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VATICANO: PAPA, FESTA SANTISSIMA TRINITA’, COMUNITA’ECCLESIALI SIANO SEMPRE PIU’ FAMIGLIA
“Il nostro compito è quello di edificare comunità ecclesiali che siano sempre di più famiglia che siano in grado di riflettere con dignità la forza dell’amore di Dio che abita in noi”. Lo ha detto oggi papa Francesco all’Angelus domenicale in occasione della solennità della Santissima Trinità.
Nella sua omelia il pontefice ha sottolineato come tutti “siamo “chiamati a vivere gli uni con gli altri, per gli altri negli altri, questo significa accogliere e testimoniare la bellezza del Vangelo, vivere l’amore reciproco e verso tutti nell’amore e nelle sofferenze, valorizzando i carismi sotto la guida dei pastori”. Il papa ha sottolineato che è “Gesù viene nel mondo per farci conoscere il padre per farsi conciliare con lui, tutto ruota nella vita trinitaria per questo mistero”, invitando a “tenere alto il tono della nostra vita, ricordandoci per quale fine per gloria lottiamo e soffriamo e a quale immenso premio siamo chiamati, questo abbraccia la nostra vita”.
Il papa ha inoltre affermato che tale premio viene ricordato ogni volta che si fa “il segno della Croce”, richiamando tutti i pellegrini presenti a piazza San Pietro a compiere questo gesto alla base della fede cristiana. “In questo ultimo giorno del mese di maggio il mese mariano ci affidiamo alla Vergine Maria lei che più di altra creatura ha conosciuto, cresciuto e amato il Mistero”, ha continuato il papa, pregando affinché la Vergine “aiuti a cogliere i segni della presenza di Dio, padre e figlio e Spirito santo, facendo amare Gesù con tutto il cuore nel segno della Trinità”. Francesco ha inoltre invocato Maria ad “aiutare la Chiesa perché divenga mistero di comunione, comunità e ospedale, dove ogni persona possa trovare accoglienza per sentirsi figlia di Dio voluta e amata”.
In conclusione il papa ha ricordato la proclamazione a beato di Louis-Edouard Cestac fondatore suore serve di Maria, indicando come esempio “la sua testimonianza di amore è per la Chiesa a vivere con gioia il Vangelo della Carità”.
Grazie ai buoni uffici del Cairo, il generale al Bashir entra nell’orbita saudita. I sauditi trovano così un nuovo alleato che, in Africa, si aggiunge ad Egitto e Marocco
Papa: oggi i cristiani perseguitati sono più numerosi dei primi secoli
Una preghiera intensa per un aiuto tangibile, indefessa a protezione delle nostre sorelle e fratelli perseguitati, uccisi, fustigati, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi e forse sono più numerosi dei primi secoli. E’ quanto ha affermato papa Francesco nel discorso pronunciato al termine della recita del Regina Coeli, nel giorno dell’ottava di Pasquam, salutando il movimento Shalom, nella sua ultima tappa del pellegrinaggio nato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Il papa ha insistito a proseguire la preghiera e le azioni in difesa dei fratelli cristiani. “La comunità internazionale - ha affermato - non assista muta a tale inaccettabile crimine, che dimostra una preoccupante deriva dei diritti mani più elementari, auspico che la comunità internazionale non rivolga lo sguardo da un’altra parte”.
