Tutti a casa! - La leggenda del Piazz
"Cazzo io mica gioco per giocare, io voglio vincere!"
Siamo qui per provare a narrarvi le gesta di un angelo dalle ali di cera.
Non il più celebre, tutt'altro.
Ma fidatevi, se esiste un personaggio la cui fama non è riuscita a diffondersi solo per una mera questione di tempo, quello è Gabriele "il Piazz" Piazzolla.
Per chi sta da questa parte dell'oceano celebrare come leggende i più grandi atleti a stelle e strisce è un processo spesso semplice, quasi automatico. Come nell'antichità, sono gli ultimi personaggi epici le cui imprese ci sono state tramandate per via quasi esclusivamente orale, aumentandone il pathos.
Semidéi che vivaddio nemmeno l'invasione e l'evoluzione tecnologica sono riuscite a catturare.
Anche oggi, in piena era Youtube, c'è sempre qualcosa o qualcuno di speciale da qualche parte che sfugge e non può essere immortalato se non nella memoria dei fortunati testimoni.
Queste storie hanno un fascino inspiegabile, inafferrabile tanto quanto reale.
Noi siamo qui essenzialmente per onorare e contribuire a diffondere una di queste storie.
La storia è nata da questa parte dell'oceano.
Seguiteci, si entra nel mondo del Piazz...
Ed eccoci nel palazzo senza tempo dei talenti più luminosi e speciali.
A far scorrere la memoria, in questo posto si sono radunati in tanti. Talenti terreni regalati agli astri ahinoi anzitempo, da Jim Morrison a Janis Joplin, da Pete Maravich a Kurt Cobain, da Malik Sealy a Bob Marley passando per Earl Manigault, Heath Ledger e Jimi Hendrix, i nomi sono infiniti, così come lo spazio che li circonda.
Ne siamo sicuri, certi fino al midollo, da qualche parte in quel posto han messo pure un campetto da basket.
Non un parquet patinato del vostro circolo privato preferito, ma duro cemento, canestri con retine strappate e linee scolorite dalla pioggia, dal vento e dalle suole.
Lì, tra millenari colonnati di marmo roseo, tra le strimpellate di Jimi e le vittorie ad H.O.R.S.E. di Pistol Pete, a pochi metri dal tabellone smunto ne siamo sicuri, Gabriele Piazzolla sta ancora ridendo a crepapelle dopo il tunnel fatto a Wilt Chamberlain per due comodi punti in terzo tempo.
Quelli della staffa ovviamente.
Ride tenendosi la pancia mentre con l'indice sfotte il grande Wilt. Non riesce a smettere, perchè di fessi in questo modo ne ha fatti tanti anche laggiù, e anche da queste parti sembrano essercene parecchi.
Ricordiamo ancora, nitidamente, quando vedemmo quella parola. Eravamo al playground di via Dezza, nel settembre del 2006, e ci stavamo riposando su una panchina al termine di una delle tante partitelle che si affrontano in vista della pre-stagione.
Non essendo originari di Milano ed essendo entrati nel giro delle minors da poco avevamo solo sfiorato il Piazz, più che altro ne avevamo sentito parlare un casino.
Per cui quella scritta da pennarello nero sulle Nike bianche del "Galta", un altro nome storico delle minors lombarde, attirò subito la nostra attenzione.
"Galta! Ma cos'è quella scritta che hai lì?!"
"Come?! Non conosci il Piazz?! È il più grande di tutti...è morto quattro mesi fa."
La stridente distanza temporale tra quel "non conosci" e la tragica frase seguente ci colpì, lasciandoci interdetti ma insegnandoci subito la prima cosa sul Piazz e il suo mondo.
Il Piazz c’è. E in un modo talmente evidente che il desiderio di ricordarlo e fartelo ricordare sempre ed ovunque s’andasse aveva portato i giocatori più affezionati a scriversi il suo mitico soprannome dappertutto. Giocatori - ed amici - che negli anni successivi avrebbero giocato col suo nome sul petto i tornei estivi che tanto lo avevano visto protagonista e vincitore. Un modo che aveva convinto i tifosi delle squadre dove aveva giocato a tenere in alto durante le partite della Domenica lo striscione “Ciao Piazz”. O portato un giornalista di culto come Daniele Vecchi a rivelarne le gesta in un capitolo del suo libro, “Heroes”. O, ancora, trascinato sconosciuti da tutta Italia a commentare commossi - dopo aver letto l’articolo comparso sulla Gazzetta dello Sport il 30 Maggio 2006 - il blog aperto dagli amici e familiari per tenerne viva la memoria. Semplici ma sentiti saluti per un ragazzo speciale, uno innamorato come noi dello sport più bello del mondo e la cui straordinaria interpretazione era riuscita a trasmettere qualcosa di unico a chiunque l’avesse incontrato.
