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“Astrolokeys 75%” via u/mcheddadi on Reddit.
“Our new Epomaker B21, because one knob isn't enough! Coming soon to Indiegogo.” via u/epomaker on Reddit.
Recensione Epomaker RT98: la tastiera modulare che ricorda il Commodore 64
Quand’è stata l’ultima volta che una tastiera vi ha fatto venire voglia di smontarla e ricostruirla come un Lego? A me non era mai successo, o almeno non con questa intensità. E poi è arrivata questa qui sulla scrivania, con il suo schermino rimovibile che sembra un televisore degli anni ‘70, il numpad che si stacca e si riattacca dove preferisci, e un’estetica retrò che mi ha fatto pensare subito al Commodore 64 che mio padre teneva in cantina. Solo che dentro c’è roba del 2026, e si sente eccome. La Epomaker RT98 è una di quelle tastiere che dividono: o la ami per il suo approccio modulare e un po’ folle alla questione layout, o la trovi eccessiva e preferisci qualcosa di più tradizionale. Io, dopo quasi tre settimane di utilizzo quotidiano tra articoli, sessioni di coding, qualche partita serale e un discreto numero di email a colleghi che rispondono sempre troppo tardi, mi trovo decisamente nel primo campo. Ma sarebbe disonesto presentarla come un prodotto perfetto, e il bello sta proprio lì: nel modo in cui mescola ambizione e compromessi, idee brillanti e qualche ingenuità da campagna crowdfunding. Il prezzo di lancio su Kickstarter parte da 89 dollari, mentre il listino si assesta intorno ai 119 dollari, una cifra che la piazza in un territorio già piuttosto affollato di proposte valide. La domanda vera, quella che mi sono posto fin dal primo giorno, è semplice: il design modulare è un vero vantaggio nella vita quotidiana o solo una trovata per fare scena nelle campagne di crowdfunding? Spoiler: la risposta non è così scontata come pensavo, e ci ho messo parecchi giorni per arrivarci. L’unboxing, ovvero quando la scatola conta La confezione è arrivata in una mattina di pioggia, il corriere un po’ infastidito dal peso. Perché sì, questo aggeggio pesa parecchio, almeno per gli standard della categoria. La scatola esterna è di cartone robusto con un’illustrazione retrò stampata sopra, tonalità pastello che richiamano le macchine da scrivere d’epoca, e dentro c’è un’altra scatola più rigida che protegge tutto con inserti sagomati. Apri e trovi la tastiera avvolta in tessuto non tessuto, il mini display separato nel suo alloggiamento di cartone, con tanto di pellicola protettiva che ho dimenticato di togliere per due giorni, classico, il cavo USB-C intrecciato che fa il suo lavoro egregiamente, il ricevitore 2.4G, un keycap puller, uno switch puller e un manualetto multilingua che farete finta di leggere. Manca un poggiapolsi, e considerando la struttura rialzata della tastiera avrebbe fatto comodo trovarne uno in dotazione. Ma a questo prezzo non è che si possa pretendere il mondo, e onestamente preferisco che il budget vada nella tastiera piuttosto che in accessori di contorno. La prima impressione tirando fuori tutto dal packaging è stata di sorpresa positiva. Più solida di quanto mi aspettassi. La costruzione restituisce un feedback di qualità che, su un prodotto nato da campagna Kickstarter, sinceramente non davo per scontato. Nessun scricchiolio, nessuna flessione evidente nella scocca. Dafne, la mia pastore svizzero bianca, ha annusato la scatola con sospetto come fa con qualsiasi pacco nuovo, e questo è l’unico quality check che conta davvero in casa mia. Design e costruzione Ok, parliamo dell’elefante nella stanza. Il design. Questa tastiera sembra uscita da un film di Wes Anderson ambientato in un ufficio informatico degli anni ‘80. E lo dico come complimento, anche se capisco perfettamente chi potrebbe trovarlo divisivo. I bordi arrotondati, il profilo leggermente rialzato con una curvatura morbida sui lati, le tonalità pastello dei keycap PBT: tutto racconta una storia di retro-futurismo consapevole, come se qualcuno avesse chiesto: e se le tastiere degli anni Ottanta fossero state progettate con la tecnologia di oggi? La scocca è in ABS, e qui è giusto essere chiari. Non ci sono inserti in alluminio, né una costruzione ibrida metallo-plastica come avevo ipotizzato in un primo momento guardandola e usandola sulla scrivania. La sensazione di solidità, però, resta. È una tastiera ben assemblata, rigida il giusto e convincente nell’uso quotidiano, anche senza giocarsi la carta dei materiali premium sulla scheda tecnica. Il peso si sente, e non poco. Le specifiche ufficiali lo riportano, anche se quando ho iniziato a provarla non era il dato più immediato da recuperare. Nella pratica, comunque, siamo davanti a una tastiera che trasmette presenza. Non è un prodotto pensato per essere infilato nello zaino ogni giorno con leggerezza. Senza numpad il corpo principale diventa più maneggevole, ed è un altro piccolo punto a favore della modularità. Ma resta una tastiera da scrivania, non da mobilità spinta. E arriviamo al pezzo forte: la modularità. Il numpad si stacca dalla parte destra e può essere riposizionato a sinistra. L’idea è geniale per chi usa molto il mouse con la destra: spostando il numpad a sinistra guadagni centimetri preziosi sulla scrivania e la postura delle spalle ne beneficia visibilmente, perché non devi più allargare il braccio destro per raggiungere il mouse. Ci ho messo un paio di giorni ad abituarmi alla nuova disposizione, ma dopo non sono più tornato indietro. E qui viene il bello: quando il numpad è completamente staccato, il corpo principale diventa di fatto un 75% con frecce e tasti funzione completi, che è esattamente il layout che preferisco per le sessioni di scrittura concentrate. Un chiarimento importante, però, va fatto. Il numpad è riposizionabile, ma non tramite aggancio magnetico. I magneti sono presenti tra il mini display rimovibile e la tastiera, non tra i moduli della tastiera stessa. Questo non cambia il risultato pratico, cioè la possibilità di spostare il tastierino numerico e adattare la configurazione alla scrivania, ma è giusto descriverne correttamente il funzionamento. I piedini regolabili su due livelli funzionano come devono: sono gommati, tengono la tastiera ferma anche quando digito con un certo entusiasmo da deadline incombente, e non lasciano segni sulla scrivania. L’angolazione più alta è forse eccessiva per chi non usa un poggiapolsi, ma quella intermedia risulta perfetta per le mie abitudini. Specifiche tecniche Specifica Valore Layout 98% (101 tasti + display modulare) Tasti totali 101 tasti + 1 display Design numpad Modulare, staccabile e riposizionabile Montaggio Gasket mount con sistema acustico multistrato Connettività Bluetooth 5.1 (3 dispositivi), 2.4 GHz, USB-C cablato Switch Epomaker proprietari, meccanici lineari, hot-swappable 5-pin Keycap PBT dye-sublimated, Cherry profile Materiale scocca ABS Display 1,14 pollici, rimovibile Batteria 8.000 mAh Retroilluminazione RGB south-facing Anti-ghosting N-Key Rollover completo Polling rate 1.000 Hz in modalità cablata Software VIA + Epomaker online driver Compatibilità Windows, macOS, Linux, Android, iOS Prezzo di listino 119 USD Sotto il cofano Il gasket mount è ormai quasi uno standard nelle meccaniche di fascia media e alta, ma qui Epomaker ha fatto un lavoro di fino che merita attenzione. Il sistema acustico multistrato prevede diversi fogli di materiale fonoassorbente tra piastra e PCB, che smorzano le vibrazioni e regalano quel suono profondo, il famoso thock, che gli appassionati di tastiere inseguono come il Sacro Graal. Devo ammettere che il risultato è notevole per la fascia di prezzo: i colpi sono morbidi, ammortizzati, senza quel suono metallico e vuoto che affligge tante tastiere al di sotto dei 150 euro. Non siamo al livello di una custom assemblata a mano con mod dedicate, chiaro, ma ci si avvicina più di quanto mi aspettassi. Gli switch proprietari Epomaker inclusi nella versione che ho testato sono lineari, abbastanza leggeri nella pressione, con un feeling immediato e gradevole nella pratica quotidiana. Niente di rivoluzionario, ma solidi. Il bello vero è che il PCB hot-swappable a 5 pin ti permette di cambiarli senza saldatore: bastano dieci minuti, uno switch puller e una manciata di switch nuovi per trasformare completamente il carattere della tastiera. L’ho fatto e ne parlo più avanti. I LED south-facing sono south-facing, il che è una buona notizia per chi usa keycap Cherry profile: nessuna interferenza con gli steli degli switch, che è un problema fastidioso su molte tastiere con LED north-facing. L’illuminazione RGB è vivace senza risultare pacchiana, con diversi preset selezionabili da shortcut o configurabili via VIA. Onestamente non sono un fan dell’arcobaleno permanente sulla scrivania, mi distrae mentre scrivo, ma la possibilità di impostare un bianco caldo fisso a luminosità media e dimenticarsene è esattamente quello che cercavo. I keycap PBT dye-sublimated meritano una parentesi. La texture è opaca, leggermente granulosa sotto le dita, con quella sensazione che in inglese chiamano gritty e che è difficile da rendere in italiano senza suonare pretenziosi. Dopo tre settimane non mostrano il minimo segno di lucidatura, il che è notevole. Rispetto ai classici ABS che iniziano a brillare come specchietti dopo un mese di uso intenso, qui la differenza è concreta e visibile. Le legende sono nitide, con un’ottima definizione dei caratteri, e il profilo Cherry è ben riuscito. Sul piano puramente soggettivo, la resa sotto le dita ha un carattere tutto suo e restituisce una presenza un po’ diversa da certe altre Cherry profile più canoniche, ma senza uscire dal perimetro dichiarato dal produttore. Il software: VIA e il mini display La scelta di supportare VIA è probabilmente la decisione più intelligente che Epomaker potesse prendere per questa tastiera. Niente software proprietario da installare per la gestione dei tasti, niente driver dubbiosi scaricati da siti con certificati scaduti, nessun account obbligatorio con password da ricordare. Apri il browser, vai su VIA, colleghi