Trading Places (1983)
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Trading Places (1983)

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labyrinth ha 40 anni e io sinceramente non lo sto elaborando bene
tipo
come faccio a spiegare a chi non l’ha vissuto cosa si provava da piccoli guardando david bowie vestito così mentre dei goblin cercavano di traumatizzarti per sempre
D🌸 comunque ha scritto questo pezzo e ora io voglio riguardare labyrinth immediatamente
A cura di Deborah Calzolari
gli anni ‘80 fantasy avevano una magia STRANISSIMA e specifica che non so spiegare ma se sapete sapete
Le giornate che trascorro fuori ufficio mi portano spesso a incontrare gente della mia età. Intendo quelli nati nel raggio di sei anni da me, tre prima e tre dopo, quella fauna imprevedibile e meravigliosa che componeva le compagnie di paese.
Adesso ci ritroviamo coi capelli bianchi, o senza, con le ginocchia che cigolano. Chi con un mutuo quasi estinto, e chi quasi estinto di suo, che anela alla pensione. Ci guardiamo come a dire: ma ti rendi conto di dove siamo partiti?
Perché noi, i bergamaschi di provincia degli anni ottanta, eravamo una roba a parte.
Eravamo sempliciotti. Lo dico con tutto l'affetto possibile verso me stesso e verso chi ha condiviso quegli anni. Eravamo ignorantoni, ma di quell'ignoranza solida, compatta, che non lascia spazio ai dubbi esistenziali. Nevicasse o splendesse il sole, si lavorava. Una birra la sera con gli amici al bar era la risposta a tutto. In muro tirato su un pochino storto? Birra. Delusione d'amore? Birra. Pacca sulla spalla del caporeparto per un bel lavoro fatto? Birra doppia. Ci sentivamo orgogliosissimi di quello che eravamo, e non ci passava per la testa che ci fosse qualcosa di cui non essere orgogliosi.
Avevamo due colonne portanti, noi, in quegli anni. La betoniera per fare la malta, e la polenta la domenica della mamma a pranzo.
Poi c'era la terza colonna. Silenziosa. Aleggiava nella penombra perché nessuno la nominava apertamente, ma reggeva tutto quanto, come un pilastro nascosto sotto l'intonaco. La chiamavano in molti modi, a seconda di chi parlava. era una leggenda, tutti ne parlavano in pochi l'avevano vista, le ragazze la proteggevano e guai a provarci: la brögna. Era un "essere" leggendario, a cui avevano dedicato molti film al Ritz, la sala cinematografica a luci rosse della città: da "Una brögna per due" a "Il tempo delle brögne", fino al mitico "Star Wars: la brögna colpisce ancora".
Ma la brögna non le ragazze non davano quasi mai. Quindi giù di betoniere e birre, e avanti.
Ora, per capire davvero chi eravamo, devo parlarvi di Gilberto. Detto Gibo, di Nembro, che alcuni chiamavano Nembro Kid per la sua spericolatezza, capelli neri impomatati con una roba che comprava al mercato di Albino e che profumava di motore spento.
Lavorava in fonderia a turni, tre su tre giù, e nel tempo libero aveva due passioni totalizzanti: il fuoristrada e la brögna. In quest'ordine, ma non per preferenza, più che altro di reali possibilità.
Gibo aveva un Fiat Panda 4x4, serie originale, che aveva elaborato con una competenza che era a metà strada tra l'ingegneria e la follia. Aveva alzato l'assetto di dieci centimetri, montato gomme da trattore, installato un verricello davanti e, dettaglio importante, aveva verniciato i cerchioni con lo spray oro. Non perché li volesse dorati, ma perché aveva sbagliato bomboletta alla ferramente del paese e a quel punto aveva detto "ormai l'è facia" e aveva finito il lavoro.
Era bello il Panda di Gibo. Nell'accezione bergamasca del termine: bello perché era robusto, perché sembrava pronto a tutto, perché incuteva un certo rispetto guardandolo parcheggiato davanti al bar il sabato sera.
Gibo era quello che oggi chiameresti un influencer della Val Seriana. Senza Instagram, senza follower, senza niente. Bastava che arrivasse lui al bar con quella faccia da uno che ne ha già viste di cotte e di crude, e tutti aspettavano di sentire cosa aveva da dire.
Il fatto accadde un sabato di ottobre, non ricordo l'anno esatto, ma c'era ancora il primo bancone di formica al bar "Half Moon", pronunciato come è scritto: moon, perché se lo pronunciavi in inglese "mùun", ti guardavano male e non capivano.
Gibo arrivò verso le tre del pomeriggio con un'aria da conquistatore. Ci guardò tutti, ordinò una bionda da mezzo senza dire salutare, e poi disse la cosa.
"Oggi vengo già dalla Goggia."
La Goggia era un sentiero sterrato che scendeva dal bosco sopra Nembro, lungo il fianco della collina, con un fondo fatto di radici, argilla e sassi che d'estate era già insidioso e d'autunno, dopo le piogge, diventava una pista di pattinaggio verticale.