Il Piazz era un assolo di Jimi Hendrix. Quando iniziava ad improvvisare - o a farti il culo se ti era capitata la malaugurata sorte d'esser suo avversario - non sapevi mai quando avrebbe finito.
O meglio, non lo sapevi consciamente ma lo intuivi piuttosto bene.
In campionato semplicemente al suono della sirena finale e al termine della sua ennesima vittoria, personale quasi sempre - e magari pure di squadra.
Al playground solo dopo quota 7, 11 o 21, gli unici numeri sacri e definitivi della filosofia campettara ad ogni parallelo.
E proprio come le migliori evoluzioni musicali che il dio di Seattle creava con la sua Fender Stratocaster, la sola costante quando il Piazz giocava era una muta ammirazione calamitata dalle note che quelle dita sapevano comporre con un pallone da basket.
Se durante la partita non potevi fermarti ad applaudirlo perché quello cui stava facendo il culo eri proprio tu - e nessuno vuole fare figure di merda, nemmeno se giochi contro Jordan - quando stavi al bordo di qualsivoglia campo non potevi non tifare apertamente per lui. Esaltava.
Il senso quasi drammaturgico ma contestualmente incosciente ed istintivo di quello che gli succedeva attorno portava il Piazz a dare il meglio di sé nei finali di qualsiasi competizione.
Una testa eccezionale, così come può esserla solo quella di un vincente nato ed innamorato del proprio Gioco. Una testa ed un talento che quasi lo costringevano, lo trascinavano a raggiungere il proprio massimo soprattutto nei momenti decisivi o cruciali, a tirare fuori quel qualcosa in più che gli avrebbe permesso di sconfiggere, distruggere, anche umiliare inesorabilmente chi gli stesse di fronte.
Quando ci giocavi contro quasi lo odiavi, perlomeno volevi prenderlo a schiaffi per quella sua aria strafottente originata da una fiducia sconfinata nei propri mezzi e un desiderio inesauribile di vincere che trovavano spesso e volentieri riscontro nei fatti. Facendoti sentire impotente, al cospetto però di un grandissimo che era impossibile poi, smaltita l’incazzatura post-sconfitta, non stimare e rispettare.
Un estro alla Pozzecco con l’etica lavorativa di un Bodiroga. Una classe ed una tecnica al servizio di una ferocia sportiva tipica solo dei più grandi, e guai a pensare che il Piazz non fosse proiettato verso quel livello.
Prendendo in prestito il grande Wesley Snipes nel film di culto Chi non salta bianco è, Jimi il Piazz poteva sentirlo, non solo ascoltarlo.
Di giocatori, anche fortissimi, da vedere ed ammirare ce ne sono capitati di ogni, davanti e dal vivo. Di carriere nate ed evolute negli anni fino ai loro rispettivi apici (e crolli), pure. La costante, rarissima, degli atleti che era evidente avessero dentro un quid, delle molecole e dei neuroni speciali rispetto agli altri, era la capacità emozionante (per chi li ammirava dall'esterno) di elevare il proprio gioco quando percepivano la crescita del livello competitivo.
Il Piazz era uno di questi fortunati baciati con delicatezza in fronte dagli dèi del basket e non solo. Partiva da casa - in via dei Missaglia nel sud di Milano - con il suo motorino e già cambiato per andare a dominare in Serie D a Cusano Milanino, nella squadra dei suoi amici e del “suo” coach Oltolina. Con una facilità quasi imbarazzante, prendendosi gioco dell'avversario. Ma si sentiva dire che in C2, in C1, sarebbe stato uno tra i tanti. Buono ma non il migliore.
Troppo basso o poco atletico per essere un crack, difficile vedergli replicare gli stessi assurdi numeri.
Di quei doppi, tripli crossover incrociati sotto le gambe prima di fulminarti in uno contro uno -“alla Tim Hardaway”,come amava ricordarti dal vivo mentre caduto a terra lo guardavi segnare sorridente - dicevano che non avrebbe potuto rifarli nelle categorie superiori.
Così come quel modo frizzante e sbarazzino di interpretare la Pallacanestro. Quel modo di penetrare in area senza sapere cosa sarebbe successo il secondo successivo. Quell’insostenibile (per gli altri) leggerezza dell’essere, quell’abitudine che lo rendeva unico nel giocare senza distinzione al campetto o sui parquet più blasonati.
Tutto questo si diceva non avrebbe mai saputo inserirlo in un contesto di basket organizzato di alto livello.
Non serviva altro, a Gabri.