la tastiera via USB-C e sei operativo in trenta secondi. Rimappatura tasti, macro, layer personalizzati fino a quattro livelli, gestione retroilluminazione: tutto funziona ed è ben documentato dalla community, che con VIA è enorme e attivissima. Ho configurato il Layer 1 come layout standard per la scrittura, il Layer 2 con shortcut dedicate per Photoshop e il Layer 3 con macro per WordPress. Il passaggio tra layer è istantaneo e, una volta memorizzate le combinazioni, diventa seconda natura. Non ho mai sentito il bisogno di più di tre layer, ma averne quattro a disposizione è una sicurezza in più. E poi c’è lui, il mini display da 1,14 pollici. Quando l’ho visto nelle foto promozionali pensavo fosse un gadget inutile, una di quelle feature aggiunte per fare scena nella campagna crowdfunding e che poi nessuno usa dopo la prima settimana. E invece ci ho fatto pace, anzi ci ho preso gusto. Si aggancia magneticamente nell’angolo superiore destro della tastiera e mostra ora, data, livello batteria, e volendo puoi caricare GIF animate e animazioni personalizzate. Ma parliamone con onestà. La personalizzazione del display richiede l’uso dell’Epomaker online driver. Ed è qui che nasce l’unica vera frizione: la tastiera, di fatto, vive in due ecosistemi. VIA per i tasti, l’online driver Epomaker per lo schermo. Non è un dramma, ma è oggettivamente meno elegante di una gestione unificata. È corretto precisare che non si tratta del classico software da installare in locale, bensì di un driver online, e questo aiuta a evitare confusione con strumenti proprietari più vecchi o pesanti. Resta però la sensazione di un flusso spezzato. Dettaglio pratico: quando stacco il mini display, la zona dedicata rimane libera e il ricevitore 2.4G trova facilmente il suo alloggio. Soluzione furba per non perdere il dongle, anche se togliere e rimettere il display frequentemente non è il massimo della comodità. Diciamo che è pensato per essere configurato una volta e lasciato lì. Autonomia: la batteria che non finisce mai Otto. Mila. Milliampere. Per una tastiera. Quando ho letto il dato sulla scheda tecnica ho pensato a un errore di stampa, o a uno di quegli ottimismi tipici delle specifiche che poi nella realtà si traducono nella metà. Otto mila mAh sono più di quelli che trovo nel mio smartphone, e sono quasi il doppio rispetto a tante tastiere wireless in commercio. E nei fatti, cosa significa? Significa che in tre settimane di utilizzo l’ho ricaricata una volta sola. Una. La uso prevalentemente in Bluetooth con il mini display attivo e l’illuminazione RGB spenta, il che aiuta, chiaramente, e il livello di batteria è sceso con una lentezza quasi imbarazzante. Il primo giorno l’ho staccata dal cavo al 100%, e dopo una settimana piena di uso intenso, tipo 6-8 ore al giorno di digitazione tra articoli, mail e chat, ero ancora comodamente sopra la soglia di tranquillità. L’autonomia reale è uno dei suoi argomenti più forti. Ovviamente, accendendo i LED RGB a piena luminosità la storia cambia. In quel caso la durata si riduce, ma resta comunque buona per la categoria. La ricarica via USB-C richiede diverse ore per tornare al 100%, non è fra le più rapide in assoluto, ma con una batteria di questo tipo il problema si presenta raramente. In modalità cablata la questione non si pone: la tastiera si alimenta dal cavo e la latenza è quella che ti aspetti da una connessione diretta, praticamente impercettibile. Via 2.4G la situazione è altrettanto buona, con una stabilità del collegamento che non mi ha dato problemi nemmeno in ambienti con molto traffico wireless. Via Bluetooth ho notato qualche microscopica esitazione nei primissimi secondi dopo il risveglio dalla sospensione, ma nulla che impatti l’uso reale una volta che la connessione è stabilita. Test sul campo La prova vera l’ho fatta nel modo più naturale possibile: usandola come tastiera principale per tutto, senza eccezioni. Articoli, email, chat su Slack e Teams, coding su VS Code, editing su WordPress, qualche partita serale per staccare il cervello. E la tastiera, che da qui in poi chiamerò semplicemente “la retrò” per non ripetere il nome completo ogni tre righe, ha retto bene quasi ovunque, con qualche distinzione importante da fare. La digitazione è dove brilla di più, senza alcun dubbio. Il gasket mount ammortizza ogni colpo in modo uniforme e costante, e dopo un paio di giorni di adattamento iniziale, necessari soprattutto per prendere confidenza con il layout e con il feeling generale, il comportamento diventa quasi ipnotico. C’è un ritmo nella pressione che invita a scrivere, una morbidezza che non è cedevolezza ma cushioning controllato. Scrivere un pezzo lungo, come questa stessa recensione, è stato piacevole dall’inizio alla fine, e le dita non hanno accusato fatica anche dopo quattro o cinque ore continuative di lavoro. I tasti hanno una stabilità buona, con pochissima oscillazione laterale sugli alfanumerici e un wobble contenuto. Gli stabilizzatori degli spaziali, degli Shift e degli Enter fanno il loro dovere senza troppo rattle, anche se qui non siamo ai livelli di stabilizzatori lubrificati a mano che trovi nelle custom da 300 euro. Ma per il prezzo, e considerando che stiamo parlando di un prodotto pronto all’uso, la qualità è assolutamente soddisfacente. Il secondo giorno di test ho deciso di spostare il numpad a sinistra. All’inizio è stato straniante. Poi, verso il terzo giorno, qualcosa è scattato. Con il numpad a sinistra ho iniziato a usarlo come macro pad improvvisato per le shortcut di Photoshop e Lightroom, e sorpresa, funzionava meglio di qualsiasi soluzione precedente che avevo provato, incluso un macro pad dedicato comprato anni fa e finito in un cassetto. Quando lavoro su WordPress, la combinazione numpad a sinistra più mouse a destra è diventata il mio setup preferito, e non credo che tornerò indietro facilmente. Sul gaming la faccenda è un po’ diversa, e qui devo essere onesto. Ho giocato qualche sessione a Valorant e diverse ore a Cyberpunk 2077 in modalità cablata, e le prestazioni sono perfettamente adeguate per il gaming casuale. La latenza non è un problema, il polling rate a 1.000 Hz è nella norma, i tasti rispondono bene e l’anti-ghosting con N-key rollover fa egregiamente il suo lavoro. Ma questa non è una tastiera pensata per il gaming competitivo estremo, e sarebbe scorretto farla passare per tale. Il peso, l’altezza del profilo, l’assenza di switch Hall effect e la mancanza di funzioni come il rapid trigger la rendono una scelta decisamente più orientata alla produttività e alla scrittura. Una sera, per curiosità, l’ho collegata in Bluetooth al tablet mentre ero sul divano con Anubi, il mio pastore belga nero, acciambellato sulle gambe. Scrivere una mail lunga con la tastiera appoggiata in una situazione ergonomicamente discutibile ma narrativamente memorabile: il Bluetooth ha funzionato senza esitazioni. Il passaggio tra i tre dispositivi abbinati è rapido e indolore: Fn+1 per il desktop, Fn+2 per il tablet, Fn+3 per lo smartphone. In un paio di secondi sei operativo sull’altro device, senza dover rifare il pairing. La cosa che mi ha colpito di più, forse, è la silenziosità. Non avevo aspettative particolari su questo fronte, eppure il sistema fonoassorbente multistrato fa davvero la differenza rispetto a tastiere meccaniche della stessa fascia. Durante una call con il microfono aperto, nessuno dei colleghi si è lamentato del rumore dei tasti. E per una meccanica con switch lineari non è scontato. Approfondimenti Il sistema modulare nella pratica quotidiana Sulla carta, un numpad staccabile sembra un’idea banale. Una di quelle cose che ti fanno dire: beh, potevo comprare un numpad Bluetooth separato e risolvere la questione. E in parte è vero. Ma la differenza sta nell’integrazione: quando il modulo è attaccato, la tastiera funziona come un 98% tradizionale, con una continuità estetica e funzionale che un numpad separato non può dare. Quando lo stacchi, hai un corpo principale più compatto. Non devi gestire due ricevitori, due batterie, due dispositivi. È un unico ecosistema che si adatta. Ho una scrivania non enorme, 120 cm, con monitor da 27 pollici, lampada, mousepad XL e il solito caos creativo fatto di cavi, penne e tazze di caffè dimenticate, e la possibilità di rimuovere il numpad quando non mi serve è stata una piccola liberazione. Il sistema di riposizionamento è pratico e intuitivo. Non richiede forza eccessiva, ma allo stesso tempo restituisce una sensazione di utilizzo coerente. La firma sonora Il suono di una tastiera meccanica è una questione quasi filosofica per gli appassionati. C’è chi insegue il thock profondo e ovattato, chi preferisce il clack secco e definito, chi vuole il silenzio più assoluto. Questa tastiera, con gli switch lineari stock, emette un thock profondo e leggermente sordo, senza risonanze metalliche e senza quel fastidioso effetto di cassa vuota che affligge le scocche in plastica economica. Per curiosità, ho provato a montare un set di switch tattili che avevo nel cassetto da mesi. L’operazione ha richiesto letteralmente dieci minuti grazie all’hot-swap, e il carattere sonoro è cambiato completamente. Più asciutto, con il bump tattile che aggiunge definizione e personalità a ogni pressione. Un’esperienza completamente diversa, quasi un’altra tastiera. La versatilità acustica c’è ed è reale. Il mini display: gadget o strumento utile? Sarò onesto fino in fondo: ero pronto a liquidarlo come puro marketing, una trovata visiva per le foto su Instagram e Reddit. E in parte lo è. Mostrare GIF animate sulla tastiera non cambierà la vita a nessuno. Ma poi ho iniziato a usarlo come orologio discreto mentre lavoro a schermo intero su un articolo, senza barra delle applicazioni visibile, e ci ho preso gusto. Avere l’orario lì, nel campo visivo periferico, è sorprendentemente comodo. La funzione batteria è utile, il resto è un contorno piacevole. Il punto debole resta la gestione separata tramite online driver. VIA da una parte, personalizzazione del display dall’altra. Non è grave, ma spezza il flusso. Read the full article