Nella sua omelia Francesco ha ripetuto e invitato a pronunciare insieme a lui la formula “Cristo è risorto”, chiedendo di riperla “con le parole, con la testimonianza della nostra vita”. Per il papa “la lieta notizia della Resurrezione dovrebbe trasparire sul nostro volto, dai sentimenti e dagli atteggiamenti con cui noi trattiamo gli altri”. “Noi vediamo - ha aggiunto - la luce di Cristo quando essa rischiara la notte buia della nostra vita, quando piangiamo con chi piange, quando raccontiamo la nostra esperienza agli altri”. Francesco ha sottolineato come oggi si sia ancora nel tempo pasquale, precisando che “la liturgia considera l’ottava un unico giorno”, perché “la Pasqua è un evento che ha una portata radicale per ogni essere umano, rappresentando il trionfo della vita sulla morte”. Per il pontefice occorre lasciare che “la nostra esistenza sia trasformata dalla Resurrezione”. In conclusione Francesco ha invitato i fedeli a chiedere alla Vergine “di accrescere in noi la gioia pasquale attraverso la recita del Regina Coeli, che nel tempo pasquale sostituisce la preghiera dell’Angelus”. “Con questa preghiera - ha concluso - noi invitiamo Maria a rellegrarsi perché coLui che ha portato in grembo è risorto come aveva promesso”. Secondo il papa, “la nostra gioia è un riflesso della gioia di Maria che ha custodito Gesù e come figli siamo felici perché la loro Madre è felice”.
Papa: non cediamo all’orgoglio della violenza, pace per Medio Oriente, Africa e Ucraina
Non cediamo all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma dobbiamo avere il linguaggio unico del perdono e della pace. Preghiamo per i nostri fratelli perseguitati, così come loro che patiscono le violenze dei conflitti. Lo ha affermato papa Francesco nella benedizione solenne “Urbi et Orbi” in occasione della festività della Pasqua. Nel suo messaggio il pontefice si è soffermato sulla situazione di guerra nelle aree del Medio Oriente e Africa: Siria, Iraq, Libia, Yemen, Nigeria, Sudan, Congo e soprattutto Kenya. Il papa ha invocato la “pace per l’amata Siria e per l’Iraq affinché cessi il fragore delle armi e inizi la buona convivenza fra i diversi gruppi”, invitando “la comunità internazionale a non restare inerte di fronte all’immensa tragedia umanitaria all’interno di questi paesi e al dramma per i rifugiati”. Il papa ha chiesto la pace anche “per tutti gli abitanti della Terra Santa, affinché possa crescere fra israeliani e palestinesi la cultura dell’incontro e riprendere il processo di pace, per porre fine ad anni di sofferenze”. Francesco ha ricordato anche la Libia, implorando la fine “dell’assurdo spargimento di sangue”, invitando quanti “hanno a cuore la sorte del paese di adoperarsi per la riconciliazione”. Il papa si è soffermato anche sul dramma della situazione in Yemen, devastato dal conflitto fra ribelli sciiti Houthi e forze fedeli al presidente Abd Rabbo Masour Hadi, auspicando “il prevalere di una comune volontà di pacificazione per il bene di tutta la popolazione”. Nel suo discorso il papa ha inoltre fatto ricordato l’accordo storico sul nucleare fra Iran e gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania) raggiunto nei giorni scorsi a Losanna: “Affidiamo al Signore l’intesa raggiunta a Losanna, affinché sia un passo definitivo verso un mondo più sicuro e fraterno”. Francesco si è soffermato in modo particolare sulle vittime dell’attacco degli al Shabaab contro il campus studentesco di Garissa in Kenya, dove sono stati uccisi almeno 147 giovani cristiani: “Pensiamo a coloro che hanno perso la vita, in particolare ai giovani del Kenya, per coloro che sono stati rapiti e hanno dovuto abbandonare casa ed affetti”. Il papa ha ricordato anche la situazione in Ucraina, chiedendo “Luce per il paese e per chi ha dovuto subire le violenze del conflitto, augurando di ritrovare pace e speranza con l’impegno di tutte le parti”. Infine Francesco ha invocato la benedizione pasquale su tutto il mondo: “A tutti gli uomini di buona volontà giunga la voce consolante del Signore, ‘pace a voi, non abbiate paura io sono sempre con voi’”.