Alimentandosi delle sfide che di volta in volta le critiche, il campo, le perplessità o semplicemente la propria inesauribile natura competitiva gli proponevano, il Piazz semplicemente si spaccava il culo più di chiunque altro per dimostrare che - alla fine - il più forte e che avrebbe vinto sarebbe stato lui.
Troppo basso? La settimana dopo già sembrava ancor più rapido e veloce.
Poco atletico? Qualche mese più tardi lo vedevi ingrossato, più reattivo, più esplosivo.
Raccontano che al playground di parco Sempione, negli anni d'oro in cui s'incontravano ancora tanti giocatori "veri" dalla Serie A in giù, dopo 6-7 ore di 3vs3 sotto il sole tutti si trascinavano stancamente a bere alla fontanella poco distante, sfiniti.
Ma mentre facevi la coda per riempire la bottiglietta o semplicemente passarti dell'acqua sul collo ed il viso roventi, ti capitava di voltarti e vedere il campetto completamente vuoto tranne un pirla che era rimasto a saltare come un matto per provare schiacciate d'ogni tipo.
Sembrava un pirla perchè quel ragazzo di un-metro-e-ottantre non si fermava un secondo. Recuperava l’amato pallone, lo lanciava contro il tabellone e con un balzo pazzesco al volo cercava di schiacciarlo nel canestro. Non ci riusciva spesso, perchè l'angolatura del braccio quasi orizzontale e dietro la nuca mentre in aria cercava di chiudere il movimento con la palla sarebbe stata difficile anche per un atleta NBA, pensate per Lui!
Però poi vedevi che al settimo, ottavo salto finalmente la schiacciata riusciva. Stremato, lo guardavi quasi di profilo con il sole sul tramonto mentre bevevi, e pensavi, scuotendo la testa sorridendo tra te e te "..solo il Piazz". Il pensiero era comune a tutta la compagnia dei canestri che lo conoscesse: nessuno poteva essere come lui, semplicemente. Un discorso di attitudine, determinazione.
“A winner within”,un vincente dentro, direbbe Pat Riley.
Poi ti accorgevi che non era un alieno perchè correva ansimante anche lui ad assetarsi, e allora partivano le classiche frasi alla Piazz "… ehi, visto che robe? Tu manco c'arrivi, al ferro...".
Ora, parrebbe quasi legittimo pensare che questi episodi possano essere diventati il frutto di una sorta di mitizzazione che, inevitabilmente, rischia di nascere quando s'inizia a parlare di una persona che non è più tra noi. Ma per il Piazz, siam pronti a giurarlo, quanto sentito e raccontato corrisponde decisamente a sacrosanta verità. Perchè contrariamente a quel che magari succede in altri casi e con altre leggende di questo sport, tutto quello che si narra oggi del Piazz ad ormai sette anni di distanza dal suo addio lo si raccontava già quand'era vivo.
Non esistono le statistiche da playground (per fortuna..), ma siam piuttosto certi che le percentuali di vittoria per gli 1vs1, i 3vs3 e le partitelle di vario e diverso tipo vinte dal Piazz metterebbero a tacere anche gli ultimi poveri San Tommaso rimasti.
E, fidatevi, lo stupore d'oggi sarebbe esattamente lo stesso di quello che univa tutti allora.
Ah, e se poi qualche perditempo se ne saltava fuori dicendo che avesse un tiro incostante? Al campetto ti segnava con il suo classico step back dagli otto metri le ultime tre triple per la sua vittoria e la tua umiliazione.
Magari non eri stato tu a dirlo, magari manco lo conoscevi quel tizio che aveva osato metterlo in dubbio, ma al Piazz non importava. Ti spiattellava in faccia, nero su bianco come se fossi tu l'ambasciatore di tutti, quanto fosse sempre più forte e determinato Lui rispetto al resto del mondo che l’aveva sfidato.
Una sfida che si riproponeva all'inizio di ogni estate, di ogni stagione, di ogni partita. Dopo aver scalato alla faccia di molti le categorie del basket italiano fino a diventare protagonista in B1 con Treviglio, ancora il Piazz aveva fisse nella mente tutte quelle voci. Aveva fissi davanti ai suoi occhi i volti degli avversari, magari più grandi di lui, che in B1 ci giocavano da una vita e pensavano di poter avere vita facile con quel tipo.
Aveva fisso in mente l'allenatore avversario e il suo sorriso beffardo che sembravano schernirlo, convinto che una difesa da B1 avrebbe messo in ginocchio agevolmente quel giocatore tanto funambolico quanto discontinuo.
