Karesansui del Ryoanji a Kyoto: una meditazione pitagorica
Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma; ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma; lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza. Tutte le cose sono vuote apparizioni, Shariputra. Non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure; non aumentano e non decrescono. Perciò nella vacuità non c’è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza. (dal Hannya shingyō: il Sutra del cuore)
Proviamoci…
Il viaggio in Giappone è finito da un mese eppure, forse, non finirà mai. Il sogno di tutta una vita è compiuto, ma è difficile tornare alla realtà quotidiana dopo avere visto dal vero che tutto quello immaginato e sperato è una sostanza concreta dentro il vuoto dei desideri. Esiste il Giappone dei miei sogni e io ci ho camminato dentro. Inizio con enorme fatica questo primo post con alcune considerazioni: non farò un diario di viaggio con il dettaglio dei percorsi e delle cose viste in ordine cronologico. Le parole che seguono saranno come da tempo ho deciso fare di questo blog una memoria per me, con il rischio del quale sono perfettamente consapevole, di annoiare o di rendere difficile la comprensione, ma è anche il racconto del mio modo di pensare e di vedere le cose, un racconto senza lesinare parole che viene da dentro appunto, ad anima aperta da uno studente Zen in perenne fase 破 (Ha). Non è mia intenzione in questo caso cercare sintesi, anzi vorrei espandere il percorso della meditazione suscitata senza limite, ampliando oltre misura lo scrivere per non perdere nemmeno un lemma, per raccontare con ogni possibile dettaglio il pellegrinaggio dei pensieri prima che vengano offuscati dalla memoria che si svuota nel tempo. Anche meno? Anche no! Delle emozioni più forti su tutte, enormemente su tutte, c’è la visita in uno dei mille templi di Kyoto che si chiama Ryoanji; un luogo molto famoso per il suo giardino secco con pietre e ghiaia rastrellata a forma di onde. Il nome di questo luogo buddhista, una delle due religioni principali del Giappone, significa Tempio del Drago nella pace ed il suo giardino è senza dubbio un capolavoro che rappresenta idealmente questa intenzione. Una prefetta esplicitazione dei concetti dello Zen. Da un’ampia veranda è possibile sedersi e accogliere l’invito alla meditazione, attratto dalla magia di questo luogo mi sono seduto anche io, la mente per un tempo non misurabile, ha fissato questo paesaggio svuotandosi; un’estasi con il sapore quasi dimenticato della illuminazione che ha accompagnato i miei anni verdi verso la maturità. Il primo paradosso colto nell’immediato: il luogo è definito un giardino ma in realtà si tratta di un 枯山水 karesansui: un giardino secco, di ghiaia e rocce. Come possono le rocce, per quanto disposte in modo artistico e sapiente, costituire un giardino? Le rocce non sono esseri viventi, di fatto sono gli esseri viventi che costituiscono un giardino, sono le piante che vivono crescono e cambiano con le stagioni. In un giardino paesaggistico sarebbero probabilmente alberi, arbusti, fiori ed erbe, invece le rocce sono cose inerti. Non possono crescere, non possono cambiare, almeno, non da sole. L’unica creatura vivente del giardino è il muschio sottostante alle rocce, che però ha solo un ruolo ausiliario, anche se non del tutto insignificante, il giardino non è un giardino di muschio; allo stesso modo non è del tutto sterile. Sono comunque le rocce che formano il racconto del giardino e la proprietà della loro disposizione è stata il fulcro della mia meditazione, tradotta per come solitamente ragiona il mio cervello, secondo criteri di pura geometria e filosofia dato che, Pitagora ce lo insegna, sono la stessa cosa. Un altro aspetto volutamente studiato dai progettisti è che non è possibile anche cambiando posizione vedere tutte e quindici le rocce contemporaneamente, queste formano cinque gruppi, come cinque sono i sensi, che possono ingannare la mente perché come recita un celebre sutra: la mente non può capire sé stessa. I gruppi sono appoggiati sul muschio che le delimita. Ci sono, secondo la mia stilizzazione, tre gruppi con tre rocce e due gruppi con due rocce. I gruppi con tre rocce sono più vicini al visitatore, e i gruppi con due rocce sono più lontani. Il primo gruppo, che è all'estrema sinistra, il gruppo centrale, che è il terzo da sinistra, e l'ultimo gruppo, che è il quinto, contengono tre rocce. Il secondo e il quarto gruppo contengono due rocce ciascuno. Il primo gruppo di tre rocce, quello all'estrema sinistra, ha due rocce di accompagnamento poste all'esterno del suo bordo di muschio. Queste due rocce sono le uniche nel giardino senza un letto di muschio. Sono più basse delle altre tre nel primo gruppo ed emergono appena sopra il letto di ghiaia. Con superfici non del tutto a livello, sono tra le rocce più piccole nel giardino. Con un rastrello, un giardiniere rende il letto di ghiaia quasi pareggiato. Rastrella solo le linee parallele consuete per i giardini rocciosi. Le linee vanno principalmente a sinistra e a destra e sono parallele ai bordi lunghi più vicini e più lontani dall'osservatore. Il giardiniere rastrella anche linee curve attorno ai gruppi di roccia parallele ai loro bordi. Queste linee si estendono per tutta la larghezza del rastrello. La presenza del muschio aggiunge un colore al giardino, e come detto il suo colore cambia. È l’elemento che lo rende vivo, ma non quello che lo rende dinamico. Il giardino ha attorno a sé una cornice ordinata e abbastanza regolare, la cornice è di granito bianco; oltre il lato più lungo e oltre l'estremità destra del giardino c'è un muro di terra. Solo dopo una attenta osservazione si percepisce la sua esistenza; il