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“Governare è far credere” (Machiavelli)
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“Governare è far credere” (Machiavelli)

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Chissà se "laggiù" gli amici lo staranno festeggiando...
Non ho pietà per certi personaggi..
Perché per me la mafia è una montagna di merda!!
Addio Berlusconi e spero che insieme a te marcisca per sempre il berlusconismo!!
Giulio Andreotti e Bettino Craxi
Gennaro Acquaviva, è stato capo della segreteria politica di Craxi dal 1976 e poi suo consigliere politico a Palazzo Chigi. È quindi uno dei testimoni privilegiati di quell'autentico passaggio d'epoca, il rapimento di Moro e la fine della Prima Repubblica, sul quale si continua a riflettere. È un uomo e un dirigente politico schietto e diretto nelle sue posizioni. Cattolico, socialista, oggi presiede la Fondazione Socialismo e dedica il suo lavoro alla ricostruzione, con preziosi volumi, della vicenda del suo partito in quegli anni cruciali.
Quando inizia per te la fine della Prima Repubblica?
«Dopo Moro, il crollo è la conseguenza quasi obbligata. La Prima Repubblica finisce perché finisce il sistema che l'ha ordinata e che non si riesce a cambiare: sempre al governo un partito di centro e sempre all'opposizione una forza rappresentativa, grande e democratica, ma che non poteva mai andare al governo perché rimaneva comunista; e con i socialisti che non riescono a prendere i voti che gli servono.
La realtà che si costruisce nel '45-'48, è decisiva. Il Partito comunista rimane condizionato dall'Unione Sovietica con tutti i vincoli e le paure che persino e nonostante Berlinguer permanevano. Era un dato oggettivo: esisteva una parte della classe dirigente comunista del Pci che era in un rapporto di filiazione, di amicizia e di fraternità con il sistema dell'Est. Questa cosa permane, inevitabilmente. La sostanza è che questo rapporto blocca il sistema, nel senso che la democrazia è un sistema complesso che senza alternanza non sta in piedi. Una realtà che alla fine produce anche corruzione, inevitabilmente».
La democrazia dell'alternanza era la vera Seconda Repubblica?
«Secondo me Craxi in qualche maniera è un sostituto-prosecutore dell'opera di Moro indirizzata a favorire l'evoluzione del sistema politico che doveva indirizzarsi verso una democrazia dell'alternanza. Uno dentro e uno fuori, io all'opposizione e tu in maggioranza. Uno schema bilanciato. Non ce la fa il Pci a trasformarsi aiutato da Moro, nella prima metà dei Settanta.
Moro viene ucciso anche per questo, per averci provato pur dentro una Guerra fredda che ritorna. E la mano passa a Craxi. Perché Craxi ha la fortuna di incrociare il cambiamento della politica estera americana con gli euromissili. La forza di Craxi nasce nel '79, con gli americani che scoprono l'Eni-Petromin, per fare fuori Andreotti; con il Preambolo nel febbraio '80 per far vincere la linea anticomunista nella Democrazia cristiana. Diventa così, un po' casualmente, ma anche intelligentemente, l'uomo degli americani e di conseguenza l'uomo decisivo per tutti gli anni 80».
Secondo te perché Moro viene rapito? Perché lui e perché quel giorno?
«Perché è l'uomo che può cambiare il sistema "convertendo" i comunisti e portandoli al governo. Lo avevano ammonito duramente a non farlo più volte nel 1975, e poi ancora a giugno del 1976 durante il vertice mondiale a Portorico, quasi nessuno lo ricorda. L'Italia, e personalmente Moro presidente del Consiglio, vengono lasciati fuori della porta mentre i grandi dell'Occidente discutono proprio del "pericolo Italia"».
Schmidt in particolare glielo disse, era un socialista...
«C'è un preannuncio, oggi potremmo dire drammatico. Moro, per gli americani e per gli equilibri del tempo, è un rompiscatole. La Guerra fredda non era uno scherzo, c'erano l'Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia. Il Pci dentro la Nato dava fastidio a tutti. Non so chi, non so come, ma sono certo che le Br sono state manovrate, prevalentemente dal Kgb. L'infiltrazione sovietica nell'area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so, non credo. Ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti».
Tu allora cosa facevi?
«Ero il capo segreteria della direzione e lavoravo con Craxi».
Mi racconti del tentativo di Signorile e del Psi?
«Signorile sa le uniche cose serie e le ha raccontate».
Formica e Signorile nelle loro interviste mi hanno detto che avevate avvertito in quei giorni sia Cossiga che Leone.
«Craxi lo disse anche ad Andreotti. Ne sono certo».
