Dicono che a volte toccare il fondo sia qualcosa di positivo, un po' come la fenice che rinasce dalle sue ceneri conosce la morte e solo così può dirsi rinata. Non so se si possa dire la stessa cosa nei miei confronti dato che nel fondo ci sono nata e dopo alcuni tentativi - direi fallimentari ma suonerebbe troppo morale, violento, soprattutto vittimistico e non ho più voglia di fare la vittima anche se in un certo senso e per certi versi lo sono mio malgrado - mi ci sono ributtata a capofitto credendo che era quello che dovevo fare o che "meritavo" di essere. Non so appunto se posso dire che ho toccato il fondo, ma diciamo che se prima lo avvertivo come una minaccia e cercavo di scappare, proprio l'avermici buttato dentro con tutta me stessa mi ha fatto capire che non sono così, per semplificare dirò che non sono come "loro".
Questo ultimo periodo è strano perché parlo continuamente di aver perso, di fare le cose "a perdere", ma lo faccio col sorriso e non credo di sentirmi una perdente anzi: mai come in questo periodo mi dico che non sono come loro e il senso con cui lo dico è molto forte, convinto, ma senza alcuna rabbia, paura o rassegnazioni anzi: proprio perché non sono come loro e non posso fare - fortunatamente - quello che fanno loro posso cercare adesso qualche altra cosa, un altro posto, delle situazioni migliori, dei contesti nei quali mi ritrovo più a mio agio. Credo che almeno in questo la rabbia mi stia fluendo via: analizzo il mio background culturale, economico, emotivo, intellettuale e mi rendo conto che è solo una successione di eventi sfortunati in una società dove conta molto il trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Detto questo, allora, una cosa di cui mi sono resa conto proprio qualche giorno fa, proprio grazie ad un anime che sembra almeno in un primo momento banale ma nel corso della sua evoluzione non lo è per niente, proprio mentre Aria ringrazia il padre di averla fatta nascere mi sono resa conto di aver dato un grosso fardello a mia madre accusandola di aver fatto l'errore più grave e cioè quello di avermi fatta nascere - con l'implicito: di avermi fatta nascere in queste condizioni. E se posso capire i motivi per i quali ho detto più volte queste cose, adesso mi sembra di poter capire i perché che hanno spinto mia madre a rimanerci male.
Da quel che ricordo credo che mai io sia stata così serena nel mio animo, anche se fuori di me poco è cambiato anzi quasi nulla. Tuttavia proprio adesso che ho visto negli occhi la mia condanna mi sento libera da essa, non è più una minaccia silenziosa e nascosta, ma qualcosa di tangibile che si mostra coi bordi ben definiti. Invece che avere paura allora, sono anzi felice, come quando ho scoperto che la mia ansia era un problema: per me è stato liberatorio; il bello delle diagnosi è che una volta individuato il problema puoi solo accettarlo e per quel che è possibile arginarlo, disinnescarlo. Mai, forse, mi sono ritrovata così serena nella mia condizione di "reietta della società" come ho iniziato a pensarmi da ieri, perché per me non è una condanna ma un imput a cambiare: socialmente posso far parte dei reietti, ma so di non esserlo nella mia essenza lo sono solo nella tangenza dei fatti e sappiamo che i fatti sono quanto di più volatile e insignificante proprio perché possono essere liberamente interpretati. Allora si apre il pensiero dell'università, del tornare a lavorare ma solo stagionalmente e con un progetto in mente, nel cercare di trovare dei contesti lavorativi e non dove il lavoro non sia necessariamente una condanna - anche se a livello generale rimane un grosso fardello di cui sarebbe meglio liberarsi, ma questo è un altro discorso.
Inizio ad accettare quella che sono nei fatti e questo mi sta liberando dal peso morale di essere un fallimento proprio perché i fatti sono semplicemente fatti, mentre io so che il punto è un altro. Allora il mondo accademico ed intellettuale non è così distante, dei lavori appaganti e per quel che possono essere dignitosi non sono necessariamente così distanti, lingue non è così distante, filosofia non è così distante, una concezione migliore di me stessa non è così distante, per un attimo anche psichiatria non è stata così distante.