Il mondo sembrava aver ragione a volte, come durante quella trasferta a Cento, una delle ultime partite di quella stagione in B1 con un altro suo grande coach, Cesare Ciocca. Per tre quarti il Piazz svolse il compitino giocando da playmaker passatore (ah già… aveva pure una buona visione di gioco), difendendo forte come sapeva fare, tirando semplicemente sugli scarichi, quasi apparentemente frenato dal desiderio di dimostrare che poteva adattarsi a qualsiasi sistema, qualsiasi livello. A tutto, pur di rimanere lì e prepararsi all'ennesimo salto verso la prossima categoria, la prossima sfida.
Poi... eheh... poi successe che Treviglio andò sotto nel punteggio. Il quarto quarto appena iniziato.
Al Piazz s'accesero gli occhi.
Una scintilla sembrò scuoterlo da testa a piedi, elettrizzandolo. Era la solita, inspiegabile, irreplicabile ed affascinante fiamma che gli aveva fatto vincere centinaia di 1vs1 al campetto o decine di partite in volata, fossero in C2, in un 3vs3 all'aperto o in una partitina d'allenamento con la squadra di Promozione degli amici storici.
Cento però non lo sa, non conosce Quel Piazz. Conosce solo Gabriele Piazzolla, ventenne di talento entrato da poco e senza troppi clamori nel giro della B1. Quando Gabri prende palla e segna la sua seconda tripla della gara, la prima con Il Suo Stile dopo tre-quattro palleggi e il classico tiro cadendo all'indietro per evitare la stoppata, nessuno s'allarma particolarmente. La seconda, da più lontano, arriva poco dopo. Qualche tarlo nel cervello degli avversari inizia a farsi strada, ma non così a fondo da correre ai necessari ripari.
"Coglioni, non avete capito nulla…" sembra pensare il Piazz. L'ha pensato spesso nella sua carriera, e la maggior parte delle volte non ha mancato di trasformare lo sfrontato pensiero in coloriti insulti. Diretto, come un gancio di Alì. Un trash talker come pochi, quegli anni. E sincero, totalmente. Forse troppo, abbastanza da lasciarsi qualche nemico giurato alle spalle e parallelamente migliaia di amici per la pelle a coprirgliele.
Il Piazz riceve da uno scarico. È libero, potrebbe tirare o così sembrerebbe ordinare il manuale del bravo giocatore professionista.
Finta e rapida partenza incrociata in palleggio. Il difensore, già sbilanciato dal primo tentativo di recupero su quello che a tutti gli effetti sembrava l'inizio di un tiro, ora è completamente fuori dai giochi. La strada verso il canestro quasi completamente aperta, ma la testa del Piazz non ragiona come quella di noi comuni mortali. Il difensore tenta ancora disperatamente di frenare la penetrazione. Ma Gabri non penetra. Torna indietro con un palleggio d'arretramento sotto le gambe.
Ancora una volta il micidiale step back del Piazz.
L'avversario oltre che sPiazzato è pure stupito ed umiliato da quegli incomprensibili (per lui) cambi di direzione che l'hanno messo sulle ginocchia.
Il Piazz si alza, il tradizionale tiro, compatto e in sospensione, entra nel canestro e sferza la retina.
Tre punti e rimessa dal fondo con qualche dubbio in più sul fatto d'essersi clamorosamente sbagliati.
L'immancabile dedica (...) alla difesa e al tifo di Cento arriva automatica, così come un altro canestro col suo marchio indelebile. Questa volta è panico totale, ma è troppo tardi. Il Piazz segnerà 15 punti nel solo ultimo quarto, trascinando Treviglio alla vittoria e lasciando al palo una Cento muta e sconvolta.
Per chi tra il pubblico sugli spalti o davanti la tv ha visto per la prima volta Gabriele Piazzolla, è un fulmine a ciel sereno, lo stupore dipinto sul volto.
Per quelli che conoscono il Piazz da tempo, la reazione è semplicemente un sorrisino soddisfatto di chi sa qualcosa che il resto del mondo ignora. Quelle robe Gabri le ha sempre fatte, mai dubitato che ci sarebbe riuscito anche a quel livello. Addirittura, ama ricordare uno dei suoi coach ed ora allenatore di Serie A Giorgio Valli, era un talento talmente ancora in potenza e pronto ad esplodere che non c'erano dubbi che sarebbe potuto arrivare fin dove avesse voluto. Sì, anche in Serie A... Un talento da coltivare con cura perchè "sapeva fare alcune cose senza che nessuno gliele avesse insegnate, figuratevi se allenato perbene!".
