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Chi può dire di avere avuto come servo un dio? Eletto tra i mortali, Admeto, re di Fere, aveva accolto Apollo nella propria dimora con ogni onore e riverenza. Scontare un castigo tanto pesante imposto da Zeus non privava Apollo della propria natura, infinitamente superiore a quella di un misero essere umano e nessun onore poteva essergli rifiutato, per quanto terribile fosse la sua colpa.
Apollo riconobbe la gentilezza e la benevolenza del re e decise perciò di fargli un dono mai visto tra i mortali. Gli promise di potere sfuggire alla Morte, quando essa fosse venuto a prenderlo con le sue lunghe dita e il suo capo velato, ma non senza un sacrificio. Un altro avrebbe dovuto morire per lui.
Admeto ringraziò Apollo per il suo dono e lo salutò per sempre.
Un giorno bussò alla porta del re la Morte. Essa era a conoscenza del patto che Admeto aveva stretto con il dio e non poteva far altro che portarlo a compimento. Chiese dunque ad Admeto di trovare qualcuno che si sacrificasse per lui.
Gli anziani e malati genitori rifiutarono, ancora troppo attaccati alla vita nonostante questa si estendesse poco al di là del giorno presente e i loro occhi fossero sempre più offuscati.
I figli del re erano ancora giovani, ancora molte stagioni dovevano passare prima che i loro capelli si incanutissero e la pelle si raggrinzisse, ancora dovevano assaporare l’amore, la battaglia, la conoscenza. Non potevano distaccarsene prima di averle toccate con mano.
Una sola si fece avanti. Alcesti, giovane sposa, ancora nel fiore degli anni. Lei sola tra tutti coloro che circondavano Admeto ebbe il coraggio di accostarsi alla Morte, guardarla nelle pupille scavate e prenderne la mano scheletrita. Una sola richiesta fece al suo amato, di non amare nessun altra come aveva amato lei, che era stata capace di dare persino la propria vita. Così esalò il suo ultimo respiro.
Il re si sentì invadere da un dolore mai provato. Niente aveva mai perso di così prezioso e non avrebbe mai potuto sfiorare di nuovo. L’oscurità avvolse la reggia di Fere e il lutto cadde nel cuore di chi la abitava. Le stanze furono invase da un silenzio che sembrava gridare, per quanto era intenso. Ogni celebrazione, ogni banchetto, ogni festività vennero bandite.
In questo scenario desolato, bussò alla porta un viandante. Egli venne accolto con tutte le gentilezze possibili in un momento di tale sofferenza e si presentò come Eracle. Eracle chiese il motivo di quel lutto e Admeto non seppe fare altro che invitare l’ospite a godere della tavola imbandita che aveva davanti, scusandosi per non poter partecipare con lui, a causa di una cerimonia funebre di poca importanza.
Eracle, non comprendendo l’intensità del dolore di Admeto, si lasciò andare a un’ubriachezza molesta, che distrusse la quiete della casa ancora avvolta nel lutto. Ben presto venne fermato e gli venne rimproverata quella mancanza di rispetto per la morte della loro regina Alcesti.
L’eroe, resosi conto del terribile errore commesso, decise di dover rimediare in ogni modo.
Scomparve per giorni.
Quando tornò, la casa era ancora avvolta nel mutismo e nell’oscurità. Egli conduceva con sé una donna velata. La presentò ad Admeto, chiedendogli se non intendesse sollevare quel velo e ammirare la bellezza che nascondeva. Admeto reagì con orrore, ricordando la promessa che aveva fatto a Alcesti, unica sua compagna, una promessa che non avrebbe mai voluto né osato infrangere. Il dolore era tale che anche solo posare lo sguardo su una donna che non fosse lei gli avrebbe spezzato il cuore. Le insistenze di Eracle furono però tali che il re non potè più rifiutarsi e scoprì il volto di quella donna misteriosa.
Il velo non rivelò altri se non Alcesti, tratta in salvo dagli inferi dal coraggio di Eracle. La felicità nel cuore dei due fu immensa e non cessò per moltissimi anni. Alcesti e Admeto, legati dall’estremo sacrificio, promessa di un amore incondizionato, seppero coltivare quell’amore fino al giorno in cui la Morte bussò nuovamente alla loro porta per condurli con sé, eternamente.
