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L’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali interviene con toni duri nel dibattito relativo alla gestione del lupo
Si inizia ad implementare la narrazione del lupo “dannoso"e pericoloso, per giustificare la caccia di sterminio che intendono attuare. Dopo più di un anno molto denso di battute al cinghiale, anche tre al mese nella mia zona, di caccia di selezione ai caprioli, non si incontrano più animali nei nostri boschi, anche le tracce sul terreno sono ormai rare a vedersi. Di conseguenza il lupo è costretto ad avvicinarsi agli allevamenti e agli uomini per sfamarsi. La soluzione umana, come sempre, è la morte per gli animali liberi. Fate schifo.
Barbara Poggio (*)
Di recente è tornato in voga il tema del “paradosso nordico”, utilizzato per argomentare l’inutilità dei corsi di educazione affettiva, sessuale o alla parità: dal momento che alcuni Paesi del nord Europa sembrano avere tassi più alti di femminicidi si dice “Vedete? Anche dove c’è più parità di genere e più educazione su queste tematiche, la violenza non diminuisce, per cui questi percorsi non servono”.
Lo hanno sostenuto il ministro Valditara e la ministra Roccella, lo ha riportato alla mia attenzione anche l’onorevole Sasso quando ho partecipato all’audizione presso la Commissione Cultura della Camera, ed emerge sistematicamente in molti commenti social quando si parla di femminicidi.
Spiace in particolare che a utilizzare questa argomentazione siano persone che ricoprono ruoli politici di rilievo, perché non solo è fuorviante, ma anche scientificamente infondata.
PIU' VIOLENZA O PIU' CAPACITA' DI RICONOSCERLA?
Le uniche evidenze scientifiche di cui disponiamo ci dicono infatti che:
• nei Paesi più egualitari le donne hanno più strumenti per riconoscere la violenza come tale (non viene normalizzata o minimizzata);
• esiste maggiore fiducia nelle istituzioni e nei servizi, e di conseguenza una maggiore propensione a denunciare o a rispondere alle indagini su questi temi;
• i sistemi di registrazione e presa in carico sono spesso più attenti e strutturati.
In altre parole, i tassi più alti non indicano necessariamente più violenza reale, ma più riconoscimento e visibilità della violenza.
Quando poi si distinguono meglio i dati (violenza da partner attuale vs da ex partner, tipo di violenza, caratteristiche dei contesti), il quadro cambia: nei Paesi più egualitari la violenza nelle relazioni in corso tende a essere più bassa, e le donne riescono maggiormente a uscire da relazioni violente.
IL FEMMINICIDIO E' LA PUNTA DI UN ICEBERG
E’ utile inoltre ricordare che la violenza di genere non è fatta solo di omicidi: è un continuum che comprende controllo, svalutazione, violenza psicologica, economica, sessuale, stalking, fino – in una minoranza di casi – al femminicidio. Il femminicidio è l’esito estremo di processi che maturano nel tempo. Valutare l’efficacia dell’educazione sessuo-affettiva guardando solo al numero di femminicidi è, semplicemente, un errore di metodo.
È come dire che l’educazione stradale non serve perché non ha azzerato gli incidenti mortali.
LA VIOLENZA COME REAZIONE ALL'EMANCIPAZIONE
Una ricerca recente sui femminicidi in Italia (“Femicides, Anti-violence Centers and Policy Targeting”, Senato/Sapienza) mostra che il rischio di femminicidio è più basso nelle aree rurali e più alto nei contesti urbani, dove in genere l’emancipazione femminile è maggiore. Questo risultato viene letto in coerenza con l’ipotesi del backlash: in contesti ancora segnati da norme patriarcali, l’aumento dell’autonomia femminile può incontrare reazioni violente da parte di alcuni uomini.
Nello stesso senso, le rianalisi dell’indagine FRA 2014 indicano che nei Paesi nordici gli episodi di violenza “nel corso della vita” sono dovuti soprattutto alla violenza di ex partner (in contesti dove è più facile separarsi da uomini violenti), mentre la violenza esercitata dal partner attuale risulta più alta proprio nei Paesi con maggiori disuguaglianze di genere.