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TUNISIA, ATTACCO TERRORISTICO AL CUORE DELLA CAPITALE
È di 23 morti e almeno 50 feriti il bilancio parziale dell’attacco di un gruppo di uomini armati avvenuto oggi nel complesso del Museo del Bardo a Tunisi. Fra i morti, oltre a due attentatori, vi sono 17 turisti stranieri, di cui due di nazionalità italiana un ufficiale di sicurezza, un’impiegata del museo. L’episodio è il più grave dal 2002 quando un camion imbottito di esplosivo esplose davanti alla sinagoga della città di Djerba, uccidendo 21 persone.
Secondo il sito tunisino “Tunisia Live”, l’assalto è avvenuto intorno alle 13,00 proprio mentre era in corso nel vicino parlamento una seduta con a tema le operazioni antiterroristiche. In un primo tempo gli autori, con uniformi militari e armati di Kalashnikov, hanno tentato di entrare proprio nell’edificio dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo, situata all’interno del complesso, ma sono stati respinti dalle forze di sicurezza, decidendo in seguito di entrare all’interno del museo prendendo in ostaggio diversi dei turisti in visita, dopo una serie di scontri a fuoco con la polizia e uomini dell’antiterrorismo. I turisti sono stati sin da subito coinvolti nell’attacco, infatti come spiega il quotidiano tunisino “Tunisia Live”, i miliziani hanno subito aperto il fuoco contro un gruppo di visitatori appena scesi da un bus turistico. La vicinanza alle sedi istituzionali ha permesso il rapido intervento delle forze speciali, che hanno iniziato l’operazione intorno alle 15,20. Il blitz si è concluso verso le 15,40 dopo uno scontro a fuoco in cui sono stati coinvolti gli ostaggi, che ha condotto all’uccisione di due dei cinque terroristi. Secondo le prime opinioni a caldo da parte dei politici tunisini, fra cui il premier Habib Essid, dopo il tentato assalto al parlamento gli attentatori hanno preso volutamente di mira i turisti stranieri al fine di colpire una delle principali risorse dell’economia tunisina: il turismo.
Intanto la comunità internazionale ha espresso la sua solidarietà per l’attacco al Museo del Bardo. Il primo governo a inviare il messaggio di cordoglio è stato quello della vicina Algeria che attraverso il ministero degli Esteri ha ribadito la “sua disponibilità a sostenere gli sforzi della autorità tunisine per affrontare tutte le sfide come il mantenimento della sicurezza e lo sradicamento del terrorismo islamico”. Anche Stati Uniti e Francia, oltre a condannare l’attacco, hanno espresso piena disponibilità a collaborare con Tunisini nella lotta contro i terroristi. Il ministro degli Esteri francese, Manuel Valls, ha ribadito “la volontà di Parigi di agire al fianco della Tunisia, precisando che l’attacco a Tunisi rappresenta lo stato della minaccia che abbiamo tutti di fronte”.
L’operazione contro il Museo del Bardo, dove ha sede una delle più importanti collezioni musive del paese e dell’area nord africana, non è stata ancora rivendicata da alcun gruppo o movimento terroristico. Alcuni analisti fanno propendono per la tesi di un attacco da parte di terroristi affiliati allo Stato islamico (Is) di Abu Bakr al Baghdadi, citando un filmato in cui un jihadista tunisino minaccia il proprio paese prima di compiere un attentato suicida in Libia.
Tuttavia non è da escludere un’operazione da parte di Ansar al Sharia, che nei giorni scorsi ha perso uno dei suoi uomini di punta il tunisino Ahmed Rouissi, conosciuto anche con il nome di Abu Zakaria El Tounsi. L’uomo, morto in un conflitto a fuoco in Libia, era all’apice della lista delle autorità tunisine, in particolare per il sospetto omicidio dei politici Chokri Belaid, ucciso il 6 febbraio, 2013, e Mohamed Brahmi, morto il 5 luglio del 2013.
