Per far tacere le voci che parlano nella mia testa ho cercato tante strade. Le voci parlano di morte, di sconfitta, dolore, solitudine, insuccesso. Riempiono i momenti silenziosi, quelli in cui non sono occupata, l’attimo prima del sonno, il momento che segue il risveglio. Mi afferrano alle spalle, quando sono distratta, e non tacciono mai. A volte non le ascolto, a volte spariscono nel rumore di fondo della vita, coperte dai discorsi di mia madre, dalla voce del traffico, delle venditrici del mercato. Si allontanano mentre le mie mani impastano e tagliano, mentre zappo e pianto, mentre inseguo i cani al parco. Ma non smettono mai di ricordarmi ogni mio fallimento e battono, battono ogni tasto dolente fino a diventare un unico grande concerto che copre ogni suono, riempie ogni respiro e fa traboccare lacrime salate. Ho provato, provo a farle tacere da sempre. Ho cercato di farmi scudo con l’amore ma l’amore ha buttato altra legna sul fuoco del mio dolore. Mia figlia è un antidoto potente, lo è stato dal momento in cui ho saputo della sua esistenza, l’ho tenuta con me sapendo che finalmente qualcuno sarebbe stato in mia difesa. Ma adesso fa la sua vita, è lontana e la sua voce mi arriva attutita e deformata dalle scariche elettriche di tutto quello che non sono riuscita a fare per lei. La musica rende le voci più forti, cantano e vibrano con le note. Le storie, i libri, i film le zittiscono, si siedono al mio fianco e scelgono vicende sempre più cupe, thriller, gialli, inquietanti distopie fino all’horror. La paura le ha fatte tacere per un periodo, le sentivo pensare e caricarsi, come il brontolio del temporale oltre le colline. Quando il pericolo è sfumato, sono arrivate impetuose, una cavalcata furibonda a chiedermi perché non sono morta, a ricordarmi che qualunque cosa io faccia alla fine il male mi prenderà, a spingermi a scegliere la strada più facile, la più veloce, nessuno sentirà la mia mancanza, tutti staranno meglio senza di me. Adesso che sono qui, nei secoli bui, il buio mi circonda e la vita, le persone, la città rumorosa, le conversazioni, gli incontri sono ogni giorno più lontane, come la visione che si restringe, un cerchio nero che mangia la luce quando stai svenendo. E veramente non ho la forza di avanzare, non ho la forza di camminare verso la luce. Così mi sono voltata verso le ombre. Tutti i morti della mia casa mi circondano. Qui ogni cosa parla con la voce di qualcuno, la falce, che mio padre affilava e tentava di insegnarmi ad usare la primavera in cui è morto, i quadri di mio nonno e il suo diventare cieco, la poltrona dove sedeva una delle mie nonne, dove è ritratta, con un vestito blu, i piatti con il bordino dorato, le lettere di mia sorella alle sue amiche d’infanzia, le foto di persone in posa, quando ci voleva del tempo per scattare e sempre qualcuno si muoveva e si sfuocava come un fantasma passeggero. Ecco tutti questi morti mi parlano e io li interrogo: chi siete? cosa facevate? cosa sognavate? di cosa avete goduto? cosa avete perso? E le loro voci coprono le mie, i loro passi le allontanano e le loro ombre mi circondano come uno scudo. Non sono mai sola qui, è pieno di fantasmi. E così mi volto, volto le spalle alla luce e seguo le ombre. Ma almeno le mie voci tacciono.