Signorile dice di essere rimasto sorpreso dal fatto che nonostante tutti sapessero dei suoi contatti, nessuno fu pedinato. Tu che idea ti sei fatto di quei giorni?
«C'è un episodio che non posso dimenticare. Freato una mattina viene in Direzione e porta a Craxi una lettera di Moro. Mancano quindici giorni alla morte. Io rimango lì perché ero ansioso di sapere.
Lo vedo uscire. Mi chiama Craxi e lo trovo che sta piangendo, nella sua stanza, con la lettera in mano. Ha le lacrime agli occhi e quasi butta verso di me questa lettera dicendo: "Adesso arriva quello della polizia e la deve sequestrare. Fai una copia". Naturalmente non c'erano le fotocopiatrici all'epoca. Chiamiamo un fotografo di corsa e facciamo un'istantanea del testo.
Dopo dieci minuti arriva Spinella, che allora era a capo della Digos. Immagina: io con questa lettera in mano, Craxi che piangeva come un cavallo. Consegno il testo come se fosse sangue di Gesù Cristo. Ma rimango basito dalla reazione del capo della Digos: prende la lettera, neanche la guarda e se la mette in tasca. Rimane in piedi nella mia stanza, non vede l'ora di andarsene. Mi dice solo: "Ma che caspita! Ma perché ci state a far perdere tempo! Ma che è sta roba! Insomma è tutto deciso, non c'è niente da fare, smettetela di rompere le scatole, di far perdere tempo a tutti". Prende e se ne va. Era un bravo poliziotto, sia chiaro.
Ma era evidentemente impregnato del clima di quei giorni, del mondo in cui operava. Che probabilmente lo aveva dato per morto il giorno stesso in cui l'hanno preso. Ma come? Tutti sapevano che Signorile incontrava degli emissari dell'autonomia e nessuno segue lui o loro? E Gradoli, il rubinetto dell'acqua, il lago della Duchessa? Quel giorno, con il depistaggio eseguito dalla banda della Magliana, si vede chiaramente che c'è qualche cosa sotto.
Andreotti e Cossiga erano oggettivamente nella condizione di chi pensava o era costretto a pensare che la ragion di Stato, ammesso che tale fosse, dovesse prevalere sulla prospettiva della liberazione di Moro. Andreotti, che era più cinico e duro, va avanti come se niente fosse, Cossiga vive una autentica sofferenza. Cossiga assiste alla tragedia, al calvario. Perché avviene questo? Non posso saperlo. Forse perché c'era stato Portorico. C'è la rinascita della Guerra fredda, dietro».
Sia Moro che Berlinguer avevano, come dici tu, rotto le scatole agli americani e ai sovietici.
«Sì, anche Berlinguer era nel mirino dei sovietici. E la storia dell'attentato in Bulgaria è vera. È un tempo di nuove relazioni anche tra Pci e Psi sulla politica estera. A parte Sigonella c'è il dibattito parlamentare nel novembre dell'83 alla Camera sugli euromissili con Craxi che dà quasi ragione a Berlinguer, perché dichiara attenzione all'emendamento per tornare a trattare senza installare automaticamente.
Anche se poi il movimento pacifista continua e si accentua. Napolitano in un convegno nostro sulla politica estera del 2002 lo ha ricordato come un grande momento di dialogo. Capisco che Craxi stava sulle scatole a tanta gente, che i socialisti apparivano dei supponenti e antipatici di natura loro, però quando erano in ballo gli interessi superiori, quelli della Nazione, ci si ritrovava».
Che ruolo ebbero i consulenti americani?
«A settembre del '79 vado negli Stati Uniti su invito del governo americano; mi fanno anche fare il solito giro degli uffici competenti. Il messaggio diretto per Craxi me lo dette un ambasciatore mentre mi salutava sulla porta, prima che partissi. "Dipende tutto da Craxi, glielo riferisca" mi disse.
Si chiamava George Vest, è stato un grande ambasciatore, ed allora era il capo dell'ufficio Europa del Dipartimento di Stato. Noi avevamo capito che non c'erano solo dei monoliti a Washington, c'erano dei partiti, nel potere, che prescindevano dalle presidenze democratiche o repubblicane. C'era continuità, comunque, nella gestione del rapporto con l'Urss, con l'Europa, con la Guerra fredda. Cossiga e Andreotti avevano delle entrature storiche di alto lignaggio ed erano visti da lì come interlocutori forti. Ma i loro universi di riferimento erano spesso diversificati.