I legami presunti fra gli autori della strage del Museo del Bardo e i movimenti attivi in Libia sono però solo una delle ipotesi al vaglio delle autorità di Tunisi, che non escludono il coinvolgimento di cellule locali con legami solo ideologici con Isis o Ansar al Sharia. Infatti è da notare come in questi giorni siano in corso diverse operazioni contro movimenti e simpatizzanti del terrorismo islamico in varie aree del paese, fra cui alcuni sobborghi della capitale. Ieri il ministero dell’Interno ha confermato lo smantellamento di una cellula terrorista di sette persone, alcuni dei quali reduci della guerra in Siria, che aveva il suo quartier generale nella banlieue settentrionale di Tunisi. Lo scorso 16 marzo la polizia ha invece arrestato a Kairouan 22 militanti islamisti facenti parte di quattro diverse cellule terroriste responsabili del reclutamento di giovani guerriglieri da inviare in Libia per combattere al fianco delle milizie islamiche.
Culla della Primavera araba e unico paese ad aver raggiunto il pieno sistema democratico dopo anni di scontri fra partiti, la Tunisia deve fare i conti oggi con la duplice minaccia del terrorismo straniero e locale. Le radicalizzazione di molti giovani, fra cui diversi militanti della Primavera araba, ha portato almeno 3 mila tunisini a combattere in Siria e Iraq al fianco dei vari eserciti estremisti islamici fra cui Is e Jabat al Nusra. L’escalation militare in Libia ha attirato altri giovani a combattere proprio nel paese confinante, aumentando ancora di più il rischio di attentati in patria e la destabilizzazione del neonato governo democratico guidato dal partito laico Nidaa Tounes.
IL CAIRO - Il video dei 21 copti massacrati dai terroristi islamici libici affiliati all’Is ha scioccato i media europei, preoccupati di vedere le medesime scene nei loro Paesi. Tuttavia centinaia di persone, se non migliaia, che vivono ai confini con i territori dello Stato Islamico stanno subendo da mesi la stessa sorte e probabilmente […]
SIRIA: ISIS RAPISCE 90 CRISTIANI NEL NORD, BRUCIATA CHIESA CALDEA
I terroristi dello Stato Islamico rapiscono 90 cristiani in un villaggio nel nord della Siria. Lo afferma l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Il sequestro sarebbe avvenuto questa notte in seguito ad un' incursione degli estremisti nei pressi della città di Tel Ahmar, dove vive una consistente minoranza assira e caldea. L’area è a poche decine di chilometri da Hasaka, zona controllata dai curdi. Secondo fonti locali gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi avrebbero distrutto anche la locale chiesa caldea di Kabr Shamiya.
DANIMARCA: ATTACCO COPENHAGEN ULTIMA PIETRA DI UN MURO COSTRUITO MOLTI ANNI FA
“Danesi, siamo stati troppo tolleranti con i musulmani”, è il titolo di un editoriale apparso nell’ ottobre 2013 sul settimanale Copenhagen Post. Oggi questa affermazione ritorna a galla dopo il duplice attacco avvenuto il pomeriggio del 14 febbraio scorso all’interno del centro culturale Krudttønden e davanti ad una sinagoga situata nel centro della capitale danese, costati due morti e almeno cinque feriti. Nel piccolo teatro famoso per il suo basso profilo e per spettacoli in lingua inglese era in corso una conferenza con a tema “arte, blasfemia e libertà di espressione”, organizzata in seguito all’attacco del 7 gennaio contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e a cui erano presenti Lars Vilks, autore delle prime vignette su Maometto pubblicate nel 2007 e da allora sotto scorta, e l’ambasciatore francese in Danimarca François Zimeray. Al Krudttønden Omar Abdel Hamid El-Hussein, ventiduenne ucciso ieri dalla polizia, ha sparato almeno 30 colpi con un’arma automatica colpendo a morte Finn Nørgaard, 55 anni e noto regista di documentari. Poche ore dopo, fingendosi ubriaco ed eludendo la polizia, lo stesso el-Hussein avrebbe ucciso Dan Uzan, ebreo danese di 37 anni, mentre era di guardia davanti alla sinagoga di Krystalgade.
