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via @researchh
sono molto consapevole e spaventata da troppe cose come posso riavere la capacità che avevo un tempo di vivere nel presente?? perché ora trovo fascino ed emozioni quasi solo nel passato e questa cosa mi pesa tanto. a volte penso che mi sono fatta bucare il naso in un parco senza disinfettare nulla con la faccia grondante di sangue mentre ora sto giorni e giorni sul letto a dormire a dubitare della mia vita lasciandomi bloccare dall’ansia pensando a nuove posizioni per rimanere immobilizzata

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credo che le persone mi abbiano spesso percepita male. e odio chi non sa guardare sotto la corazza. davvero credevi che una performance definisse chi sono? è solo che mostrarmi sempre triste e contemplativa sarebbe troppo pesante per tutti. chi mi percepisce come una persona egocentrica vanitosa e chi si sente accusato dalle mie parole: ma chi dice davvero quello che intende? solo uno stupido non riuscirebbe a scorgere la mia fragilità e il mio bisogno d’amore. sono queste forse caratteristiche più spaventose? per esempio in ambito relazionale gli uomini dispongono di un alfabeto solo per comprendere la mia superficie. non ho mai smesso di essere un oggetto sessuale a quanto pare. forse perché ciò che sono davvero non alimenta l’interesse o il desiderio di nessuno: la gente vuole divertirsi, vuole stare bene. fare qualcosa e poi dimenticare. e da sempre penso che a quanto pare sono sempre e solo io a dover appesantire la situazione parlando di come la vita ci fotte tutti e di come puntualmente qualcosa nel nostro rapporto finirà per infastidirmi. perché penso tanto, e valuto e rivaluto ogni giorno chi sono e come sto con qualcuno. eppure, anche io ammetto di aver percepito una vaga pesantezza nell’avere a che fare con persone che parlano sempre del loro stato d’animo. è che il punto per me non è affidarti i miei traumi, né tantomeno risolvere i tuoi. piuttosto trovare la poesia nel parlare di sensazioni infinitesimali e giudicare il mondo insieme mentre ci sfioriamo le braccia sognando un letto
“E tu, accidenti, tu mi pari davanti delle idee così chiare e belle, così cristalline, che sembrano semplici e vere. Sei così terribilmente intelligente, così pronta. Non mi fido della tua intelligenza. Tu crei degli schemi splendidi – ogni cosa al suo posto – e tutto è convincente e chiaro – troppo chiaro. E intanto, tu dove sei? Non sulla superficie chiara delle tue idee, no, sei già sprofondata più in basso, in regioni più oscure, cosicché uno si illude soltanto che tu gli abbia detto tutto quello che pensi, lo immagina solo, che tu abbia svuotato te stessa in quella chiarezza. E invece ci sono strati e strati ancora, “sei senza fondo, insondabile. La tua chiarezza è ingannevole. Sei la pensatrice che mi procura più confusione, più dubbi, più turbamenti.”
riprendo a leggere il diario di anais nin ogni qual volta mi accade un’esperienza forte a livello emotivo. un paio di capitoli al mese forse. ed è incredibile quanto ogni volta mi parli diretta semplice e sincera più di ogni altra lettura
i always end up having the most romantic moments with my asexual/aromantic friends
people these days love to talk about “limerence” (like they talk about attachment styles) to explain away the meaning of passionate feelings. “you’re not in love, you’re just limerent – or insecure.” that can serve a purpose. it’s horrible to see people carried along by feelings that they do not enrich with thought, imagination and experience, eventually burning those feelings out and leaving only a hole where once there was a great sense of meaning. it frustrates me endlessly to see people so incapable of making something of their passions by putting them in places that can expand their lifespan, transform their substance. but do other people know what i mean by this? or have we really given up on the idea of passionate love, especially one that is enduring? as just as the critique of the culture of romanticism may be, i fear that we are too existentially and emotionally lazy to learn the right lesson from the discovery that many people can’t keep a passion alive. it is not that such a thing is impossible, or that it does not ebb and flow, but that it requires an attention and activity, the ability to recognise absence and ambiguity, not to close the connection over with the consolations of the certainty of the other person’s presence, the meaning of their conversation. the etymology of ‘passion’ is no mistake: suffering is part of it. an ego must shatter in order to keep love alive, for pleasure not to just mean numbing oneself out of life and the potential for transcendence offered by its alterity. perhaps most people cannot do this in general, under whatever social conditions, but i fear that such possibilities are especially under threat in a culture that increasingly sees pleasure only in the most superficial of sources. a pleasure that is mixed with pain, such as writing an essay for example, is considered merely a means to an end, such as a degree or document that can transfer knowledge, not in itself a powerful source of meaning. our vapid utilitiarianism makes us dumb to what is present and how much we could really love and be transformed. last night in a dream someone said, 'this pain is my manna.' i thought it was somewhat cringe at the time, but having written this post, i now find it poetic, and i agree that miracles come from embracing emotions that do not merely console but stretch the soul. that is what i want, but will there be others to want it with me? all alone i fear that i won't be able to do it.