Andreotti stava con un mondo più progressista, sembra assurdo ma era così. Ovviamente a parte Vernon Walters, il suo amico d'infanzia. Cossiga guardava dall'altra parte. E durante la vicenda Moro chiese un aiuto e gli mandarono quel tizio che sembrava preoccupato solo di gestire la morte di Moro, non di liberarlo. Perché?».
Il sacerdote Don Mennini andò da Moro ?
«Non ho prove ma probabilmente sì. Il canale vero della Santa Sede era però il cappellano delle carceri attraverso cui si cercò di imbastire una trattativa. E questi gli avevano quasi detto di sì, perché il canale era robusto. Erano più seri, più dentro e più discreti e probabilmente una parte di quelli che tenevano Moro con i soldi ci sarebbero stati. Anzi, sicuramente. E i soldi a Castel Gandolfo c'erano. Li hanno visti, non dico che li hanno contati, ma hanno visto la stanza piena».
L'incontro Craxi-Zaccagnini come fu? Tu c'eri?
«Ero fuori dalla porta, non sono entrato. Era domenica e Zaccagnini chissà perché venne quel giorno, non c'era nessuno. Craxi lo ricevette al Partito. Dovemmo passare dall'entrata posteriore, usare l'ascensore di riserva, perché non c'era il portiere. Zaccagnini era teso, provato.
Parlarono mezz' ora. Craxi illustrò la proposta dello scambio. Questo era il tema. Zaccagnini era andato a sentire, incuriosito e forse desideroso di agire. Quando esce, è commosso, quasi piangente, e quando siamo sulla porta io gli dico: "Tanti auguri e forza, ne usciremo". Gli do del tu, lui mi guarda: "È difficile, difficile".
C'è due giorni dopo un incontro formale. La Segreteria democristiana e la Segreteria socialista si incontrano a piazza del Gesù, stanno chiusi cinque ore anche perché Craxi vuole far vedere ai giornalisti che li tiene stretti, li tiene al tavolo. Finalmente escono tutti. Ma sono rabbuiati, incazzati, preoccupati. Cipellini, il presidente del gruppo Psi del Senato, quasi mi grida che si è rotto e aggiunge: "Dicevano in continuazione 'non si tratta, non si tratta'. E allora io gli ho ricordato la grazia a Moranino! Non vogliono assolutamente nessuno scambio"».
Pci e Psi, conflitto perenne ed eterno?
«C'è l'incontro delle Frattocchie nell'83. Fu un'occasione in cui i due partiti forse potevano recuperare un rapporto. Craxi non voleva farsi attaccare troppo in campagna elettorale, era già stato arrestato quello di Genova, Teardo. Il Pci, passato all'alternativa, non voleva litigare con i socialisti.
Stanno lì una giornata a discutere, fanno colazione insieme alle Frattocchie e durante la pausa poi si mettono a parlare più liberamente. Fanno un comunicato, alla fine, di rilancio del dialogo in cui si dice addirittura, dopo aver denunciato il concentrarsi di attacchi contro le giunte di sinistra: "Alcune delle iniziative giudiziarie in corso non possono non suscitare, in questo quadro, forti dubbi di strumentalizzazione.".
Craxi prende sottobraccio Reichlin e gli sussurra: "Perché non convinci Berlinguer a venire a Milano a trovarmi e lo porto io in giro un paio di giorni e gli faccio vedere come è davvero l'Italia di oggi? Come la gente sta bene, vive, lavora, sfrutta il prossimo, si arricchisce, stanno tutti come papi". Leggevano la società italiana in due modi molto diversi».
Quando morì Berlinguer Craxi come reagì?
«Siamo a Londra, una visita ufficiale alla Thatcher. Verso le dieci, dieci e mezzo di sera torniamo in albergo, nella hall ci sono tutti i giornalisti pronti a bloccare Craxi e lui si mette lì a parlare.
Da pochi giorni c'è stata la rottura sulla Scala mobile. Io me ne vado a letto perché non mi va di stare lì, ma immagino che abbia criticato duramente Berlinguer. Sono a letto, verso mezzanotte mi telefona con la voce strozzata dicendo: "Vieni qui, corri". Corro là pensando che stesse male. È ancora vestito e mi dice "Berlinguer sta per morire, ha avuto un malore mentre faceva un comizio, sto parlando col prefetto di Padova, mi sta richiamando per dirmi come sta.".
Era come impazzito, andava in giro per la stanza con le braccia alzate come un matto. Può darsi fosse anche preoccupato per quegli attacchi, ora sgradevoli. Ma era davvero addolorato, era uno come lui, della sua generazione, che se ne stava andando. Uno con cui aveva combattuto ma che stimava, sentiva dalla stessa parte. Craxi con la morte ha avuto sempre un rapporto difficile, si ritraeva nel giudizio. Anche quando doveva fare una commemorazione, per esempio di Nenni, quasi non riusciva a parlare, commosso e teso pensando al dopo».