Un atteggiamento, e non ci pare blasfemia dirlo ma semplicemente una similitudine tra due ragazzi "speciali", che accomunava Gabriele Piazzolla a Drazen Petrovic, altro infaticabile e maniacale lavoratore. Altro bellissimo ragazzo dotato di qualità mentali e tecniche irreplicabili. Altro sorriso generoso e riconciliante. Un indefesso curatore dei propri fondamentali, del proprio fisico e del proprio gioco che portò il "Mozart dei Canestri" ad eccellere al livello più alto, in quella NBA riservata nei primi anni ‘90 solo a pochissimi eletti non americani.
Con l’unica e non trascurabile differenza nella benedetta continuità. Drazen era basket tutto il giorno, tutta la settimana, tutto l’anno. Il Piazz diciamo che - alternandosi con altro - per tre/quattro giorni spingeva al massimo dominando il mondo, poi l’autostima cresceva talmente tanto che esagerava fino al punto di rottura con l’esterno, cosa che lo portava ad innervosirsi e ripartire ciclicamente e mentalmente da sotto zero, diventando ingestibile per chiunque e costringendolo a cambiare squadra ogni santa stagione.
Parlando però con gli amici del Piazz, soprattutto con chi c'ha giocato contro per anni crescendo insieme a lui, parlando con gli allenatori che hanno avuto il piacere di averlo in squadra dalle giovanili alla B1, una sensazione, un fattore ritornano sempre spontanei ed unanimi.
La costanza e l'attitudine quasi ossessive all'allenamento, al miglioramento individuale, all'evoluzione del proprio talento, fosse esso atletico, tecnico o mentale.
Un approccio legato a filo doppio a delle qualità innate non ancora del tutto sviluppate, in quanto miscelate con un entusiasmo talmente puro, potente e trainante da supplire alla mancanza di una cultura e un'esperienza cestistiche di altissimo livello, figlio com'era dei campetti all'aperto più che dell'indoor tradizionale.
Una testa talmente originale e “diversa” che accompagnava un carattere istrionico ed una genuinità sconvolgente, aumentando l’unicità di questo ragazzo. Oltre ad una fine intelligenza nel capire gli altri, un amore per la letteratura, una simpatia contagiosa e travolgente e un’allegria instancabile ad ogni ora del giorno. La generosità verso gli amici, l’istintiva e trasparente onestà del Piazz erano celebri tanto quanto le sue doti cestistiche. Come quella volta in cui all’ultimo il suo coach “Cece” Ciocca gli chiese - senza troppe speranze a dire il vero - se riusciva a trovargli due biglietti per Notre Dame de Paris a Milano. Manco a dirlo arrivarono - in regalo - i migliori due posti di tutta la platea. Di aneddoti ce ne sarebbero a centinaia, talmente tanti da scriverne un’enciclopedia e ben incastrati tra gesti inaspettati e toccanti. Tra falli tecnici arrivati dagli arbitri nei modi più disparati e divertenti alle risse causate dal suo parlare senza peli sulla lingua sempre, comunque e con chiunque, passando dal desiderio interiore di trasmettere prima o poi la propria passione ai ragazzini diventando allenatore. O tra reazioni furiose seguite da sms dolci ed abbracci riparatori e battute fulminanti oltre che sfacciate...come quella volta in cui litigò con un compagno di squadra rimanendoci poi malissimo il secondo immediatamente successivo alla conclusione della discussione. Il giorno della partita, quando quel compagno segnò un canestro più fallo, il Piazz, seduto in panchina e noncurante delle regole, si alzò di scatto, scaraventandosi in campo per aiutare il compagno a rialzarsi, urlandogli “Grande cazzo! Sono ancora tuo amico vero?!”.
Il tecnico per invasione di campo arrivò al volo, chiaramente, ma era impossibile non lasciarsi attrarre, affascinare e trascinare da un’anima così spontanea, leale e passionale.
Un’anima che aveva catturato completamente anche un grande coach come Fabio Corbani. Il legame che s’era creato tra i due trascendeva l’aspetto tecnico del Gioco, tramutandosi in una sintonia tra due esseri umani che avevano intuito l’uno la vera essenza dell’altro. Quando durante la sua carriera il Piazz svalvolava entrando in uno dei suoi momenti “down” di depressione o nervosismo fuori e dentro al campo, ovunque fosse ed allenasse Fabio lo chiamava da lui per un po’, per provare a rasserenarlo. Anche in LegaDue a Novara. Il Corbi lo ricaricava, lo gestiva con delicatezza e sincerità, lo spronava a tirare di nuovo fuori tutto il meglio della sua vivacità. Il Piazz - stimolato nel modo giusto - non lo deludeva, rispondendo alla grande. E quando riscopriva i suoi equilibri ritornava inarrestabile per tutti, anche per i pro americani. Anche per Donte Mathis, uno dei più forti play della L2 “stimolato” a suon di - C’mon americans, play defense on me! -. Poi Corbani lo faceva volare via, fino alla prossima volta che avrebbe avuto bisogno. Fu sempre Fabio a cui il padre Francesco chiese aiuto per convincere Gabri a non partire per Cuba a soli 16 anni (finì che il Piazz quasi convinse il coach ad andar con lui!). Gabriele, di fronte a tanta trasparenza e passione, restituiva con tutto ciò che aveva dentro, e le parti addirittura finivano per invertirsi. Se il coach durante una stagione infilava una striscia di sconfitte e s’innervosiva, capitava che il Piazz, intuendo il momento-no, andasse a trovarlo per allenarsi con lui, per risollevare con la sua gioia, la sua forza umana e sportiva la squadra. Riuscendoci! Riusciva a restituire fiducia al coach convincendolo – gridandogli - d’essere l’allenatore migliore del mondo, rivitalizzava i giocatori, l’ambiente... un approccio, uno stimolo, un pungolo cui il Corbi - allenatore di vero successo - non sarà mai abbastanza grato.