muro è fatto di una miscela di argilla e olio di colza, il tutto è protetto da un tetto a due falde coperto di scandole di legno stagionate e sormontato sul colmo da tegole. Il giardino di Ryoanji è così austero che la prima percezione è quella di un grande spazio vuoto che sembra occupare il centro del giardino appena decentrato sulla sinistra. La veranda è sapientemente posta vicina al giardino, con un punto di osservazione così prossimo da impedire la visione dell'intero giardino con un solo campo visivo. Questo fatto fa sembrare lo spazio vuoto ancora più grande. La ghiaia rastrellata aumenta il vuoto e sembra estenderlo. Le linee parallele rastrellate a sinistra e a destra, quelle parallele ai bordi lunghi del giardino, sono l'occasione di questo effetto. Poiché sono parallele, sembrano estendere il vuoto nella nostra mente. Le linee portano con sé l'implicazione che continuano oltre il giardino e forse si estendono indefinitamente oltre le sue estremità. La visione riporta ad un concetto solo apparentemente assurdo della geometria euclidea che predica come: due rette parallele si incontrano all’infinito. Le linee rastrellate parallele alle estremità corte a sinistra e a destra definiscono le estremità e mantengono la nostra visione all'interno del giardino, tuttavia lo fanno senza annullare l'inferenza nella nostra mente di uno spazio vuoto indefinito. Ottengono questo risultato perché le linee parallele ai lati sono molto più lunghe e, sebbene si fermino alle estremità, portano comunque un'implicazione, o forse un desiderio da parte dell’osservatore, di continuazione. Ci sono anche le linee curve rastrellate attorno ai gruppi di rocce che sono parallele tra loro ma ovviamente non con le linee che vanno a sinistra e a destra. Eppure non interferiscono con le linee sinistra e destra e il loro spazio implicito. Le linee curve si increspano dolcemente verso l'esterno e danno l'impressione di partecipare più allo spazio delle altre linee che di entrare in conflitto con il loro spazio. Le grandi rocce nei cinque gruppi non sono particolarmente insolite nel loro aspetto, questo fatto suggerisce che non dobbiamo tanto contemplare le rocce separatamente, quanto piuttosto considerarle parti di una composizione complessiva nel giardino. Di fatto le rocce e i loro gruppi sono in qualche modo intrinseci al vuoto del giardino. Proprio gli ammassi di rocce fatti di materia concreta esaltano il vuoto, la loro presenza non sminuisce il vuoto ma si armonizza con esso. La mia considerazione è che gli ammassi di rocce rendono il vuoto un vuoto che non è vuoto. Il vuoto è apparentemente uno che può in qualche modo assumere una forma. I gruppi esaltano il vuoto con la loro mera presenza. Il giardino con il raggruppamento delle pietre offre una composizione con una massa che appare di maggiore sostanza, di quella che altrimenti sarebbe percepibile; senza i gruppi il giardino presenterebbe semplicemente un campo sterile di ghiaia con linee che apparentemente proseguono all'infinito. Sarebbe poco più di una proiezione matematica astratta priva non solo di vita ma anche della sua stessa possibilità di divenire forma. In particolare, i gruppi di roccia racchiudono e attirano la nostra attenzione sul vuoto centrale. Lo fanno perché sono disposti in triangoli. Questi triangoli distolgono il nostro sguardo dai gruppi stessi e lo dirigono verso il vuoto. Delineano aree più definite all'interno del vuoto e tuttavia uniscono le aree così definite. La mia attenzione è richiamata dal fatto che, sebbene sia statico, il giardino Ryoanji presenta, forse non inizialmente ma certamente alla fine, un'innegabile apparenza di creatura (non creazione) dinamica. Il giardino è composto principalmente da rocce e ghiaia e, fatta eccezione per il muschio, è privo di vita. Ma le rocce nel giardino danno comunque una netta impressione di essere vive. Sebbene siano immobili, almeno all'occhio umano, le rocce sembrano tuttavia muoversi e sembrano muoversi di loro spontanea volontà. Le rocce e i loro gruppi danno più ovvia l'impressione di un movimento verso l'alto. I gruppi sembrano emergere dal letto di ghiaia. I tre gruppi con tre rocce sembrano i più emergenti. La roccia più alta all'interno di ogni gruppo si eleva fino a un picco evidente, e il suo picco solleva lo sguardo con sé. I due gruppi con due rocce danno un'impressione simile, anche se meno pronunciata. Una roccia si eleva sopra l'altra in ogni gruppo. Ma la roccia più alta in questi gruppi non si eleva tanto quanto la più alta nei gruppi da tre. Queste altezze inferiori hanno l'effetto di allontanare l'occhio da questi gruppi meno emergenti sullo sfondo verso il primo piano e i gruppi più emergenti. La presenza sapiente delle rocce più piccole accentua lo slancio dell’occhio verso l’altezza della roccia centrale e completa l'impressione di movimento a salire. Questo illusorio movimento verso l'alto dei gruppi ha dato origine a molte metafore offerte per l'interpretazione del giardino. Forse le più gradevoli sono quelle che immaginano il giardino come un paesaggio e i gruppi di roccia come montagne che si innalzano sopra le nuvole o che emergono da una fitta nebbia, o persino come montagne che emergono dalle profondità di un oceano. Queste metafore geologiche ne suggeriscono ulteriormente una psicologica: le rocce emergenti potrebbero rappresentare le menti imperturbabili di individui illuminati che emergono e diventano indifferenti alle mutevoli illusioni dell'apparenza. In effetti, alcune persone vedono nei cinque gruppi di rocce le cinque montagne delle scuole tradizionali Zen. Ma il giardino di Ryoanji offre un'altra impressione di movimento. Questa impressione è di movimento laterale. Un visitatore sulla