I fischi a Verona. Condividesti la frase di Craxi che li rivendicò?
«Tecnicamente ha fatto una fesseria. Ha detto una cosa in cui credeva profondamente, anche con ragioni, che però era del tutto inopportuna. Su questo non c'è dubbio, io non l'avrei detta. Stiamo nella fase più brutta dei rapporti a sinistra. C'è lo scontro sulla Scala mobile, che divide anche la Cgil e quindi il Pci. Una cosa oggi incomprensibile perché poi, nel profondo, il Partito comunista era d'accordo sull'abbassare l'inflazione, come si faceva ad andare avanti col venti, venticinque per cento di aumento del costo della vita?
Era una situazione del Paese che il loro senso di responsabilità nazionale non poteva tollerare alla lunga e che avrebbe colpito i più poveri. Ma era Craxi a proporlo e Craxi era l'avversario. Craxi non avrebbe voluto mai rompere, fino all'ultimo tenta disperatamente di non rompere, non vuole rompere.
Quando, due anni dopo, De Michelis gli porta la legge sulle pensioni, che avrebbe anticipato la riforma di dieci anni dopo, lui non lo aiuta. Sai perché? Perché non vuole tornare a litigare».
Quando è che Craxi capisce con Tangentopoli che è finita?
«Agli inizi degli anni 90 Craxi è sempre meno lucido. I cinque anni dopo il 1987 sono stati per lui anni difficili, soprattutto perché ha scelto di aspettare il suo turno, dopo la Legislatura "riservata" alla Democrazia cristiana. Certo non gli mancavano vitalità, combattività ed anche lucidità ma contemporaneamente aumenta il suo pessimismo "naturaliter".
Lui ha visto il gioco del potere mondiale al di là del sipario: tutto, dentro e fuori, il buono il cattivo. Ed è anche la condizione degli uomini. Allora questa fragilità umana rispetto al potere quasi lo demoralizza, nel senso che lo rende ancora più perplesso, io dico pessimista. Ma dopo il 1992 si sente anche abbandonato e tradito. E questa condizione lo porta a chiudersi ulteriormente; apparentemente è sempre se stesso, il battagliero, il leader che ha capito tutto e tutto domina. Ma dentro di sé ha profonde incertezze. Alla fine perde lucidità di analisi, travolto dagli avvenimenti e anche abbandonato da chi lui credeva più vicino. È la fase finale».
L'autocritica che i socialisti possono fare guardando la loro storia quale è?
«Noi avevamo l'occasione un po' fortunosamente di cambiare il sistema negli anni 80 e non l'abbiamo colta. Perché c'era una fase di decadenza dei due maggiori partiti, soprattutto i comunisti, e nessuno ci ha veramente aiutato a prendere i loro voti, a partire dai preti. Il campo era potenzialmente sgombro e noi avevamo il leader migliore che c'era sulla piazza.
Ed eravamo anche il gruppo dirigente più intelligente e più moderno d'Italia. Ma non avevamo i voti. Alla fine i recinti democristiano e comunista in fondo tengono, anche se ammaccati. Per me il momento decisivo è dopo la crisi del 1987, il punto più alto della confusione democristiana e della autorevolezza di Craxi.
Lui allora doveva avere la forza di dire: "Io sono il bene, questi sono il male. Io sono la nuova Repubblica, l'Italia moderna e ve l'ho dimostrato con il buon governo di quattro anni e questi mi vogliono mandare via". Purtroppo Craxi era innanzitutto un uomo di partito, nato nel partito e incapace di comprendere un'azione, una rivoluzione senza di esso. "Io contro i partiti! E come faccio? È la mia vita il mio partito"». Rinunciò ai voti, ma non a se stesso.
Sinistra DC + PCI --> PD Grandi motori autoinculanti, prima, durante e dopo Moro.

