Renzo Piano
Il gruppo di lavoro del senatore sulle periferie e la città che sarà.
The senator’s working group on the suburbs and the city that will be.
DOMENICA 5 FEBBRAIO vi invitiamo all’evento “MARGHERA TERRENO FERTILE” nel quale il gruppo G124 Marghera e ORMA Officina Riuso Marghera condivideranno con tutta la cittadinanza il percorso risultato di quest'anno di lavoro.
Appuntamento alle 14:30 per l'inaugurazione del “Giardino del Fitorimedio” e dalle 15:30 all’Ex Istituto “Edison Volta”.
NON MANCATE!!!
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Un evento organizzato da G124 con il patrocinio del Comune di Venezia e della Municipalità di Marghera.
In collaborazione con ORMA Officina Riuso Marghera, Università degli Studi di Udine, Istituto Comprensivo Grimani e Labsus.
Le foto storiche sono state gentilmente concesse dal Comune di Venezia Archivio della Comunicazione.
Con il supporto di Fondazione Pellicani, Biblioteca di Marghera, Trekking Italia.
Un ringraziamento speciale allo sponsor tecnico PRISMA Serigrafia pubblicità allestimenti
Il gruppo di ricerca sulle periferie G124 del senatore Renzo Piano, che quest’anno opera su Marghera, vi invita alla seguente manifestazione pubblica:
“SULLA VIA DEL RIUSO”
un percorso narrativo alla riscoperta della Marghera da riutilizzare
SABATO 8 OTTOBRE 2016
L’evento consiste in una camminata urbana collettiva ed ha come obiettivo illustrare e raccontare alla cittadinanza il percorso progettuale che il gruppo G124 sta svolgendo sul territorio di Marghera in collaborazione con la rete di associazioni Orma Officina Riuso Marghera, attraversando i luoghi strategici della città tramite un percorso tra storia e visioni future.
Il percorso attraverserà longitudinalmente tutta la Municipalità di Marghera partendo dal quartiere della “Cita” a nord fino ad arrivare all’area sud in prossimità delle “Vaschette” in modo da intercettare e coinvolgere le emergenze e le realtà associative che si sono attivate come motori delle trasformazioni fisiche e sociali del territorio.
Durante la camminata saranno previste delle tappe nelle quali attivare momenti performativi, didattici e culturali con lo scopo di legare le strategie del progetto di rigenerazione urbana di Marghera alla storia locale.
Il ritrovo è fissato alle ore 14:15 presso gli “Orti della Cita” entrata via Palladio.
La partecipazione è aperta.
E’ gradita la preiscrizione attraverso i seguenti canali:
mail [email protected]
Per info www.officinariusomarghera.it e pagina facebook G124 MARGHERA
Laura Mazzei
Nata a Ferrara nel 1983, si laurea in Architettura all’Università di Ferrara dopo un anno di studi presso l’École d’Architecture et Paysage di Bordeaux. Si occupa in seguito di pianificazione ambientale e di trattamento del territorio. Frequenta presso lo IUAV di Venezia il corso “Azione locale partecipata e sviluppo urbano sostenibile” approfondendo i temi della rigenerazione urbana. Vince concorsi di idee e premi di architettura, tra i quali i premi “Innovazione e qualità Urbana” e “Agritecture and Landscape Award”, con interventi incentrati sul recupero urbano e paesaggistico.
“Far parte del G124 è un’occasione concreta per iniziare un percorso di rigenerazione urbana basato sul potenziale propulsivo delle periferie. Questi sono oggi i luoghi privilegiati dove operare grandi trasformazioni nel segno di un nuovo concetto di urbanità, e dove affrontare le sfide strategiche su cui si fonda il nostro futuro: la mescolanza etnico-sociale, la multiculturalità, l’individuazione di nuove forme dell’abitare e del lavoro”.
Anna Merci
Nata a Verona nel 1982, si laurea con lode in Architettura per il Paesaggio presso lo IUAV di Venezia e successivamente ottiene un master in Disegno Urbano Sostenibile. Viene invitata a workshop internazionali in collaborazione con la Biennale del Paesaggio di Reggio Emilia e il FAI. Dal 2008 partecipa a concorsi di grafica e progettazione ricevendo premi e menzioni. Da sempre interessata alla relazione tra architettura e paesaggio, tiene lezioni accademiche, organizza conferenze e scrive su riviste specializzate. Ha vissuto gli ultimi quattro anni a Parigi.