Nel bianco, il freddo penetra nelle ossa e non ti lascia mai, finché non raggiungi casa. Le parole formano condensa che gela immediatamente e sono veramente comprese solo davanti al fuoco, quando si dissipa per un attimo quel ghiaccio perenne. Qui viveva un uomo, solo da tempo immemore. La sua solitudine era fatta di pesca, di caccia e di poco altro. Cercava di convincersi che potesse bastare a un essere umano una vita così, ma dentro di sé sapeva che non sentiva altro che un vuoto immenso e il gelo esteriore sembrava stringergli il cuore anche accanto al fuoco e nel giaciglio più caldo.
Una notte di luna nuova, il cielo era illuminato solo dalle fiammelle lontane delle stelle e la caccia dell’uomo era immersa nel buio più profondo. Una luce sembrava illuminare un grande scoglio ghiacciato, che si ergeva in mezzo alla calma distesa delle acque. Su quello scoglio, qualcosa si mosse.
L’uomo, nascosto nella sua barca, aguzzò la vista e potè assistere a uno spettacolo che aveva dell’incredibile. Donne nude, bellissime danzavano, guidate da una musica silenziosa che solo loro potevano udire. Sembravano fatte della luce delle stelle, la loro pelle sfavillava e si rifletteva nell’acqua del mare, che intanto sospingeva la barca dell’uomo sempre più vicina allo scoglio. Quando sentì il cozzare della barca contro la pietra, l’uomo fu preso da un istinto più forte di ogni sua volontà: saltò giù dalla barca e afferrò una pelle di foca tra quelle che erano appoggiate allo scoglio, per poi nasconderla nella sua barca.
Dopo poco, le donne cominciarono a chiamarsi con voci cristalline e l’uomo vide che, una dopo l’altra, si infilavano le pelli di foca e si tuffavano nel mare. Quando riemergevano avevano le sembianze di ogni altra foca e si attendevano l’un l’altra per poi allontanarsi. Una sola tra loro cercava la sua pelle senza trovarla, angosciata. L’uomo allora si fece avanti e le disse di aver preso lui la sua pelle di foca, ma che per riaverla avrebbe voluto qualcosa in cambio. Le chiese di colmare quella solitudine immensa in cui aveva vissuto fino a quel momento e di divenire sua moglie, promettendole che dopo sette estati le avrebbe restituito la sua pelle, lasciandola libera. La donna apparve riflettere silenziosamente; poi, lo guardò a lungo, con il suo bel viso che sembrava splendere di luce propria e acconsentì.
Ebbero un bambino, chiamato Ooruk. La madre gli narrava le storie delle creature marine, il padre gli insegnava come sopravvivere in quella terra fredda e ostile. E il tempo passava.
Con il trascorrere delle stagioni, la donna appariva sempre più inquieta e sofferente. La sua bella pelle di luna cominciò a seccarsi e a sfaldarsi e i lunghi capelli corvini a cadere. I suoi occhi vedevano sempre meno.
Era giunto l’ottavo inverno. La donna pregava l’uomo di restituirle la sua pelle e di lasciarla libera come aveva promesso, ma l’uomo non voleva rimanere solo. Il bambino amava teneramente la madre e vedeva la sua sofferenza.
Una notte si svegliò di soprassalto, sentendosi chiamare. “Ooruk” sembrava urlasse il vento. Seguì quella voce, fuori dall’igloo e per le bianche distese innevate fino al mare. Trovò nascosto tra gli scogli un involto, nel quale c’era proprio la pelle di foca di sua madre. Allora la chiamò, a gran voce e l’anima di sua madre corse verso la propria pelle, ritornando foca e immergendosi nel mare. Ooruk soffriva, sapendo di doversene separare; la donna-foca soffriva, perché voleva tanto rimanere col suo bambino, ma sentiva qualcosa di più antico e profondo chiamarla verso gli abissi. Si immerse, lasciando per sempre il mondo degli uomini.
Ooruk crebbe e divenne un uomo. Era un cantastorie dei più bravi, capace di accompagnare la sua voce calda e profonda con il tamburo in modo da smuovere anche l’animo più freddo. Nelle notti di luna nuova, lo si può vedere accanto a un grande scoglio argenteo con la sua canoa, mentre sembra parlare con una foca dai grandi occhi splendenti.