Similitudini con attacchi Parigi e il mito dei lupi solitari
In attesa dei risultati delle indagini condotte dalla polizia danese, l’Europa ritorna ancora una volta nel mirino di terroristi in apparenza solitari, ma probabilmente legati ad organizzazioni jihadiste attive in occidente e guidate dalle roccaforti dell’estremismo islamico in Medio Oriente. La dinamica dell’attacco di Copenhagen è molto simile a quella utilizzata dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly per sterminare lo scorso 7 gennaio la redazione di Charlie Hebdo e attaccare il supermercato kosher: irruzione veloce a colpo sicuro, volti coperti, armi automatiche, utilitaria utilizzata per la fuga. Inoltre le ragioni dell’attacco e l’obiettivo sono molto simili a quelli degli attentatori di Parigi. L’obiettivo reale di El-Hussein nell’attacco al centro culturale Krudttønden era Lars Vilks, che dopo la pubblicazione sul Jylland-Posten delle vignette satiriche su Maometto nel 2007 ha ricevuto decine di minacce di morte da parte di al-Qaeda e di altri gruppi estremisti islamici. Alla vendetta per le offese a Maometto, El-Hussein ha aggiunto un attacco dimostrativo alla sinagoga locale. I parallelismi sono ovviamente teorici, tuttavia non è da escludere un’emulazione del giovane danese di origini arabe dei correligionari di Parigi, che come lui no avrebbero agito da soli, ma sostenuti da una ben nutrita rete di complici. Secondo la polizia danese Omar Abdel Hamid El-Hussein non ha agito da solo e al momento gli agenti avrebbero arrestato due persone sospettate di aver aiutato il giovane a procurarsi le armi e a pianificare l’attacco. Quindi crolla in parte l’idea dei famigerati lupi solitari che agirebbero in modo individuale ispirati semplicemente dall’odio nei confronti della cultura occidentale.
Chi era Omar Omar Abdel Hamid El-Hussein?
Anche in questa occasione non sapremo mai chi era realmente Omar Abdel Hamid El-Hussein. Il giovane è infatti stato ucciso il giorno dopo gli attacchi durante una sparatoria con la polizia. Tuttavia da una prima ricostruzione della sua vita emergono particolari interessanti che confermano quanto il fondamentalismo islamico abbia inciso sui giovani musulmani di seconda generazione e quanto i governi dei Paesi occidentali siano privi al momento di una strategia efficace per evitare il loro indottrinamento ed impedire nuovi attacchi. Il giovane era un ex studente di un corso di formazione per adulti a Hvidovre, nella regione di Hovedstaden a pochi chilometri da Copenhagen. Secondo il rettore dell’istituto Peter Zinkerbagel, El-Hussein era “un giovane veramente talentuoso e dotato di grandi capacità che lo avrebbero reso un lavoratore qualificato in futuro”. Nonostante le sue qualità il giovane viene espulso dall’istituto nel novembre 2013 in seguito all’accoltellamento di un altro studente. Per questo crimine il ragazzo passa tutto il periodo del processo in carcere. La sentenza definitiva a due anni di reclusione viene comminata solo nel dicembre 2014. A causa della sua permanenza in carcere i giudici decidono di rilasciarlo già nel gennaio 2015. El-Hussein non è però lo stesso giovane di prima. Come conferma ai media danesi il direttore del penitenziario Michael Gjorup il ragazzo era molto cambiato durante la detenzione probabilmente in seguito alla conoscenza di alcuni detenuti fondamentalisti e la direzione del penitenziario aveva avvisato per tempo l’intelligence danese. La virata estremista di El-Hussein emerge da un video caricato sul profilo Facebook del giovane circa 45 prima 45 minuti prima dell’attacco contro il centro culturale Krudttønden. Il filmato pubblicato su YouTube da un gruppo che si autodefinisce “Orgogliosi musulmani” contiene un inno al jihad armato. Lo scontro fra comunità musulmana e società danese