“Prendere parte al G124 permette di misurarsi operativamente con temi e urgenze urbane decisamente attuali. In un contesto troppo spesso dominato da interessi economici, occorre riportare le comunità e loro territori al centro del dibattito, promuovendo la riconversione delle infrastrutture e la riattivazione degli spazi pubblici per costruire reti e risorse, in un processo di inclusione e crescita culturale, sociale ed economica”.
Nicola Di Croce
Nicola Di Croce è architetto, musicista e ricercatore con base a Venezia. I suoi principali interessi di ricerca riguardano il rapporto tra suono e territorio, lo sviluppo locale e l’inclusione sociale attraverso pratiche partecipative e metodologie artistiche. Sta concludendo un dottorando in pianificazione territoriale e politiche pubbliche presso lo IUAV di Venezia, ha frequentato il corso di formazione post lauream “Azione locale partecipata e sviluppo urbano sostenibile”; si è laureato all’Università di architettura di Ferrara, ed ha successivamente collaborato in Cina con l’ILA&UD (International Laboratory of Architecture and Urban Design).
“Sono convinto che il G124 rappresenti un’occasione concreta per mettere alla prova il tema della ricerca-azione nell’ambito delle aree marginali urbane, e sono molto curioso di sperimentare le metodologie di lettura e progetto più efficaci per innescare circoli virtuosi attraverso cui ridefinire la qualità dello spazio pubblico”
Marghera terreno fertile - Dalle buone pratiche alle politiche
Se per alcuni Marghera è un semplice quartiere, per altri ha invece un’identità urbana a sé stante: un’autonomia che deriva strettamente dal suo passato industriale e dalle emergenze sociali che ha storicamente accolto. Dalla ricerca di quei luoghi strategici per la rigenerazione urbana che Renzo Piano definisce “perle” è iniziato il percorso di “rammendo” di una città tanto attiva quanto complessa e stratificata. È proprio nella consolidata attività associazionistica di Marghera, attenta alla riattivazione di aree ed edifici dismessi, che il gruppo ha riconosciuto il punto di partenza del proprio lavoro,impegnandosi nel supportare questo insieme di buone pratiche con l’obiettivo di arrivare a stimolare politiche di tutela e gestione partecipata dei beni comuni.Per promuovere la gestione condivisa del patrimonio inutilizzato di Marghera, il gruppo intende proporre al Comune di Venezia l’adozione del “Regolamento dei beni comuni”, uno strumento indispensabile per garantire un dialogo e una costante progettualità tra amministrazione e cittadinanza. Per questo il G124 ha attivato una collaborazione con Labsus, laboratorio per la sussidiarietà, con lo scopo di instaurare un circolo virtuoso, stimolare l’opinione pubblica e coinvolgere l’insieme della cittadinanza responsabile nella riqualificazione del proprio territorio.Con queste premesse la prima azione del gruppo G124 è stata la creazione di ORMA, Officina Riuso Marghera (per info www.officinariusomarghera.it - pagina facebook ORMA), una rete di coordinazione delle realtà associazionistiche operanti nel territorio - all’oggi mancante - e soprattutto un nuovo strumento di azione civica, creazione di comunità e recupero del patrimonio inutilizzato. Grazie alla nascita di ORMA molte realtà già attive hanno trovato nuova forza e nuovi stimoli per operare insieme con obiettivi condivisi e proporre percorsi di recupero dei beni comuni attraverso attività culturali, musicali, formative e sportive. Il progetto elaborato dal gruppo G124 è partito da un piano di riqualificazione su scala urbana, seguendo gli obiettivi della rete ORMA, per arrivare a concentrarsi su alcune “perle”, prima fra tutte l’ex istituto tecnico “Edison” e l’insieme delle associazioni che da anni stanno cercando di recuperare e riutilizzare l’edificio. Il progetto per l’ex Edison ha come obiettivo la costruzione di una nuova polarità urbana ad uso dei cittadini: uno spazio pubblico attrezzato e polivalente capace di mettere in relazione l’edificio con l’intera città. In questa prospettiva l’ex Edison sarà un nuovo polo culturale e sportivo finalizzato al recupero giovanile a servizio di tutti i cittadini dell’area a sud-ovest del Quartiere urbano, da sempre marginalizzata rispetto al centro. La riattivazione dei beni comuni, e tra questi delle numerose aree inutilizzate sul territorio, mette inoltre in primo piano il tema ambientale, e