veranda della residenza, anche durante una breve visita, non può fare a meno di rendersi conto alla fine che il vuoto centrale nel giardino è decentrato a sinistra. L’osservatore in una visita più lunga si renderebbe presto conto che il vuoto in realtà sembra spostarsi a sinistra perché i gruppi di rocce sembrano muoversi in direzione sinistra. I gruppi sulla sinistra sembrano essere andati oltre l'osservatore e i gruppi sulla destra sembrano avvicinarsi all'osservatore. Guardando il giardino dall'estremità sinistra della veranda, specialmente dal gradino più basso, si vede che le rocce più vicine appaiono essere molto grandi. Le rocce più distanti sulla destra sembrano sensibilmente più piccole e sembrano seguire quelle più vicine. Ma se viceversa si guarda il giardino dall'estremità destra della veranda, sui gradini più bassi, anche le rocce più vicine non sembrano grandi quanto quelle sulla sinistra. L'intera composizione infonde un senso di profonda pace. Il giardino mostra sicuramente un equilibrio nei suoi effetti statici e dinamici, o meglio, presenta un equilibrio tra le sue impressioni di immobilità e movimento. Paradossalmente, sembrerebbe presentare all'osservatore un'impressione travolgente di movimento immobile. Il giardino è immobile, e tuttavia apparentemente in movimento. Possiamo anche vedere un'armonia nei movimenti verso l'alto e verso i lati. Tutte le rocce nei loro gruppi si muovono insieme sia verso l'alto che verso sinistra, e tutti i gruppi insieme sembrerebbero muoversi in entrambi i modi. I gruppi formano triangoli in armonia, ciascuno con sé stesso e tra loro. In effetti, i triangoli grandi e piccoli si adattano insieme in un modo che conferisce equilibrio allo spazio del giardino. L'armonia di moto e quiete e di moto verso l'alto e verso il basso sembrerebbe in realtà costituire un paradigma dell'universo. L'universo non mostra sia moto che quiete? Non mostra moto verso l'alto e, bisogna ammetterlo, verso il confine? E l'universo non si muove in avanti, almeno metaforicamente, attraverso il tempo? Questa armonia sembra un paradigma anche per la nostra natura. Siamo continuamente in movimento e a riposo Siamo gli stessi, e tuttavia non siamo gli stessi. Abbiamo un'identità, ma cambiamo e andiamo avanti nel tempo, e arriviamo a essere e alla fine cessiamo di essere. Ecco perché il segreto metafisico del giardino di Ryoanji, dato che ci presenta un'ontologia al tempo stesso scomoda e confortante. Quasi tutti i visitatori del giardino ammutoliscono quando escono sulla veranda. Il giardino in qualche modo ci porta fuori dal nostro modo ordinario di vedere le cose, o meglio, può farlo se riusciamo ad aprire la mente, ad accettare il tuffo dentro pensieri più profondi. Quando si visita, si incontrano occasionalmente guide turistiche con i loro gruppi, fortunatamente piccoli, e le loro spiegazioni sono povere descrizioni piuttosto superficiali del progetto del giardino. Sfortunatamente, le loro spiegazioni, poiché solitamente preconcette, possono impedire di vedere il giardino per quello che è veramente, la spiegazione al contrario della percezione preclude la possibilità di sentire emozioni più ime e personali. Nutriamo una sfortunata predilezione a prendere ciò che le cose sembrano essere per ciò che le cose sono realmente. Il giardino Ryoanji può risvegliarci dalle comode nozioni che ci vengono imposte dalle nostre abitudini mentali e verbali. Una sfortunata nozione di questo tipo è che una cosa abbia una sostanza; una sostanza, ci piace pensare, è un'entità che dura immutabile attraverso il cambiamento; abbiamo una naturale tendenza a credere che una roccia rimanga una roccia per sempre. Il giardino ci mostra che questa nozione, per quanto comoda possa essere, non è che un'illusione. Le rocce nel giardino sembrano ovviamente sostanze. Di sicuro danno l'impressione sia di non cambiare che di cambiare. Abbiamo già visto che le rocce sembrerebbero essere in movimento, molto sottilmente, sia verso l'alto che di lato. Ma abbiamo anche visto che questo movimento è illusorio. Le rocce non si sono mosse, o non sono state mosse, per secoli. Se riflettiamo per un momento, non possiamo che giungere alla consapevolezza che le rocce mostrano un movimento illusorio che comporta la sgradevole implicazione che ogni movimento è illusione. La nostra percezione del movimento è in verità nient'altro che una proiezione mentale. In un singolo momento nessuna cosa può mai possedere movimento. Solo se ricordiamo nella memoria un momento passato o evochiamo nell'immaginazione un momento futuro, un oggetto percepito in un momento presente sembra possedere movimento. Giungo così ad una realizzazione, non meno sconcertante: il giardino ci presenta sostanze che sono anch'esse illusorie, lascia intendere che le sue stesse rocce non sono più reali del loro movimento. Sebbene ci piaccia pensare che rimangano immutabili, non possiamo negare che le sostanze cambino davvero, nascono crescono e se ne vanno. Gli animali nascono e muoiono, le piante germogliano e appassiscono. Perfino i minerali vengono generati e trasformati. Ovviamente, le rocce sono tra quelle cose che nascono e scompaiono. Esse nascono da processi geologici di pressioni e temperature quasi insondabili, e alla fine soccomberanno a questi stessi processi. Per non parlare delle forze cosmologiche che possono creare e distruggere pianeti e stelle. Anzi, queste forze possono creare e distruggere sistemi solari e galassie. Anche le rocce del giardino sono venute all'esistenza e alla fine scompariranno. Si stanno consumando molto lentamente, anche se non riusciamo a percepirne i cambiamenti. Solo una traccia dei loro cambiamenti è evidente. Ho letto che la roccia più grande nel secondo