Non è quindi l’emancipazione a “creare” il problema, ma la reazione di chi non accetta la perdita di controllo: non a caso, molti femminicidi avvengono nel momento della rottura della relazione, quando la donna prova ad andarsene, a mettere un limite, a riprendersi la propria vita.
L'EDUCAZIONE ALL'AFFETTIVITA' E ALLA SESSUALITA' SERVE?
Se vogliamo capire l’impatto dell’educazione affettiva, sessuale e alla parità, non dobbiamo guardare solo al numero annuale di femminicidi, ma a ciò che sta a monte:
• gli atteggiamenti verso il consenso e il rispetto;
• gli stereotipi di genere e il linguaggio sessista;
• la capacità di riconoscere i segnali precoci di controllo e violenza;
• le dinamiche nelle relazioni affettive tra adolescenti e giovani;
• la propensione a chiedere aiuto e a denunciare.
Su questi piani, la letteratura internazionale è piuttosto chiara:
i programmi ben progettati di educazione sessuo-affettiva migliorano le conoscenze, gli atteggiamenti e alcuni comportamenti, riducono la violenza nelle relazioni giovanili e aiutano ragazze e ragazzi a non normalizzare la violenza.
In sintesi, il cosiddetto “paradosso nordico” non dimostra l’inutilità dell’educazione affettiva e sessuale.
Anzi, se lo leggiamo con gli strumenti che la ricerca ci offre, ci ricorda una cosa importante: per ridurre la violenza non basta aspettare che “si vedano i risultati” sui dati più estremi.
Bisogna guardare a tutto il continuum della violenza e lavorare su cultura, relazioni, istituzioni e diritti, a partire proprio dall’educazione.
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(*) Barbara Poggio è una sociologa italiana, professoressa ordinaria di Sociologia del Lavoro e dell’Organizzazione e Prorettrice alle Politiche di Equità e Diversità presso l’Università di Trento. È una delle principali studiose in Italia sui temi delle disuguaglianze di genere, del lavoro e delle organizzazioni.
i pro vita arrabbiatissimi e indignati perché delle persone adulte e consapevoli scelgono legalmente di interrompere la propria vita in una nazione in cui questo è lecito e legale, e mai pervenuti quando c'è da sfilare contro guerre e genocidi io non li capisco, credo di non comprenderne il significato, lo ammetto
The soldiers film themselves so you don’t have to.
C'è un sito che archivia migliaia di filmati, testimonianze e prove del genocidio a Gaza e Palestina (tra cui 289 episodi documentati in cui l'esercito terrorista di Israele blocca soccorsi e ambulanze). La Corte dell'Aia lo conosce, guardatelo anche voi

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Una bambina immigrata di 6 anni viene ammanettata con le mani dietro la schiena, perquisita e arrestata. Negli USA che assomigliano sempre più all'Iran
"Fecero il deserto e lo chiamarono pace"
(Tacito)
Questo è Otto.
Vive nel mio bagno e ha scelto come rifugio una zona tranquilla accanto alla mia orchidea. Ogni giorno gli lascio un bastoncino di cotone imbevuto d’acqua, proprio dove si trova: sulla pianta, dietro il wc o vicino al mobile del lavabo. E lui arriva, con delicatezza, a bere.
La mia prima reazione? Avrei potuto eliminarlo.
Ma perché dovrei farlo?
Non ho scelto la paura né il disgusto. Ho scelto il rispetto.
Otto è minuscolo rispetto a me.
Eppure, nella rete invisibile dell’equilibrio naturale, lui conta.
Conta più di quanto io possa immaginare.
Ogni creatura, anche la più piccola, ha un ruolo.
I ragni, ad esempio, tengono sotto controllo altri insetti, proteggendo le piante e contribuendo alla salute degli ambienti in cui viviamo.
La natura non fa nulla per caso.
Ogni forma di vita ha un senso, uno scopo, un contributo.
Essere gentili con le creature più piccole è un atto potente.
Invito tutti a riflettere sul linguaggio che usiamo:
non sono “schifose” né “inutili”.