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ho ascoltato eva robins dire per l’ennesima volta che diventare donna è stato “un errore”, “un incidente di percorso”. lei voleva rimanere per sempre giovane. ha cominciato a prendere gli ormoni per evitare un peggioramento estetico, la crescita dei peli, della barba, la caduta dei capelli. voleva essere come Tadzio di Morte a Venezia. un giovane ragazzino eroticizzato dalla storia e dallo sguardo del regista. un contenitore delizioso di sacro e profano, portatore di illuminazione divina, aiuto, ispirazione, soprattutto tramite il suo aspetto candido e puro. per quanto culturalmente io possa capire il fascino di essere una musa, al tempo stesso non riuscivo a non pensare ad un lato più filosofico e spirituale. la stessa Eva parla appunto di purezza, di come certe fattezze giovanili e meno mascoline avrebbero preservato questo stato, anzi come gli ormoni ne avrebbero esasperato gli aspetti positivi. senza tenere conto del possibile effetto eccessivamente femminilizzante. questo mi fa pensare non solo ad un desiderio di incarnare qualcosa di superiore e profetico, la voglia di portare nel mondo una constante presenza divina e poter ispirare il prossimo. ma anche una necessità di ripulirsi, purificarsi appunto, attraverso la propria esteriorità. come pulire una stanza e metterla in ordine ti fa sentire un senso di calma insomma. la transizione dunque, in certi casi, certamente in quello di Eva e devo dire anche per me è lo stesso, diventa anche un tentativo di risanare delle ferite. cacciare il peccato, lo sporco. prevenire fattezze squallide che possano rimandare ad un’anima intrinsecamente corrotta. corrotta dalla libido adolescenziale forse, o da violenze subite in età puberale, lo sguardo degli uomini eccitati. Eva ci racconta di come fu un amico che frequentava casa sua, un amico del padre, ad imporle una fellatio quando era ancora bambina. è possibile dunque che in certi casi la transizione sia un rimedio al trauma? forse un modo per scacciare la colpa cristiana di percepirsi come un essere sessuale e creativo, per trovare il proprio posto all’interno dei soffocanti paradigmi di bello e brutto, giusto e sbagliato
ho una sensazione strana e forte, come di esplodere. creare, mostrare tutto e dire tutto della mia vita. ma è così forte e profonda che concretamente non riesco davvero ad incanalarla da nessuna parte. ho provato a scrivere sul mio diario, ma mi stanco subito. ho letto qualcosa, ma ho un sonno atavico. mi si chiudono gli occhi. la pioggia ha fatto alzare un po’ di vento. mi chiedo se la mia monstera starebbe meglio nella terra più che in acqua. poi di nuovo quel sentimento mi prende il petto e le mani. bisogno di fare, spinta da un sentire. mi immagino di stampare alcune foto mie, ma mi piacerebbe mischiarle con altre foto non mie. forse vorrei poi scrivere dei pensieri. voglio una moodboard. io amo i blog. dicono così tanto. ma come al solito l’entusiasmo si interrompe quando penso che nulla di ciò che farei sarebbe abbastanza soddisfacente per riparare a questo sentimento fortissimo, proprio non corrisponderebbe. non si riuscirebbe ad esaurire. comunque la tensione aumenta pensando al ragazzo conosciuto casualmente qualche sera fa. il giorno dopo abbiamo passato una giornata al fiume, insieme ad altri amici. ci siamo presi del tempo per stare solo tra di noi, mi ha chiesto molte cose su di me, abbiamo parlato di identità, sessualità, relazioni. come al solito io attacco ogni uomo con performance intriganti e giudicanti, lo incanto e spavento con discorsi pesanti e accusatori. va bene così, perché faccio spesso anche gli occhi dolci da bambi. lui era abbastanza un lupo. cazzaro, questa parola me lo definisce bene. gli arti pesanti. i piedi grossi, la testa grossa. pigro, bambino, traditore curioso. dietro l’atteggiamento duro e burbero si nascondeva, nemmeno troppo bene, un nerd appassionato di videogiochi, un ragazzino che pensa a sua madre come la donna più bella del mondo. tuttavia ci siamo stuzzicati dal primo momento. era uno di quei flirt da scuole medie, proprio quelli che non ho mai potuto vivere prima d’ora. univa pollice e indice a formare un cerchio e se ci guardavo dentro mi dava una spinta. io ricambiavo mentre ridevo. mi guardava. mi ha spalmato l’argilla su tutte le gambe, dai piedi alle cosce, facendomi un massaggio. poi, mentre mi facevo scattare qualche foto da un amico, mi sono tolta il pezzo sopra del costume. tettine da adolescente al vento. lui mi guarda e sorride, ammicca con gli occhi e con il corpo. poi mi raggiunge e facciamo qualche foto insieme. fingiamo di essere intimi. sfrutto la sua mascolinità per i miei desideri oscuri, faccio così con ogni ragazzo. si avvicina a me, siamo nell’acqua. ci abbracciamo. all’inizio non sappiamo come posizionarci. poi finiamo per aggrovigliarci spinti dalla corrente. ad un certo punto mi prende in vita e mi stringe forte. la sua coscia tocca casualmente il mio pube. comincio ad eccitarmi. intanto l’acqua continua a muoversi tra di noi. poi ci snodiamo e ci lasciamo andare. lui nuota lontano. contempliamo il silenzio e il paesaggio tra di noi, testimone di quell’atto tenero e proibito. intanto, la ragazza che lo ospitava e con cui faceva sesso ogni tanto, ci guardava da lontano. la sua compagna fissa invece lo aspettava a milano.