gruppo recava un'iscrizione, ma il carattere dell'iscrizione è già stato parzialmente cancellato dagli elementi meteorologici. Mi rimane la domanda: cosa resta della sostanza? Come possiamo percepire una sostanza come immutata senza ricordare un momento nel passato o immaginare un momento nel futuro? Non può esserci più immutabilità in un singolo momento di quanto non possa esserci cambiamento, o in altre parole, l'immobilità così come il movimento possono essere solo una mera illusione. Ciò che consideriamo una sostanza, quindi, ci presenta una doppia illusione. Una sostanza potrebbe sembrare cambiare, ma il suo cambiamento è una nostra proiezione mentale. Una sostanza potrebbe sembrare non cambiare, ma il suo non cambiare è anche questa una nostra proiezione mentale. Che cosa è reale, allora ci si potrebbe chiedere. Ora ci troviamo faccia a faccia con un fatto metafisico bruto. Niente è reale! Ogni realtà sembrerebbe essere un substrato sottostante alle nostre sostanze illusorie con i loro movimenti illusori. Ma un substrato può essere solo un vuoto, un nulla. Scopro, quindi, una metafora metafisica nascosta nel nostro giardino. Il giardino mostra un nulla molto simile al vuoto al suo centro, ma il vuoto nel giardino non è vuoto, questo è delineato e definito per noi dai gruppi di rocce con vari spazi più piccoli. I gruppi formano triangoli più grandi e più piccoli che dividono e delimitano aree all'interno del vuoto. Senza i gruppi lo spazio sarebbe un vuoto assoluto. Così, anche il nulla che abbiamo scoperto non è un nulla vuoto. Almeno, per noi non lo è. Il nulla è potenziato e aumentato da variegati qualcosa, per così dire, e dalle loro vicissitudini. Questi qualcosa non sono altro che le nostre sconcertanti illusioni di sostanze e dei loro cambiamenti. Il nulla è tutto fuorché informe, e tuttavia sembrerebbe permetterci, o almeno non negarci, le nostre forme illusorie. Le nostre nozioni convenzionali, sebbene presumibilmente di qualcosa, non possono mai essere altro che illusioni, quindi, poiché sono illusioni, le nostre nozioni di sostanza e cambiamento non possono informarci di nulla di esistente, nemmeno del nulla. Una forma non ha esistenza perché non è nulla, ma l'esistenza non ha forma perché non è qualcosa. O, si potrebbe forse dire più semplicemente, l'una è forma senza materia, e l'altra materia senza forma. Dimenticavo il muschio. Il muschio sembrerebbe concederci una tregua dal nostro malessere metafisico. E forse lo fa. Il muschio ci porta fuori dalle nostre riflessioni sconcertanti e ci riporta a una realtà ordinaria. È una pianta, ed è viva, e cambia con le stagioni. Ci riporta alla mente i cicli delle stagioni e della vita e della morte. Potrebbe persino richiamare alla mente i cicli e le ere ecologiche. Il muschio ci ricorda anche che il giardino non esiste in isolamento. Ci sono altre piante visibili fuori dal giardino, e sembrerebbero interagire con esso. Ci sono gli alberi fuori dal muro del giardino con i rami che pendono oltre il bordo del giardino. Le loro foglie germogliano, crescono e alla fine cambiano colore e cadono nel giardino all’approssimarsi dell’Inverno. Sbocciano anche nella stagione giusta, e i loro fiori lasciano cadere i petali nel giardino, contribuendo a mischiare la vita esterna con quella entro i muri di cinta. Infine il muro del giardino stesso. Anche questo sembra cambiare molto lentamente. Dopo secoli la miscela di argilla e olio ora presenta motivi diversi, e questi motivi a loro volta suggeriscono vari paesaggi. E poi c'è il meteo, naturalmente. Il sole, il cielo e le nuvole sono presenti, e a volte piove e persino nevica. Per non parlare dei numerosi visitatori sulla veranda con i loro andirivieni. Ma la nostra tregua dai nostri travagli metafisici è fin troppo breve. Può durare solo per un fugace, irriflessivo momento, oserei dire. Anche questi cambiamenti non possono che essere illusioni. Forse perché li prendiamo più facilmente per reali, questi cambiamenti sembrano presentare un contrappunto alle rocce illusorie e ai loro movimenti illusori. Ma queste intrusioni nel giardino possono solo sottolineare la natura illusoria di ogni movimento e riposo. Queste intrusioni sono e possono essere solo le nostre proiezioni. Di questi artefatti intrusivi uno sono stato anche io per accentuare, come desiderato dal progettista, la presenza di una forma in continuo cambiamento destinato a diventare, o forse essere contemporaneamente vuoto. Chiunque abbia progettato il giardino di Ryoanji, quindi, vi ha posto un baratro metafisico nel quale è impossibile non precipitare. Una roccia non è viva, e un essere vivente non è una roccia. Ma sia una roccia che un essere vivente sono curiosamente simili. Le rocce nel giardino sembrerebbero vive e in movimento. Ma il loro movimento è un'illusione. Noi sembreremmo più ovviamente vivi e in movimento. Ma anche il nostro movimento è un'illusione. Ciò che è reale può essere solo il nulla, ma il nulla non può essere né vivo né non vivo. Non è né in movimento né non in movimento. Dobbiamo sicuramente un debito di gratitudine a coloro che hanno progettato il giardino, sia per il giardino stesso che per le sue intuizioni. Temo che la mia interpretazione potrebbe non essere all'altezza delle loro intenzioni. Se ho ragione, questi umili giardinieri ci presentano meno un paradosso che un paradigma, un paradigma per la nostra stessa vita. Come la vita nel loro giardino è un'illusione, così lo è anche la nostra vita. E tuttavia la nostra vita, sebbene un'illusione, può essere una cosa commista di tranquillità e armonia e forse di bellezza e sublimità. Il giardino lo è sicuramente, e la nostra vita può sicuramente esserlo se solo lo desideriamo. Namastè