Osiride, dio benevolente, donò agli uomini più di quanto ogni altro abbia mai fatto. Grazie ai suoi insegnamenti, gli uomini appresero come far germogliare il seme e come cogliere il frutto, come il fango del fiume nutre la terra, come dal frutto si estrae il vino, fonte di ebbrezza e piacere. Egli mostrò loro per la prima volta come solcare le acque del mare e dei fiumi, intrappolando i venti e cavalcandoli con le vele. Le sue opere gli procurarono grande stima e ammirazione, ma questo disgustava suo fratello, Seth. L’invidia lo attanagliava, rodendogli la mente e il cuore, l’astio gettava la sua lunga ombra su ogni cosa e nulla gli avrebbe più procurato piacere o gioia finché suo fratello era in vita.
Escogitò un inganno. Preparò un banchetto, il più ricco e sfarzoso che si fosse visto. Centinaia di casse di vino, meravigliosi fiori e tendaggi intessuti arrivarono presso la sua residenza, insieme a ogni tipo di assurdo e stravagante intrattenimento. Durante i preparativi, fece costruire un sarcofago meraviglioso, intarsiato e ricoperto d’oro e di lapislazzuli, dipinto con i colori più vivaci. Il sarcofago fu realizzato su misura del fratello Osiride.
Il banchetto si svolse nel migliore dei modi: il vino scorreva a fiumi e il cibo abbondava, le danzatrici e i commedianti intrattenevano gli ospiti che incantati seguivano i loro movimenti imprevedibili. Nel pieno della festa, Seth battè le mani, attirandosi le attenzioni dei suoi ospiti, e annunciò che avrebbe regalato il più bel sarcofago mai visto a colui cui si fosse adattato.
Gli ospiti, alla vista di quel dono meraviglioso, si affollarono per provare a entrarvi, ma la figura di ognuno di loro non corrispondeva per nulla ai disegni tracciati dal legno. Seth convinse anche il fratello a provare.
Non appena Osiride si fu adagiato sui morbidi cuscini, che avvolgevano perfettamente il suo corpo, Seth chiuse la bara, la sigillò e la gettò nel Nilo. Osiride morì, annegato nelle acque del fiume che aveva insegnato a navigare. Il suo supplizio non ebbe però fine: Seth tagliò a pezzi il suo corpo e lo sparse per l’intero Egitto, pieno di collera verso quel fratello che aveva saputo sovrastarlo e oscurarlo con la sua luce.
Iside, la sposa di Osiride, venne a sapere della morte del marito dagli ospiti del banchetto, che sconvolti accorsero presso di lei a riferirle l’orribile gesto di Seth. Ella provava nel cuore un turbamento terribile, lo sentiva lacerarsi in petto, ma dal suo volto non lasciò trasparire alcun segno di angoscia. Non lasciò che il suo dolore la sovrastasse, la affogasse nelle sue onde nere, come il fiume aveva fatto a suo marito. Lottò invece contro il pensiero terribile della morte, si levò in piedi e fece immediatamente chiamare Nefti, sua sorella. Le due donne, unite nel dolore, trascorsero centinaia di anni vagando per la terra, raccogliendo i pezzi del corpo di Osiride e rimarginando ogni strappo, ogni ferita, anche quelle che quel delitto aveva segnato dentro di loro.
Una volta ricomposto, il corpo del dio venne bagnato con oli profumati e unguenti, avvolto in bende e richiuso nel prezioso sarcofago che già lo aveva ospitato una volta, perché potesse finalmente rinascere. Per la vita mortale di Osiride non vi era più speranza, non poteva più vivere sulla terra, ma egli non era perduto per sempre come le due dee avevano temuto.
Osiride si levò dal suo sarcofago, il suo corpo di nuovo intatto, senza alcun segno a testimoniare la terribile morte che aveva subito; si levò per poi occupare il suo posto, adempiere il suo destino e divenire re dell’oltretomba. Accanto a lui siede in eterno la sua sposa Iside, che con il suo sacrificio e la sua dedizione lo riportò a nuova vita.
Figlio di una ninfa e di un fiume, sin da quando aprì gli occhi mostrò una natura più che umana.
