Cara T., in questa fredda notte di dicembre, sono seduto sulla mia scrivania, intento a leggere una raccolta di lettere che uno scrittore mandò, in vita, ai propri affetti.
In un mondo come il nostro, dove la comunicazione corre piĂą veloce dei pensieri che la generano, riscopro con piacere la forza di “quel piccolo rettangolo bianco che è tela dell'anima, ove imprimere se stesso in direzione dell'altro”.  Â
Così ho pensato di rispolverare questa antica arte che, nel passato, occupava il tempo ed il desiderio delle persone di mantenere forte e saldo il legame di affetto, attraverso le lande e gli oceani che questa terra frappone, a volte, tra gli esseri umani. Â
 Come ben sai, in questo ultimo periodo ho preso il mio cuore sparpagliato ai quattro angoli del mondo e l'ho ricondotto finalmente a casa.Â
Ho provveduto a nutrirlo solo di cose belle – sai, quelle cose che non osserva piĂą nessuno - di minestra calda, di parole dimenticate, di musica leggera e di quel minuscolo fiore bianco, tanto curato da mia madre, che ora sembra osservarmi come testimone silenzioso delle mie stravaganti attitudini.Â
Ti prego di non dubitare della mia sanità mentale: faccio ordine nei miei pensieri, affinchè tu possa navigarci abilmente, perchè sono consapevole che la mia mente resta pur sempre - una fitta foresta -
 Questa sera, piĂą che mai, non avevo voglia di scrivere al mondo perchè il mondo a me non ha mai scritto e tuttavia, mi sono ricordato che, prima di te, mi era sempre mancata una T., come quando mancano le rose nel proprio giardino.Â
Così, come un vecchio giardiniere assoldato da qualche annoiata nobildonna di Orleans, mi chino su queste poche righe, dove poso il mio sguardo per farti sapere che, a me, i tuoi petali sono cari.
 In questo – nuovo – mondo, dove siamo tutti estranei, il mio cuore prega sempre per la tua crescita.  Â
Imploro letteralmente il Signore che ti graviti dentro. Â Â
 Il mondo, in fondo, non ci conosce, perchè noi non conosciamo lui.Â
 Ma io so con quanta forza le tue radici hanno premuto sulla terra, per innalzarti in bellezza. Â
Tutto ciò che è saldo nell'esistenza, attraversa il tuo gambo verso il cielo e si dispiega in colori. Â
 Se avessi un erbolario, scriverei “T., raccolta a Marzo”. Â
Il mio giardino è molto piccolo, amica mia.Â
Così faccio un bouquet minuscolo – che se la dimensione lascia a desiderare – non così l'intensitĂ del suo profumo.Â
Molti, a questo mondo, tendono a vantarsi di possedere “intere serre”.
 Così, se dovesse capitare di trovarti a sorridere a pochi altri fiori, nel mio piccolo bouquet, ti prego di ricordarti che – se ce ne fossero molti – non verrebbero indossati sul seno – ma lasciati a morire indistintamente in un qualche sperduto pascolo.  Â
Così io mi chino e ti indosso, amica mia, mentre vado a dormire, coprendoti con la mia mano, sapendo di svegliarmi all'indomani “insieme al mio fiore”. Â
Capisci perchè mi  fa sorridere quando  dici “non mi scrivi piĂą su whatsapp”.Â
 Vedi, questo è il mio modo di scriverti e di dirti le cose: prodigioso -insensato- folle- il fatto  che abbia bisogno piĂą di trecento parole per spiegarti cosa sento.Â
In questo – fulmineo – mondo, dove la parola è svuotata di ogni significato, spolpata come il granchio sul tavolo di principi annoiati - io mi prendo il mio tempo.
 E' l'unica cosa che mi appartiene davvero - “l'oro che distribuisco con parsimonia”- lasciando che al suo interno maturi
 l'estate / in luogo dell'inverno - Â
la ninfa / in luogo del soldatoÂ
 o  la rosa bianca che cerca di addormentarsi sul tuo seno, cosicchè tu possa sentire l'odore del mio affetto per te. Â
Non voglio andare oltre, altrimenti rischierei di perdere il senso di quello che sento o -chissĂ - letteralmente il senno – che tanto in alto vola, quando percepisce la meraviglia.Â
Ti auguro una notte serena, così come è la mia stasera, mentre sento il freddo fuori dalla finestra, consapevole che, ora, non può raggiungermi.  Dai un abbraccio forte a D. – il buon marinaio – della tua nave.   Â