Simone Cristicchi - Abbi cura di me
Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma; ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma; lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza. Tutte le cose sono vuote apparizioni, Shariputra. Non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure; non aumentano e non decrescono. Perciò nella vacuità non c’è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza. (dal Hannya shingyō: il Sutra del cuore)
Proviamoci…
Il viaggio in Giappone è finito da un mese eppure, forse, non finirà mai. Il sogno di tutta una vita è compiuto, ma è difficile tornare alla realtà quotidiana dopo avere visto dal vero che tutto quello immaginato e sperato è una sostanza concreta dentro il vuoto dei desideri. Esiste il Giappone dei miei sogni e io ci ho camminato dentro. Inizio con enorme fatica questo primo post con alcune considerazioni: non farò un diario di viaggio con il dettaglio dei percorsi e delle cose viste in ordine cronologico. Le parole che seguono saranno come da tempo ho deciso fare di questo blog una memoria per me, con il rischio del quale sono perfettamente consapevole, di annoiare o di rendere difficile la comprensione, ma è anche il racconto del mio modo di pensare e di vedere le cose, un racconto senza lesinare parole che viene da dentro appunto, ad anima aperta da uno studente Zen in perenne fase 破 (Ha). Non è mia intenzione in questo caso cercare sintesi, anzi vorrei espandere il percorso della meditazione suscitata senza limite, ampliando oltre misura lo scrivere per non perdere nemmeno un lemma, per raccontare con ogni possibile dettaglio il pellegrinaggio dei pensieri prima che vengano offuscati dalla memoria che si svuota nel tempo. Anche meno? Anche no! Delle emozioni più forti su tutte, enormemente su tutte, c’è la visita in uno dei mille templi di Kyoto che si chiama Ryoanji; un luogo molto famoso per il suo giardino secco con pietre e ghiaia rastrellata a forma di onde. Il nome di questo luogo buddhista, una delle due religioni principali del Giappone, significa Tempio del Drago nella pace ed il suo giardino è senza dubbio un capolavoro che rappresenta idealmente questa intenzione. Una prefetta esplicitazione dei concetti dello Zen. Da un’ampia veranda è possibile sedersi e accogliere l’invito alla meditazione, attratto dalla magia di questo luogo mi sono seduto anche io, la mente per un tempo non misurabile, ha fissato questo paesaggio svuotandosi; un’estasi con il sapore quasi dimenticato della illuminazione che ha accompagnato i miei anni verdi verso la maturità. Il primo paradosso colto nell’immediato: il luogo è definito un giardino ma in realtà si tratta di un 枯山水 karesansui: un giardino secco, di ghiaia e rocce. Come possono le rocce, per quanto disposte in modo artistico e sapiente, costituire un giardino? Le rocce non sono esseri viventi, di fatto sono gli esseri viventi che costituiscono un giardino, sono le piante che vivono crescono e cambiano con le stagioni. In un giardino paesaggistico sarebbero probabilmente alberi, arbusti, fiori ed erbe, invece le rocce sono cose inerti. Non possono crescere, non possono cambiare, almeno, non da sole. L’unica creatura vivente del giardino è il muschio sottostante alle rocce, che però ha solo un ruolo ausiliario, anche se non del tutto insignificante, il giardino non è un giardino di muschio; allo stesso modo non è del tutto sterile. Sono comunque le rocce che formano il racconto del giardino e la proprietà della loro disposizione è stata il fulcro della mia meditazione, tradotta per come solitamente ragiona il mio cervello, secondo criteri di pura geometria e filosofia dato che, Pitagora ce lo insegna, sono la stessa cosa. Un altro aspetto volutamente studiato dai progettisti è che non è possibile anche cambiando posizione vedere tutte e quindici le rocce contemporaneamente, queste formano cinque gruppi, come cinque sono i sensi, che possono ingannare la mente perché come recita un celebre sutra: la mente non può capire sé stessa. I gruppi sono appoggiati sul muschio che le delimita. Ci sono, secondo la mia stilizzazione, tre gruppi con tre rocce e due gruppi con due rocce. I gruppi con tre rocce sono più vicini al visitatore, e i gruppi con due rocce sono più lontani. Il primo gruppo, che è all'estrema sinistra, il gruppo centrale, che è il terzo da sinistra, e l'ultimo gruppo, che è il quinto, contengono tre rocce. Il secondo e il quarto gruppo contengono due rocce ciascuno. Il primo gruppo di tre rocce, quello all'estrema sinistra, ha due rocce di accompagnamento poste all'esterno del suo bordo di muschio. Queste due rocce sono le uniche nel giardino senza un letto di muschio. Sono più basse delle altre tre nel primo gruppo ed emergono appena sopra il letto di ghiaia. Con superfici non del tutto a livello, sono tra le rocce più piccole nel giardino. Con un rastrello, un giardiniere rende il letto di ghiaia quasi pareggiato. Rastrella solo le linee parallele consuete per i giardini rocciosi. Le linee vanno principalmente a sinistra e a destra e sono parallele ai bordi lunghi più vicini e più lontani dall'osservatore. Il giardiniere rastrella anche linee curve attorno ai gruppi di roccia parallele ai loro bordi. Queste linee si estendono per tutta la larghezza del rastrello. La presenza del muschio aggiunge un colore al giardino, e come detto il suo colore cambia. È l’elemento che lo rende vivo, ma non quello che lo rende dinamico. Il giardino ha attorno a sé una cornice ordinata e abbastanza regolare, la cornice è di granito bianco; oltre il lato più lungo e oltre l'estremità destra del giardino c'è un muro di terra. Solo dopo una attenta osservazione si percepisce la sua esistenza; il muro è fatto di una miscela di