Erano le quattro del pomeriggio. Il corso era pieno di bambini che giocavano, e nelle viuzze antiche, il suono del pallone che batteva sulle saracinesche risuonava nell’aria, insieme all’insistente vociferare dei passanti. Era tutto un fremito di energia e la primavera suonava i suoi tasti, facendo rinascere con la sua sopraffina melodia la natura, che circondava il piccolo paese di provincia.
Io ero solito passeggiare per quelle strade e molto spesso, mi sedevo su una panchina e osservavo quei piccoli giocatori indomiti, che nonostante il caldo asfissiante, continuavano a rincorrere i loro sogni di gloria. Fra quei bambini riuscivi sempre a distinguere, per la sua vivacità, Ajad. Un piccolo giovanotto dell’età di dieci anni, di origine somala; un ragazzino come tanti altri: frenetico, sorridente e stracolmo di quella forza e di quella curiosità che solo i bambini di quella giovane età posseggono.
Ajad era alto circa un metro, pesava poco più di quaranta chili, ma dentro di se si vedeva chiaramente che portava un peso enorme, una palla al piede invisibile che ormai trascinava da anni con estrema noncuranza. Aveva quegli occhi neri intensi che molte volte fissavano il vuoto. Occhi, che nascondevano l’estrema tristezza di chi ha già toccato con mano la sofferenza, nonostante la sua verde età. Non puoi nasconderlo quello sguardo, lo riconosci subito è come una cicatrice. Sono gli occhi di chi ha visto la guerra.
Ajad era solito farmi domande molto interessanti. Ormai era diventato un rito quasi giornaliero; mi tirava la manica della giacca e iniziava a farmi domande che svariavano dalla geografia alla storia, o semplicemente domandava cose banali che però nascondevano sempre qualcosa di particolare e di stuzzicante. Conoscevo bene Ajad e sapevo che era dotato di una fervida intelligenza, inoltre capiva sempre quello che gli spiegavi.
Un giorno, Ajad mi fece una domanda che io non dimenticherò mai. Rimasi talmente di stucco, che lì per lì non mi venne neppure da respirare. Stavo soffocando, ma la domanda era ben chiara: “Che cos’è la vita?”
Mi colpì alla sprovvista quella richiesta e fu come ricevere una pugnalata dritta nello sterno. Rimasi in silenzio per qualche minuto, mentre lui mi fissava con quegli occhi, ma i miei pensieri ostentavano a uscire dal mio cervello per potersi tramutare in parole. A dire il vero, non avevo una risposta per quella domanda, e per fortuna il tutto fu interrotto dallo strillo della madre, che lo invitava a rientrare a casa. La domanda rimase senza risposta ma nella mia mente, tutto continuava a roteare, come un ingranaggio di un orologio antico che si rimette in moto.
Da quel giorno ho riflettuto molto su che cos’è la vita. E Ho passato molte notti e molti giorni, pensando e ripensando a una risposta adatta a un bambino, ma soprattutto adatta alla mia di vita. Solo oggi, dopo tanto tempo penso di aver trovato una soluzione a quell'enigma, e se adesso Ajad fosse qui, gli darei la risposta. Gli risponderei che la vita è semplicemente “vivere”.