Come le falene, attratte dalla luce delle candele, morivano bruciando, così Narciso avvolgeva e confondeva ognuno con la sua bellezza sfolgorante, quasi divina.
Tanto il suo volto sembrava capace di ipnotizzare, quanto il suo cuore era duro e freddo.
Ne fu vittima Eco, ninfa del Monte Elicona. La giovane si era macchiata di un grave torto: aveva sedotto Zeus, re degli dei olimpi, e si era attirata lo sdegno e la terribile vendetta di Era. La dea gelosa fece sì che la giovane perdesse la sua voce melodiosa, che l’aveva resa amabile agli occhi di suo marito. La povera Eco, innamorata perdutamente di Narciso, non poteva comunicargli più le parole che avrebbero espresso i suoi sentimenti. Non volle però arrendersi, non poteva perdere quel giovane.
Fece sì allora che i suoi sussurri si propagassero anche senza la sua voce. Il vento mormorava le parole d’amore di Eco, le ripeteva agli alberi e alle foglie, che nel loro stormire si narravano l’un l’altra le virtù di Narciso. Gli uccelli appollaiati tra le fronde udivano anch’essi il nome del giovane e a loro volta lo ripetevano.
Fu così che Narciso colse nel fruscio delle fronde le parole d’amore della ninfa. Vedendosela comparire davanti, però, rise di lei. Come poteva lui, amato da re e regine, ricambiare quella ragazza muta? Fuggì allora prendendosi gioco della povera Eco dal cuore spezzato, che da quel giorno fa sentire la sua voce solo per ripetere le parole altrui.
Il cuore di Narciso rimase freddo e immobile, senza battere per alcuno. Intanto gli anni passavano e altri ardevano d’amore per lui, sentimenti luminosi e intensi ma allo stesso tempo fatui e passeggeri, come i loro portatori all’occhio di colui che li aveva fatti sorgere.
Il giovane Aminio, più volte respinto con freddezza e crudeltà, sentì lo sgomento travolgere il proprio cuore come le onde più alte si schiantano sugli scogli e si trafisse il petto sulla porta di casa dell’amato, senza più niente dentro se non un grido di vendetta.
Quelle ultime parole furono udite dalla dea Artemide ed ella maledisse Narciso, facendo sì che egli si innamorasse senza poter mai soddisfare la propria passione. Un giorno, egli era a caccia e ormai esausto si sedette a riposare presso una fonte.
Questa era una fonte chiara come l’argento, dove mai animali si erano abbeverati, né le fronde degli alberi erano mai cadute. Narciso si sporse per bere e intravide, tra le increspature dell’acqua, il proprio riflesso. Subito un immenso struggimento per quel bel giovane lo travolse ed egli cercò di raggiungerlo, non facendo altro che far svanire la propria immagine tra le onde sottili che la sua mano formava nella pozza.
Rimase così dapprima ore, poi giorni interi, a osservare quell’immagine riflessa, quell’unico essere per cui avesse provato altro che disprezzo e indifferenza. Quando il suo cuore non resse più, Narciso fu condannato alla stessa sorte che lui stesso aveva portato su Aminio, e si trapassò il cuore con una spada. Dalla terra impregnata dal suo sangue, nacque un fiore bianco dalla rossa corolla, il narciso, in ricordo di un giovane che non aveva saputo amare altri che se stesso.

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Eterno intreccio e groviglio di corpi erano Nut e Geb. Sul corpo di lei l’intera volta celeste disegnava motivi arcani e appoggiava sulla fertile terra che era lui.
Materiale come mai sarà l’amore, l’amplesso infinito, il piacere illimitato degli dei generava il caos nel creato. Niente poteva sorgere e appassire, nessuno poteva vivere e morire tranne loro due, soli e indisturbati come mai nessuno più fu solo. Il silenzio che li avvolgeva era interrotto esclusivamente dai loro gemiti e dalle loro risate.
È fatto di egoismo, l’amore. Il tempo si ferma e nasce un’unica entità, sdoppiata in due corpi che sono uno. Due cuori e due pensieri si fondono, pur rimanendo immutati e in un unico soffio d’estasi si elevano al di sopra di ogni cosa.