soprattutto le ricadute dell’inquinamento di Porto Marghera sui suoli pubblici e privati. L’attuale fase di transizione post-industriale segna dunque un momento decisivo per il futuro della Municipalità e impone una riqualificazione ambientale inquadrata in una più ampia visione di recupero socio-economico sostenibile, che manifesta la necessità di immaginare tempi lunghi di recupero, lontani dalla velocità dell’antropocene. Per creare consapevolezza ambientale e per diffondere il messaggio che una riqualificazione eco compatibile è possibile ed accessibile a tutti, il G124 ha attivato con l’Università di Udine una ricerca sulle tecnologie di bonifica dei suoli attraverso l’uso di specifiche piante e arbusti, il fitorimedio. Come manifesto di una gestione partecipata del territorio sarà realizzata in un’area a sud di Marghera una sperimentazione pilota che riporterà un lotto incolto all’uso pubblico. Attraverso il percorso che il G124 ha intrapreso con l’obiettivo di creare un nuovo senso civico nella gestione condivisa dei beni comuni, si è creduto necessario valutare come l’insieme delle attività di cittadinanza responsabile possano essere legittimate dalla loro capacità di generare ricadute economiche e nuovi modelli di lavoro. Con la collaborazione della Fondazione Pellicani il progetto vuole fare emergere come il ruolo del volontariato assuma una rilevanza sempre più strategica nel supportare i servizi erogati dalle politiche locali sui temi della coesione sociale e della tutela ambientale. Se si riconosce quanto l’impegno volontario di cittadini e associazioni sia in grado di contribuire alla rigenerazione urbana, questo documento sarà un corollario essenziale per dare al progetto coerenza e lungimiranza, e per imporsi all’attenzione dell’istituzione.
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C’è del suo mediterraneo a far vivere le periferie a cui, da tempo, dedica ormai quasi tutte le energie. Renzo Piano parla del suo mestiere di architetto come di un «lavoro difficile, pericoloso, perché se lo fai male il risultato continua a restare lì». Da Parigi è volato ad Atene, dove è appena stato inaugurato il centro culturale della Fondazione Stavros Niarchos, una collina artificiale di periferia che sale dolcemente restituendo al quartiere la vista del mare che si era perduta. Presto ritornerà a New York, per il nuovo campus universitario di Harlem, altra periferia.
Ci riesce sempre?
«Il mestiere dell’architetto è pericoloso per te stesso e per chi riceve il servizio. Se si sbaglia, resta per sempre. Anche il vostro mestiere di giornalista lo è. Per questo credo che ci voglia una coscienza sociale e civica, anche se al tempo stesso si deve essere inventori. Noi architetti ci muoviamo in una terra che è sempre molto fragile, dobbiamo esplorarla ragionando in termini di consumi energetici, di sostenibilità. Insomma, mi passi il termine, essere anche un po’ uomini di scienza».
Lei è nato a Pegli, quartiere del ponente genovese: quanto ha inciso nel suo lavoro la periferia da cui proviene?
«Mi ha insegnato a interpretare lo spirito del luogo in cui sono nato. Sento molto forte, molto profonda la mia mediterraneità. Genova, come Atene, ha il mare a sud. E questa non è una cosa banale: perché anche il sole è a sud e dona al mare increspature luminosissime. È questo il motore di tutto. Il Mediterraneo è una specie di registratore che per secoli ha raccolto le voci della gente, i profumi, gli odori, le tragedie. È una zuppa di cultura».
Perché nel suo lavoro torna con questa insistenza la periferia, quasi un concetto ancor prima di un luogo fisico?
«Nella domanda c’è già gran parte della risposta. Perché le periferie sono zone lontane, prima che dal punto di vista geografico da quello culturale ed economico. La periferia, quasi per definizione, oggi equivale a una zona lontana, negletta».
Per questo ha scelto di firmare a Kallithea, quartiere di Atene, il suo ultimo lavoro?
«Questo progetto è il paradigma del ragionamento che ho appena fatto. Kallithea è distante pochi chilometri, tre-quattro, dal centro di Atene. Ma nel corso dei secoli la sua bellezza naturale era stata cancellata, il vecchio porto del Falero interrato, la percezione del mare oscurata da case e palazzi. Questo vuol dire periferia. Noi abbiamo ridato la vista del mare, abbiamo riportato, spero, bellezza, abbiamo restituito centralità».