Epomaker RT98: la tastiera modulare che ricorda il Commodore 64 - Recensione
Quand’è stata l’ultima volta che una tastiera vi ha fatto venire voglia di smontarla e ricostruirla come un Lego? A me non era mai successo, o almeno non con questa intensità. E poi è arrivata questa qui sulla scrivania, con il suo schermino rimovibile che sembra un televisore degli anni ‘70, il numpad che si stacca e si riattacca dove preferisci, e un’estetica retrò che mi ha fatto pensare subito al Commodore 64 che mio padre teneva in cantina. Solo che dentro c’è roba del 2026, e si sente eccome. La Epomaker RT98 è una di quelle tastiere che dividono: o la ami per il suo approccio modulare e un po’ folle alla questione layout, o la trovi eccessiva e preferisci qualcosa di più tradizionale. Io, dopo quasi tre settimane di utilizzo quotidiano tra articoli, sessioni di coding, qualche partita serale e un discreto numero di email a colleghi che rispondono sempre troppo tardi, mi trovo decisamente nel primo campo. Ma sarebbe disonesto presentarla come un prodotto perfetto, e il bello sta proprio lì: nel modo in cui mescola ambizione e compromessi, idee brillanti e qualche ingenuità da campagna crowdfunding. Il prezzo di lancio su Kickstarter parte da 89 dollari, mentre il listino si assesta intorno ai 119 dollari, una cifra che la piazza in un territorio già piuttosto affollato di proposte valide. La domanda vera, quella che mi sono posto fin dal primo giorno, è semplice: il design modulare è un vero vantaggio nella vita quotidiana o solo una trovata per fare scena nelle campagne di crowdfunding? Spoiler: la risposta non è così scontata come pensavo, e ci ho messo parecchi giorni per arrivarci. L’unboxing, ovvero quando la scatola conta La confezione è arrivata in una mattina di pioggia, il corriere un po’ infastidito dal peso. Perché sì, questo aggeggio pesa parecchio, almeno per gli standard della categoria. La scatola esterna è di cartone robusto con un’illustrazione retrò stampata sopra, tonalità pastello che richiamano le macchine da scrivere d’epoca, e dentro c’è un’altra scatola più rigida che protegge tutto con inserti sagomati. Apri e trovi la tastiera avvolta in tessuto non tessuto, il mini display separato nel suo alloggiamento di cartone, con tanto di pellicola protettiva che ho dimenticato di togliere per due giorni, classico, il cavo USB-C intrecciato che fa il suo lavoro egregiamente, il ricevitore 2.4G, un keycap puller, uno switch puller e un manualetto multilingua che farete finta di leggere. Manca un poggiapolsi, e considerando la struttura rialzata della tastiera avrebbe fatto comodo trovarne uno in dotazione. Ma a questo prezzo non è che si possa pretendere il mondo, e onestamente preferisco che il budget vada nella tastiera piuttosto che in accessori di contorno. La prima impressione tirando fuori tutto dal packaging è stata di sorpresa positiva. Più solida di quanto mi aspettassi. La costruzione restituisce un feedback di qualità che, su un prodotto nato da campagna Kickstarter, sinceramente non davo per scontato. Nessun scricchiolio, nessuna flessione evidente nella scocca. Dafne, la mia pastore svizzero bianca, ha annusato la scatola con sospetto come fa con qualsiasi pacco nuovo, e questo è l’unico quality check che conta davvero in casa mia. Design e costruzione Ok, parliamo dell’elefante nella stanza. Il design. Questa tastiera sembra uscita da un film di Wes Anderson ambientato in un ufficio informatico degli anni ‘80. E lo dico come complimento, anche se capisco perfettamente chi potrebbe trovarlo divisivo. I bordi arrotondati, il profilo leggermente rialzato con una curvatura morbida sui lati, le tonalità pastello dei keycap PBT: tutto racconta una storia di retro-futurismo consapevole, come se qualcuno avesse chiesto: e se le tastiere degli anni Ottanta fossero state progettate con la tecnologia di oggi? La scocca è in ABS, e qui è giusto essere chiari. Non ci sono inserti in alluminio, né una costruzione ibrida metallo-plastica come avevo ipotizzato in un primo momento guardandola e usandola sulla scrivania. La sensazione di solidità, però, resta. È una tastiera ben assemblata, rigida il giusto e convincente nell’uso quotidiano, anche senza giocarsi la carta dei materiali premium sulla scheda tecnica. Il peso si sente, e non poco. Le specifiche ufficiali lo riportano, anche se quando ho iniziato a provarla non era il dato più immediato da recuperare. Nella pratica, comunque, siamo davanti a una tastiera che trasmette presenza. Non è un prodotto pensato per essere infilato nello zaino ogni giorno con leggerezza. Senza numpad il corpo principale diventa più maneggevole, ed è un altro piccolo punto a favore della modularità. Ma resta una tastiera da scrivania, non da mobilità spinta. E arriviamo al pezzo forte: la modularità. Il numpad si stacca dalla parte destra e può essere riposizionato a sinistra. L’idea è geniale per chi usa molto il mouse con la destra: spostando il numpad a sinistra guadagni centimetri preziosi sulla scrivania e la postura delle spalle ne beneficia visibilmente, perché non devi più allargare il braccio destro per raggiungere il mouse. Ci ho messo un paio di giorni ad abituarmi alla nuova disposizione, ma dopo non sono più tornato indietro. E qui viene il bello: quando il numpad è completamente staccato, il corpo principale diventa di fatto un 75% con frecce e tasti funzione completi, che è esattamente il layout che preferisco per le sessioni di scrittura concentrate. Un chiarimento importante, però, va fatto. Il numpad è riposizionabile, ma non tramite aggancio magnetico. I magneti sono presenti tra il mini display rimovibile e la tastiera, non tra i moduli della tastiera stessa. Questo non cambia il risultato pratico, cioè la possibilità di spostare il tastierino numerico e adattare la configurazione alla scrivania, ma è giusto descriverne correttamente il funzionamento. I piedini regolabili su due livelli funzionano come devono: sono gommati, tengono la tastiera ferma anche quando digito con un certo entusiasmo da deadline incombente, e non lasciano segni sulla scrivania. L’angolazione più alta è forse eccessiva per chi non usa un poggiapolsi, ma quella intermedia risulta perfetta per le mie abitudini. Specifiche tecniche Specifica Valore Layout 98% (101 tasti + display modulare) Tasti totali 101 tasti + 1 display Design numpad Modulare, staccabile e riposizionabile Montaggio Gasket mount con sistema acustico multistrato Connettività Bluetooth 5.1 (3 dispositivi), 2.4 GHz, USB-C cablato Switch Epomaker proprietari, meccanici lineari, hot-swappable 5-pin Keycap PBT dye-sublimated, Cherry profile Materiale scocca ABS Display 1,14 pollici, rimovibile Batteria 8.000 mAh Retroilluminazione RGB south-facing Anti-ghosting N-Key Rollover completo Polling rate 1.000 Hz in modalità cablata Software VIA + Epomaker online driver Compatibilità Windows, macOS, Linux, Android, iOS Prezzo di listino 119 USD Sotto il cofano Il gasket mount è ormai quasi uno standard nelle meccaniche di fascia media e alta, ma qui Epomaker ha fatto un lavoro di fino che merita attenzione. Il sistema acustico multistrato prevede diversi fogli di materiale fonoassorbente tra piastra e PCB, che smorzano le vibrazioni e regalano quel suono profondo, il famoso thock, che gli appassionati di tastiere inseguono come il Sacro Graal. Devo ammettere che il risultato è notevole per la fascia di prezzo: i colpi sono morbidi, ammortizzati, senza quel suono metallico e vuoto che affligge tante tastiere al di sotto dei 150 euro. Non siamo al livello di una custom assemblata a mano con mod dedicate, chiaro, ma ci si avvicina più di quanto mi aspettassi. Gli switch proprietari Epomaker inclusi nella versione che ho testato sono lineari, abbastanza leggeri nella pressione, con un feeling immediato e gradevole nella pratica quotidiana. Niente di rivoluzionario, ma solidi. Il bello vero è che il PCB hot-swappable a 5 pin ti permette di cambiarli senza saldatore: bastano dieci minuti, uno switch puller e una manciata di switch nuovi per trasformare completamente il carattere della tastiera. L’ho fatto e ne parlo più avanti. I LED south-facing sono south-facing, il che è una buona notizia per chi usa keycap Cherry profile: nessuna interferenza con gli steli degli switch, che è un problema fastidioso su molte tastiere con LED north-facing. L’illuminazione RGB è vivace senza risultare pacchiana, con diversi preset selezionabili da shortcut o configurabili via VIA. Onestamente non sono un fan dell’arcobaleno permanente sulla scrivania, mi distrae mentre scrivo, ma la possibilità di impostare un bianco caldo fisso a luminosità media e dimenticarsene è esattamente quello che cercavo. I keycap PBT dye-sublimated meritano una parentesi. La texture è opaca, leggermente granulosa sotto le dita, con quella sensazione che in inglese chiamano gritty e che è difficile da rendere in italiano senza suonare pretenziosi. Dopo tre settimane non mostrano il minimo segno di lucidatura, il che è notevole. Rispetto ai classici ABS che iniziano a brillare come specchietti dopo un mese di uso intenso, qui la differenza è concreta e visibile. Le legende sono nitide, con un’ottima definizione dei caratteri, e il profilo Cherry è ben riuscito. Sul piano puramente soggettivo, la resa sotto le dita ha un carattere tutto suo e restituisce una presenza un po’ diversa da certe altre Cherry profile più canoniche, ma senza uscire dal perimetro dichiarato dal produttore. Il software: VIA e il mini display La scelta di supportare VIA è probabilmente la decisione più intelligente che Epomaker potesse prendere per questa tastiera. Niente software proprietario da installare per la gestione dei tasti, niente driver dubbiosi scaricati da siti con certificati scaduti, nessun account obbligatorio con password da ricordare. Apri il browser, vai su VIA, colleghi la tastiera via USB-C e sei operativo in trenta secondi. Rimappatura tasti, macro, layer personalizzati fino a quattro livelli, gestione retroilluminazione: tutto funziona ed è ben documentato dalla community, che con VIA è enorme e attivissima. Ho configurato il Layer 1 come layout standard per la scrittura, il Layer 2 con shortcut dedicate per Photoshop e il Layer 3 con macro per WordPress. Il passaggio tra layer è istantaneo e, una volta memorizzate le combinazioni, diventa seconda natura. Non ho mai sentito il bisogno di più di tre layer, ma averne quattro a disposizione è una sicurezza in più. E poi c’è lui, il mini display da 1,14 pollici. Quando l’ho visto nelle foto promozionali pensavo fosse un gadget inutile, una di quelle feature aggiunte per fare scena nella campagna crowdfunding e che poi nessuno usa dopo la prima settimana. E invece ci ho fatto pace, anzi ci ho preso gusto. Si aggancia magneticamente nell’angolo superiore destro della tastiera e mostra ora, data, livello batteria, e volendo puoi caricare GIF animate e animazioni personalizzate. Ma parliamone con onestà. La personalizzazione del display richiede l’uso dell’Epomaker online driver. Ed è qui che nasce l’unica vera frizione: la tastiera, di fatto, vive in due ecosistemi. VIA per i tasti, l’online driver Epomaker per lo schermo. Non è un dramma, ma è oggettivamente meno elegante di una gestione unificata. È corretto precisare che non si tratta del classico software da installare in locale, bensì di un driver online, e questo aiuta a evitare confusione con strumenti proprietari più vecchi o pesanti. Resta però la sensazione di un flusso spezzato. Dettaglio pratico: quando stacco il mini display, la zona dedicata rimane libera e il ricevitore 2.4G trova facilmente il suo alloggio. Soluzione furba per non perdere il dongle, anche se togliere e rimettere il display frequentemente non è il massimo della comodità. Diciamo che è pensato per essere configurato una volta e lasciato lì. Autonomia: la batteria che non finisce mai Otto. Mila. Milliampere. Per una tastiera. Quando ho letto il dato sulla scheda tecnica ho pensato a un errore di stampa, o a uno di quegli ottimismi tipici delle specifiche che poi nella realtà si traducono nella metà. Otto mila mAh sono più di quelli che trovo nel mio smartphone, e sono quasi il doppio rispetto a tante tastiere wireless in commercio. E nei fatti, cosa significa? Significa che in tre settimane di utilizzo l’ho ricaricata una volta sola. Una. La uso prevalentemente in Bluetooth con il mini display attivo e l’illuminazione RGB spenta, il che aiuta, chiaramente, e il livello di batteria è sceso con una lentezza quasi imbarazzante. Il primo giorno l’ho staccata dal cavo al 100%, e dopo una settimana piena di uso intenso, tipo 6-8 ore al giorno di digitazione tra articoli, mail e chat, ero ancora comodamente sopra la soglia di tranquillità. L’autonomia reale è uno dei suoi argomenti più forti. Ovviamente, accendendo i LED RGB a piena luminosità la storia cambia. In quel caso la durata si riduce, ma resta comunque buona per la categoria. La ricarica via USB-C richiede diverse ore per tornare al 100%, non è fra le più rapide in assoluto, ma con una batteria di questo tipo il problema si presenta raramente. In modalità cablata la questione non si pone: la tastiera si alimenta dal cavo e la latenza è quella che ti aspetti da una connessione diretta, praticamente impercettibile. Via 2.4G la situazione è altrettanto buona, con una stabilità del collegamento che non mi ha dato problemi nemmeno in ambienti con molto traffico wireless. Via Bluetooth ho notato qualche microscopica esitazione nei primissimi secondi dopo il risveglio dalla sospensione, ma nulla che impatti l’uso reale una volta che la connessione è stabilita. Test sul campo La prova vera l’ho fatta nel modo più naturale possibile: usandola come tastiera principale per tutto, senza eccezioni. Articoli, email, chat su Slack e Teams, coding su VS Code, editing su WordPress, qualche partita serale per staccare il cervello. E la tastiera, che da qui in poi chiamerò semplicemente “la retrò” per non ripetere il nome completo ogni tre righe, ha retto bene quasi ovunque, con qualche distinzione importante da fare. La digitazione è dove brilla di più, senza alcun dubbio. Il gasket mount ammortizza ogni colpo in modo uniforme e costante, e dopo un paio di giorni di adattamento iniziale, necessari soprattutto per prendere confidenza con il layout e con il feeling generale, il comportamento diventa quasi ipnotico. C’è un ritmo nella pressione che invita a scrivere, una morbidezza che non è cedevolezza ma cushioning controllato. Scrivere un pezzo lungo, come questa stessa recensione, è stato piacevole dall’inizio alla fine, e le dita non hanno accusato fatica anche dopo quattro o cinque ore continuative di lavoro. I tasti hanno una stabilità buona, con pochissima oscillazione laterale sugli alfanumerici e un wobble contenuto. Gli stabilizzatori degli spaziali, degli Shift e degli Enter fanno il loro dovere senza troppo rattle, anche se qui non siamo ai livelli di stabilizzatori lubrificati a mano che trovi nelle custom da 300 euro. Ma per il prezzo, e considerando che stiamo parlando di un prodotto pronto all’uso, la qualità è assolutamente soddisfacente. Il secondo giorno di test ho deciso di spostare il numpad a sinistra. All’inizio è stato straniante. Poi, verso il terzo giorno, qualcosa è scattato. Con il numpad a sinistra ho iniziato a usarlo come macro pad improvvisato per le shortcut di Photoshop e Lightroom, e sorpresa, funzionava meglio di qualsiasi soluzione precedente che avevo provato, incluso un macro pad dedicato comprato anni fa e finito in un cassetto. Quando lavoro su WordPress, la combinazione numpad a sinistra più mouse a destra è diventata il mio setup preferito, e non credo che tornerò indietro facilmente. Sul gaming la faccenda è un po’ diversa, e qui devo essere onesto. Ho giocato qualche sessione a Valorant e diverse ore a Cyberpunk 2077 in modalità cablata, e le prestazioni sono perfettamente adeguate per il gaming casuale. La latenza non è un problema, il polling rate a 1.000 Hz è nella norma, i tasti rispondono bene e l’anti-ghosting con N-key rollover fa egregiamente il suo lavoro. Ma questa non è una tastiera pensata per il gaming competitivo estremo, e sarebbe scorretto farla passare per tale. Il peso, l’altezza del profilo, l’assenza di switch Hall effect e la mancanza di funzioni come il rapid trigger la rendono una scelta decisamente più orientata alla produttività e alla scrittura. Una sera, per curiosità, l’ho collegata in Bluetooth al tablet mentre ero sul divano con Anubi, il mio pastore belga nero, acciambellato sulle gambe. Scrivere una mail lunga con la tastiera appoggiata in una situazione ergonomicamente discutibile ma narrativamente memorabile: il Bluetooth ha funzionato senza esitazioni. Il passaggio tra i tre dispositivi abbinati è rapido e indolore: Fn+1 per il desktop, Fn+2 per il tablet, Fn+3 per lo smartphone. In un paio di secondi sei operativo sull’altro device, senza dover rifare il pairing. La cosa che mi ha colpito di più, forse, è la silenziosità. Non avevo aspettative particolari su questo fronte, eppure il sistema fonoassorbente multistrato fa davvero la differenza rispetto a tastiere meccaniche della stessa fascia. Durante una call con il microfono aperto, nessuno dei colleghi si è lamentato del rumore dei tasti. E per una meccanica con switch lineari non è scontato. Approfondimenti Il sistema modulare nella pratica quotidiana Sulla carta, un numpad staccabile sembra un’idea banale. Una di quelle cose che ti fanno dire: beh, potevo comprare un numpad Bluetooth separato e risolvere la questione. E in parte è vero. Ma la differenza sta nell’integrazione: quando il modulo è attaccato, la tastiera funziona come un 98% tradizionale, con una continuità estetica e funzionale che un numpad separato non può dare. Quando lo stacchi, hai un corpo principale più compatto. Non devi gestire due ricevitori, due batterie, due dispositivi. È un unico ecosistema che si adatta. Ho una scrivania non enorme, 120 cm, con monitor da 27 pollici, lampada, mousepad XL e il solito caos creativo fatto di cavi, penne e tazze di caffè dimenticate, e la possibilità di rimuovere il numpad quando non mi serve è stata una piccola liberazione. Il sistema di riposizionamento è pratico e intuitivo. Non richiede forza eccessiva, ma allo stesso tempo restituisce una sensazione di utilizzo coerente. La firma sonora Il suono di una tastiera meccanica è una questione quasi filosofica per gli appassionati. C’è chi insegue il thock profondo e ovattato, chi preferisce il clack secco e definito, chi vuole il silenzio più assoluto. Questa tastiera, con gli switch lineari stock, emette un thock profondo e leggermente sordo, senza risonanze metalliche e senza quel fastidioso effetto di cassa vuota che affligge le scocche in plastica economica. Per curiosità, ho provato a montare un set di switch tattili che avevo nel cassetto da mesi. L’operazione ha richiesto letteralmente dieci minuti grazie all’hot-swap, e il carattere sonoro è cambiato completamente. Più asciutto, con il bump tattile che aggiunge definizione e personalità a ogni pressione. Un’esperienza completamente diversa, quasi un’altra tastiera. La versatilità acustica c’è ed è reale. Il mini display: gadget o strumento utile? Sarò onesto fino in fondo: ero pronto a liquidarlo come puro marketing, una trovata visiva per le foto su Instagram e Reddit. E in parte lo è. Mostrare GIF animate sulla tastiera non cambierà la vita a nessuno. Ma poi ho iniziato a usarlo come orologio discreto mentre lavoro a schermo intero su un articolo, senza barra delle applicazioni visibile, e ci ho preso gusto. Avere l’orario lì, nel campo visivo periferico, è sorprendentemente comodo. La funzione batteria è utile, il resto è un contorno piacevole. Il punto debole resta la gestione separata tramite online driver. VIA da una parte, personalizzazione del display dall’altra. Non è grave, ma spezza il flusso. Read the full article

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Epomaker RT98: la tastiera modulare che ricorda il Commodore 64 - Recensione