Semplicemente, l’altalena emotiva del Piazz fu una delle cose al mondo che Fabio Corbani ebbe più a cuore.
Ed è rimasta anche oggi una delle cose di cui sarà per sempre più orgoglioso.
Un comportamento bipolare, filo sottile ed invisibile che lega tutti i Grandi mancati prematuramente. Quel classico ed intangibile lato oscuro della Luna che a volte faceva capolino durante le giornate del Piazz ed i suoi canestri strabilianti. Una vita parallela, spesso confinata nella notte tra serate e feste organizzate nei privé dell’Hollywood e dell’Old Fashion, con compagnie diverse da quelle cestistiche ed una personalità già marcatamente estroversa e pazzerella che esplodeva nelle nottate milanesi. Un’esplosione mescolata tra flash accecanti di luci stroboscopiche ed un mondo della moda dai torbidi riflessi lynchani, tra l’alcool delle serate sui Navigli e le colonne di San Lorenzo, tra le sostanze proibite provate un po’ per caricarsi e un po’ forse per tentare di lenire quelle delusioni tenute dentro, il tutto sempre vissuto con quel sorriso bello e tremendamente affascinante che favoriva il suo successo con il gentìl sesso (rumors a parte non lo ringrazieremo mai abbastanza per aver preferito la carriera e il sudore del giocatore a quella del modello), il Piazz era anche questo.
E quando incontrava persone disposte a non giudicarlo ma semplicemente a supportarlo ed ascoltarlo lui si apriva in modo quasi tenero, raccontandosi, raccontando tutto questo e molto altro, mostrandosi in tutta la sua fragilità emotiva quasi paradossale, se pensiamo al dominio incontrastato che esercitava su un campo da basket tanto da averlo reso il re indiscusso dei playground.
Non dev’essere stato facile essere per tutto il giorno Gabriele Piazzolla.
In questo sporco mondo una buona parte delle persone tende spesso a bloccarsi all’inizio delle relazioni, degli incontri e della conoscenza dell’altro, presi in mezzo tra diffidenza, superficialità ed egoismo.
Personalmente pensiamo che per un ragazzo che grazie ad istinto e comprensione riusciva ad abbattere in modo naturale queste invisibili barriere, scontrarsi con le difficoltà quotidiane - con gli alti e bassi che tutti prima o poi si trovano ad affrontare - doveva spesso ferirlo nel profondo. Talmente tanto, in contrasto struggente con quel suo altruismo e quella sensibilità così accentuati - così (ancora una volta) speciali -, da portare solo e tristemente ad alimentare nel cuore e nella testa quei demoni personali che il basket era sempre riuscito a soffocare, esorcizzare, quasi a dimenticare.
Demoni che a volte si scorgevano, seppur parzialmente e spesso mitigati dal suo fare ironico, in atti improvvisi ed incontrollati anche sul campo. Come quando sparò la palla con un calcio al di fuori della recinzione del campetto del PalaLido perchè “quel deficiente” non gliela passava mai. O come quando un arbitro donna gli fischiò tre infrazioni consecutive di passi in partenza, ovviamente inesistenti secondo il Piazz. Al possesso successivo ricevette, mise giù il perno in modo plateale, incrociò perfettamente col primo palleggio... e poi si mise a correre in avanti con la palla stretta al petto, come un giocatore di football! Arrivò il quarto, isterico, fischio per infrazione di passi e il Piazz le urlò: “Sì! Brava t***a! Questi sì che sono infrazioni di passi!!”. Oppure come quando sfanculava compagni ed allenatori, in un raptus di euforia ed eccesso di autostima. O, ancora, come quando cercava rifugio nell’affetto e nella comprensione degli amici, della famiglia e degli allenatori più vicini a lui per quella maledetta spalla che non ne voleva sapere di rimettersi a posto, logorandolo, condizionandolo dolorosamente in quello che amava fare di più al mondo. Giocare a pallacanestro.