E ora a quale periferia si dedicherà?
«Il nuovo palazzo di Giustizia di Parigi, a nord della città. Si trasferirà lì tutto il tribunale, una zona tornerà a vivere. Poi New York, per il nuovo campus della Columbia University, nel West Harlem. Attenzione, non stiamo parlando di luoghi così distanti dal centro della città, ma di aree che nel passato non hanno goduto dell’affetto che avrebbero meritato. Diciamo che hanno un po’ patito la sindrome dell’abbandono. E non potremmo dire lo stesso per l’Auditorium di Roma? O per lo Shard di Londra? Luoghi che sono sempre stati percepiti come periferie prima che trovassero nuova vitalità. E sa che cosa può favorirla? Il fatto di intervenire attraverso edifici pubblici. I luoghi pubblici portano urbanità. E possono essere ospedali, tribunali, università, scuole. Noi ci inseriamo in questo grande tema urbano, cercando di centrare il risultato».
E se dovesse trovare un elemento di riferimento in questo suo percorso professionale e umano che l’ha condotta fra le tante periferie del mondo?
«Direi la luce. È la luce che dà energia e che gioca a rimpiattino con l’ombra. Vede, la luce nelle periferie è il materiale più importante con cui lavorare. Certo, non è quello che tiene su gli edifici, ma è la nota distintiva, l’elemento su cui far leva nella progettazione».
La luce della sua Genova?
«Sì, se vogliamo, la luce che ti resta dentro e che quando puoi, a un certo punto della tua vita, senti il desiderio di ritrovare. Diceva Calvino che i genovesi si dividono in due categorie, quelli attaccati come le patelle a uno scoglio e quelli che non vedono l’ora di andarsene. Ecco, io ho fatto parte della seconda categoria, ma ora mi ritrovo un po’ anche nella prima, mi sento un po’ patella anch’io. Sono di Genova. Continuo a guardare al mare, alla luce, come a punti di riferimento».
La sua professione continua ad affascinarla, forse con un’intensità ancora maggiore, ha spiegato di recente. Che cosa non le piace, invece?
«Sa che cosa mi dà davvero fastidio? Quando ti chiamano “archistar”. Il nostro è un mestiere serio, mentre con quella definizione si sposta l’attenzione sull’aspetto mondano, frivolo. Non lo accetto, non mi pare giusto. Si può mettere in preventivo di essere conosciuti, quindi popolari e apprezzati per il lavoro che si fa. Benissimo. Ma porre l’accento su questo, sbilanciare tutto quanto non è corretto».
(...)“Le periferie sono orrende, si dirà, eppure la bruttezza dei luoghi può diventar fascino attraverso la partecipazione e la cura. Ecco perché il progetto di Renzo Piano sulle periferie (da lui chiamato G124 dal numero della stanza che occupa in Senato) è fondamentale per il nostro paese e lo sarebbe per l'Europa tutta. Il progetto ha l'obiettivo di rendere i luoghi "deboli" spazi di sperimentazione e interesse. Ripartire dalla gradevolezza, da nuove ipotesi di bellezza. Provare a respingere la schifezza abitativa. È prassi reale come lo sono i sogni nutriti dall'ossessione della trasformazione. Ma non bisogna lasciare che sia solo un esperimento bello, un tentativo di rammendo. Deve diventare affare di stato. Centralità ossessiva delle pratica della poltica. Sino a ora invece al disastro delle periferie italiane si fa fronte con grandi operazioni di carità sociale, con il sostegno massiccio ad associazioni di vario genere, con roboanti operazioni di immagine (una su tutte la fallimentare idea di tenere le scuole aperte anche pomeriggio e sera: uno spazio fatiscente al mattino lo è anche nel resto della giornata).”
Per l’articolo completo:
http://www.repubblica.it/politica/2016/06/26/news/saviano_periferie_scontento_generazione_in_fuga-142828411/
Mappatura partecipata delle aree dismesse a Marghera
Il 15 maggio 2016 la rete Orma - Officina Riuso Marghera - ha preso parte al "Boulevard della partecipazione", evento nato per presentare alla cittadinanza le attività svolte dalle varie associazioni impegnate nella promozione sociale di Marghera. In questa occasione il gruppo G124 ha realizzato una mappatura partecipata delle aree e degli edifici inutilizzati o sottoutilizzati che potrebbero essere riqualificati e prendere nuova vita.
