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“Il fiore più romantico non è la rosa. Il fiore più romantico è il girasole, perché ha occhi solo per il sole. Passa tutta la sua vita a guardarlo, senza mai stancarsi, nonostante abbia la consapevolezza che non potrà mai appartenergli.”
- Cit.
Farò finta che sia facile lasciarti andare Poi vorrei soltanto amarti senza farmi male.

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Instagram; stevtiven
un lungo sospiro e si va avanti

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Era un'oscillazione perpetua tra il maledirti e l'assicurarmi che stessi bene.
Cos'è la paura? E quali sono le paure più diffuse?
La paura è un sentimento che origina dal prefigurarsi di una situazione sgradevole, in una proiezione nel futuro più immediato o più lontano. Nelle Leggi di Platone, i tre vegliardi protagonisti descrivono una popolazione psichica che abita ciascuno di noi. Questa popolazione psichica è costituita da due tendenze istintuali contrastanti: una va verso il piacere e l'altra verso il dolore. Il periodo di tempo che intercorre tra la quiete e una delle due sensazioni di cui sopra prende sempre il nome di “attesa”, ed ecco che l'attesa del dolore si trasforma in paura (phòbos) e l'attesa del suo opposto in ardimento (thàrros). Quindi la paura può essere descritta come attesa di un potenziale o certo dolore. Quali siano le paure più diffuse non mi è noto. So che si ha paura di eventi negativi di cui abbiamo già avuto esperienza nel dubbio che si possano ripresentare, ma anche di eventi negativi di cui ci hanno soltanto narrato l'esperienza, si ha paura dell'inevitabile avanzare degli anni che ci è già chiaro come vecchiaia, ma anche dell'ignoto mistero della morte. Si ha paura della perdita, ma anche della non perdita: quando si possiede il bene, si teme di perderlo; quando si possiede il male, si teme di non perderlo mai.
È facile amare qualcuno quando sta bene
"Lettera a Carmen"
Carmen,
ti ho vista ieri pomeriggio. Eri seduta fuori, al tavolo di una caffetteria. Prendevi qualcosa, parlavi al telefonino, guardavi da un’altra parte.
Io ero all’angolo, avevo un cappello, gli occhiali da sole.
Non te la prendere, ma quando ti sei alzata, ho cominciato a seguirti.
Nella grande area pedonale, tu camminavi, la tua borsetta a tracolla che ti rimbalzava sul fianco, la gonna scura a fiori sopra il polpaccio, la giacca jeans e i lunghi capelli. Sotto tutto questo, le tue scarpette da tennis bianche. Eri proprio tu.
Nella grande area pedonale, tu camminavi, ed io, 10, 20, 30, 20 passi dietro di te, con il mio cappello, i miei occhiali da sole ed il mare di persone intorno.
Non te la prendere ma quando ti ho visto fermarti presso una mendicante, darle dei soldi in mano, dirle 2 parole e farle una carezza, ho pensato che non sei cambiata più di tanto. Sei sempre la solita sentimentale.
Quando ti sei fermata, io mi sono girato da un’altra parte, e ho fatto finta di non guardare. Ho fatto finta di prendere il telefonino. In quel momento, avrei voluto avere per lo meno un giornale tra le mani. Così facevo finta di leggerlo.
Con la mendicante, hai dato sfogo ai tuoi buoni sentimenti, ed hai ripreso a camminare. Ed io, 30, 20, 10 passi dietro di te.
Sai, non è molto che mi sono trasferito in questa grande città, ancora non mi sono abituato a tutti questi spazi, a tutto questo verde, a tutta questa gente. Il mio lavoro è di quelli che ti portano un po’ qui, un po’ lì. Ieri per un mese, oggi per un anno, domani chissà.
Camminando, tu, ti sei fermata di fronte a molte vetrine di vestiti. In particolare, una volta, davanti ad un abito nero da sera, e ho pensato, chissà che impegni ha stasera, forse una cena romantica?
Un’altra volta, di fronte a degli intimi, ed ho pensato, MOLTO romantica?
Ad un negozio sei entrata, e ti ho seguito. Dentro, non è un normale negozio d’abbigliamento. Vendono costumi. Ci sono maschere appese ai muri. Grandi affreschi di arlecchini e personaggi disneyani. Commessi vestiti da Shrek. Bambini dappertutto che le madri non riescono a tenere a guinzaglio. Tu sei andata decisa verso un reparto, e quando ho avuto l’impressione che ti stessi girando verso di me, che mi potessi scoprire, ho fatto finta di interessarmi alla prima cosa che mi è capitata sotto mano. Non mi fraintendere. Erano i vestiti della Barbie donna in carriera e Ken carpentiere macho. Facendo finta di scorrere i costumi tra le mie mani, in realtà osservavo te, con la coda dell’occhio, ti vedevo prendere un vestito e una maschera da pagliaccio.
Ho pensato alla cena romantica, a quella MOLTO romantica, ho immaginato te vestita da pagliaccio e mi è venuto da ridere solo come un cretino.