argilla e olio di colza, il tutto è protetto da un tetto a due falde coperto di scandole di legno stagionate e sormontato sul colmo da tegole. Il giardino di Ryoanji è così austero che la prima percezione è quella di un grande spazio vuoto che sembra occupare il centro del giardino appena decentrato sulla sinistra. La veranda è sapientemente posta vicina al giardino, con un punto di osservazione così prossimo da impedire la visione dell'intero giardino con un solo campo visivo. Questo fatto fa sembrare lo spazio vuoto ancora più grande. La ghiaia rastrellata aumenta il vuoto e sembra estenderlo. Le linee parallele rastrellate a sinistra e a destra, quelle parallele ai bordi lunghi del giardino, sono l'occasione di questo effetto. Poiché sono parallele, sembrano estendere il vuoto nella nostra mente. Le linee portano con sé l'implicazione che continuano oltre il giardino e forse si estendono indefinitamente oltre le sue estremità. La visione riporta ad un concetto solo apparentemente assurdo della geometria euclidea che predica come: due rette parallele si incontrano all’infinito. Le linee rastrellate parallele alle estremità corte a sinistra e a destra definiscono le estremità e mantengono la nostra visione all'interno del giardino, tuttavia lo fanno senza annullare l'inferenza nella nostra mente di uno spazio vuoto indefinito. Ottengono questo risultato perché le linee parallele ai lati sono molto più lunghe e, sebbene si fermino alle estremità, portano comunque un'implicazione, o forse un desiderio da parte dell’osservatore, di continuazione. Ci sono anche le linee curve rastrellate attorno ai gruppi di rocce che sono parallele tra loro ma ovviamente non con le linee che vanno a sinistra e a destra. Eppure non interferiscono con le linee sinistra e destra e il loro spazio implicito. Le linee curve si increspano dolcemente verso l'esterno e danno l'impressione di partecipare più allo spazio delle altre linee che di entrare in conflitto con il loro spazio. Le grandi rocce nei cinque gruppi non sono particolarmente insolite nel loro aspetto, questo fatto suggerisce che non dobbiamo tanto contemplare le rocce separatamente, quanto piuttosto considerarle parti di una composizione complessiva nel giardino. Di fatto le rocce e i loro gruppi sono in qualche modo intrinseci al vuoto del giardino. Proprio gli ammassi di rocce fatti di materia concreta esaltano il vuoto, la loro presenza non sminuisce il vuoto ma si armonizza con esso. La mia considerazione è che gli ammassi di rocce rendono il vuoto un vuoto che non è vuoto. Il vuoto è apparentemente uno che può in qualche modo assumere una forma. I gruppi esaltano il vuoto con la loro mera presenza. Il giardino con il raggruppamento delle pietre offre una composizione con una massa che appare di maggiore sostanza, di quella che altrimenti sarebbe percepibile; senza i gruppi il giardino presenterebbe semplicemente un campo sterile di ghiaia con linee che apparentemente proseguono all'infinito. Sarebbe poco più di una proiezione matematica astratta priva non solo di vita ma anche della sua stessa possibilità di divenire forma. In particolare, i gruppi di roccia racchiudono e attirano la nostra attenzione sul vuoto centrale. Lo fanno perché sono disposti in triangoli. Questi triangoli distolgono il nostro sguardo dai gruppi stessi e lo dirigono verso il vuoto. Delineano aree più definite all'interno del vuoto e tuttavia uniscono le aree così definite. La mia attenzione è richiamata dal fatto che, sebbene sia statico, il giardino Ryoanji presenta, forse non inizialmente ma certamente alla fine, un'innegabile apparenza di creatura (non creazione) dinamica. Il giardino è composto principalmente da rocce e ghiaia e, fatta eccezione per il muschio, è privo di vita. Ma le rocce nel giardino danno comunque una netta impressione di essere vive. Sebbene siano immobili, almeno all'occhio umano, le rocce sembrano tuttavia muoversi e sembrano muoversi di loro spontanea volontà. Le rocce e i loro gruppi danno più ovvia l'impressione di un movimento verso l'alto. I gruppi sembrano emergere dal letto di ghiaia. I tre gruppi con tre rocce sembrano i più emergenti. La roccia più alta all'interno di ogni gruppo si eleva fino a un picco evidente, e il suo picco solleva lo sguardo con sé. I due gruppi con due rocce danno un'impressione simile, anche se meno pronunciata. Una roccia si eleva sopra l'altra in ogni gruppo. Ma la roccia più alta in questi gruppi non si eleva tanto quanto la più alta nei gruppi da tre. Queste altezze inferiori hanno l'effetto di allontanare l'occhio da questi gruppi meno emergenti sullo sfondo verso il primo piano e i gruppi più emergenti. La presenza sapiente delle rocce più piccole accentua lo slancio dell’occhio verso l’altezza della roccia centrale e completa l'impressione di movimento a salire. Questo illusorio movimento verso l'alto dei gruppi ha dato origine a molte metafore offerte per l'interpretazione del giardino. Forse le più gradevoli sono quelle che immaginano il giardino come un paesaggio e i gruppi di roccia come montagne che si innalzano sopra le nuvole o che emergono da una fitta nebbia, o persino come montagne che emergono dalle profondità di un oceano. Queste metafore geologiche ne suggeriscono ulteriormente una psicologica: le rocce emergenti potrebbero rappresentare le menti imperturbabili di individui illuminati che emergono e diventano indifferenti alle mutevoli illusioni dell'apparenza. In effetti, alcune persone vedono nei cinque gruppi di rocce le cinque montagne delle scuole tradizionali Zen. Ma il giardino di Ryoanji offre un'altra impressione di movimento. Questa impressione è di movimento laterale. Un visitatore sulla veranda della residenza, anche durante