Sono parte di questo mondo, esattamente come noi.
(web)
"Ma proprio perché aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli insuccessi, dell'incuria e dell'errore. Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l'ordine. La pace s'instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che noi abbiamo tentato d'infondervi. Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente. Se i barbari s'impadroniranno mai dell'impero del mondo saranno costretti ad adottare molti dei nostri metodi; e finiranno per rassomigliarci...."
- Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar pag. 266

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Legge sulla caccia, il centrodestra ci riprova: tornano i fucili in spiaggia e si spara tutto l’anno (anche alle specie protette)
Favori ai bracconieri, caccia dai natanti in movimento, uso del silenziatore: le commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato sono pronte a esaminare (e approvare) gli emendamenti.
Lollobrigida sta riprovando a far passare questa schifezza, che il Fatto aveva già svelato a maggio,
Se il ddl Malan passasse, avremmo quesito scenario:
“A leggerli, uno a uno, viene da pensare sia una specie di incubo, o la sceneggiatura di un film dell’orrore. Eppure sono lì, con le firme dei senatori della Repubblica (di centrodestra) gli emendamenti al già controverso – per usare un eufemismo – disegno di legge che punta a stravolgere la legge sulla caccia (ddl Malan). Nell’ipotesi neanche troppo azzardata che vengano tutti approvati, perché d’altra parte la maggioranza ha i voti per farlo, ci troveremmo questi scenari: fucili spianati su scogliere,spiagge libere e addirittura nelle aree dove sono presenti stabilimenti balneari mentre, poco più al largo, un gruppo di cacciatori spara da un’imbarcazione in movimento; chilometri e chilometri di reti per la cattura di uccelli posizionate ovunque nei boschi, lungo i valichi montani, in mezzo ai prati; uccisioni di specie protette: da quelle appartenenti all’avifauna, in cattivo stato di conservazione, fino agli stambecchi (che sulle Alpi si erano già praticamente estinti, a causa dell’attività venatoria) e, persino, attraverso i piani di abbattimenti regionali, agli sciacalli dorati, che contano poche centinaia di esemplari in Italia, e il cui status passa da strettamente protetto a protetto (come avvenuto per il lupo)”.
Questo governo è una schifezza e quello che stanno facendo contro annuali e abbiente è una e loro più grandi carognate.
Andrea Scanzi
Definisci bambino.
Con un tono a metà tra arroganza e preoccupata ironia Federico Rampini ha definito i paesi riunitisi oggi in Cina, per il vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione, “il resto del mondo”. Rampini sa che in realtà il resto del mondo siamo noi occidentali, esclusi dall’incontro. Sa che i capi politici invitati a Tianjin rappresentano 3 miliardi di persone, mentre UE, GB e USA insieme non arrivano a 900miloni. Rampini però ci scherza su, fa la battutina per dissimulare un fatto storico oramai chiaro ed evidente: la marginalità dell’Europa.
Gli Stati Uniti, quantunque in declino, conserveranno ancora per un po’ un grado di influenza notevole. La loro l’economia resta la più importante del pianeta. E il loro esercito è ancora quello più teconologico e grande, con alle spalle una significativa esperienza sul campo.
La centralità unilaterale degli USA non è però più sostenibile. Non lo è per il loro debito stratosferico e per la sempre più debole forza del dollaro. Non lo è per la sempre più grande importanza dei paesi asiatici che Xi Jinping ha messo insieme (tra cui due paesi tra loro ostili, India e Pakistan). E non lo è soprattutto per la crisi etico-politica che ha eroso lo spirito imperiale americano. Se sino a venti o trent’anni fa poteva apparire normale che un cittadino americano si arruolasse e partisse per combattere in una guerra lontana in nome dei valori americani, oggi questo fatto non è più scontato.
Il cosiddetto sogno americano è fasullo. È una bufala hollywoodiana. La stessa ascesa di Trump ne è la rivelazione: dietro la vecchia retorica dell’impresa, dell’individuo che con le sue capacità si risolleva e trova le risorse per potersi esprimere e affermare si nascondeva ciò che Trump ora esibisce ogni giorno, e cioè l’arbitrio del potere, l’uso volgare della forza, la tutela degli interessi dei dominanti, la strafottenza dei ricchi sui più poveri, il razzismo del capitale verso i lavoratori, e tutto questo condito con una cultura edonista miserabile e adolescenziale, anche nelle sue punte sedicenti progressive, come nel caso delle degenerazioni della woke.
