L’attenzione tardiva per la mutazione del “dipendente precario” e il governo Gentiloni
Brucia come una ferita la brutta pagina di contrasto a sinistra, che sta facendo cadere il governo in una dinamica in cui, tutto viene stritolato e tutto può solo venire stritolato. Solo il tempo di fare la legge elettorale, il pallino lo ha in mano il primo che ha messo un veto. Il suo no ha il peso di una sentenza che è già stata emessa, andare avanti per chi si trova in questo vento contrario è come salire su un pendio fangoso, zuppo di fango con indosso un paio di scarpe di sei numeri più grandi della propria misura, e senza calze. Inciampi nel limo.
Ma le mosse elettorali sono tutte lecite in una condizione di guerra, come quella che muove i tre portavoce di Mdp contro gli assetti del partito che Mdp ha lasciato.
E alla fine, sono questioni loro, dei due poli di centrosinistra.
Quello che non si riesce a digerire è questa retorica sul desiderio di fare rinascere il centrosinistra, da sinistra. Con gli uomini che non riescono da vent’anni a dare un governo di centrosinistra a questo paese. Prodi nominò i propri ministri il 17 maggio 1996, li nominò nuovamente il 17 maggio del 2006. Oltre ai due incredibili tentativi e stop del fondatore dell’Ulivo, c’è stato solo Berlusconi. Traghettatori tecnici, figure istituzionali. E Renzi, Gentiloni.
Ora, nel 2017 si schiera il centrosinistra più animoso, appena scisso, per una battaglia che ha come proprio contrafforte il lavoro. Susanna Camusso, parlando dei voucher “nuovi” ha detto, “Non sono lavoro”. E’ anche andata, di recente, dai dipendenti degli outlet. Degli outlet. Una scoperta. Queste miniere di “non lavoro”, una immersione nel mondo di chi il lavoro non lo pratica, lo subisce. Chi deve sempre dire sì e anche con la voce giusta, perché se dice sì ma col tono di voce sbagliato, viene non ripreso, ma magari guardato con sospetto. Non sia mai che si rivolga ai sindacati. Un tono non calibrato, mezzo frainteso.
Felicemente con un ritardo di decenni si solleva il velo sugli inesistenti del lavoro. Quelli che saltano a progetto, che saltano sugli stage, che saltano sui voucher gestiti dalla grandi compagnie, quelle dove contro i voucher non parlava nessuno. Il popolo non ha proprio voce. Poi ci si stupisce dei risultati che ottiene qualunque venditore di miracoli, nel Paese.
C’è, per usare le parole che da sole, hanno puntato a sbriciolare in un istante il governo Gentiloni, tanto non lavoro. Cavalcare questo non lavoro, non serve. Chi va a lavorare per davvero pochi soldi e senza garanzie sa, che diversamente, non si può fare. E non perché il governo riformista degli ultimi anni abbia fatto poco. Lo sa perché si guarda in giro, guarda il mondo, sa esattamente che siamo ad una fine era. Sta al capolinea con lo stesso senso di precarietà che hanno i più poveri tra i miserabili del mondo. Vive, nello stesso modo, normalmente, è lontano da ogni tutela reale, se si fa male, perde il lavoro, se arriva tardi, perde il lavoro. Quindi sta nel girone dei dannati, come tutti. Per dargli una prospettiva ci vorrebbe, un miracolo, che non arriva. Una inversione del tempo, un salto nel futuro. Intanto se è italiano sta qui, circondato da persone apparentemente accudenti, ma che il futuro hanno già dimostrato di non saperlo edificare.
Gli scheletri di ferro vanno ogni giorno all’outlet per lavoro, forse il futuro sono loro, la loro sfida contro le ragioni dell’usura e dei propri stessi limiti fisiologici li porterà a una mutazione, a diventare grandi aironi dalle ali distese e iperfabbricative, leve meccaniche, Tetsuo-The iron man in volo librato. Sul cielo senza più ciminiere del panorama postindustriale europeo. Appeso alle penne della coda, uno striscione a traino con dedica, una invocazione: “Non dateci indennità di disoccupazione”.
Nella fotoTetsuo di Tsukamoto the Iron man
#Danilo Rocca










