Tra tanto parlare, tra altrettanto ricordare, rimemorare, molto si perde e ben poco si aggiunge alla cognizione che potremmo farci dell’infinito dolore che ha attraversato il Novecento europeo. Varlam Šalamov non permette inganni di sorta.
La descrizione di cosa è stato il Gulag, esteso per tutta la Siberia, fino all’estremità orientale della Kolyma, per i milioni di persone che l’hanno popolato con la loro sofferenza e morte, non si fa stemperare e addolcire da qualche giorno di lettura o da qualche fremito emozionale su schermo, come è stato fatto, purtroppo, con la Shoah. No. Non si può. Non lo permette la scrittura di Šalamov che il lettore italiano, attento, ma non sempre e non per tutto ciò per il quale val la pena essere attenti, dovrebbe conoscere per i libri pubblicati da Adelphi e da Einaudi. Due le versioni dei Racconti della Kolyma, nel 1995 quella della casa editrice di Calasso; nel 1999 quella einaudiana di ben 1300 pagine. Adelphi ha proseguito pubblicando altri suoi testi: La quarta Vologda e Višera, per arrivare a questa raccolta di testi scritti, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dal titolo Tra le bestie la più feroce è l’uomo. Libro che testimonia la grandezza letteraria di Šalamov, se ce ne fosse stato bisogno, e il suo incardinarsi nella grande, grandissima tradizione dei narratori/poeti russi, ma soprattutto a superarla, a percorrere una strada nuova.
Oltre l’appagante sortilegio di Adorno, quando afferma che dopo Auschwitz non è più possibile fare poesia, ci sono i racconti della Kolyma che dicono il contrario perché «Kolyma, Auschwitz e Hiroshima non si possono comprendere restando dentro la struttura psichica dell’auro secolo XIX», come scrive Irina P. Sirotinskaja curatrice del libro.
Šalamov non è un memorialista, o meglio, lo è nell’unico modo consentito da chi ha attraversato l’orrore. Il danno maggiore, e voluto dal sistema staliniano, del Gulag poteva essere stato quello di sottrarre alla cultura russa ed europea un poeta per consegnarci un testimone, al quale si può sempre rimproverare la sua inattendibilità, la sua immaginazione. Ma la radice poetica di questa testimonianza, e quindi la sua verità – perché la poesia è in rapporto essenziale con la verità – è riemersa, forse, con ancora più forza e determinazione. Basterebbe leggere le intense e straordinarie pagine dedicate a Boris Leonidovič Pasternak e ai suoi ultimi anni per accorgersi di cosa il terrore rivoluzionario ha comportato per la cultura russa, quali valori ha scardinato, quali potenzialità ha sopito e quali ha scatenato. È un ritratto commosso quello dell’autore del Dottor Zivago, ma privo di qualsiasi compiacimento. La stessa contiguità di molti intellettuali con il terrore è affrontata sine ira, come dato naturale dell’umano procedere nella Storia, a contrastare il quale non potrà essere l’astratta enunciazione di principi e programmi politici, sociali ma solo la consapevolezza che «il fondo dell’animo umano è sfondato, c’è sempre qualcosa di più brutto, un’abiezione ancora peggiore di quelle che già conoscevi, che avevi visto e compreso».
«Quand’è che si perde l’ultima parvenza umana? Come si scrive tutto questo?». Šalamov si è domandato a più riprese. Ed è per tentare di rispondere a questa domanda che ha scritto: «la differenza fra il carcere e il lager» è che il primo «rinforza il carattere», il secondo «fa marcire l’animo umano». La bellezza di Šalamov sta in una scrittura che non rivela soltanto la natura tremenda del lager ma riesce a trascenderla senza per questo rendere la scrittura una sorta di blasfema sublimazione. Il peggio sarebbe comprendere il tremendo del lager, nazista o staliniano poco importa, per restituircelo come un concetto astratto, un semplice dettaglio nella e della Storia. In fondo l’insensatezza senza requie e confini, senza tregua, da cui è nato e prodotto è stata anch’essa un’astrazione, un programma, un’idea.
«Una volta chiesi a Varlam Tichonovič Šalamov: “Come vivere?”. Mi rispose: “Con i dieci comandamenti. Lì è detto tutto”».
Varlam Šalamov, Tra le bestie la più feroce è l’uomo, Adelphi, pp. 468, € 24,00