“Non siamo mai uguali, la presenza degli altri ci cambia, mette in luce tratti diversi e raramente tutti nello stesso momento, in ciascuno di noi ci sono mondi e alcuni non affiorano mai in superficie”
— Jón Kalman Stefánsson

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“Non siamo mai uguali, la presenza degli altri ci cambia, mette in luce tratti diversi e raramente tutti nello stesso momento, in ciascuno di noi ci sono mondi e alcuni non affiorano mai in superficie”
— Jón Kalman Stefánsson

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“Quel che siamo affiora col tempo, dopo che ci hanno messi alla prova, ed è allora che cominciano i guai. Il problema non è tanto quando scopriamo, in chi amiamo, cose che non sapevamo, ma anche quando ci ostiniamo a celare noi stessi, convinti che offrire il nostro meglio significhi lucidare la promessa della superficie a discapito del resto.”
— Matteo Bussola, “L’invenzione di noi due”.
Ondate di ricordi, composizione in versi eptasillabici, di Daniela Domenici ondate di ricordi allagano la mente, un intercalare che affiora a sorpresa, assapori di nuovo immagini già viste e ti senti bambina ma da subito donna.
allitterazioni in F sulla felicità, di Daniela Domenici ineFFabile, Favolosa, Fragrante Felicità aFFluisce, Fluttua, aFFiora, eFFondendo eFFluvi Floreali…
Tu che affiori dalla mente come una melodia altalenante nel suo manifestarsi, assidua e parsimoniosa al tempo stesso. Armoniosa come il suono di un violino.
BluMylu

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In senso analogo l’arte contemporanea non mette in scena la ‘fine dell’arte’, ma soltanto la fine dell’arte come visibilità totale, come rappresentazione assoluta. Nel rifiutare l’assolutezza della rappresentazione l’arte contemporanea scinde la nozione di immagine iconica da quella di immagine logica, facendo emergere la presentazione prima che questa affiori alla rappresentazione, l’opacità prima della trasparenza. Non si tratta di mostrare l’invisibile in luogo del visibile, l’irrappresentabile in luogo del rappresentabile. Si tratta in definitiva non di condividere un punto di vista nichilista, ma di fare emergere il paradosso, lo spazio della docta ignorantia, pensando il tessuto della rappresentazione con la sua lacerazione. Questo significa che in un quadro qualcosa si rappresenta e si vede, ma qualche altra cosa si presenta, richiede il nostro sguardo e ci guarda. In questo modo la visione si divide, si lacera, tra vedere e guardare, tra occhio e sguardo, e l’immagine si offre nello stesso tempo come rappresentazione e come presentazione. È come se davanti a noi qualcosa si rappresentasse in quanto ricordata, e qualche altra cosa si presentasse in quanto dimenticata. È in questo rapporto tra memoria e oblio che l’immagine si manifesta al nostro occhio e si nasconde al nostro sguardo, si lascia catturare e nello stesso tempo ci cattura.
da Icona e arte astratta (p.18, mio grassetto)