Non so perché, ma mi sono sentito sollevato.
Medico pediatra, era questo che dicevi sempre di voler diventare. Curare e far sorridere i bambini. Era questo che dicevi ti avrebbe fatto stare bene. Complimenti. Ho saputo.
Tu, con quel costume da pagliaccio, sei entrata in camerino, e a me è venuta un’idea.
Hai presente, quando eri nel camerino, quando un commesso da fuori imitando una voce da orco Shrek ti ha chiesto se avevi bisogno di qualcosa, e tu hai risposto sì, e “di una taglia più grande di questo costume” hai risposto, e hai aperto la porta, ma solo uno spiraglio, da cui sei uscita piegata solo con la testa ed un braccio teso con in mano il costume, hai presente quando lo hai consegnato al commesso con la maschera di Shrek, e gli hai detto grazie sorridendogli con un’espressione che voleva dire, -grazie, da qui così non posso proprio uscire!-, hai presente quel buffo faccione verde di fronte a te?
Be’, sorpresa. Quello Shrek ero io.
La maschera in quel momento, ha coperto il mio volto ma non la mia emozione.
Tra il costume più piccolo che mi hai dato, e la taglia più grande che ti ho riportato indietro, hanno attraversato la mia testa 3000 pensieri. Come proiettili sparati da una mitragliatrice. Frammenti di film mischiati a caso e riprodotti alla decima velocità. Il senso di un tempo passato/sprecato troppo in fretta. Fino a che non mi sono reso conto dei bambini che si arrampicavano su di me per tirarmi le mie grosse orecchie verdi, e mi sono detto, che cavolo sto facendo, e ho rimesso a posto il faccione di Shrek fra la delusione dei bambini per poi indossare l’altra maschera. La mia. Il mio cappello e i miei occhiali da sole.
Non te la prendere, ma nel camerino, quando sei uscita per la seconda volta e hai preso dalle mie mani il costume più grande, lo devo ammettere, ho provato a dare un sbirciata.
Sai, in quel negozio, fra le altre cose, tra le mille immagini che hanno attraversato la mia testa, dentro di me ho realizzato con precisione qual è stata l’ultima volta che sono stato me stesso con te.
È stato tanti anni fa. Eri di partenza, avevi il tuo treno, il giorno dopo dovevi affrontare i test d’ingresso alla facoltà di medicina. Inseguivi i tuoi sogni, inseguivi la tua vita, mentre la mia, di vita, mi aveva già intrappolato con un bel lavoro sicuro nell’impresa edile di mio padre. Tu, prima di partire, mi dicesti:
“Sei proprio sicuro di non voler partire con me?”
In seguito, ci saremmo rivisti, ma eravamo ormai altre persone. 2 destini separati. Ma che ora forse stavano per riunirsi. Questo ho pensato in quel negozio, in mezzo ai bambini e alle maschere, in mezzo agli arlecchini e ai pulcinella appesi ai muri come marionette, fra i palloncini e le stelle filanti dei commessi Shrek, mentre tu pagavi e prendevi la via dell’uscita.
Di nuovo fuori, all’aria, alla luce, alla gente, al movimento, tu camminavi con le tue scarpette da tennis bianche, la tua gonna scura a fiori, i tuoi capelli lunghi, e questo grosso pacco con il vestito da pagliaccio appena comprato. Ed io 30, 20, 30 passi dietro di te. 20 passi.
10.
5.
Solo 5 passi. Ho tolto gli occhiali. Solo 3 passi. Stavo per farlo.
C’era solo un passo tra me e il tuo costume da pagliaccio. Stavo per raggiungerti e chiamarti:
“Carmen!”
Ero talmente vicino che se avessi teso il braccio avrei potuto sfiorare quei capelli. Mi muovevo sulla tua scia. Ero talmente vicino che pure in mezzo alle voci e ai rumori della città ho potuto sentire il tuo telefonino squillare. La suoneria con la sigla dei Simpson. Eri proprio tu.
Allo squillo, io mi sono bloccato, tu hai preso il telefonino, hai risposto, hai continuato a camminare, lasciandomi indietro, come un treno che sgancia l’ultimo vagone, mi sono fermato, tu hai proseguito, ti ho vista allontanare. Proprio quando mi ero deciso, ho perso l’occasione.
Nella grande area pedonale, tu hai chiuso la telefonata, hai accelerato il passo, e vetrina dopo vetrina, portone dopo portone, isolato dopo isolato, sei tornata nello stesso bar da cui siamo partiti.
Ora ad un tavolo in piedi in completo marrone, con la cravatta, che sembra ti stia aspettando, a 20 passi da te, ben pettinato, che ti sta salutando, c’è quest’uomo, questo ragazzo, alto, bello, a 10 passi da te, che sì, lo devo ammettere, saluta proprio te, con una 24 ore in pelle poggiata su una sedia, saluta e ti sorride, mentre tu ti avvicini a lui, con il tuo pacco con dentro il costume, passando in mezzo ai tavoli, con la tua borsa sul fianco, la tua gonna che sfiora le sedie, tu nelle tue scarpette da tennis, fai l’ultimo passo. Lo abbracci felice. Lo baci.