Al di là dell’analisi meramente cronachistica dei fatti e sul pericolo del terrorismo in occidente, occorre porre l’accento sulle ragioni che hanno condotto l’Europa ad essere di fatto sotto attacco da parte della jihad islamica. In Danimarca le avvisaglie nemmeno troppo velate di un reale conflitto sociale in campo aperto sono iniziate diversi anni, nonostante il flusso migratorio di persone provenienti dalla Turchia e da altri Paesi musulmani sia iniziato già a partire dagli anni ’80. Negli ultimi 30 anni la comunità islamica si è inseriti all’interno di un tessuto sociale profondamente laicista e con una cultura del dialogo basata sulla “tollerante indifferenza”. Il risultato è un profondo iato fra le richieste della comunità minoranza musulmana, che oggi rappresenta circa il 4 per cento della popolazione, e la società danese. L’articolo pubblicato dal settimanale “Copenhagen Post” dal titolo “Danesi: siamo troppo tolleranti con i musulmani” affrontava già nell’ottobre 2013 il conflitto sociale in atto nel Paese, citando un sondaggio nel quale oltre un terzo dei danesi esprimeva preoccupazione per la deriva nei rapporti con la minoranza islamica. Le ragioni di questa preoccupazione, che in molti casi verrebbe bollata come “islamofobia” sono anzitutto le richieste inoltrate da alcuni rappresentanti della comunità islamica: abolizione dell’albero di Natale, carne halal nelle scuole pubbliche, velo per le lavoratrici musulmane nei supermercati. Già allora emergeva una tesi molto comuni nei Paesi nordici e scandinavi caratterizzati da ingenti flussi migratori di persone di religione musulmana: l’assoluta estraneità fra popolazione locale e immigrata, tanto che le vite delle due comunità raramente si intersecano anche se la Danimarca ha ben 179 parlamentari di origine musulmana e diversi leader delle comunità sono membri dei consigli comunali in diverse città, fra cui la stessa capitale.
Il fallimento del modello multiculturale
Cosa ha dunque causato questa divisione interna alla società danese che ha condotto ad un rafforzamento dei partiti conservatori, compresi quelli antislamici? La Danimarca non è sempre stata una terra di scontro e prima della pubblicazione nel 2005 delle famigerate vignette su Maometto un clima di dialogo fra islam e danesi dettava le linee dell’integrazione. Dopo la diffusione delle vignette satiriche su Maometto da parte del Jylland-Posten diverse organizzazioni musulmane basate sul dialogo fra Islam e democrazia hanno tentato di arginare lo scontro fra diversi esponenti della comunità islamica e le autorità danesi accusate di non aver fatto nulla per impedire la pubblicazione delle vignette offensive. Nel 2006 nasce la Democratic Muslims gruppo il cui fine è proprio la promozione della democrazia all’interno della comunità islamica. Nonostante l’iniziale successo, il dibattito interno ai membri dell’organizzazione sulla liceità delle critiche al Corano hanno portato nel tempo la Democratic Muslims a scomparire. Il graduale indebolimento dei movimenti per il dialogo e la democrazia ha offerto campo libero ad altre organizzazioni incentrate sulla difesa dei diritti dei musulmani. Una delle più importanti è il Consiglio musulmano della Danimarca, fondata nel settembre 2006 e rappresentante di 14 associazioni musulmane per un totale di circa 35.000 membri 34. Il Consiglio musulmano della Danimarca segna una nuova tendenza della comunità musulmana danese, facendosi portavoce dell’intera minoranza islamica, invece di rappresentare una sola etnia, come avvenuto in precedenza. Fra le principali attività dell’organizzazione vi è la battaglia per costruire la moschea di Copenaghen, che diventerebbe uno dei più gran di edifici religiosi islamici del Paese, dove la preghiera è concentrata soprattutto all’interno dei centri culturali islamici. In questi anni diversi membri del “Consiglio” sono stati accusati di aderire a