A fare le spese della perdita di centralità degli USA siamo per il momento noi europei che ci siamo bevuti tutte quelle sciocchezze. È questo un fatto epocale, di cui si ha cognizione da molto tempo, ma che ora si manifesta in tutta la sua brutalità: per la prima volta nella storia non è l’Europa che colonizza gli altri, ma sono gli altri che esercitano su noi europei il potere della sottomissione e dello sfruttamento.
Nell’arco di pochi anni gli USA ci hanno costretti a una guerra che non volevamo e che era contro i nostri interessi. Dopo averci fatto pagare cara la rottura commerciale con la Russia ci hanno spinti a comprare le loro materie prime a prezzi raddoppiati. Ora però decidono di disimpegnarsi dal conflitto ma ci obbligano a farci carico delle responsabilità militari. Ci impongono dunque di comprare tonnellate di armi, prodotte dalle loro industrie, ma pagate con soldi nostri, che tra l’altro non abbiamo. Per rendere tutto più comico, gli USA progettano pure di levare le sanzioni alla Russia, che invece noi teniamo e incrementiamo in modo irrazionale, spesso a nostro stesso danno. In tutto questo, come se non bastasse, gli USA svalutano la loro moneta e impongono i dazi ai nostri prodotti con la minaccia di quadruplicarli qualora ci saltasse in mente l’idea di fissarne di nostri sulle merci statunitensi.
Siamo un continente colonizzato. Siamo un ammasso di paesi politicamente falliti, uniti sotto un’unica bandiera, quella dell’Ue, priva di reale significato che non sia il frutto di artifici a cui crede la minoranza più privilegiata degli europei. Presi singolarmente i nostri singoli stati sono politicamente sfibrati, svuotati di ragioni morali, guidati da gruppi dirigenti legittimati da un sistema economico teorizzato negli Usa, il quale esige che i governanti siano dei perfetti imbecilli o che si comportino come tali. Paesi come Francia e Germania hanno oggi un personale politico di infimo livello, tanto che persino una scappata di casa come a Giorgia Meloni, del resto cresciuta fuori dai salotti europei, riesce a fare bella figura.
In Europa non c’è più cultura politica. Il liberalismo è una barzelletta popolata da servi del capitale o da personaggi ridicoli. Il pensiero socialista non esiste più se non attraverso sigle vuote; sopravvive al massimo in qualche isolata personalità. Il marxismo è stato ridotto invece a una delle tante teorie accademiche, a “un bene di cultura”, ma politicamente è marginalissimo. Il pensiero cattolico sociale ha ancora qualche forza, ma è in crisi con se stesso: sul piano culturale si è fatto scioccamente ingabbiare sui temi etici e, politicamente, non sa o non accetta che l’unica partita che può giocare oggi è all’opposizione recuperando il proprio dossettiano spirito anticapitalista: il compromesso tra cattolicesimo sociale e libertà di mercato non è più possibile (non lo è mai stato) ed è folle riproporlo, a meno di non svolgere un ruolo puramente servile, come quello di Comunione e liberazione.
In compenso però in Europa pullulano i neofascisti, spesso molto vicini alle forze conservatrici tradizionali. E più la crisi morde, più gli USA ci bastonano e più questi gruppuscoli crescono e si radicano.
La sintesi di tutto questo è che ora noi siamo il resto del mondo, siamo lo scarto del potere americano. Cina, India, Russia e persino la Turchia progettano un nuovo ordine mondiale dal quale saremo tagliati fuori. Non solo dobbiamo ancora subire l’egemonia americana, ma ci prepariamo a subire presto anche quella asiatica.
Paolo Desogus
Niente Papa, vescovi e cardinali, attivisti del Meeting di Rimini. Forse hanno perso la voce o battuto le mani così forte per il Presidente del consiglio che si sono accalorati e poi ammalati. Nessuno di quelli, ma tanta gente che vuole solidarietà e pace.
