L'altro ieri sera ho visto per la prima volta Jojo Rabbit, e nelle sue scene ho pensato alla persona che prima viveva qui. Si chiamava Hermann, comprò di fresca costruzione nel 1971 la casa dove vivo adesso, passata a me nel 2018 dopo quasi 50 anni.
Quando ho sgombrato casa, ho trovato tanti quotidiani dell'epoca della guerra, quelli che sono in foto sono solo due di questi, abbastanza esemplari, uno il 27 luglio 1944, con una dichiarazione di Goebbels, braccio destro politico di Hitler, sull'implacabilità tedesca nella guerra e su come i traditori venissero fucilati senza pietà, e il secondo con data 17 giugno 1940, 4 giorni dopo l'entrata a Parigi dei tedeschi. Nella colonna di destra c'è una foto di militari ebrei, i "Vagabondi d'Europa" (così recita la didascalia), dileggiati dalla propaganda nazista, tutto quello che si legge in queste pagine è pura propaganda.
Il signor Hermann ha conservato tutto di quei tempi, ho tanti quotidiani e documenti della propaganda, incluso un documento medico del campo di concentramento di Dachau.
Ora, del passato di Hermann non so nulla, tutto questo non dimostra inequivocabilmente che fosse un nazista, o che comunque avesse forti simpatie per quel periodo e quella ideologia. Quello che so è che conservava tantissimi lacci di scarpe, non ho mai visto tanti lacci di scarpe in vita mia, e sacchi interi di scatole di fiammiferi, di ogni colore, forma, provenienza. Erano in questo mobile,
insieme ad ogni tipo di ferro arruginito, e oggi al suo posto c'è ogni ben di Dio della gastronomia italiana.
Era una persona profondamente incazzata, con tutti. Quando mi sono trasferito, i miei vicini mi hanno raccontato questi 50 anni di inferno, di Polizei che veniva chiamata al primo abbaiare del cane di un vicino, o, per una auto parcheggiata male, di minacce e pretesti per alzare la voce e litigare, del fatto che lo incontrassero nei viali e lui raccontava il suo terrore che lo spiassero, che gli iniettassero qualcosa negli occhi per controllare la sua mente. Mi è costato migliaia di euro di giardiniere per togliere siepi urticanti, che aveva fatto mettere ai lati della casa, affinché i vicini si ferissero durante la cura del prato. La figlia scappata negli USA, non ha più messo piede qui in Germania, se non per firmare l'atto di vendita, l'ho vista una volta sola in vita mia, col suo marito americano non proprio socievole. La moglie, morta a poca distanza dal marito, chiedeva perdono alla figlia, per via del comportamento del padre.
Quello che c'è scritto fa male, ma fa ancor più male la scrittura lenta e dolorosa di quelle parole, specchio di una vita passata all'ombra dell'odio verso gli altri, una madre che ha dovuto subire questa scelta, e in questa lettera, scritta poco prima di morire, ha provato a chiedere scusa alla figlia, per tutto.
Insieme a tantissime foto, dove sembravano una famiglia felice come tante, le ho trovate insieme a quei quotidiani, ho spedito i loro ricordi nello North Carolina, venendo a sapere poi dai vicini dell'odio che la figlia aveva per il padre, e realizzai di aver fatto forse per l'ennesima volta del male a qualcuno, pensando di fare la cosa giusta.
Tutto questo per dire che, quando ho visto Jojo e il suo credere ciecamente nel nazionalsocialismo e nell'odio verso gli ebrei, con l'aiuto del suo amico immaginario Adolf, mi son immaginato la vita di Hermann, dove chissà, forse nazista lo era davvero perché Hitler non l'aveva mai lasciato, consegnandoli una esistenza di odio continuo, e deve essere stata davvero una cosa inimmaginabile, un tormento senza fine. Non sto parlando di tutto quello che già sappiamo e che la storia ha già da un lato sviscerato e dall'altro condannato in maniera inequivocabile, ma la scelta di mettersi una svastica su una banda rossa al braccio, e decidere di odiare a tutti i costi, provare a capire cosa si prova a fare della propria vita una scelta di odio. Jojo ha avuto la fortuna di avere un cuore buono, e quella banda non ha retto sul suo braccio, è caduta per l'amore di una ragazza ebrea, e ho amato ancor di più Yorki, questo figlio del suo tempo con un lanciarazzi su una spalla e sempre desideroso di un abbraccio, la scintilla che mi ha fatto pensare ad Hermann è stata questa sua frase, che l'ho trovata di una intelligenza e una consapevolezza senza fine.
Oggi mangio alla stessa tavola dove mangiava lui, dormo nella stessa stanza dove dormiva lui, lavoro dove lui giocava a biliardo, e provo solo una tristezza infinita per quello che gli è accaduto. Non sono mai stato ferrato in storia, non ricordo nulla della linea Maginot, delle campagne in Africa, dell'entrata dei russi a Berlino, ma ricordo i racconti di mio nonno catturato sulle spiagge libiche, dei racconti del mio prozio che veniva saccheggiato dai fascisti quando le cose andavano bene, e dai nazisti quando andarono poi male, costretto a nascondersi insieme con i suoi figli maschi per evitare di essere fucilati, il ritorno a casa di mio nonno dopo circa 7 anni di prigionia, attraversando l'Oceano Indiano per giorni in nave col terrore che gli inglesi lo buttassero a mare, come è accaduto ad alcuni suoi compagni, la diserzione e la fuga dell'altro nonno, storie che mi venivano raccontate come se fossero favole, che non dimentichi più, e credo che da quei tempi bui si possa imparare tanto attraverso le storie che mi raccontavano da bambino, o rivivendo la vita di Hermann con i racconti dei vicini, o sentendo il dolore di una madre che ha perso la figlia, o provando la vergogna leggendo quelle pagine ingiallite.