PER CONTRASTARE LA POVERTA’ E L’ESCLUSIONE SOCIALE.
Ci scontriamo inavvertitamente in fila alle poste pubbliche poco prima della chiusura e in un attimo l’incrocio con le sue iridi nere dei suoi occhi, padrone assolute di entrambi i bulbi, mi ricordano Sara dietro a un bancone gridare per il dolore piegata sulle ginocchia, impaurita dal suo sangue.
Aveva appena morso la sua stessa mano per evitare di dare una risposta a tono a qualche cliente poco cortese. Cosi le era stato consigliato e lei ancora in età giovane e cretina, prese alla lettera il suggerimento e censurò i nervi affondando i denti nel bordo lungo il mignolo sinistro. Quella ferita la rese inutile e la proprietà si decise a cacciarla senza troppi rimorsi. Troppi i bicchieri rotti, prima o poi si sarebbe comunque tagliata per bene quelle dita sempre sudate.
Per vivere e nutrirsi, Sara cercò un guadagno di qualche tipo, un impegno che la allontanasse dalla miseria che la terrorizzava fino a comprometterle il respiro durante la notte impedendole il sonno.
Pur di lavorare cominciò a evitare che qualche arrogante annegasse in piscina, una responsabilità che per un breve periodo le regalò un certo prestigio prima di sviluppare un’antipatia per il cloro e per l’acqua in generale, causa dell’odore stantio che si porterà sempre appresso mischiato ad altri vapori assorbiti dalla sua pelle.
Il puzzo insopportabile svuotò la vasca comunale, uccise gli insetti, allontanò le nuvole.
Nuovamente a spasso, cercò un impiego in un negozio di fiori, avvelenandosi quando ne rubò uno che volle masticare per vanità.
Scoprì anche un’altra attrazione alimentare per fili elettrici che la convinse a non addentrarsi in qualsiasi ramo tecnologico.
Sempre più magra, a tratti si distrasse dalla precarietà improvvisando passioni nella speranza di coltivare un talento che le portasse future ricchezze.
Mesi dedicati alle pitture si alternarono a stoffe cucite con improbabile estro o altre declinazioni dell’arte che si rivelarono fatue oltre a causare ulteriori compromissioni del fiato nell’osservare la mediocrità del risultato raggiunto.
Semplicemente, dedusse alla fine, non era in grado di provvedere a sé, sentiva suo il diritto a essere mantenuta per cause che, pur commiserando la sorte buttana, riteneva chiare e insormontabili, radicate in un primo passato che ricordava benissimo.
Ancora in pubertà un giorno passeggiava con suo padre per la grande piazza con la croce del calvario conficcata nel centro esatto.
Allontanatasi un attimo, un anziano signore le sussurrò all’orecchio il colore che doveva cercare da quel giorno e per tutta la vita.
Rientrata a casa vide che dietro di lei papà non la seguiva più e le ricerche forsennate per ritrovarlo le fecero dimenticare il nome di quel colore, come anche gli altri.
Servirono a poco le mille tinture con cui torturò i suoi capelli per riscoprire il giallo, il giallo chiarissimo, il marrone, il fucsia e il viola, poi tutti i grigi e infine si arrese a un nero a buon mercato con cui permise che la gnugna entrasse di prepotenza nel suo mondo e uno spacciatore le promise di mantenerla in cambio di qualche pulizia. L’inalterato fetore allontanò ogni altro proposito molesto.
Quando in una sosta forzata in carcere furono sciolte le mani allo spacciatore toccò a lei provvedere al sostentamento e alla buona salute di entrambi. Con bicchieri capienti d’acqua e limone bevuti tutte le mattina cercava di ripulire budella, denti e l’anima mentre nuovi sussidi le davano un supporto inaspettato, un aiuto rabberciato calato da un nuovo alto che le regalò l’illusione di una inedita serenità, una breve pausa dalla fatica che solo oggi mostra le prime e inesorabili crepe.
Accanto a me alle poste è innervosita perché continuo a fissare lo scuro assorbito dalla cute fino ad arrivare a riempire tutta la cavità oculare
La sua bocca impastata mi rivolge la parola.
“Lo so chi sei, ho capito, smettila e aiutami a trovare i numeri”
“Quali numeri Sara, non capisco”
“I numeri cretino, il codice. Non mi danno i soldi, senza codice”
So per certo che da lì a qualche mese i conservatori elimineranno questi imbarazzanti sussidi per dissuadere i giovani fannulloni a disertare il lavoro.
E lei, ne giovane ne fannullona ma incapace in qualsiasi mestiere, farà parte dei dissidenti da punire. Lo sa anche lei e la faccenda la irrita più del mio stupore per i suoi occhi.
“Dammi una mano imbecille, sei più imbecille di quell’altro che ingrassa nella mia poltrona”
Mi permette di infilare una mano nella tasca dei suoi pantaloni per tirare fuori i sei numeri insieme a qualche spicciolo pesante che aggiungo senza che se ne accorga.
“Eccoli qua i tuoi numeri Sara. Ora vai a mangiare e va scassaci a minchia”