Il riccio preferisce i croccantini
Non so quanti anni tu abbia, chiunque tu sia, ma ci sono delle cose che abbiamo in comune. Cose che ti sono successe o che ti succederanno e che prima o poi succedono a tutti.
Non è un pensiero orrendo? Avere qualcosa in comune con tutti? Pensaci. Tu e chiunque. Tu e Hitler potreste aver avuto lo stesso tipo di cereali preferiti per la colazione. Non è tremendo? Ti fa odiare subito quei cereali, vero? E se invece ti dicessi che i tuoi cereali preferiti sono anche i preferiti di, chessò, Gandhi? Obama? Nelson Mandela? Scommetto che mangeresti quei cereali ogni giorno sentendoti un figo pazzesco.
Ho salvato un riccio, ieri. Era in giardino, è stato trovato ferito, molto ferito, gravemente ferito. L’ho preso e ho chiamato chiunque, veterinari, ENPA, protezione civile, carabinieri, chiunque.
Nota: siamo nel 2020 e stiamo vivendo in una fase di quarantena obbligatoria a causa del Coronavirus quindi non possiamo uscire se non per andare al supermercato, in farmacia o dal tabaccaio a comprare quello che ci fa morire più di ogni altra cosa al mondo: le sigarette. Assurdo vero? Ma tant’è.
Non posso portare il riccio da nessuna parte perché non ci sono norme che regolino questa necessità (così mi hanno detto i carabinieri) e se esco il rischio è prendere cinquecento euro di multa. La fortuna vuole che accanto abbia una persona che ha infiniti difetti ma un pregio in grado di oscurarli tutti: ama gli animali tanto quanto me. Cito testualmente questa persona: “Me ne fotto della multa, la vita del riccio vale di più”. Che ve lo dico a fare. In macchina fino all’ospedale veterinario di zona.
Tre giorni dopo: non ce l’ha fatta. Il piccoletto non è sopravvissuto. Lo so, è molto triste, specialmente perché nell’attesa di capire cosa fare lo avevo nutrito e tenuto al sicuro ed era molto energico quindi ci avevo creduto, sperato. Ma era ferito da chissà quanti giorni, e ormai era tardi. Ho pianto. Ho pensato che la vita è ingiusta perché lui avrebbe potuto avere una seconda possibilità e invece non gli è stata data. Non tutti hanno seconde possibilità, a dirla tutta molti non hanno nemmeno prime possibilità.
Poi ho pensato: quel riccio ha passato gli ultimi giorni della sua vita al caldo, al sicuro, con la pancia piena di buon cibo servito su un piatto. E adesso non soffre più. Gli abbiamo dato una morte serena.
Alcuni, alla vista di un riccio mezzo morto, avrebbero girato la testa dall’altra parte. Avrebbero preso la pala e finito il lavoro oppure lo avrebbero sbattuto al di là della staccionata, dove la loro vista non arriva più e quindi nemmeno la loro coscienza e avrebbero continuato la giornata. Curioso come la coscienza di molta gente arrivi solo dove arrivano i loro occhi, e ancora più curioso come i loro occhi tendano a posarsi solo dove non c’è nulla. Che senso ha, a quel punto, poter guardare?
Io ho fermato tutto, ho visto una vita e sono corsa in soccorso. Un riccio, un cavallo, un senzatetto di notte, un’anziana che attraversa. Una vita è una vita, il bisogno di aiuto è bisogno di aiuto, che importa da chi proviene?
Schopenhauer, credo, ha detto qualcosa tipo che l’amore per gli animali è associato con la bontà di carattere, e chi è crudele con gli animali non può essere un uomo buono, e onestamente al mattino quando mi alzo per fare colazione e scopro che io e Schopenhauer preferiamo gli stessi cereali delle persone buone, buone nel senso più puro che possa esistere, mi sento una figa pazzesca.
Ciao riccio. Scusami se non sono arrivata prima. Grazie di avermi dato la possibilità di aiutarti, mi ha fatto male, ma mi hai resa migliore. Grazie.