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#fotodipolitici - Speciale Prima Repubblica: chiudiamo con il “Doge” di Venezia, il pluri-ministro craxiano Gianni #DeMichelis, l’uomo che meglio identificò - esteticamente e non solo - il “socialismo” italiano a cavallo tra ’80 e ’90. Laurea in chimica, accademico, sfrenata la sua passione per clubbing e lussi: in sede giudiziaria si disse che l’attività corruttiva per cui fu condannato “alimentava il suo principesco stile di vita, sia pubblico sia privato”. Le tangenti? Per il Doge era “come nei supermercati: taccheggio fisiologico”. Ah. Indimenticabile la definizione di Enzo Biagi, una delle più calzanti dell’epoca, forse di sempre: “De Michelis è un avanzo di balera”. Di se stesso invece disse: “Se Craxi era Garibaldi, io ero il suo Cavour”. Tra le tante fatiche letterarie - storia, mercato del lavoro, prospettive europee - ricordiamo il fondamentale tomo "Dove andiamo a ballare questa sera? Guida a 250 discoteche italiane" (1988) - #PartitoSocialistaItaliano #Psi #Craxi #Tangentopoli #Venezia #Roma https://www.instagram.com/p/B--ig0rl9Ev/?igshid=1dl0cmeu8kgcj
Hammamet
Dopo aver visto una splendida interpretazione della figura di Di Vittorio in televisione, vidi Favino a teatro nella rappresentazione di un "servo per due", un testo di un autore inglese che si richiamava al celeberimmo testo goldoniano, e rimasi incantata dalla bravura che, per un attore, non la si vede tanto al cinema quanto sul palcoscenico.
In Hammamet, Favino non si smentisce, interpreta straordinariamente il ruolo di Craxi: ci sono le movenze, la somiglianza fisica, la voce, il carattere, l'altezzosità.
Il film però non mi convince perché, dal mio punto di vista, pare voglia compiere una riabilitazione del politico.
Craxi era un latitante, non un esiliato.
Il film è ambientato quasi interamente ad Hammamet, la storia è incentrata sul suo ultimo periodo, l'Italia non si vede. Non si vede la Milano da Bere, l'Italia del "mariuolo", così fu definito da Craxi, Mario Chiesa, che si scoprirà non essere il solo: le indagini metteranno in luce l'esistenza di un sistema ben organizzato di corruzione e tangenti.
Per coloro che non hanno vissuto quell'epoca, diventa difficile comprendere i richiami ad avvenimenti quali il lancio delle monetine che, se pure deprecabile, dà il segno della insofferenza da parte di un pezzo d'Italia per il dilagante fenomeno, mai scomparso, della corruzione e di colui che è stato visto come il principale rappresentante di quel sistema e dunque il maggior colpevole. Si accenna agli eccessi che, occorre ammetterlo, ci sono stati da parte dei giudici, con un uso in alcuni caso distorto della carcerazione preventiva.
Mi aspettavo, tuttavia, un'analisi di quella stagione, ho trovato invece un film il cui scopo, a mio parere, sia riabilitare un politico agli occhi degli italiani. Un tentativo di cui credo in questo momento storico non si sentisse il bisogno.
Per coprire il ruolo del voto organizzato nella vittoria di Bonaccini, i media hanno enfatizzato gli effetti di un movimento socialmente irrilevante come le “Sardine”. Si è anche maramaldeggiato sullo sgonfiamento elettorale dei 5 Stelle, omettendo di farsi la domanda fondamentale e cioè come un movimento del genere abbia potuto superare il 30% dei voti alle elezioni politiche. Ci avevano raccontato che il successo di Luigi Di Maio e soci era stato dovuto alla promessa elettorale del reddito di cittadinanza; e allora come spiegare il fatto che, una volta varato il reddito di cittadinanza, il consenso elettorale dei 5 Stelle si è dimezzato? È chiaro invece che l’ipertrofia dei 5 Stelle era stata dovuta al concentrarsi del voto organizzato, particolarmente al Sud, su quel movimento. I 5 Stelle sono stati usati dalle baronie del voto come arma di minaccia e ricatto, per far intendere alla Lega ed al PD che non si può fare a meno del voto organizzato. È strano che un razzista antimeridionale come Salvini abbia sottovalutato il fattore del razzismo interno e del colonialismo interno quando si è lanciato nella pantomima del partito “nazionale” arruolando baroni del voto meridionali. Ricorre quest’anno il decennale della morte di Bettino Craxi ed è ancora più strano che la sua vicenda non abbia insegnato nulla alla Lega. La caduta di Craxi fu certamente dovuta a cause internazionali, soprattutto al fatto che il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 marginalizzava l’Italia e la rendeva semplicemente una preda coloniale. Ma le cause interne non furono da meno nel tracollo craxiano. Per la borghesia milanese rappresentava un insulto dover ammettere nei propri salotti i boss di un Partito Socialista meridionalizzato, come i Giulio di Donato ed i Carmelo Conte; per questo motivo Craxi fu completamente mollato dall’establishment del Nord, che già aveva creato una sua rete di protezione in senso antimeridionale con la Lega.
SALVINI SULLA CHINA DI CRAXI