Il senatore Renzo Piano e il gruppo G124 che si occupa del rammendo delle periferie in visita a Marghera. Nelle foto di Claudio Morelli diversi momenti della giornata di studio e ricerca, infatti l’intervento del G124 nel 2016 riguarderà proprio la periferia di Venezia e, in particolare, la municipalità di Marghera.
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(Pubblicato sul Corriere della sera di martedì 29 marzo)
di Aldo Cazzullo
L’atelier di Renzo Piano è a un passo dal Beaubourg, l’opera che quarant’anni fa lo impose al mondo. Cento ragazzi da 18 Paesi diversi lavorano a un ospedale in Uganda, alla biblioteca di Atene, al museo archeologico di Beirut, al campus della Columbia a Harlem, a un centro culturale alla periferia di Mumbai. Qui si pensano le nuove città contro la barbarie (. ..)
(...) È vuoto il tavolo di Raphael, tedesco ucciso al Petit Cambodge il 13 novembre scorso: era con altri otto colleghi, Emilie si è presa una pallottola nella spalla; nessuno è scappato, tutti si sono aiutati l’un l’altro. Un altro giovane di studio, americano, era al Bataclan, è sopravvissuto. Renzo Piano sulla scrivania tiene le bozze del libro in uscita per il Corriere. In tre ore di conversazione, Piano ricostruisce il suo percorso e racconta i suoi progetti per questo tempo terribile e grandioso che ci è dato in sorte.
Il giovane Renzo
«A scuola ero un asino. Non che mi passasse in testa chissà che cosa; un asino autentico. Non sapevo studiare. In compenso suonavo la tromba. Gino Paoli è un mio amico d’infanzia: io ero lupetto, lui nei giovani esploratori. Siamo “figli di un temporale”, come diceva un altro di noi, Fabrizio De André: venuti fuori dalla guerra, cresciuti con la convinzione che ogni giorno ci allontanava da quella tragedia, che tutto — le strade, il cibo, il sorriso della mamma — sarebbe migliorato con il tempo. Per questo, a 78 anni, credo ancora all’idea folle per cui il tempo che passa migliora le cose: lasci perdere quel che non va, prendi quel che va. C’è una cosa che non condivido con il mio amico Beppe Grillo: la paura del futuro, che è l’unico posto dove possiamo andare».
Il Beaubourg
«Il modo più feroce, più esplicito di ribellarsi all’idea del centro culturale come mausoleo intimidente era fare una fabbrica. Una macchina come quelle pensate da Jules Verne. Ma anche un villaggio medievale in verticale, con le piazze sovrapposte. Una macchina urbana, aperta, trasparente, flessibile: tutto quello che ingombra l’abbiamo portato fuori, comprese le scale mobili, che svelano Parigi poco a poco. Il Beaubourg ogni sabato ha 30 mila abitanti, in 40 anni l’hanno visitato 250 milioni di persone. Al concorso partecipammo in 681. Il Sessantotto era finito da poco, Rogers e io vivevamo a Londra. Non pensammo di vincere per un solo attimo».
L’importanza della musica
A fargli notare che le opere successive sono molto diverse dal Beaubourg, Piano risponde di badare alla coerenza, non allo stile: «L’importante è svicolare dall’accademia, ribellarsi alle tendenze, andare alla fonte delle cose. Respirare la realtà, farla cantare. Il cinema neorealista è stato molto importante per me. Come lo è stata la musica. Con il tempo da trombettista sono diventato liutaio: l’auditorium di Roma è una cassa armonica. A Parigi collaborai con Pierre Boulez, che mi fece incontrare John Cage, Karlheinz Stockhausen e due artisti che sarebbero diventati amici della vita: Luciano Berio e Luigi Nono. Come gli architetti, i musicisti lavorano sulla materia, che per loro è il suono; per Boulez, il rumore. La vibrazione della corda per gli archi, l’aria per i fiati. Una solida base d’ordine cui ti diverti a disobbedire. Come in architettura, appunto».