Quand’è stata l’ultima volta che una tastiera vi ha fatto venire voglia di smontarla e ricostruirla come un Lego? A me non era mai successo, o almeno non con questa intensità. E poi è arrivata questa qui sulla scrivania, con il suo schermino rimovibile che sembra un televisore degli anni ‘70, il numpad che si stacca e si riattacca dove preferisci, e un’estetica retrò che mi ha fatto pensare subito al Commodore 64 che mio padre teneva in cantina. Solo che dentro c’è roba del 2026, e si sente eccome. La Epomaker RT98 è una di quelle tastiere che dividono: o la ami per il suo approccio modulare e un po’ folle alla questione layout, o la trovi eccessiva e preferisci qualcosa di più tradizionale. Io, dopo quasi tre settimane di utilizzo quotidiano tra articoli, sessioni di coding, qualche partita serale e un discreto numero di email a colleghi che rispondono sempre troppo tardi, mi trovo decisamente nel primo campo. Ma sarebbe disonesto presentarla come un prodotto perfetto, e il bello sta proprio lì: nel modo in cui mescola ambizione e compromessi, idee brillanti e qualche ingenuità da campagna crowdfunding. Il prezzo di lancio su Kickstarter parte da 89 dollari, mentre il listino si assesta intorno ai 119 dollari, una cifra che la piazza in un territorio già piuttosto affollato di proposte valide. La domanda vera, quella che mi sono posto fin dal primo giorno, è semplice: il design modulare è un vero vantaggio nella vita quotidiana o solo una trovata per fare scena nelle campagne di crowdfunding? Spoiler: la risposta non è così scontata come pensavo, e ci ho messo parecchi giorni per arrivarci. L’unboxing, ovvero quando la scatola conta La confezione è arrivata in una mattina di pioggia, il corriere un po’ infastidito dal peso. Perché sì, questo aggeggio pesa parecchio, almeno per gli standard della categoria. La scatola esterna è di cartone robusto con un’illustrazione retrò stampata sopra, tonalità pastello che richiamano le macchine da scrivere d’epoca, e dentro c’è un’altra scatola più rigida che protegge tutto con inserti sagomati. Apri e trovi la tastiera avvolta in tessuto non tessuto, il mini display separato nel suo alloggiamento di cartone, con tanto di pellicola protettiva che ho dimenticato di togliere per due giorni, classico, il cavo USB-C intrecciato che fa il suo lavoro egregiamente, il ricevitore 2.4G, un keycap puller, uno switch puller e un manualetto multilingua che farete finta di leggere. Manca un poggiapolsi, e considerando la struttura rialzata della tastiera avrebbe fatto comodo trovarne uno in dotazione. Ma a questo prezzo non è che si possa pretendere il mondo, e onestamente preferisco che il budget vada nella tastiera piuttosto che in accessori di contorno. La prima impressione tirando fuori tutto dal packaging è stata di sorpresa positiva. Più solida di quanto mi aspettassi. La costruzione restituisce un feedback di qualità che, su un prodotto nato da campagna Kickstarter, sinceramente non davo per scontato. Nessun scricchiolio, nessuna flessione evidente nella scocca. Dafne, la mia pastore svizzero bianca, ha annusato la scatola con sospetto come fa con qualsiasi pacco nuovo, e questo è l’unico quality check che conta davvero in casa mia. Design e costruzione Ok, parliamo dell’elefante nella stanza. Il design. Questa tastiera sembra uscita da un film di Wes Anderson ambientato in un ufficio informatico degli anni ‘80. E lo dico come complimento, anche se capisco perfettamente chi potrebbe trovarlo divisivo. I bordi arrotondati, il profilo leggermente rialzato con una curvatura morbida sui lati, le tonalità pastello dei keycap PBT: tutto racconta una storia di retro-futurismo consapevole, come se qualcuno avesse chiesto: e se le tastiere degli anni Ottanta fossero state progettate con la tecnologia di oggi? La scocca è in ABS, e qui è giusto essere chiari. Non ci sono inserti in alluminio, né una costruzione ibrida metallo-plastica come avevo ipotizzato in un primo momento guardandola e usandola sulla scrivania. La sensazione di solidità, però, resta. È una tastiera ben assemblata, rigida il giusto e convincente nell’uso quotidiano, anche senza giocarsi la carta dei materiali premium sulla scheda tecnica. Il peso si sente, e non poco. Le specifiche ufficiali lo riportano, anche se quando ho iniziato a provarla non era il dato più immediato da recuperare. Nella pratica, comunque, siamo davanti a una tastiera che trasmette presenza. Non è un prodotto pensato per essere infilato nello zaino ogni giorno con leggerezza. Senza numpad il corpo principale diventa più maneggevole, ed è un altro piccolo punto a favore della modularità. Ma resta una tastiera da scrivania, non da mobilità spinta. E arriviamo al pezzo forte: la modularità. Il numpad si stacca dalla parte destra e può essere riposizionato a sinistra. L’idea è geniale per chi usa molto il mouse con la destra: spostando il numpad a sinistra guadagni centimetri preziosi sulla scrivania e la postura delle spalle ne beneficia visibilmente, perché non devi più allargare il braccio destro per raggiungere il mouse. Ci ho messo un paio di giorni ad abituarmi alla nuova disposizione, ma dopo non sono più tornato indietro. E qui viene il bello: quando il numpad è completamente staccato, il corpo principale diventa di fatto un 75% con frecce e tasti funzione completi, che è esattamente il layout che preferisco per le sessioni di scrittura concentrate. Un chiarimento importante, però, va fatto. Il numpad è riposizionabile, ma non tramite aggancio magnetico. I magneti sono presenti tra il mini display rimovibile e la tastiera, non tra i moduli della tastiera stessa. Questo non cambia il risultato pratico, cioè la possibilità di spostare il tastierino numerico e adattare la configurazione alla scrivania, ma è giusto descriverne correttamente il funzionamento. I piedini regolabili su due livelli funzionano come devono: sono gommati, tengono la tastiera ferma anche quando digito con un certo entusiasmo da deadline incombente, e non lasciano segni sulla scrivania. L’angolazione più alta è forse eccessiva per chi non usa un poggiapolsi, ma quella intermedia risulta perfetta per le mie abitudini. Specifiche tecniche Specifica Valore Layout 98% (101 tasti + display modulare) Tasti totali 101 tasti + 1 display Design numpad Modulare, staccabile e riposizionabile Montaggio Gasket mount con sistema acustico multistrato Connettività Bluetooth 5.1 (3 dispositivi), 2.4 GHz, USB-C cablato Switch Epomaker proprietari, meccanici lineari, hot-swappable 5-pin Keycap PBT dye-sublimated, Cherry profile Materiale scocca ABS Display 1,14 pollici, rimovibile Batteria 8.000 mAh Retroilluminazione RGB south-facing Anti-ghosting N-Key Rollover completo Polling rate 1.000 Hz in modalità cablata Software VIA + Epomaker online driver Compatibilità Windows, macOS, Linux, Android, iOS Prezzo di listino 119 USD Sotto il cofano Il gasket mount è ormai quasi uno standard nelle meccaniche di fascia media e alta, ma qui Epomaker ha fatto un lavoro di fino che merita attenzione. Il sistema acustico multistrato prevede diversi fogli di materiale fonoassorbente tra piastra e PCB, che smorzano le vibrazioni e regalano quel suono profondo, il famoso thock, che gli appassionati di tastiere inseguono come il Sacro Graal. Devo ammettere che il risultato è notevole per la fascia di prezzo: i colpi sono morbidi, ammortizzati, senza quel suono metallico e vuoto che affligge tante tastiere al di sotto dei 150 euro. Non siamo al livello di una custom assemblata a mano con mod dedicate, chiaro, ma ci si avvicina più di quanto mi aspettassi. Gli switch proprietari Epomaker inclusi nella versione che ho testato sono lineari, abbastanza leggeri nella pressione, con un feeling immediato e gradevole nella pratica quotidiana. Niente di rivoluzionario, ma solidi. Il bello vero è che il PCB hot-swappable a 5 pin ti permette di cambiarli senza saldatore: bastano dieci minuti, uno switch puller e una manciata di switch nuovi per trasformare completamente il carattere della tastiera. L’ho fatto e ne parlo più avanti. I LED south-facing sono south-facing, il che è una buona notizia per chi usa keycap Cherry profile: nessuna interferenza con gli steli degli switch, che è un problema fastidioso su molte tastiere con LED north-facing. L’illuminazione RGB è vivace senza risultare pacchiana, con diversi preset selezionabili da shortcut o configurabili via VIA. Onestamente non sono un fan dell’arcobaleno permanente sulla scrivania, mi distrae mentre scrivo, ma la possibilità di impostare un bianco caldo fisso a luminosità media e dimenticarsene è esattamente quello che cercavo. I keycap PBT dye-sublimated meritano una parentesi. La texture è opaca, leggermente granulosa sotto le dita, con quella sensazione che in inglese chiamano gritty e che è difficile da rendere in italiano senza suonare pretenziosi. Dopo tre settimane non mostrano il minimo segno di lucidatura, il che è notevole. Rispetto ai classici ABS che iniziano a brillare come specchietti dopo un mese di uso intenso, qui la differenza è concreta e visibile. Le legende sono nitide, con un’ottima definizione dei caratteri, e il profilo Cherry è ben riuscito. Sul piano puramente soggettivo, la resa sotto le dita ha un carattere tutto suo e restituisce una presenza un po’ diversa da certe altre Cherry profile più canoniche, ma senza uscire dal perimetro dichiarato dal produttore. Il software: VIA e il mini display La scelta di supportare VIA è probabilmente la decisione più intelligente che Epomaker potesse prendere per questa tastiera. Niente software proprietario da installare per la gestione dei tasti, niente driver dubbiosi scaricati da siti con certificati scaduti, nessun account obbligatorio con password da ricordare. Apri il browser, vai su VIA, colleghi la tastiera via USB-C e sei operativo in trenta secondi. Rimappatura tasti, macro, layer personalizzati fino a quattro livelli, gestione retroilluminazione: tutto funziona ed è ben documentato dalla community, che con VIA è enorme e attivissima. Ho configurato il Layer 