GlobalSumudFlotilla
Alla fine, Francesca Albanese ha risposto. Ha risposto all’arroganza brutale degli Stati Uniti.
E lo ha fatto con la voce limpida, incrollabile, di una donna libera, coraggiosa, incorruttibile.
Da Bogotá, dove si trova per raccontare al mondo l’orrore inenarrabile di Gaza, Francesca non si è nascosta. Non ha chinato la testa, non ha abbassato lo sguardo. Ha fissato dritto negli occhi l’arroganza imperiale di Washington, il ghigno tossico del trumpismo, la viltà vigliacca di chi, come Marco Rubio, usa le sanzioni come un’arma mafiosa per intimidire chi dice la verità.
La sua risposta? Potente, precisa, intransigente. Uno schiaffo morale a chi vorrebbe zittire la giustizia con la minaccia e il ricatto.
“Le sanzioni contro di me sono una grave violazione della Convenzione Onu sui privilegi e le immunità. È un precedente pericoloso. È un avvertimento per chiunque osi difendere il diritto internazionale, i diritti umani, la giustizia e la libertà.”
Parole che pesano come macigni, parole che frantumano la maschera ipocrita di chi blatera di “libertà” mentre reprime ogni dissenso.
Francesca Albanese non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro. Anzi, ha rilanciato con il peso della verità, con la forza della legge internazionale dalla sua parte. Una donna sola, sì, ma armata di dignità, contro un impero costruito sull’impunità.
E mentre lei resiste, in piedi, lo Stato italiano si inginocchia. Il suo silenzio è un tradimento, il suo immobilismo è complicità.
Dov’è finita la “Patria”, sbandierata da chi governa?
Dov’è la diplomazia, che dovrebbe difendere un’alta funzionaria ONU, cittadina italiana, aggredita per aver svolto il suo lavoro con onestà, rigore e coscienza?
Dov’è la voce dell’Italia, quando serve?
Non c’è. Non una parola, non un gesto. Solo un vergognoso silenzio, un silenzio che puzza di vigliaccheria e servilismo. Una resa senza dignità.
Francesca Albanese non è sola, perché con lei c’è chi crede nella giustizia, chi non si piega all’ingiustizia travestita da potere. Ma lo Stato italiano, il suo Stato, l’ha lasciata sola, abbandonata.
E lasciatelo dire con chiarezza, senza giri di parole,
questa è una vergogna nazionale, una macchia indelebile.
Una donna italiana, relatrice delle Nazioni Unite, messa nel mirino da una potenza straniera per aver osato dire la verità. E noi? Zitti, immobili. Anzi, c’è pure chi applaude i carnefici.
Ma Francesca è più forte di tutta questa miseria.
E proprio per questo, oggi possiamo dirlo, senza retorica, senza esitazioni: abbiamo di fronte una delle più grandi italiane del nostro tempo.
E questa non è un’opinione,
è un fatto.
E chi non lo vede, è perché ha scelto da che parte stare: non dalla parte della giustizia, ma dalla parte del sopruso.
Soumaila Diawara

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La feccia umana
12 agosto 1949. Nirim, deserto del Negev, Palestina. I militari israeliani ricevono un ordine scritto dal comando: "Dovete sparare per uccidere ogni arabo nel vostro settore".
La zona è inospitale, vivono solo due tribù beduine palestinesi, i militari dell'IDF scorgono un uomo e una ragazzina, mirano all'uomo e lo uccidono. La ragazzina viene rapita, portata nell'avamposto militare e rinchiusa in una baracca.
Lungo la strada incontrano una mandria di cammelli al pascolo. Il convoglio si ferma, i militari scendono dai mezzi, estraggono le armi e aprono il fuoco. Sessanta cammelli vengono uccisi a colpi di mitra.
È sera. I militari sono a cena, tre lunghe tavolate. Entra il comandante dell'avamposto, il sottotenente Moshe, ha una proposta per i soldati: "Abbiamo un'araba nella baracca, lascio a voi la scelta, volete che diventi la nostra cuoca o la nostra schiava sessuale?" Scrive Haaretz "I militari rispondono entusiasti, sco-pa-re, sco-pa-re".