I grattacieli
«Non ho mai fatto grattacieli arroganti, ma macchine urbane». Lo Shard di Londra è la torre più alta d’Europa. «Non mi interessa. Presto sarà superata. Ma è una torre che non finisce, le schegge di vetro si perdono nel cielo, esprimono uno slancio, un’aspirazione, al centro di un quartiere risorto. Nel cantiere avevamo operai di 70 nazionalità diverse. A Osaka avevamo 5 mila lavoratori: tutti giapponesi. Un cantiere è un’avventura dello spirito e anche fisica: in Nuova Caledonia abbiamo avuto quattro uragani con vento a 220 chilometri; in Giappone in 36 mesi contammo 35 terremoti. Sul cantiere del Beaubourg venivano Umberto Eco, Michelangelo Antonioni, Marco Ferreri, Roberto Rossellini, Italo Calvino, che dava suggerimenti su come pulire le pareti di vetro. Venne il signor Honda e disse: “Mi piace, sembra una motocicletta”. Sul cantiere di Postdamer Platz a Berlino ho conosciuto Mario Vargas Llosa. Anche lì c’erano 5 mila operai, tra cui cento palombari ucraini, per piantare le fondamenta sott’acqua. Trovarono sei bombe della seconda guerra mondiale, inesplose: “Sono russe, quindi non esplodono” dissero con un sorriso. Ora qui nella banlieue di Parigi stiamo costruendo il Palazzo di Giustizia: trasparente, come la verità; deve ispirare fiducia, non mettere soggezione». Come trova i nuovi grattacieli di Milano? «Sono un segno di vitalità, che è sempre una buona cosa. Ma la mia Milano è quella delle periferie. Quando studiavo al Politecnico abitavo a Lambrate, andavo a sentire il jazz in un locale in fondo ai Navigli, che si chiamava non a caso Capolinea».
La scommessa delle periferie
«Le periferie sono sempre associate ad aggettivi negativi. Sono considerate desolanti, alienanti, degradate, brutte. Proviamo invece a guardarle con occhio positivo, a cercare quel che c’è di sano. Le periferie sono ricchissime di una bellezza umana e spesso anche di una bellezza fisica, che è nascosta, che emerge qua e là. Come scrive Italo Calvino nella postfazione delle Città invisibili, anche le più drammatiche e le più infelici tra le città hanno sempre qualcosa di buono. Questo approccio alla periferia è come andare a caccia di perle, di scintille. Viene da lontano, dal mio essere genovese, uno che non butta via niente: Braudel l’aveva capito, Genova stretta tra il mare e la montagna è stata educata a non sprecare nulla. Così, quando Napolitano mi fece senatore a vita, mi è venuto naturale pensare che il mio impegno politico sarebbe stato far lavorare giovani architetti nelle periferie italiane. Quest’estate porteremo i progetti alla Biennale dell’architettura».
Il Giambellino
I progetti sono a Torino, Catania, Roma e Milano. Si tratta di «dare forza e ossigeno a mille cose che già c’erano». Basta casette a perdita d’occhio: «L’idea della città che cresce diluendosi si è rivelata insostenibile. Come porti i bambini a scuola, come organizzi il trasporto pubblico, come medichi la solitudine? Le città sono luoghi di incontro, di scambio, in cui si sta insieme, si costruisce la tolleranza, l’idea che le diversità non sono per forza un problema, sono una ricchezza. La città ora cresce per implosione, riempiendo i buchi neri. Al Giambellino vivono 6 mila persone, 18 etnie. C’è la signora che d’estate invita la gente a scendere in cortile con la sedia e fa il cinema. L’elettricista egiziano che aggiusta gratis i citofoni rotti dai vandali. Abbiamo abbattuto il muro tra il parco e il mercato. Lavoriamo con la gente del quartiere per costruire una biblioteca. Servono tanti cantieri piccoli, microinvestimenti, microimprese: lavoro per le nuove generazioni. Dobbiamo fertilizzare le periferie con edifici civici. Non solo musei; librerie, ospedali, palazzi pubblici, stazioni della metropolitana, posti dove la gente si ritrova. Allo scorso esame di maturità uno dei temi era il rammendo delle periferie: sono stati scritti 60 mila compiti; tutti ragazzi nati in periferia».