una breve visita, non può fare a meno di rendersi conto alla fine che il vuoto centrale nel giardino è decentrato a sinistra. L’osservatore in una visita più lunga si renderebbe presto conto che il vuoto in realtà sembra spostarsi a sinistra perché i gruppi di rocce sembrano muoversi in direzione sinistra. I gruppi sulla sinistra sembrano essere andati oltre l'osservatore e i gruppi sulla destra sembrano avvicinarsi all'osservatore. Guardando il giardino dall'estremità sinistra della veranda, specialmente dal gradino più basso, si vede che le rocce più vicine appaiono essere molto grandi. Le rocce più distanti sulla destra sembrano sensibilmente più piccole e sembrano seguire quelle più vicine. Ma se viceversa si guarda il giardino dall'estremità destra della veranda, sui gradini più bassi, anche le rocce più vicine non sembrano grandi quanto quelle sulla sinistra. L'intera composizione infonde un senso di profonda pace. Il giardino mostra sicuramente un equilibrio nei suoi effetti statici e dinamici, o meglio, presenta un equilibrio tra le sue impressioni di immobilità e movimento. Paradossalmente, sembrerebbe presentare all'osservatore un'impressione travolgente di movimento immobile. Il giardino è immobile, e tuttavia apparentemente in movimento. Possiamo anche vedere un'armonia nei movimenti verso l'alto e verso i lati. Tutte le rocce nei loro gruppi si muovono insieme sia verso l'alto che verso sinistra, e tutti i gruppi insieme sembrerebbero muoversi in entrambi i modi. I gruppi formano triangoli in armonia, ciascuno con sé stesso e tra loro. In effetti, i triangoli grandi e piccoli si adattano insieme in un modo che conferisce equilibrio allo spazio del giardino. L'armonia di moto e quiete e di moto verso l'alto e verso il basso sembrerebbe in realtà costituire un paradigma dell'universo. L'universo non mostra sia moto che quiete? Non mostra moto verso l'alto e, bisogna ammetterlo, verso il confine? E l'universo non si muove in avanti, almeno metaforicamente, attraverso il tempo? Questa armonia sembra un paradigma anche per la nostra natura. Siamo continuamente in movimento e a riposo Siamo gli stessi, e tuttavia non siamo gli stessi. Abbiamo un'identità, ma cambiamo e andiamo avanti nel tempo, e arriviamo a essere e alla fine cessiamo di essere. Ecco perché il segreto metafisico del giardino di Ryoanji, dato che ci presenta un'ontologia al tempo stesso scomoda e confortante. Quasi tutti i visitatori del giardino ammutoliscono quando escono sulla veranda. Il giardino in qualche modo ci porta fuori dal nostro modo ordinario di vedere le cose, o meglio, può farlo se riusciamo ad aprire la mente, ad accettare il tuffo dentro pensieri più profondi. Quando si visita, si incontrano occasionalmente guide turistiche con i loro gruppi, fortunatamente piccoli, e le loro spiegazioni sono povere descrizioni piuttosto superficiali del progetto del giardino. Sfortunatamente, le loro spiegazioni, poiché solitamente preconcette, possono impedire di vedere il giardino per quello che è veramente, la spiegazione al contrario della percezione preclude la possibilità di sentire emozioni più ime e personali. Nutriamo una sfortunata predilezione a prendere ciò che le cose sembrano essere per ciò che le cose sono realmente. Il giardino Ryoanji può risvegliarci dalle comode nozioni che ci vengono imposte dalle nostre abitudini mentali e verbali. Una sfortunata nozione di questo tipo è che una cosa abbia una sostanza; una sostanza, ci piace pensare, è un'entità che dura immutabile attraverso il cambiamento; abbiamo una naturale tendenza a credere che una roccia rimanga una roccia per sempre. Il giardino ci mostra che questa nozione, per quanto comoda possa essere, non è che un'illusione. Le rocce nel giardino sembrano ovviamente sostanze. Di sicuro danno l'impressione sia di non cambiare che di cambiare. Abbiamo già visto che le rocce sembrerebbero essere in movimento, molto sottilmente, sia verso l'alto che di lato. Ma abbiamo anche visto che questo movimento è illusorio. Le rocce non si sono mosse, o non sono state mosse, per secoli. Se riflettiamo per un momento, non possiamo che giungere alla consapevolezza che le rocce mostrano un movimento illusorio che comporta la sgradevole implicazione che ogni movimento è illusione. La nostra percezione del movimento è in verità nient'altro che una proiezione mentale. In un singolo momento nessuna cosa può mai possedere movimento. Solo se ricordiamo nella memoria un momento passato o evochiamo nell'immaginazione un momento futuro, un oggetto percepito in un momento presente sembra possedere movimento. Giungo così ad una realizzazione, non meno sconcertante: il giardino ci presenta sostanze che sono anch'esse illusorie, lascia intendere che le sue stesse rocce non sono più reali del loro movimento. Sebbene ci piaccia pensare che rimangano immutabili, non possiamo negare che le sostanze cambino davvero, nascono crescono e se ne vanno. Gli animali nascono e muoiono, le piante germogliano e appassiscono. Perfino i minerali vengono generati e trasformati. Ovviamente, le rocce sono tra quelle cose che nascono e scompaiono. Esse nascono da processi geologici di pressioni e temperature quasi insondabili, e alla fine soccomberanno a questi stessi processi. Per non parlare delle forze cosmologiche che possono creare e distruggere pianeti e stelle. Anzi, queste forze possono creare e distruggere sistemi solari e galassie. Anche le rocce del giardino sono venute all'esistenza e alla fine scompariranno. Si stanno consumando molto lentamente, anche se non riusciamo a percepirne i cambiamenti. Solo una traccia dei loro cambiamenti è evidente. Ho letto che la roccia più grande nel secondo gruppo recava un'iscrizione, ma il