credo di aver avuto da sempre un’ossessione spasmodica per l’amore. al tempo stesso, ne ho sempre nutrito anche una grande e profonda paura. non mi sono mai sentita all’altezza: bella abbastanza, giusta abbastanza. sognavo l’amore, gli amici, la vicinanza. quello che riuscivo a fare invece era solo chiudermi in stanza. un mondo crudele, che a pensarci mi viene da piangere. alle ingiustizie che da sempre mi è toccato subire, e a quante persone è capitato il mio stesso destino. sentire la notizia di mirko e sua mamma è un pugnale al cuore. inutile dire che è tutto così assurdo, ma così prevedibile. la voglia di morire io l’ho sempre avuta, e di certo non me la sono inventata. l’ho presa dagli sguardi indiscreti, dagli insulti per strada, dalle esclusioni continue, giudizi e derisioni. l’ho respirata lì, la minaccia di morte. non mi sono mai dimenticata di essere fuori posto, indesiderata. lo sparo del fucile è presente ogni giorno. nella convinzione che non potrò mai essere felice, innamorata. che non potrò mai vivere le emozioni elementari di cui ogni essere umano necessita. ebbene anche qui: anche chi i diritti sembra averli, anche chi è accettata dalla famiglia, chi è effettivamente fortunata, privilegiata, bella, ricca, rimarrà sempre diversa. la follia dei mostri passa per tante piccole cose sottili. cose di cui non si parla perché, in fondo, chi è queer è diverso. ma diverso da chi? e allora bisogna parlare di altri diritti fondamentali che a queste persone come me sono negati da sempre: il diritto di non essere escluse e prese in giro sin da piccole, di potersi innamorare del compagno di classe e di poterci davvero credere per qualche istante, di dare il primo bacio di nascosto a qualcuno che ami davvero in quel momento, di poterlo fare apertamente. avere 13 anni e girare mano nella mano col tuo fidanzatino. l’amore romantico è un diritto negato. da una società cieca e impaurita, che ci vuole fredde, lontane, fantasie inesistenti. il diritto di poter avere degli amici anche nel proprio paesino. amici che rimangono fino in fondo, che non ti escludono e non ti voltano le spalle per deriderti al primo momento buono. come avrei voluto prendere parte a quell’uscita, quella cena, quella vacanza. tornare a casa stanca dal mare dopo una giornata con le amiche, magari dopo aver guardato i ragazzi giocare a pallavolo o qualche altro sport da spiaggia. io invece, non ho mai vissuto tutto questo. ero rilegata a piccoli momenti di follia. splendidi momenti di follia, preziosi. di questo ne sono certa. con questo discorso infatti non intendo rinnegare ciò che è stato, nemmeno desidererei essere stata più “normale”. ma rivendico con rabbia un mondo in cui non temere gli sguardi, i fucili, gli sputi per strada. in cui poter andare a scuola senza ansia e disturbi mentali, senza sapere che c’è chi ti preferirebbe davvero morta piuttosto che viva e presente a te stessa. rivendico con rabbia il mio diritto all’amore, ad essere vista uguale e diversa a tutte le altre. prevista. l’esclusione e la subordinazione ad un potere maggiore pesa sulle spalle di ogni bambinə diversə, e ogni terapia, cura o genitore, non potrà mai togliere quel peso. un peso che dura in eterno e che nessuno dovrebbe mai più dover portare. proprio quel peso mi ha reso cinica, disfattista, e mi sta facendo convincere che quel sentimento di inclusione non potrò mai viverlo davvero. eppure, vorrei solo innamorarmi di un ragazzo, crearmi una famiglia piena di persone, rendere il mondo un posto migliore
Sand Fins

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è assurdo come scegliamo di capitare in situazioni che inevitabilmente sbloccheranno certe parti di noi, nuove fasi di vita, che inconsciamente curano traumi, problemi e ricordi, mettendo tutto sotto un riflettore. è come se avessimo bisogno di un esperienza concreta per elaborarci, e senza rendercene conto scegliamo di fare delle cose piuttosto che altre proprio per aiutare il nostro cuore e il nostro cervello a capire. ci mettiamo in situazioni all’apparenza sgradevoli e difficili perché ne abbiamo bisogno. è così elementare eppure mi stupisce ogni volta
hasisi park