Un parco urbano su due livelli è qualcosa di molto raro. Ne ricordo pochi, la Philsophenweg ad Heidelberg, Greenwich Park nel sobborgo londinese, il Parc delle Buttes-Chaumont a Parigi. Quest'ultimo è certamente quello che conosco meglio. Non lo scoprii in una delle mie peregrinazioni parigine, bensì leggendo un testo leggendario della letteratura surrealisa, “Le Paysan de Paris” di Louis Aragon che pubblicò Gallimard nel 1926. Libro complesso, direi non riassumibile, ma di enorme suggestione. Pensate che di questo libro Walter Benjamin scriveva: “.. La sera a letto non riuscivo a leggere più di due o tre pagine, perché il batticuore si faceva tanto forte da costringermi a deporre il libro…” Su questa ricerca della “vertigine del moderno”, Benjamin si intrattenne per anni. “Le paysan de Paris” si compone di due parti, sorvolo sulla prima, dove si tratta dei “passages” parigini e mi concentro sulla seconda, poiché è proprio lì che protagonista del “romanzo” (romanzo?), è un parco, quello appunto delle Buttes-Chaumont. Voluto da Napoleone III e realizzato, nemmeno a dirlo, dal barone Haussman che diede l'incarico della progettazione a Jean-Charles Alphand, il progettista del Bois de Boulogne; sorse su una grande cava di gesso che era servita per l'estrazione dei materiali da costruzione delle case parigine del Secondo Impero. Aragon lo percorre in largo e in lungo alla ricerca dell'inconscio della città, poiché secondo una “fissazione” surrealista è proprio nei parchi che si annida l'inconfessabile. Pensieri forse un po’ torbidi, ma senza dubbio non privi di fondamento visto che è proprio Aragon a scrivere che “… Tutto il bizzarro dell'uomo, e ciò che in lui c'è di più vagabondo e di smarrito, senza dubbio potrebbe riassumersi in queste tre sillabe: giardino…” Il parco parigino è flessuoso, lo domina una roccia artificiale al culmine della quale un piccolo tempietto circolare offre una magnifica vista sulla città. Oltre al tempietto e ai tortuosi vialetti che scalano la roccia e si distendono sulle collinette, altro punto magnetico è il cosiddetto “ponte dei suicidi”, nome che non necessita di altre spiegazioni, ma che non rende giustizia a questo ponticello sospeso sul laghetto artificiale dal quale si erge la roccia. Alcuni “café” ne rendono amabile la frequentazione. Ne conosco un altro, di parco molto suggestivo, su più livelli e monumentale. Tenetevi forte perché non è a New York a Londra o a Parigi, ma a casa mia, a Novara. Si tratta del complesso dell'Allea di Novara. Il nome esatto è Allea San Luca , ma per i novaresi è “l'allea” e basta. È composta da tre parti: il parco (l'Allea) con il Viale delle Carrozze (ridotto ad un posteggio), il Castello Visconteo-Sforzesco (appena restaurato ma in attesa di un utilizzo), con un imponente fossato e il complesso Parco dei Bambini (risalente agli anni Venti) con gli attigui Giardini di Vittorio Veneto. L'Allea ospita numerosi monumenti bronzei, la fontana del Barlocchi e il Parco dei Bambini un vasca (un tempo ospitava gli orsetti lavatori) e una bella fontana. Il tutto è circondato, o meglio, “sostenuto” dalle possenti mura spagnole, in parte pericolanti o cadenti. Un complesso arboreo-architettonico monumentale lasciato al suo destino. L'Allea ha una notevolissima varietà di alberi ed arbusti, la mole del Castello e il ponte ricostruito ma semore chiuso, dànno a tutto il complesso una solennità ed una rara bellezza. Sembra che in questa città nessuno voglia accorgersene. Oggi c'è qualche timidissimo tentativo e di incerto risultato di “risistemare” il Parco dei Bambini, ma non si intravede un'intenzione di valorizzare un patrimonio immenso e di indubbia bellezza. L'Allea non nasconde l'inconscio di questa città, ma l'incoscienza di teppisti, ubriaconi notturni, residui di “movide”, ospita fiere, baracconi, mercatacci. Povero Aragon che scriveva: “…Si direbbe che l'uomo vi si ritrovi col miraggio di zampilli d'acqua , di ghiaietta, nel paradiso leggendario che non ha interamente dimenticato…” Ma si sa i Surrealisti erano degli in-coscienti, un po’ come noi…