C'era il fatto, però, che in campo adesso c'erano due squadre, una di fronte all'altra: in una giocavano i forti, nell'altra i deboli; in una c'erano tutti calciatori famosi, nell'altra tutti sconosciuti; una squadra era padrona di casa, l'altra no, anche se si giocava in Germania - ma non era la loro parte di Germania. E c'era ancora un'altra cosa: l'allenatore e quelli che stavano in panchina, nella Germania dell'Est, avevano una tuta azzurra semplice semplice, come avrei potuto averla io, con una scritta enorme DDR, che sembrava cucita dalle mamme dei calciatori, proprio come la mia mamma cuciva il numero sulla mia maglia. C'era il fatto, insomma, che a me toccava fare il tifo per i più belli, i più ricchi, i più forti, quelli con le maglie e le tute migliori. E questa cosa, in fondo, mi metteva a disagio. Se nessuno mi avesse condizionato, se nessuno mi avesse detto che una Germania era come noi e un'altra era diversa da noi, se ci fossero state due squadre anonime in mezzo al campo, io avrei tifato di sicuro per la più debole, la più povera, quella con le tute comprate al mercatino dell'usato. Sarebbe stato naturale. E invece adesso mi dicevano che era naturale il contrario. Lo accettavo a fatica, anzi era come se lo accettassi, ma non mi sentivo in pace - a quel punto non è che non mi piaceva una Germania o l'altra: non mi piacevo io.
Francesco Piccolo - Il desiderio di essere come tutti