Finali nazionali cadetti a Salsomaggiore, partita fondamentale per le giovanili dell’Olimpia Milano dove sta giocando l’ancor giovane Piazz, allenato da Guido Saibene. Sotto di 15 all’intervallo contro la Modena di Pierich, il coach provoca i suoi per cercare una reazione. “State giocando di merda! A guardarvi c’è Cappellari, ma forse conosce solo Furlanetto, gli altri no!” Si rientra: parzialone assurdo firmato da un Piazz in trance. Timeout avversario. Al rientro in panchina, Gabri mostrando gli attributi al pubblico: “Ed ora Cappellari conosce anche Piazzolla!”. Chapeau.
Ancora. Difendono forte su di lui al campetto di Via Dezza. Talmente vicino da poter toccare il difensore. Il Piazz esegue: con la destra palleggia, con la sinistra tira uno schiaffo sulla fronte del malcapitato che, disorientato, lo perde sul suo classico finta-incrocio-e-tunnel. Due punti e il suo urlo: “Tutti a casa!”.
E poi, a ruota libera: i tiri liberi ad occhi chiusi a Voghera; i diti medi ai tifosi avversari a Como; le triple di sinistro; quelle in serie dai nove metri a Casalp; il Poz sfidato all’Hollywood; mezza nazionale turca sbeffeggiata a Bormio; i numeri e le finte da circo a Corsico di ritorno dalla Cina; le schiacciate a partita finita per divertire bimbi e ragazze a Torino; la pazza gioia per le vittorie; le prese per il culo a tutti quelli che batteva; i palloni lanciati contro il tabellone da dietro la linea da tre ripresi al volo e segnati per insegnare il concetto di “dentro-e-fuori” ad un lungo che non la passava mai; la devozione per il Gioco; tutti quei “Grande cazzo! Ma questo lo sai fare?”; Bulleri umiliato in allenamento... Standing ovation per il Numero Uno.
Purtroppo la similitudine con Drazen Petrovic non s’è fermata al solo fatto sportivo, considerati il modo non meno drammatico e l'età altrettanto sconvolgentemente ingiusta che hanno contraddistinto l'ultimo saluto a questo mondo dell'artista di Sebenico, così come successo al Piazz.
Gli astri, il fato, sono sempre stati troppo inspiegabilmente crudeli verso il Talento.
Nell’antichità dicevano che se li fossero portati via gli déi per invidia.
L'ultimo assolo di Jimi finì di riverberarsi nell'aria nel 1970, quando aveva solo 27 anni.
Drazen terminò la sua ultima corsa in un'anonima autostrada tedesca quand'era solo 29enne.
Jim Morrison, un altro improvvisatore dal carisma innato, scrisse le sue ultime poesie in una Parigi mai più così triste, spegnendosi a 27 anni.
"Chicco" Ravaglia e Davide Ancillotto, due grandissimi del nostro basket, lasciarono troppo presto un vuoto incolmabile nel grande cuore degli spicchi arancioni. Entrambi avevano solo 23 anni.
Gabriele Piazzolla ha scelto di andarsene a soli 25 anni e 139 giorni dalla sua nascita il 23 Maggio 2006, un martedì di fine Primavera.
Pochi giorni prima di quel 23 Maggio coach Dante Gurioli, tra i miti del basket lombardo, se lo vide capitare in palestra a Rho, nel bel mezzo della preparazione per la loro finale della C2. Il Piazz sapeva che lì si lavorava duro e alla grande, era convinto che con la cura-Gurioli sarebbe potuto tornare al top, spalla compresa. Lavorò con un entusiasmo incredibile in ogni singolo allenamento col Dante e la sua squadra, rimanendo impresso a tutti. Si caricava e caricava gli altri, forse aveva già iniziato ad intuire i benefici che avrebbe potuto dargli quella pallacanestro intensa, veloce, atletica, divertente. La sua.
Dopo l’allenamento serale di lunedì 22 il Dante e Gabri rimasero d’accordo di sentirsi per concordare le date dei prossimi allenamenti, un programma senza soste per ritrovare il vecchio ed immarcabile Piazz.
Il giorno dopo però, nel primo pomeriggio, il Piazz chiamò il Dante al telefono. “Dante, scusami ma oggi non posso venire all’allenamento, ho un impegno stasera...” Non essendo un suo giocatore coach Gurioli non rimase particolarmente sorpreso e gli rispose “Ok, nessun problema, allora ci sentiamo per i prossimi giorni”.
