rileggendo questa frase aggiungo solo che spero che nessun bambino e nessuna bambina arrivi mai a questo punto della storia, perché non riesco a immaginare quasi niente di più diseducativo per entrambi.
Quanto a me, io l’età infantile ormai l’ho passata, quindi ho storto il naso e sono andata avanti. Con un po’ di disgusto. E tra l’altro, poco dopo, il tanto gentile Cavalier Niente chiama sarcasticamente “principino” la principessa semplicemente perché lei si è tagliata i capelli. Wow, davvero?
Bonus carino: la dedica. “A Emanuele, grazie di niente”. Immagino la faccia di “Emanuele” quando l’ha letta, e soprattutto la sua faccia quando, a fine libro, ha capito che in effetti è una dedica molto molto bella.
Bonus molto molto carino: le illustrazioni. Non sono nessuno per discutere di disegno, personalmente, ma le ho trovate molto belle e molto coerenti col tono e i temi del libro.
Per concludere, vorrei dire qualcosa sulla “morale della storia”, anche se qua il mio parere sarà estremamente soggettivo, com’è naturale. La Gamberale alla fine si è dimostrata molto più reazionaria del previsto.
Prima demolisce il divertimento, la sensibilità, la giustizia sociale, l’arte e pure la spiritualità. Rimangono in gioco il nichilismo da una parte, la ricerca senza fine del nuovo dall’altra. E sinceramente avrei preferito la vittoria dell’una o dell’altra: continuare a vedere Qualcosa di Troppo essere e volere e fare troppo, come sempre; oppure vedere trionfare quel nichilismo da Operette Morali che ha dominato tante pagine del libro (decisamente inadatto ai bambini, ma avrei apprezzato molto una scelta così coraggiosa).
Invece, meh. Queste due alternative si mitigano a vicenda. Da un lato ne nasce un finale dolcissimo, ma dall’altro, a ben ragionarci, cos’ha vinto, se non il puro e semplice Accontentarsi?
“È il puro fatto di stare al mondo la vera avventura”. Frase vera, per carità, ma non è un po’ troppo, come dire… rassicurante?