Last Day On Earth: Slow Dancing In The Dark
A farmi i cazzi miei, Butchy.
Che cazzo vuoi?
“I cazzi tuoi” sarebbero quella troia rossa?
È Oliver. Devi venire subito.
Fottiti, stronzo.
E si fotta pure Liv. Glie l’ho detto.
Non voglio più star dietro alle sue stronzate.
Questa volta è una cosa seria.
Lui è... cazzo, vieni e basta!
Ha tra le mani un vecchio telefono con lo schermo a pezzi.
Le crepe ruvide sotto le dita gli ricordano i vecchi tempi: le nocche spaccate, le botte in faccia, la vita dura.
Allora la Devil’s era tutta diversa, non esisteva nessun affitto sopra i 200$ e il massimo dell’ambizione era fare il colpo grosso. I Rude – si facevano chiamare così quando suonavano, si facevano chiamare così quando spacciavano – passavano il tempo in strada a non combinare un cazzo di niente: uno spreco di spazio, dirà poi qualcuno.
Oliver Brown era il peggiore di loro. Sparava storto ma guidava come un pilota, non sapeva indicare Washington su una cartina ma con la alfa-metilfeniletilammina era un cazzo di genio. Aveva una Camaro rosso fuoco e quando la portava all’officina del vecchio Turner passava metà del tempo a raccontare a tutti di quella tipa o di quell’altra ancora. Tutte palle, solo storie.
“Sei proprio un cazzaro, Liv” glie lo ha ripetuto centinaia di volte. Era la loro routine: Oliver faceva l’accento esotico e lo chiamava pescatore, lui lo insultava in creolo stretto e prendeva a calci i fanali dell’auto. Alla fine si spartivano due lattine su quel tetto a Bella Vista, immaginando come sarebbe stata la vita prima o poi.
Che cazzo di tempi, mon frère. Gli è rimasto da parlare sono con una catenina di metallo con un teschio. Il retro recita un mantra: nato da diavolo, morirò da re.
Oliver Brown ha incontrato un destino molto meno solenne, riverso su un marciapiede qualsiasi di Point Breeze. Un colpo di laser e poi la violenza del diamante spaccato a forza contro gli zigomi, il naso, la bocca. La testa fatta a pezzi, quasi irriconoscibile.
L’ha pianto sulle spalle di Nadì Chapman per mesi, poi ha trovato il coraggio e si è deciso: ad andare avanti, a mettersi dietro quella storia, a comprarle un anello e chiederle di sposarlo come aveva promesso prima che le cose andassero male.
Allora non immaginava che sarebbero poi andate anche peggio. La maschera di Mooney era sempre stata dietro l’angolo, proprio sopra la mensola del bagno, in una nicchia sul tetto. Il peggiore dei cliché.
"Dimmi che c’è un motivo, Nad. Dimmi che questa storia ha un altro perché. Dimmi che non sei tu. Non puoi essere tu. Non sei tu. No, non puoi essere stata tu.”
“Speravo che la trovassi, Kris. Io non sarei mai riuscita a dirti la verità.”
La verità se la sono poi urlata addosso per mesi, in una caccia sciolta dentro la follia di una guerra tra galassie. Magnus è stato solo un fantasma ai bordi di quella storia. La vendetta d’un fratello e il dolore di un cuore tradito superano qualsiasi altra cosa al mondo. Almeno per Kris Nguyen.
Così ha sacrificato una vita intera. Il 7 Ottobre il bollettino di guerra ha raccontato d’un palazzo crollato nel Devil’s e di qualche vittima civile. C’era anche lui. Forse c’era anche Nadi. È un dettaglio a cui non ha trovato conferma nemmeno dopo il suo ritorno. Una caccia senza fine.
Devi andare avanti, Kris.
Glie lo hanno detto tutti.
Glie lo ha detto Oliver.
Glie lo ha detto Lenoir.
Lei se ne è appena andata.
In questa realtà o in tutte le altre... non sarai mai diverso. Non c'è nessun futuro possibile, nessun potrebbe essere. Devo farlo. Se non voglio fare la tua stessa fine... devo lasciarti andare.
Per un attimo il silenzio del HQ della polizia pare ingoiarselo.
Ha ancora quel telefono tra le mani ed è senza nemmeno rendersene conto che compone un numero che ha ormai imparato a memoria. Gli squilli tutti identici lo fanno sentire un po’ meno solo al mondo. Gli ricordano i vecchi tempi, le nocche spaccate, le botte in faccia, la vita dura, gli affitti sotto i 200$ dollari e la Camaro di suo fratello.
Rispondi. Anche se non ha alcun senso, ti prego, tu rispondi.