1 come layout standard per la scrittura, il Layer 2 con shortcut dedicate per Photoshop e il Layer 3 con macro per WordPress. Il passaggio tra layer è istantaneo e, una volta memorizzate le combinazioni, diventa seconda natura. Non ho mai sentito il bisogno di più di tre layer, ma averne quattro a disposizione è una sicurezza in più. E poi c’è lui, il mini display da 1,14 pollici. Quando l’ho visto nelle foto promozionali pensavo fosse un gadget inutile, una di quelle feature aggiunte per fare scena nella campagna crowdfunding e che poi nessuno usa dopo la prima settimana. E invece ci ho fatto pace, anzi ci ho preso gusto. Si aggancia magneticamente nell’angolo superiore destro della tastiera e mostra ora, data, livello batteria, e volendo puoi caricare GIF animate e animazioni personalizzate. Ma parliamone con onestà. La personalizzazione del display richiede l’uso dell’Epomaker online driver. Ed è qui che nasce l’unica vera frizione: la tastiera, di fatto, vive in due ecosistemi. VIA per i tasti, l’online driver Epomaker per lo schermo. Non è un dramma, ma è oggettivamente meno elegante di una gestione unificata. È corretto precisare che non si tratta del classico software da installare in locale, bensì di un driver online, e questo aiuta a evitare confusione con strumenti proprietari più vecchi o pesanti. Resta però la sensazione di un flusso spezzato. Dettaglio pratico: quando stacco il mini display, la zona dedicata rimane libera e il ricevitore 2.4G trova facilmente il suo alloggio. Soluzione furba per non perdere il dongle, anche se togliere e rimettere il display frequentemente non è il massimo della comodità. Diciamo che è pensato per essere configurato una volta e lasciato lì. Autonomia: la batteria che non finisce mai Otto. Mila. Milliampere. Per una tastiera. Quando ho letto il dato sulla scheda tecnica ho pensato a un errore di stampa, o a uno di quegli ottimismi tipici delle specifiche che poi nella realtà si traducono nella metà. Otto mila mAh sono più di quelli che trovo nel mio smartphone, e sono quasi il doppio rispetto a tante tastiere wireless in commercio. E nei fatti, cosa significa? Significa che in tre settimane di utilizzo l’ho ricaricata una volta sola. Una. La uso prevalentemente in Bluetooth con il mini display attivo e l’illuminazione RGB spenta, il che aiuta, chiaramente, e il livello di batteria è sceso con una lentezza quasi imbarazzante. Il primo giorno l’ho staccata dal cavo al 100%, e dopo una settimana piena di uso intenso, tipo 6-8 ore al giorno di digitazione tra articoli, mail e chat, ero ancora comodamente sopra la soglia di tranquillità. L’autonomia reale è uno dei suoi argomenti più forti. Ovviamente, accendendo i LED RGB a piena luminosità la storia cambia. In quel caso la durata si riduce, ma resta comunque buona per la categoria. La ricarica via USB-C richiede diverse ore per tornare al 100%, non è fra le più rapide in assoluto, ma con una batteria di questo tipo il problema si presenta raramente. In modalità cablata la questione non si pone: la tastiera si alimenta dal cavo e la latenza è quella che ti aspetti da una connessione diretta, praticamente impercettibile. Via 2.4G la situazione è altrettanto buona, con una stabilità del collegamento che non mi ha dato problemi nemmeno in ambienti con molto traffico wireless. Via Bluetooth ho notato qualche microscopica esitazione nei primissimi secondi dopo il risveglio dalla sospensione, ma nulla che impatti l’uso reale una volta che la connessione è stabilita. Test sul campo La prova vera l’ho fatta nel modo più naturale possibile: usandola come tastiera principale per tutto, senza eccezioni. Articoli, email, chat su Slack e Teams, coding su VS Code, editing su WordPress, qualche partita serale per staccare il cervello. E la tastiera, che da qui in poi chiamerò semplicemente “la retrò” per non ripetere il nome completo ogni tre righe, ha retto bene quasi ovunque, con qualche distinzione importante da fare. La digitazione è dove brilla di più, senza alcun dubbio. Il gasket mount ammortizza ogni colpo in modo uniforme e costante, e dopo un paio di giorni di adattamento iniziale, necessari soprattutto per prendere confidenza con il layout e con il feeling generale, il comportamento diventa quasi ipnotico. C’è un ritmo nella pressione che invita a scrivere, una morbidezza che non è cedevolezza ma cushioning controllato. Scrivere un pezzo lungo, come questa stessa recensione, è stato piacevole dall’inizio alla fine, e le dita non hanno accusato fatica anche dopo quattro o cinque ore continuative di lavoro. I tasti hanno una stabilità buona, con pochissima oscillazione laterale sugli alfanumerici e un wobble contenuto. Gli stabilizzatori degli spaziali, degli Shift e degli Enter fanno il loro dovere senza troppo rattle, anche se qui non siamo ai livelli di stabilizzatori lubrificati a mano che trovi nelle custom da 300 euro. Ma per il prezzo, e considerando che stiamo parlando di un prodotto pronto all’uso, la qualità è assolutamente soddisfacente. Il secondo giorno di test ho deciso di spostare il numpad a sinistra. All’inizio è stato straniante. Poi, verso il terzo giorno, qualcosa è scattato. Con il numpad a sinistra ho iniziato a usarlo come macro pad improvvisato per le shortcut di Photoshop e Lightroom, e sorpresa, funzionava meglio di qualsiasi soluzione precedente che avevo provato, incluso un macro pad dedicato comprato anni fa e finito in un cassetto. Quando lavoro su WordPress, la combinazione numpad a sinistra più mouse a destra è diventata il mio setup preferito, e non credo che tornerò indietro facilmente. Sul gaming la faccenda è un po’ diversa, e qui devo essere onesto. Ho giocato qualche sessione a Valorant e diverse ore a Cyberpunk 2077 in modalità cablata, e le prestazioni sono perfettamente adeguate per il gaming casuale. La latenza non è un problema, il polling rate a 1.000 Hz è nella norma, i tasti rispondono bene e l’anti-ghosting con N-key rollover fa egregiamente il suo lavoro. Ma questa non è una tastiera pensata per il gaming competitivo estremo, e sarebbe scorretto farla passare per tale. Il peso, l’altezza del profilo, l’assenza di switch Hall effect e la mancanza di funzioni come il rapid trigger la rendono una scelta decisamente più orientata alla produttività e alla scrittura. Una sera, per curiosità, l’ho collegata in Bluetooth al tablet mentre ero sul divano con Anubi, il mio pastore belga nero, acciambellato sulle gambe. Scrivere una mail lunga con la tastiera appoggiata in una situazione ergonomicamente discutibile ma narrativamente memorabile: il Bluetooth ha funzionato senza esitazioni. Il passaggio tra i tre dispositivi abbinati è rapido e indolore: Fn+1 per il desktop, Fn+2 per il tablet, Fn+3 per lo smartphone. In un paio di secondi sei operativo sull’altro device, senza dover rifare il pairing. La cosa che mi ha colpito di più, forse, è la silenziosità. Non avevo aspettative particolari su questo fronte, eppure il sistema fonoassorbente multistrato fa davvero la differenza rispetto a tastiere meccaniche della stessa fascia. Durante una call con il microfono aperto, nessuno dei colleghi si è lamentato del rumore dei tasti. E per una meccanica con switch lineari non è scontato. Approfondimenti Il sistema modulare nella pratica quotidiana Sulla carta, un numpad staccabile sembra un’idea banale. Una di quelle cose che ti fanno dire: beh, potevo comprare un numpad Bluetooth separato e risolvere la questione. E in parte è vero. Ma la differenza sta nell’integrazione: quando il modulo è attaccato, la tastiera funziona come un 98% tradizionale, con una continuità estetica e funzionale che un numpad separato non può dare. Quando lo stacchi, hai un corpo principale più compatto. Non devi gestire due ricevitori, due batterie, due dispositivi. È un unico ecosistema che si adatta. Ho una scrivania non enorme, 120 cm, con monitor da 27 pollici, lampada, mousepad XL e il solito caos creativo fatto di cavi, penne e tazze di caffè dimenticate, e la possibilità di rimuovere il numpad quando non mi serve è stata una piccola liberazione. Il sistema di riposizionamento è pratico e intuitivo. Non richiede forza eccessiva, ma allo stesso tempo restituisce una sensazione di utilizzo coerente. La firma sonora Il suono di una tastiera meccanica è una questione quasi filosofica per gli appassionati. C’è chi insegue il thock profondo e ovattato, chi preferisce il clack secco e definito, chi vuole il silenzio più assoluto. Questa tastiera, con gli switch lineari stock, emette un thock profondo e leggermente sordo, senza risonanze metalliche e senza quel fastidioso effetto di cassa vuota che affligge le scocche in plastica economica. Per curiosità, ho provato a montare un set di switch tattili che avevo nel cassetto da mesi. L’operazione ha richiesto letteralmente dieci minuti grazie all’hot-swap, e il carattere sonoro è cambiato completamente. Più asciutto, con il bump tattile che aggiunge definizione e personalità a ogni pressione. Un’esperienza completamente diversa, quasi un’altra tastiera. La versatilità acustica c’è ed è reale. Il mini display: gadget o strumento utile? Sarò onesto fino in fondo: ero pronto a liquidarlo come puro marketing, una trovata visiva per le foto su Instagram e Reddit. E in parte lo è. Mostrare GIF animate sulla tastiera non cambierà la vita a nessuno. Ma poi ho iniziato a usarlo come orologio discreto mentre lavoro a schermo intero su un articolo, senza barra delle applicazioni visibile, e ci ho preso gusto. Avere l’orario lì, nel campo visivo periferico, è sorprendentemente comodo. La funzione batteria è utile, il resto è un contorno piacevole. Il punto debole resta la gestione separata tramite online driver. VIA da una parte, personalizzazione del display dall’altra. Non è grave, ma spezza il flusso. Read the full article
Epomaker Luma 40: Quarantasette tasti bastano per lavorare? - Recensione