La pace e il ristoro non possono però essere perpetui. Ogni cosa trema e sussulta attorno alla sfera di cristallo in cui vivono i due amanti, gelosa del loro amore e della loro vitalità, avvolta com’è da un silenzio perpetuo. E quel cristallo fu eternamente infranto da Shu, dio del vento e dell’aria, dio della luce che su tutto risplende. Ra, irato, aveva imposto la separazione eterna dei due amanti. A un compito i due erano destinati, per un motivo erano sorti e non poteva essere solo quello di amarsi.
Lo strappo fu terribile e Nut sentì, mentre il possente Shu l’allontanava da Geb, un fuoco ustionante che le scorreva sotto la pelle. Geb tese le braccia, cercando di trarla a sè, ma invano. Il dolore della perdita è terribile, ma ad acuirlo vi è la consapevolezza che quella breve distanza, il solo corpo di Shu frapposto tra loro, rimarrà eternamente incolmabile. Ogni istante, lo sguardo di Geb incontra quello di Nut e sente che l’ha perduta per sempre; ogni momento, gli occhi di Nut trovano quelli di Geb e sanno che il tempo del loro amore è ormai lontano.
La nuda dea, inarcata sopra la terra, fu maledetta da Ra, incapace per sempre di generare figli. La sua sofferenza fu atroce. Non le era permesso di conservare nemmeno una piccola parte del suo antico amore, nemmeno un frammento. Non avrebbe mai potuto sentire sulla sua pelle quella di un altro essere amato. Un indicibile dolore le straziò il petto e tutto sembrò perduto e distante, lontano e intoccabile. Le lacrime della dea resero la terra fertile, ma inaridirono il suo animo.
E Nut fu per sempre separata da Geb, incatenata al suo eterno destino per trecentosessanta giorni l’anno.
Ma il dio Thot vide nel cuore di Nut e seppe, conobbe a fondo il suo animo lacerato. Scaltro e abile, sfidò Ra ai dadi e vinse. Non volle niente per sé, ma pretese dal possente dio cinque notti. Cinque notti per Nut e Geb, per permettere loro di tornare a giacere insieme.
Da allora, l’antico amore risorge cinque notti ogni anno e queste sono notti gloriose e terribili. La terra trema e la luce degli astri si offusca e gli dei amanti si stringono e ritornano uno. Gli astri sfiorano le montagne e chi vi si sieda in cima avrà la sensazione di toccare il Grande Carro e Orione con un dito.
Da queste unioni nacquero Iside e Nefti, le dee sorelle, Osiride e Seth, i loro amanti, e infine il dio sole, Horus. E Nut tornò ad essere madre, tornò ad essere donna e il suo dolore le parve meno infinito. Quando era lontana dai suoi figli e dal suo amato, il cuore tornava a lacerarsi e a sanguinare, il bel volto era rigato di lacrime salate. Ma ogni volta che vi si ricongiungeva, sentiva un balsamo rinfrescarle il petto e rimarginare ogni strappo, ogni ferita.
Nut, la volta celeste, ogni mattina partorisce il sole e ogni sera lo inghiotte, in un ciclo interminabile e ininterrotto. E ogni volta che lo fa, ritrova gli occhi di Geb, il suo amato.