Stabiliscono i turni: prima gli ufficiali, poi i soldati. Gli autisti degli ufficiali protestano "vogliamo partecipare anche noi!" "Calma" dice il comandante "verrà anche il vostro turno, come anche per il cuoco, l'infermiere e il medico"
Il comandante ordina di prelevare la ragazzina e di tagliarle i capelli. La conduce nella doccia, la lava con le sue mani e la stupra davanti ai soldati che osservano.
L'idea piace a un altro ufficiale che decide di stuprarla allo stesso modo. La ragazzina viene stuprata per tre lunghi giorni da 20 militari dell'IDF.
La storia della ragazzina palestinese stuprata a turno la conoscono in tanti, troppi, la voce arriva a Ben-Gurion, che ordina di riportarla nel villaggio da dove era stata rapita.
Ma le condizioni di salute della ragazzina sono gravissime, ha perso conoscenza, ha bisogno di cure urgenti. Alcuni militari, su ordine del comandante dell'avamposto, contraddicendo agli ordini di Ben-Gurion, la caricano su una jeep, la portano nel deserto e la uccidono con un colpo al cuore. Scavano una buca, scoppia una lite tra i militari, nessuno vuole più scavare, la buca è di soli 30 cm, la gettano dentro, la cospargono di benzina e la ricoprono con la sabbia del deserto.
Ben-Gurion va su tutte le furie, un sottotenente non ha eseguito un suo ordine. Decide di dargli una lezione. Pretende che venga processato in segreto da una corte marziale per stupro e omicidio e che gli atti del processo vengano secretati. Il comandante dell'avamposto viene condannato a 16 anni, gli altri militari stupratori, compreso gli esecutori dell'omicidio, a pene simboliche.
Gli atti processuali verranno desecretati solo nel 2003, visionati da alcuni storici e pubblicati da Haaretz, poi dal Guardian.
Cito due episodi agghiaccianti emersi dagli atti processuali: • viene rilevata l'impossibilità di dare un nome alla ragazza poiché "nessuno dei soggetti con cui ha avuto contatto ha chiesto il suo nome"; • L'età della ragazza è incerta in quanto "alcuni militari riferiscono che avesse 18-19 anni, altri 13-15, altri ancora, 10 anni" (!)
Lo storico israeliano Benny Morris, intervistato da Haaretz su questa vicenda, ha affermato che, durante le sue ricerche negli archivi militari israeliani è rimasto "sorpreso dalla quantità di casi di stupro" "molti dei quali si concludono con l'omicidio della vittima"
* Fonti: vari articoli di Haaretz (consultabili in un unico link), Al-Arabiya, Diario di Ben Gurion.
NON E' COMINCIATA IL 7 OTTOBRE
Via Daniela Valdiserra
Le immagini dell’esercito israeliano che spara sui civili a Gaza (Video) - Internazionale
I video provenienti dalla Striscia e verificati da Le Monde mostrano i militari aprire il fuoco sui palestinesi che cercano di raggiungere u
Da quando il governo israeliano ha affidato la distribuzione degli aiuti alimentari alla Gaza humanitarian foundation, nella Striscia di Gaza ci sono state quasi ogni giorno stragi di civili palestinesi che cercavano di riceverli. Secondo i dati del ministero della sanità del territorio controllato da Hamas, considerati affidabili dalle Nazioni Unite, dal 27 maggio sono state uccise circa seicento persone vicino ai centri di distribuzione e più di quattromila sono rimaste ferite.
Le Monde ha verificato i video girati il 31 maggio in cui si vedono dei soldati israeliani sparare sui civili nell’unico centro aperto quel giorno. Il quotidiano francese ha raccolto anche la testimonianza dell’autore di uno dei video, Malik Rami Abu Raida, di 17 anni. L’analisi delle immagini, la geolocalizzazione e i racconti non lasciano dubbi sulle responsabilità dei militari, nonostante le smentite del governo di Tel Aviv.