Carmen, eri proprio tu, in quel momento, che baciavi un altro.
Io, io in quel momento ho sentito chiamarmi per nome.
È stato esattamente come quando dormi e qualcuno ti sveglia senza toccarti, solo chiamandoti.
Una voce che proviene da fuori campo, da un’altra dimensione, una lenza che a forza ti tira fuori dal mare in cui eri dolcemente sprofondato.
Lei mi chiama per nome, mi riporta alla realtà, mi dice, “ma dove sei stato?”, mi strilla, “è un’ORA che ti sto aspettando.”
Carmen, in quel momento, ho avuto questa sensazione, come se lì, in mezzo ai tavoli, come se si fosse istantaneamente creata una barriera di vetro tra te e me. Mi sono sentito isolato da te. Dietro quel vetro, sullo sfondo, tu con il tuo compagno mentre entusiasta gli mostri il costume che hai comprato. Vicino a me invece c’è Carla, la mia ragazza, che mi rimprovera per l’ora che è stata qui ad aspettarmi.
Carla.
Perdonami.
A lei, a Carla, ho detto che ho avuto un problema al lavoro. Un ritardo sulla forniture di laterizi.
E lei mi ha detto, “va bene, sei perdonato,” ha aggiunto, “lo sai che ti amo”, ha ripetuto, “ti amo”, con un’espressione del viso che voleva dire, -dimmelo anche tu se no ti tengo il muso tutto il giorno-, ed io, da sotto il mio cappello ed i miei occhiali, da dentro la mia maschera, le ho detto “ti amo” anch’io.
Ora potete appendermi a un muro insieme agli altri.
Ti amo, Carla. La menzogna più grande che mi sia mai uscita dalla bocca. Da quel momento in poi, la cosa più lontana dalla realtà.
La verità, come avrei potuto dirla? La verità, semplicemente, è che mi ero completamente dimenticato di lei. Carmen, la verità è che tu mi hai fatto completamente dimenticare della persona che credevo di amare. Seduta al tavolo di quella caffetteria, ieri ho visto te ed ho completamente dimenticato di essere lì per un altro appuntamento.
Mi hai preso e mi hai portato su un altro binario.
Mi hai dato un assaggio di come sarebbe stata la mia vita se avessi compiuto altre scelte.
Mi hai fatto capire che ogni volta che compiamo una scelta sbagliata, ci costringiamo sempre più dentro una maschera, che ci allontana dalle cose, ci separa da ciò che è veramente importante.
Carla, non te la prendere, ma questo è il mio modo brutale di dirti che non sono la persona giusta per te. Che non sei tu la persona giusta per me.
Sorpresa. Giù la maschera. Carla. Questa lettera è per te.
p.s.: così impari a spiare sempre tra le mie cose
p.p.s.: non odiarmi!
...
***************************************************-Achille Casciaro
- Ma tu esattamente cosa vuoi da lui?
- Niente. É questo il bello: non voglio proprio niente.
- Cioè.. non vuoi stare con lui?
- Io "STO" con lui.
- Sì. Ok. Una sera. Un pomeriggio. Questo non é stare insieme.
- Ah, no?! A me pare proprio di sì.
- Dai... hai capito...
- No. Sei tu che non vuoi capire. Tutti con quest'ansia di incasellare i rapporti, di dare un nome alle cose. Io e Lui semplicemente STIAMO. Condividiamo del tempo e, in quel tempo insieme, semplicemente STIAMO BENE. E non é questione di sesso. Ci si racconta. Senza filtri. Si ride. Parecchio. Ci si confronta. Si sorride. Si sta. Punto.
- Sì. Ok. Ma poi?
- Poi cosa?
- Poi lui va via e tu sei sola.
- Io non mi sento sola. Mi sento piena di vita. Così mi sento... quando va via.
- Maddaiiii... non sai nemmeno quando lo rivedrai... SE lo rivedrai.
- Lui non é stupido.
- ?
- Solo uno stupido non torna lì dove é stato bene. Capisci? Ci sono anime che, quando s'incontrano, semplicemente si sentono a casa. É così difficile da capire?
- Per me é assurdo.
- Già... è la cosa più assurdamente sensata che io abbia mai vissuto.
(Letizia Cherubino, Io e Lui. Lei e Io.)

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Che libro è?
Sei quello
che non dici
le fantasie
di cui ti vergogni
le paranoie
che ti fai
quando qualcuno
ce l’ha con te
sei le parole
che non pronunci mai
come le canzoni stoppate
come i libri letti a metà
e di cui non vuoi
sapere il finale
c’è una parte
dentro di te
che è sempre nuda
di cui ti vergogni
e dove nascondi
tutti i tuoi sogni
ma se lo pensi
e non lo dici
è perché
ancora non trovi
qualcuno
con cui sentirti
perfetta.
Marco Polani