Il ruolo della politica
«Sono lungi dal disprezzare la politica. In Senato ho provato ad andarci, ci andrò ancora, ma sono più utile nel mio ufficio a Palazzo Giustiniani. Comunque, ogni volta che metto piede nell’Aula sono davvero onorato, fiero. È una grande istituzione. Al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale voterò sì. Se il Senato diventa più piccolo, meno ridondante, se costa meno, è cosa buona. Non vorrei perdesse il suo ruolo di guida morale del Paese: l’abbiamo inventato noi italiani, l’abbiamo esportato ovunque. Deve rimanere il luogo in cui si discutono i grandi temi della società». «L’architetto è un mestiere politico. La ricerca estetizzante della bellezza, quando è fine a se stessa, è inutile. Ma Sengor, con cui lavorai in Senegal, mi ha insegnato che il bello, quando è autentico, non è mai disgiunto dal buono. È l’idea dei greci: kalos kagathos, bello e buono. È un’idea che ho ritrovato in Libano. È il principio della civiltà mediterranea, oggi messa così a dura prova».
Farebbe il Ponte sullo Stretto? «Un vero costruttore è sempre favorevole a gettare ponti, è sempre contrario ad alzare muri». E qual è il costruttore della storia che ammira di più? «Brunelleschi. Il primo a curvare la cupola, dopo secoli che l’uomo non ne era più capace; e dimostra che è possibile costruendo un modellino di legno. Da giovane faceva l’orologiaio: un artigiano diventato artista. Il percorso contrario è molto più difficile. Fondere arte e tecnica: qui è la grandezza».
Il gruppo G124 al lavoro nel quartiere Giambellino di Milano. L’esperienza verrà raccolta in un libro che racconterà non solo il progetto ma anche la storia e i personaggi che rendono questo quartiere unico. La pubblicazione è prevista per la primavera, vi terremo informati.
L’uomo e la donna che vogliono vivere il loro battesimo devono andare verso le periferie, verso le periferie geografiche, le periferie culturali, le periferie esistenziali, devono andare con questa proposta evangelica
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Nata a Ferrara nel 1983, si laurea in Architettura all’Università di Ferrara dopo un anno di studi presso l’École d’Architecture et Paysage di Bordeaux. Si occupa in seguito di pianificazione ambientale e di trattamento del territorio. Frequenta presso lo IUAV di Venezia il corso “Azione locale partecipata e sviluppo urbano sostenibile” approfondendo i temi della rigenerazione urbana. Vince concorsi di idee e premi di architettura, tra i quali i premi “Innovazione e qualità Urbana” e “Agritecture and Landscape Award”, con interventi incentrati sul recupero urbano e paesaggistico.
“Far parte del G124 è un’occasione concreta per iniziare un percorso di rigenerazione urbana basato sul potenziale propulsivo delle periferie. Questi sono oggi i luoghi privilegiati dove operare grandi trasformazioni nel segno di un nuovo concetto di urbanità, e dove affrontare le sfide strategiche su cui si fonda il nostro futuro: la mescolanza etnico-sociale, la multiculturalità, l’individuazione di nuove forme dell’abitare e del lavoro”.
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Nata a Verona nel 1982, si laurea con lode in Architettura per il Paesaggio presso lo IUAV di Venezia e successivamente ottiene un master in Disegno Urbano Sostenibile. Viene invitata a workshop internazionali in collaborazione con la Biennale del Paesaggio di Reggio Emilia e il FAI. Dal 2008 partecipa a concorsi di grafica e progettazione ricevendo premi e menzioni. Da sempre interessata alla relazione tra architettura e paesaggio, tiene lezioni accademiche, organizza conferenze e scrive su riviste specializzate. Ha vissuto gli ultimi quattro anni a Parigi.
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Nicola Di Croce
Nicola Di Croce è architetto, musicista e ricercatore con base a Venezia. I suoi principali interessi di ricerca riguardano il rapporto tra suono e territorio, lo sviluppo locale e l’inclusione sociale attraverso pratiche partecipative e metodologie artistiche. Sta concludendo un dottorando in pianificazione territoriale e politiche pubbliche presso lo IUAV di Venezia, ha frequentato il corso di formazione post lauream “Azione locale partecipata e sviluppo urbano sostenibile”; si è laureato all’Università di architettura di Ferrara, ed ha successivamente collaborato in Cina con l’ILA&UD (International Laboratory of Architecture and Urban Design).
“Sono convinto che il G124 rappresenti un’occasione concreta per mettere alla prova il tema della ricerca-azione nell’ambito delle aree marginali urbane, e sono molto curioso di sperimentare le metodologie di lettura e progetto più efficaci per innescare circoli virtuosi attraverso cui ridefinire la qualità dello spazio pubblico”