carattere dell'iscrizione è già stato parzialmente cancellato dagli elementi meteorologici. Mi rimane la domanda: cosa resta della sostanza? Come possiamo percepire una sostanza come immutata senza ricordare un momento nel passato o immaginare un momento nel futuro? Non può esserci più immutabilità in un singolo momento di quanto non possa esserci cambiamento, o in altre parole, l'immobilità così come il movimento possono essere solo una mera illusione. Ciò che consideriamo una sostanza, quindi, ci presenta una doppia illusione. Una sostanza potrebbe sembrare cambiare, ma il suo cambiamento è una nostra proiezione mentale. Una sostanza potrebbe sembrare non cambiare, ma il suo non cambiare è anche questa una nostra proiezione mentale. Che cosa è reale, allora ci si potrebbe chiedere. Ora ci troviamo faccia a faccia con un fatto metafisico bruto. Niente è reale! Ogni realtà sembrerebbe essere un substrato sottostante alle nostre sostanze illusorie con i loro movimenti illusori. Ma un substrato può essere solo un vuoto, un nulla. Scopro, quindi, una metafora metafisica nascosta nel nostro giardino. Il giardino mostra un nulla molto simile al vuoto al suo centro, ma il vuoto nel giardino non è vuoto, questo è delineato e definito per noi dai gruppi di rocce con vari spazi più piccoli. I gruppi formano triangoli più grandi e più piccoli che dividono e delimitano aree all'interno del vuoto. Senza i gruppi lo spazio sarebbe un vuoto assoluto. Così, anche il nulla che abbiamo scoperto non è un nulla vuoto. Almeno, per noi non lo è. Il nulla è potenziato e aumentato da variegati qualcosa, per così dire, e dalle loro vicissitudini. Questi qualcosa non sono altro che le nostre sconcertanti illusioni di sostanze e dei loro cambiamenti. Il nulla è tutto fuorché informe, e tuttavia sembrerebbe permetterci, o almeno non negarci, le nostre forme illusorie. Le nostre nozioni convenzionali, sebbene presumibilmente di qualcosa, non possono mai essere altro che illusioni, quindi, poiché sono illusioni, le nostre nozioni di sostanza e cambiamento non possono informarci di nulla di esistente, nemmeno del nulla. Una forma non ha esistenza perché non è nulla, ma l'esistenza non ha forma perché non è qualcosa. O, si potrebbe forse dire più semplicemente, l'una è forma senza materia, e l'altra materia senza forma. Dimenticavo il muschio. Il muschio sembrerebbe concederci una tregua dal nostro malessere metafisico. E forse lo fa. Il muschio ci porta fuori dalle nostre riflessioni sconcertanti e ci riporta a una realtà ordinaria. È una pianta, ed è viva, e cambia con le stagioni. Ci riporta alla mente i cicli delle stagioni e della vita e della morte. Potrebbe persino richiamare alla mente i cicli e le ere ecologiche. Il muschio ci ricorda anche che il giardino non esiste in isolamento. Ci sono altre piante visibili fuori dal giardino, e sembrerebbero interagire con esso. Ci sono gli alberi fuori dal muro del giardino con i rami che pendono oltre il bordo del giardino. Le loro foglie germogliano, crescono e alla fine cambiano colore e cadono nel giardino all’approssimarsi dell’Inverno. Sbocciano anche nella stagione giusta, e i loro fiori lasciano cadere i petali nel giardino, contribuendo a mischiare la vita esterna con quella entro i muri di cinta. Infine il muro del giardino stesso. Anche questo sembra cambiare molto lentamente. Dopo secoli la miscela di argilla e olio ora presenta motivi diversi, e questi motivi a loro volta suggeriscono vari paesaggi. E poi c'è il meteo, naturalmente. Il sole, il cielo e le nuvole sono presenti, e a volte piove e persino nevica. Per non parlare dei numerosi visitatori sulla veranda con i loro andirivieni. Ma la nostra tregua dai nostri travagli metafisici è fin troppo breve. Può durare solo per un fugace, irriflessivo momento, oserei dire. Anche questi cambiamenti non possono che essere illusioni. Forse perché li prendiamo più facilmente per reali, questi cambiamenti sembrano presentare un contrappunto alle rocce illusorie e ai loro movimenti illusori. Ma queste intrusioni nel giardino possono solo sottolineare la natura illusoria di ogni movimento e riposo. Queste intrusioni sono e possono essere solo le nostre proiezioni. Di questi artefatti intrusivi uno sono stato anche io per accentuare, come desiderato dal progettista, la presenza di una forma in continuo cambiamento destinato a diventare, o forse essere contemporaneamente vuoto. Chiunque abbia progettato il giardino di Ryoanji, quindi, vi ha posto un baratro metafisico nel quale è impossibile non precipitare. Una roccia non è viva, e un essere vivente non è una roccia. Ma sia una roccia che un essere vivente sono curiosamente simili. Le rocce nel giardino sembrerebbero vive e in movimento. Ma il loro movimento è un'illusione. Noi sembreremmo più ovviamente vivi e in movimento. Ma anche il nostro movimento è un'illusione. Ciò che è reale può essere solo il nulla, ma il nulla non può essere né vivo né non vivo. Non è né in movimento né non in movimento. Dobbiamo sicuramente un debito di gratitudine a coloro che hanno progettato il giardino, sia per il giardino stesso che per le sue intuizioni. Temo che la mia interpretazione potrebbe non essere all'altezza delle loro intenzioni. Se ho ragione, questi umili giardinieri ci presentano meno un paradosso che un paradigma, un paradigma per la nostra stessa vita. Come la vita nel loro giardino è un'illusione, così lo è anche la nostra vita. E tuttavia la nostra vita, sebbene un'illusione, può essere una cosa commista di tranquillità e armonia e forse di bellezza e sublimità. Il giardino lo è sicuramente, e la nostra vita può sicuramente esserlo se solo lo desideriamo. Namastè
Simone Cristicchi - Abbi cura di me