Sembra una provocazione, e in parte lo è. Quando mi è arrivata questa tastiera — piccola al punto da sembrare un giocattolo, con i tasti allineati in una griglia perfetta come le celle di un foglio Excel — la prima reazione è stata un misto di curiosità e scetticismo. Una 40% ortolineare, nel 2025: roba da nicchia estrema, da smanettone che si programma le macro per il caffè. E invece l'Epomaker Luma 40 si propone come qualcosa di diverso. Un oggetto che vuole portare il layout ortolineare fuori dal circolo ristretto dei custom builder, confezionandolo in un guscio di alluminio CNC dal look minimalista e un prezzo che non spaventa. Ci riesce? In parte sì, ma con delle riserve che valgono la pena di essere raccontate. Perché qui il discorso è tutto lì: la Luma 40 non è una tastiera per tutti, e non prova neanche a esserlo. È pensata per un pubblico preciso — programmatori, entusiasti del workflow compatto, gente che vive di layer e scorciatoie. Se vi ritrovate in questa descrizione, continuate a leggere. Se invece al solo pensiero di non avere una riga di numeri vi viene l'ansia, probabilmente questo non è il prodotto che fa per voi. Ma magari leggetela lo stesso, ché non si sa mai. Il mercato delle tastiere meccaniche compatte si è allargato parecchio nell'ultimo anno. Abbiamo visto proliferare le 60% e le 65%, e anche le 75% sono ormai mainstream. Le 40%, però, restano una terra di confine. Pochi produttori si avventurano in questo formato, e ancora meno lo fanno con un layout ortolineare. Epomaker, che nell'ultimo periodo ha sfornato modelli su modelli — dalla HE80 alla Magcore65, passando per la TH40 — ha deciso di puntare dritto sulla nicchia più estrema. Una scommessa? Forse. Ma una scommessa calcolata. Attualmente è possibile acquistarla sul sito ufficiale. Unboxing e prime impressioni La scatola è compatta, ovviamente. Toni scuri, design pulito, qualche icona che anticipa le feature principali: hot-swap, VIA, RGB, tri-mode. Niente di eccezionale, ma curato. Dentro, la tastiera è avvolta in schiuma ad alta densità — e devo dire che Epomaker non ha lesinato sulla protezione, considerando quanto pesa questo aggeggio per le sue dimensioni. Oltre alla tastiera trovate un cavo USB-C intrecciato (decente, nulla di memorabile), il dongle per il 2.4 GHz, un puller combinato per keycap e switch, qualche switch di riserva — Kailh low-profile, ovviamente — e un cinturino in pelle con cacciavite magnetico per fissarlo al case. Ecco, il cinturino è un dettaglio carino. Non l'avevo mai visto su una tastiera, e comunica subito l'idea di portabilità, di oggetto pensato per stare nello zaino. C'è anche il manualetto per configurare le tre modalità di connessione, ma onestamente lo schema sul retro della scatola basta e avanza. La prima cosa che colpisce quando la tiri fuori è il peso. 410 grammi per una tastiera da 24 centimetri scarsi: la densità è assurda. La prendi in mano e pensi "ok, questa è seria". E la seconda cosa che colpisce è la griglia. Quarantasette tasti allineati in colonne perfette, keycap semi-trasparenti, alluminio spazzolato color argento. Un oggetto bello, su questo non ci piove. Ma anche un oggetto che intimidisce un po', se sei abituato a tastiere normali. Design e costruzione Sarò onesto: esteticamente mi ha conquistato subito. L'ho appoggiata sulla scrivania accanto al portatile e ci stava bene davvero, non era solo suggestione da unboxing. Il case in alluminio CNC ha una finitura liscia, quasi setosa, senza spigoli vivi o imperfezioni. Le giunzioni sono precise, niente scricchiolii, niente flessioni — zero proprio. È un mattoncino solido, denso, che trasmette qualità da ogni angolazione. I keycap in policarbonato trasparente hanno un effetto frost che diffonde la retroilluminazione in modo uniforme. Il profilo è quello che Epomaker chiama LAK: piatto, uniforme su tutte le righe, il che è un vantaggio enorme per chi vuole rimappare tutto via software senza impazzire con altezze diverse. Le legende sono serigrafate — e qui un appunto: la serigrafia si consuma. Non è double-shot, non è dye-sub. Su una tastiera da cento euro, avrei preferito qualcosa di più duraturo. Ma ci torneremo. Il layout ortolineare è la vera dichiarazione d'intenti. I tasti sono allineati in una griglia perfetta, senza lo sfalsamento tipico delle tastiere tradizionali — quel disallineamento ereditato dalle macchine da scrivere che, a pensarci bene, non ha mai avuto senso ergonomico. Sulla carta, l'ortolineare riduce il movimento laterale delle dita e favorisce una digitazione più naturale. Nella pratica, servono giorni di adattamento. Ma di questo parlo tra poco. Un dettaglio che potrebbe infastidire qualcuno: l'angolo di digitazione è completamente piatto, 0 gradi. Niente piedini regolabili, niente inclinazione. Per un profilo low-profile la cosa ha senso — il polso resta basso, la posizione è ergonomica di default — ma se venite da tastiere inclinate, vi sembrerà strano per le prime ore. Sul retro c'è un badge metallico con il logo Epomaker, discreto e ben integrato. Unica colorazione disponibile: argento. Niente nero, niente bianco, niente varianti. Una scelta che mantiene il tutto molto essenziale, ma che limita chi vorrebbe abbinare la tastiera a setup diversi. In un mondo dove anche le tastiere budget offrono tre o quattro colorazioni, una sola opzione sembra quasi una dichiarazione di principio: "la tastiera è questa, prendila o lasciala". Rispettabile, ma non per forza furbo a livello commerciale. Un'osservazione che faccio sempre sulle tastiere compatte: la stabilità sulla scrivania. A 410 grammi, questa non si muove. Punto. Niente piedini in gomma che scivolano, niente base leggera che si sposta a ogni digitazione energica. L'ho usata anche su superfici lisce — il bancone della cucina, un tavolino di bar — e la massa dell'alluminio la tiene ancorata. Un vantaggio concreto rispetto alle plastiche leggere di molti competitor. Specifiche tecniche Specifica Valore Layout 40% ortolineare, 47 tasti Switch Kailh White Rain low-profile lineari Forza di attuazione 50 gf Corsa totale 2,8 mm Case Alluminio CNC Plate Policarbonato (PC) Montaggio Tray-mount con schiuma ammortizzante Keycap Profilo LAK, PC trasparente, legende serigrafate Hot-swap Sì, socket 5-pin Kailh low-profile Connettività USB-C, Bluetooth 5.0, 2.4 GHz wireless Batteria 1.450 mAh Autonomia dichiarata ~7 ore (RGB attivo), ~75 ore (RGB spento) Polling rate 1.000 Hz (cavo e 2.4 GHz), 125 Hz (Bluetooth) Latenza 3 ms (cavo), 5 ms (2.4 GHz), 15 ms (Bluetooth) Firmware QMK/VIA RGB Per-key, LED north-facing Dimensioni 240 × 87 × 20,8 mm Peso 410 g Compatibilità Windows, macOS, Android Hardware e componentistica Sotto la scocca il lavoro fatto è notevole, specie se si considera il formato. La struttura tray-mount, ammortizzata con strati di schiuma tra PCB e telaio, assorbe bene le vibrazioni e dà una sensazione di digitazione più morbida rispetto a quello che ti aspetteresti da una tastiera così compatta e rigida. Non siamo al livello di un gasket mount vero e proprio — sarebbe stato forse chiedere troppo a questo prezzo — ma la differenza rispetto a un tray-mount secco si sente. La risonanza metallica è contenuta, il suono è profondo e controllato. Gli switch Kailh White Rain meritano un discorso a parte. Sono lineari, lubrificati di fabbrica, con struttura full POM. La corsa è cortissima — 2,8 mm totali — e la forza di attuazione leggera (50 grammi). Il risultato è una digitazione rapida, quasi sfuggente. Se venite da switch MX Cherry tradizionali, la sensazione iniziale è quella di una tastiera da laptop di fascia alta. Non c'è quel feedback tattile marcato a cui potreste essere abituati. Personalmente, dopo un paio di giorni mi ci sono trovato bene, ma ammetto che la mancanza di un "punto di feedback" mi ha dato fastidio nelle prime sessioni di scrittura lunga. La plate in policarbonato aggiunge un minimo di flessibilità rispetto a una plate in alluminio, contribuendo a quel suono leggermente ammortizzato di cui parlavo. Non c'è flex-cut, quindi non aspettatevi la cedevolezza di certe custom di fascia alta, ma il risultato acustico è comunque gradevole. Gli stabilizzatori? Non ci sono. La barra spaziatrice — anzi, le due barre spaziatrice da 2U — sono montate direttamente sugli switch senza stabilizzatori dedicati. Sulla carta sembra una follia, nella pratica il wobble è minimo. Si percepisce una differenza sonora rispetto ai tasti 1U, ma niente di drammatico. E poi c'è l'hot-swap. I 47 socket accettano switch Kailh low-profile 5-pin, e il cambio è semplicissimo con il puller incluso. Attenzione però: niente switch MX standard. Se avete una collezione di Cherry, Gateron o Akko classici, qui non li potete usare. Il mondo low-profile Kailh è più limitato come scelta, e questo è un punto da considerare. Al momento le opzioni principali sono lineari (White Rain, come quelli inclusi), tattili e clicky della stessa Kailh — ma non aspettatevi la varietà infinita dell'ecosistema MX. Ho provato a sostituire qualche switch con dei Kailh low-profile Brown tattili che avevo da parte, e il cambio è andato liscio: estrai con il puller, inserisci a pressione, fatto. L'allineamento dei pin non ha dato problemi, e la sensazione tattile ha cambiato parecchio il carattere della tastiera. Questo per dire che l'hot-swap funziona davvero bene nella pratica, non è solo una specifica sulla carta. Una nota sul PCB: non ho smontato la tastiera completamente — non volevo rischiare con un'unità non mia — ma dal feeling della digitazione e dalla distribuzione del suono, la schiuma interna sembra coprire bene tutta la superficie. Non ci sono zone morte o tasti con risonanze diverse rispetto ad altri, che è un segno di buona ingegnerizzazione interna. Sulla Epomaker TH40 che ho provato mesi fa il suono era meno uniforme, quindi qui c'è stato un passo avanti. Connettività e autonomia La configurazione tri-mode funziona bene, punto. In USB-C la latenza scende a 3 millisecondi con polling rate a 1.000 Hz — numeri da gaming, in sostanza. Il 2.4 GHz si attesta sui 5 ms, sempre a 1.000 Hz, ed è la modalità che ho usato di più durante il test: stabile, reattiva, senza disconnessioni. Il Bluetooth sale a 15 ms con polling a 125 