Nessuno degli altri aveva la minima intenzione di scendere la Goggia con qualsiasi mezzo. Ma Gibo aveva già detto la cosa, e quando Gibo diceva una cosa davanti a tutti, non si tornava indietro.
"Col Panda?" chiese Maurizio, quello che aveva il dono di fare le domande giuste al momento sbagliato.
"Col Panda," confermò Gibo.
Ci fu un silenzio. Uno di quei silenzi bergamaschi che durano tre secondi e valgono tre ore di conversazione altrove.
"Sì bé," disse Renzo, che era il saggio del gruppo nel senso che aveva già sbagliato abbastanza lui per sé, "ma l'è bagnada, la Goggia."
"L'è per chél che gh'ho el 4x4," disse Gibo, e ordinò un'altra bionda.
Partimmo in quattro sul Panda, perché qualcuno doveva esserci a raccontarlo dopo. Io dietro con Maurizio, Gibo alla guida e Loris sul sedile del passeggero, che aveva già la faccia di chi sa come va a finire ma non riesce a fermarsi.
In realtà Loris lo chiamavamo Lorì perché la "s" suo padre non riuscicva a pronunciarla, ne usciva sempre un "Lorif". Del resto fu la madre di Loris a pretendere quel nome, i maligni raccontavano di un suo ricordo affettivo di un'estate degli anni '60, prima di conoscere il padre di Loris. Così il padre lo chiamava Lorì e per tutti noi era Lorì. Il padre di Lorì non si discuteva, il padre di Lorì non aveva due mani, ma due badili attaccati direttamente ai polsi.
Lorì era così. Era il tipo che saliva su tutto quello che non avrebbe dovuto salire, guardava già verso il basso mentre saliva, sapeva esattamente che sarebbe andata male, però saliva. Una specie di filosofo del disastro annunciato. Anni dopo, nella vita vera, avrebbe fatto carriera come responsabile della sicurezza in un'azienda chimica. Non so se ridere o preoccuparmi ancora adesso.
L'imbocco della Goggia era già impegnativo. Il Panda scivolò di lato quasi subito, le gomme da trattore che affondavano nell'argilla come cucchiai nel tiramisù. Gibo non batté ciglio. Inserì la ridotta, tirò il freno e ripartì con una calma che in quel momento mi sembrò eroica e adesso, col senno di poi, mi sembra semplicemente incosciente.
Scendemmo per forse duecento metri. Il Panda teneva. Gibo aveva una faccia da condottiero. Lorì stringeva la maniglia sopra lo sportello con l'intensità di uno che sta scalando il Cervino a mani nude.
Poi arrivammo al tornante.
Il tornante della Goggia era un angolo di novanta gradi su un fondo in pendenza, con sul lato destro un muretto di sassi a secco che separava il sentiero da un campo di mais ormai raccolto. Basso il muretto, forse settanta centimetri. Ma basso non vuol dire innocuo.
Gibo sterzò.
Il Panda sterzò anche lui, ma in modo creativo. Le gomme posteriori persero contatto con qualsiasi concetto di aderenza, il retrotreno scivolò verso destra con una grazia inaspettata, e il Panda valicò il muretto di sassi a secco con la solennità di un elefante che scavalca un marciapiede.
Atterrammo nel campo di mais. Morbido, per fortuna. Il Panda rimase in piedi, inclinato di forse venti gradi, con le gomme anteriori ancora oltre il muretto e quelle posteriori affondate nella terra smossa.
Silenzio.
Poi Lorì, che aveva ancora la mano aggrappata alla maniglia, disse una sola cosa.
"Hai fatto la cuva dritta."
In quella frase cera tanta saggezza, tenerezza ma era anche una sentenza speitata.
Gibo scese dal Panda con la lentezza di chi non intende dare soddisfazione a nessuno. Girò intorno alla macchina. La osservò. Scosse la testa una volta sola, come si fa davanti a qualcosa di inevitabile.
Poi aprì il cofano, tirò fuori il verricello, lo attaccò a un acero sul bordo del sentiero, e in quaranta minuti tirò fuori il Panda dal campo come se stesse issando una barca.
Non disse una parola per tutto il tempo. Noi tre eravamo seduti sul muretto, guardavamo, e sapevamo che era vietato commentare.
Quando finì, rimontò, mise in moto, e disse solo: "Dom che 'nvà."
Tornammo al bar. Gibo ordinò la terza bionda della giornata. Nessuno fece domande. Renzo, che era rimasto al bar perché aveva giudizio, ci guardò arrivare, vide le scarpe fangose e i volti di chi ha vissuto qualcosa, e chiese: "Dove siete stati?"
Gibo alzò il bicchiere e disse: "Pota, a fà girà el Panda."
E bevve sodisfatto.
Pota.
Cabrini (Juventus)

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Rare M 1987 in Japan by Herb Ritts. 👑
Down Under
Da absolute 80s On January 15, 1983, Men at Work’s single “Down Under” reached number 1 on the US Billboard Hot 100. Driven by its infectious groove and unmistakable flute riff, the song became an international smash and a defining anthem of the early ’80s. Blending pop, new wave, and Australian identity, “Down Under” helped Men at Work break globally and remains one of the most recognizable…
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