Pigmalione e Galatea
La pietra è ferma, fredda, senza un alito di vita. Persino nel legno e nella corteccia di un albero si sente lo scorrere della linfa e il ritmo immutabile degli esseri viventi, persino nel gorgoglio di un ruscello si coglie un sussulto, una voce. Ma nella pietra non c’è nulla. Così solida, eppure così inconsistente. E così è per tutti e sempre lo sarà. Tranne per Pigmalione. Le donne, calde, dalla pelle morbida e dalle voci suadenti, erano solo ingannatrici e maliziose per il giovane scultore. Per le strade di Cipro si aggiravano serpi in forma umana: sotto quelle chiome bionde e brune, tra quelle lunghe ciglia egli scorgeva il pericolo. Tanto delicate quanto potenti, capaci di spezzare un cuore e fermare il respiro. L’unica che egli sapeva non lo avrebbe mai tradito era Afrodite. Come può una dea fare del male a un essere umano, insignificante com’era il giovane Pigmalione per colei che aveva il dono della bellezza suprema, colei che aveva condiviso il suo letto con il dio della guerra? Egli poteva solo rivolgerle imploranti preghiere e immensa devozione. La dea ascoltava quel bel giovane e vedeva attraverso il suo cuore. Vedeva l’odio verso ogni fanciulla, ma comprendeva come non si trattasse di nient’altro che paura. Vedeva l’amore con cui il suo scalpello incideva il marmo e comprendeva che ciò che è inanimato non può fare del male. La vitalità è estrema, lega dolore e estasi in un unico stretto nodo e per sfuggirne uno, Pigmalione sdegnava l’altro. Pigmalione decise un giorno di onorare la dea dedicandole un simulacro del marmo più candido e pregiato, così come doveva essere la pelle della più bella tra gli Immortali. Martello e scalpello tiravano fuori giorno per giorno un viso dai tratti delicati, capelli soffici e ricciuti, pelle morbida e liscia, una tunica del più bel tessuto mai visto in tutta la Grecia. Afrodite lo osservava curiosa e, in un alito di vento, lo ispirava e lo guidava. Una volta finito, Pigmalione si fermò. Posò i propri utensili e si sedette a contemplare la statua. Ma ai suoi occhi, quella non era una statua. Per la prima volta, Pigmalione vide una donna senza provare timore. Non scrutò quel bel viso alla ricerca dei segni di un inganno che credeva di conoscere bene, non cercò nei begli occhi delle pupille di serpe. Semplicemente, la vide. Vide la delicatezza degli arti, l’eleganza del volto e dell’acconciatura, vide una donna che emergeva dalla pietra. Corse allora, come per abbracciarla. Ma quando la strinse a sé non sentì altro che gelo. Il cuore di Pigmalione in quel momento si incrinò e Afrodite soffiò in quello spacco l’amore e la vita. Rese quel ragazzo pieno di paura un uomo e aprì i suoi occhi. In un solo momento, Pigmalione visse cent’anni. Visse il dolore, la sofferenza e la morte a cui era sfuggito, tenendosi lontano da ogni emozione. Visse la felicità più profonda e la paura più estrema, l’euforia più alta e la comprensione più nitida. A quel punto, Afrodite passò le dita sottili sugli occhi della figura di marmo e delicatamente li schiuse. Sotto quella pelle marmorea, le vene cominciarono ad affiorare, un cuore a battere, un sottile respiro fuoriuscì dalle labbra di pesca. I capelli scivolarono via dall’acconciatura elaborata, in una morbida cascata di ricci e la tunica ondeggiò al vento. infine, i suoi occhi si schiusero e incontrarono quelli di Pigmalione, che l’avevano aspettata tutta la vita. Galatea dalla bianca pelle scese dal piedistallo per non risalirvi mai più.
Demetra
Bellezza e orrore fu il momento in cui, per la prima volta, i figli di un padre cannibale tornarono alla luce. Dal buio allo splendore della folgore di Zeus. Da un dominio a un altro. Demetra risorse insieme ai suoi fratelli, bionda come le spighe di grano al tramonto. Di indole opposta a Era, sua sorella, e affine a sua madre Rea era il suo animo gioioso, riflesso nell’abbondanza dei raccolti e nel rigoglio della natura.
Quando finalmente l’universo giunse alla pace e i Titani furono sconfitti, essa potè stendere il suo bianco velo di protezione sui campi e sulle terre e curare ogni germoglio, anche quelli dell’amore che timidi nascevano nei cuori dei giovani sposi. Tuttavia, Demetra vagava con la sola compagnia della luce del giorno, delle piogge fertili e delle fronde ombrose degli alberi. Non si legò mai a un solo uomo, ma la sua unica, adorata compagna fu sua figlia, Core. La giovane possedeva la bellezza rigogliosa delle messi, cresceva libera come la madre e la si poteva spesso vedere intrecciare ghirlande di fiori, con cui si adornava la chioma ricciuta. Così la vide anche Ade, avvolto nel suo manto nero come il manto del corvo, gli occhi ardenti delle fiamme d’inferno. Bellezza e orrore erano Core e Ade, eternamente opposti, eternamente distanti. Ma come chi vive troppo a lungo nelle tenebre, Ade non potè che rimanere abbagliato. Lo splendore della vita aveva catturato per sempre il dio della Morte. Uscì allora dal suo nascondiglio e trascinò Core verso l’oscurità.