Il Dante non lo sentì più.
Il periodo nero per la spalla infortunata che lo tormentava e gli aveva impedito la firma in Lega2 con Trapani, una stagione a Ghemme finita non come avrebbe voluto. Le delusioni e le incertezze che si accumulavano nel cuore, offuscando la lucidità.
La luce in fondo al tunnel che appariva così lontana.
Non esistono al mondo parole che possano adeguatamente commentare eventi simili. Orson Welles, il grande regista americano, amava dire che la sola cosa che non avrebbe mai girato in un suo film sarebbe stata una scena di lacrime, impossibile da rendere realistica e credibile allo spettatore.
Per le parole forse è diverso, forse esistono chiavi abbastanza giuste, dignitose, rispettose ed allo stesso tempo elevate per descrivere adeguatamente l'evento tragico di una morte, per di più violenta ed auto-procurata, di un giovane pieno di vita, bellezza e talento come Gabriele Piazzolla.
Forse esistono, ma nonostante tutte queste righe sinceramente continuiamo a sentirci ancora troppo distanti dalla soluzione.
Quello di cui siam certi invece, quello che abbiamo toccato con mano è l'eredità Vera e Presente che questo ragazzo ha lasciato quaggiù.
Il Piazz anche oggi è una Presenza concreta, percepibile, toccabile, commovente. È una Presenza che vedi uguale ed intensa tanto negli occhi di chi più gli ha voluto bene tanto in chi l'ha incontrato un'unica volta, magari applaudendolo da una tribuna di un palazzetto o seduto sull'erba poco fuori da un campetto d'asfalto. Non serve ricordarne il funerale straziante, le parole di Oltolina ed una chiesa stracolma, per capirlo.
È una Presenza che per paradosso rende ancor più insostenibile ed inspiegabile l'assenza fisica, il non vederlo più giocare, il non potersi più stupire nel vederlo migliorare di estate in estate. Il non godere più di quei sorrisi disarmanti, di quelle battute provocatorie, di quelle telefonate all'una di notte solo per sapere come stai. Di quell'entusiasmo e quella passione che sprizzavano da ogni suo gesto.
Ma quella cosa certa era già scritta su di Lui, su quel famoso tatuaggio sul polpaccio ricordato poi sia sui corpi degli amici più intimi che dalla targa fissata sul cemento del suo playground preferito, il Dezza: IT NEVER ENDS.
Questo e tanto altro è stato ed è il Piazz, una Presenza più forte di Qualsiasi Cosa.
Una Presenza che oltre ai suoi ricordi, alle sue emozioni, ha lasciato dentro ognuno un'altra semplice ma grande certezza, una testimonianza.
Per essere il migliore devi lavorare più duro di tutti gli altri.
Tutti, senza esclusione, c'hanno confidato che letteralmente il Piazz s'ammazzava di fatica ed allenamenti per migliorarsi, dalla mattina alla sera, col sole e la pioggia, no matter what. Per essere un vincente sempre più vincente. Per essere sempre più forte e spietato. Per crescere di livello, ancora e ancora e ancora.
Senza sosta, solo quello come unico Vero Obiettivo nella vita: migliorare e vincere.
Un suo caro amico, tra i tanti che hanno espresso questo concetto, c'ha lasciato sospesi per un attimo, con alcune parole pronunciate quasi istintivamente a sintetizzarne i pensieri scossi e confusi.
"Il Piazz faceva così semplicemente per continuare ad andare oltre.”
Per continuare a superare i propri limiti, spostandoli sempre più in alto.
Siamo personalmente convinti che se ne sia andato così, per andare oltre per l'ennesima volta.
Limiti - d'ogni sorta - ora non ne ce ne sono più.
Solo pace e perfezione, così spasmodicamente ricercate.
Perfetto, e persino Chamberlain l'ha capito.
Così, parafrasando le parole usate per Jim Morrison, possiamo dire che per tanti, per quasi tutti quelli che ebbero l'onore di conoscerlo, il Piazz fu un poeta del Gioco, con un'anima intrappolata tra Inferno e Paradiso. Per altri, quei pochi che non ne avevano intuito la vera essenza, il Piazz fu solo l'ennesimo genio vinto alla fine dalla propria stessa sregolatezza, il solito talento maledetto che era caduto, bruciandosi.
Ma una cosa, rispondendo a questi ultimi, era tremendamente vera.
“You can’t burn out if you’re not on fire.”
Non ti puoi bruciare se prima non t'eri acceso.
E il Piazz era il più on fire di tutti.
In loving memory of Gabriele "Piazz" Piazzolla
(Uomo, leggenda, giocatore di pallacanestro)