Hz, perfettamente adeguato per scrivere sul tablet o sul portatile quando sei in giro. La memoria interna gestisce fino a cinque dispositivi abbinati, e il passaggio dall'uno all'altro avviene via combinazione di tasti. Fluido, nessun lag percepibile nel pairing. La batteria da 1.450 mAh è il compromesso inevitabile delle dimensioni. Con l'RGB a palla — e la tentazione è forte, perché l'effetto con quei keycap trasparenti è davvero bello — ho tirato fuori circa sei ore e mezza. Non sette come da specifica, ma ci siamo. Col Bluetooth e l'illuminazione spenta, invece, si arriva comodamente a tre-quattro giorni di uso lavorativo medio. Le 75 ore dichiarate sono plausibili se usi la tastiera un paio d'ore al giorno senza luci. La ricarica via USB-C è abbastanza rapida, un paio d'ore per una carica completa. C'è da dire che la gestione energetica è ben pensata: la tastiera va in sleep dopo un periodo di inattività (personalizzabile), e il risveglio è rapido — un tasto qualsiasi e in meno di un secondo sei operativo. Non ho mai avuto problemi di disconnessione durante lo sleep, né ho perso il pairing con i dispositivi. Un paio di volte il dongle 2.4 GHz ha richiesto qualche secondo in più per riconnettersi dopo una pausa lunga, ma nulla di preoccupante. Rispetto alla stabilità del Bluetooth, che su molte tastiere wireless è il tallone d'Achille, qui Epomaker ha fatto un buon lavoro. Nessun salto di caratteri, nessuna latenza improvvisa, nessuna disconnessione random durante le dodici giornate di test. Test sul campo Ok, arriviamo al dunque. Ho usato questa tastiera per dodici giorni come periferica principale — scrivania fissa, portatile in giro, e qualche sessione di gaming per completare il quadro. E l'esperienza è stata... un ottovolante emotivo, per dirla semplice. Il primo giorno è stato traumatico. Non scherzo. Vengo da una 65% con layout staggered e il passaggio all'ortolineare mi ha mandato completamente fuori giri. Lettere che finivo sul tasto sbagliato, combinazioni sbagliate, velocità di battitura crollata del 60% almeno. La B e la Y, che sulle tastiere normali sono a cavallo tra le due mani, qui richiedono un aggiustamento mentale non banale. E poi mancano i numeri, le frecce, il punto interrogativo diretto — tutto è relegato ai layer, attivabili con combinazioni di tasti. Ho pensato seriamente di rimettere la tastiera nella scatola. Non lo dico per drammatizzare: è un'esperienza genuinamente frustrante per chiunque sia abituato a digitare senza pensarci. Il secondo giorno ho iniziato a configurare seriamente VIA, e lì la musica è cambiata. Ho impostato un layer per i numeri accessibile con un tasto singolo (il tasto Lower, in basso a sinistra), uno per i simboli e la punteggiatura, e uno per le frecce e la navigazione. La curva di apprendimento è ripida, ma una volta che i layer diventano memoria muscolare, la velocità di digitazione risale. Al quinto giorno ero a circa l'80% della mia velocità normale. Al decimo, quasi a regime. Ma — ecco il ma — non ho mai raggiunto la stessa fluidità che ho sulla mia tastiera staggered per la scrittura di testi lunghi in italiano. I tasti in meno si sentono, e anche se VIA permette di rimappare tutto, le lettere accentate restano una rogna da gestire su un layout 40%. Per la programmazione, invece, la storia è diversa. Il terzo giorno ho provato a lavorare su un progetto WordPress e mi sono accorto che la combinazione layout compatto + layer personalizzati funziona sorprendentemente bene per scrivere codice. Le parentesi, le graffe, i due punti, il punto e virgola — tutto a portata di pollice con il layer giusto. E l'ortolineare aiuta davvero a ridurre il movimento delle dita. Una sera tardi, dopo tre ore di coding di fila, mi sono reso conto che avevo i polsi meno stanchi del solito. Coincidenza? Forse. Ma l'impressione c'è stata. Il gaming l'ho testato per completezza, non perché questa sia una tastiera da gaming. WASD funziona — o meglio, la griglia equivalente funziona — ma la disposizione ortolineare cambia la geometria dei tasti di movimento rispetto a quello a cui siete abituati. Per FPS competitivi non la consiglierei. Per titoli più rilassati, gestibile. Ho provato anche a usarla per compilare tabelle, e qui emerge un limite strutturale delle 40%. I numeri sono su un layer secondario, il che significa che per inserire dati numerici devi tenere premuto un tasto con una mano e digitare i numeri con l'altra. Per chi fa data entry regolarmente, è un rallentamento concreto. Certo, puoi impostare un layer dedicato numpad tramite VIA — e io l'ho fatto — ma non è la stessa cosa di avere i numeri a portata diretta. È un compromesso intrinseco al formato, non un difetto specifico di questa tastiera. Ma va detto. Per le chiamate via Teams e Zoom, la tastiera non ha microfono integrato (ovviamente), ma ho apprezzato il fatto che i tasti multimediali — volume, mute, play/pausa — siano raggiungibili tramite layer senza combinazioni troppo contorte. Una cosa meno ovvia: il suono della digitazione è sufficientemente silenzioso da non filtrare nei microfoni durante le call. L'ho verificato chiedendo ai colleghi, e nessuno si è lamentato. Con una tastiera meccanica tradizionale non è sempre così. Una cosa che mi ha sorpreso in positivo: la portabilità. Sta in una tasca della giacca invernale, pesa quanto un telefono e mezzo, e collegata via Bluetooth all'iPad è diventata il mio setup da treno per eccellenza. Piccola confessione: il laccetto in pelle mi è tornato utilissimo per tirarla fuori dallo zaino senza rovistare. Un'ultima osservazione sul test: la ricarica. Il cavo USB-C incluso funziona senza problemi, e la tastiera continua a funzionare mentre è in carica — niente interruzioni. Ho preso l'abitudine di collegarla al monitor la sera, e la mattina dopo era sempre pronta. Non è un dettaglio da dare per scontato: alcune tastiere wireless si spengono durante la ricarica, e la cosa è fastidiosa. Approfondimenti L'esperienza di digitazione: tra adattamento e rivelazione Devo fare un passo indietro e spiegare cosa significa davvero passare all'ortolineare. Non è solo una questione di estetica o di risparmio di spazio: è un cambio di paradigma nella digitazione. Le dita si muovono in verticale, non in diagonale. Sembra una differenza da poco, e invece cambia tutto. I primi tre giorni sono frustranti — stavo per scrivere che il layout è un errore, ma ripensandoci dopo quasi due settimane, ho cambiato idea. Le dita trovano una posizione più naturale, il carico si distribuisce meglio, e i tasti più lontani dalla home row sono comunque a portata senza contorsioni. Il problema vero è la memoria muscolare. Anni di tastiere staggered non si cancellano in una settimana. E su una 40%, dove quasi tutto passa per i layer, devi ricostruire le abitudini da zero. Per chi ha pazienza, il ritorno c'è. Per chi vuole plug-and-play, questo non è il prodotto giusto. La firma sonora: discreta ma gradevole Non aspettatevi la profondità acustica di una custom con gasket mount e switch lubrificati a mano. Quella non è. Il suono della Luma 40 è contenuto, quasi discreto: un thock leggero, senza toni metallici, con una buona uniformità su tutta la griglia. Gli switch Kailh White Rain non hanno un carattere sonoro particolarmente marcato — sono lineari silenziosi, e fanno il loro lavoro senza personalità spiccata. La schiuma tra plate e PCB aiuta a smorzare le risonanze, e il risultato complessivo è una tastiera che puoi usare in ufficio open space senza dare fastidio a nessuno. Che per una meccanica, non è poco. Le barre spazio da 2U hanno un suono leggermente diverso — più vuoto, meno controllato — ma non così tanto da risultare fastidioso. Se siete perfezionisti del suono, potreste voler aggiungere un po' di materiale smorzante sotto i keycap dello spazio, ma onestamente è un intervento per pochi. Un paio di sere ho fatto un test improvvisato: tastiera su scrivania di legno contro tastiera su mousepad in tessuto. Sul mousepad il suono si ammorbidisce ulteriormente e diventa quasi ASMR. Sulla scrivania nuda resta piacevole, con un tocco leggermente più metallico sui bordi. Ma siamo nel territorio delle sfumature per appassionati, non di difetti reali. VIA, layer e personalizzazione: qui il gioco si fa serio Ecco, questo. La personalizzazione tramite VIA è il cuore pulsante di tutta l'esperienza. Senza layer ben configurati, una 40% è inutilizzabile. Con layer fatti bene, diventa una macchina da produttività. VIA funziona via browser — niente software da installare — e permette di rimappare ogni singolo tasto, creare macro, configurare mod-tap (pressione breve = un carattere, pressione lunga = un modificatore) e gestire fino a quattro layer. Ho impiegato un paio d'ore a configurare tutto come volevo, e ho continuato a fare micro-aggiustamenti per tutta la durata del test. Il bello è che le modifiche si applicano in tempo reale: cambi la mappa, provi, aggiusti. Nessun riavvio, nessun flash del firmware. La compatibilità QMK c'è per chi vuole andare ancora più in profondità, ma VIA copre il 90% delle esigenze. Racconto il mio setup, che magari è utile per chi sta valutando l'acquisto. Layer 0 (base): le lettere, più i modificatori principali e due tasti "Lower" e "Raise" che attivano rispettivamente layer 1 e 2. Layer 1 (Lower): numeri sulla riga superiore, frecce su J-K-L-I, Esc, Tab, e le funzioni F1-F12 sparse. Layer 2 (Raise): simboli — parentesi, graffe, pipe, backslash, le cose che servono a chi programma. Layer 3: un macro layer che ho usato poco, ma dove ho piazzato le vocali accentate italiane e qualche shortcut per app specifiche. Read the full article
Today, I’m diving into the world of mechanical keyboards with a spotlight on the Epomaker TH85, a budget-friendly gem that’s been turning heads in the keyboard community. If you’re hunting for a stylish, customizable, and high-performing keyboard without breaking the bank, stick with me—this one’s a game-changer. Let’s unpack why the Epomaker TH85 deserves a spot on your desk and why Epomaker Reviews are buzzing with excitement.