Demetra sentì, in quel momento, una puntura viva nel petto e un profondo dolore avvolgerla. Seppe che Core non era più, non coglieva più libera i bianchi fiori estivi. Il cielo cominciò a oscurarsi e un lampo squarciò le nubi. La disperazione ricadde sulla terra. Per nove giorni e nove notti, Demetra vagò per ogni campo, ogni città, ogni fiume, solcò ogni lago e ogni mare; non poteva fare altrimenti, sospinta dal pungolo che aveva nel cuore, alla ricerca della sua figlia adorata. Appassiva, lentamente: i suoi capelli si coprivano di brina, la pelle non risplendeva più e lo sguardo, prima sempre pieno di riso, ora non rifletteva altro che pianto. Intorno a lei, tutto moriva. Nemmeno una spiga rimase per i raccolti ormai imminenti, la siccità aveva seccato ogni germoglio, i fiori erano ormai marci, piegati sui loro steli, e gli alberi tendevano i rami al cielo come braccia scheletrite.
Il decimo giorno, Demetra giunse alle case di due umili porcai, Eumolpo ed Eubuleo. Implorò i due di darle una notizia sulla sua bambina, ormai allo stremo delle forze. I giovani riferirono alla dea di aver visto il temibile cocchio di Ade, trainato da stalloni neri. Demetra allora seppe, forse nel suo cuore di madre conosceva già la sorte della figlia. Il dolore mutò in rabbia, la pioggia in una terribile grandine, che distrusse ogni cosa. Non risparmiò il più minuscolo alito di vita: non un filo d’erba rimase per farsi accarezzare dalla rugiada, non una foglia ad ascoltare il canto dei pettirossi. La dea della giovinezza, della fertilità divenne furia; non era più gioiosa, era temibile.
Gli dei implorarono Demetra di mettere fine quello scempio, ma ogni supplica fu inutile. Nulla l’avrebbe fermata se non le avessero restituito sua figlia. Zeus allora si decise, giudice delle vicende di dei e mortali. Core sarebbe potuta tornare da sua madre, se non avesse assaggiato il cibo degli Inferi. Ade, infuriato, fu costretto a sottomettersi. Un giardiniere, però, con voce melliflua riferì al suo signore che la sua giovane sposa non aveva mangiato certo il pane dell’oltretomba, nemmeno una mollica; ma l’aveva vista sorbire dei chicchi di una sugosa melagrana, rossa come il sangue e la vita che ancora scorreva in lei. Ade allora si rifiutò di lasciarla andare, orgoglioso e caparbio, ma ormai anche profondamente legato a quella fanciulla, così diversa e lontana da lui. Demetra, alla notizia del rifiuto di Ade, scatenò ancora di più la sua rabbia e giurò che la sua maledizione sarebbe durata per sempre e che la terra non avrebbe più visto un solo altro raccolto. La morte avrebbe preso ogni singolo uomo, così come si era presa sua figlia.
Ma di nuovo la ferma volontà di Zeus sovrastò le voci dei due contendenti. Core aveva sì mangiato un frutto infernale, ma la madre aveva diritto a riabbracciare la figlia. Stabilì che la giovane avrebbe trascorso ogni anno tre mesi negli Inferi, con il suo sposo, mentre il resto dell’anno avrebbe potuto tornare a sentire il sole sulla pelle, insieme a Demetra.
Da allora, per nove mesi la terra fertile dà alla luce i suoi frutti e le spighe di grano ondeggiano al vento rigogliose, come i capelli biondi di madre e figlia che tornano a riabbracciarsi. La dea delle spighe torna giovane e bella, misericordiosa e gioiosa, risplende la luce nei suoi occhi chiari e la benevolenza nel suo canto. I tre mesi che Core trascorre nell’Ade sono freddi, la terra è dura e arida e niente cresce nei campi. Demetra soffre ancora, ogni anno come se fosse il primo, la perdita della sua unica compagna e dell’unico essere che essa abbia mai amato.
E fu così che la giovane Core divenne Persefone, regina dell’Ade. Fu così che il mondo conobbe l’inverno e la fame. Bellezza e orrore si confondono, eternamente, in una fanciulla dai biondi ricci che osò mangiare una melagrana.