formazioni estremiste islamiche e di battersi per una islamizzazione della società danese. Nel 2009 l’allora ministro del Welfare Karen Jespersen ha accusato il portavoce del Muslim Council, Zubair Butt Hussain, di sostenere la lapidazione delle donne, esternazione che è costata alla Jaspersen una condanna per ingiuria e una multa di diverse migliaia di dollari. Il clima di scontro iniziato con la pubblicazione delle vignette su Maometto nel 2005 ha portato alla ribalta non solo partiti della destra xenofoba come il Danish People Party, che alle ultime elezioni europee ha fatto registrare il 26,6 per cento divenendo il primo partito della Danimarca, ma ha anche parzialmente modificato le posizioni di partiti fino ad oggi considerati moderati come il “Venstre” dell’ex Premier Anders Fogh Rasmussen. Nel luglio 2013 la portavoce del partito liberale Inge Stoiberg ha pronunciato un discorso destinato a segnare un solco decisivo nei rapporti con la comunità musulmana: “La Danimarca è la terra dei danesi e tutti sono benvenuti e possono diventare parte della comunità, ma a quei musulmani che costantemente lavorano contro di noi, che costantemente ci criticano, sono sempre insoddisfatti, commettono delitti d’onore, incitano a partire per la guerra santa in Siria, sminuiscono i nostri valori, la nostra bandiera e le nostre abitudini io dico: andatevene e trovate un altro posto dove vivere. Nessuno è obbligato a restare”. Alla base del cambio di visione da parte anche dei partiti più “Politically Correct” vi sono la crescita del tasso di criminalità fra la minoranza musulmana, le richieste di trattamenti ispirati alla Sharia islamica da parte dei consiglieri comunali di religione islamica, ma anche l’inerzia delle autorità nel punire i responsabili di delitti d’onore e pedofilia. Un esempio è il caso del pedofilo somalo reo di aver violentato tre bambine nel 2013, ma non espulso dai giudici perché l’espulsione avrebbe interrotto il suo percorso di “integrazione” in Danimarca. I fatti del 14 febbraio mostrano il fallimento di questo percorso di integrazione e al suo posto la costruzione di un muro prima di indifferenza oggi di difesa. L’assenza di interlocutori adatti all’interno della comunità islamica, la politica basata solo sulla difesa dei diritti e non sull’apertura dei cittadini di origine islamica sta portando verso una virata estremista dell’Islam. Nel settembre 2014 i media riportavano la notizia di un presunto comunicato del Danish Muslim Party dove si inneggiava all’islamizzazione della società danese per fare della Danimarca il primo Paese musulmano d’Europa.
GIORDANIA: PILOTA ARSO VIVO, IL RE CHIAMA ALL'UNITA' NAZIONALE
Il rogo del pilota giordano Muath Kasasbeh aggiunge un'altra pagina al libro dell’orrore scritto dallo Stato islamico dell’Iraq. La sua è la più terribile esecuzione mostrata in video dai fanatici islamisti che finora si erano “limitati” ha tagliare le teste alle loro vittime. L’esecuzione è anche la prima che coinvolge da vicino un Paese arabo a maggioranza musulmana come la Giordania, storico alleato degli Stati Uniti e retto dalla dinastia Hashemita per secoli custode dei luoghi santi dell’Islam. Potrebbe non essere un caso che i fanatici di Abu Bakr al Baghdadi abbiano utilizzato l’ostaggio giordano per scioccare proprio la casa regnante che vanta una diretta discendenza dal profeta Maometto e mettere in difficoltà l’unico Paese ancora stabile della zona, che fin dal 1948 si fa carico di accogliere milioni di profughi sul suo territorio.
Poche ore dopo la diffusione del video, probabilmente girato in gennaio, il re Abdullah in questi giorni in visita negli Usa ha inviato un comunicato alla nazione dove afferma: “Cari fratelli e sorelle…Abbiamo ricevuto con molto dolore, tristezza e rabbia, la notizia del martirio del coraggioso pilota Muath Kasasbeh, che Allah benedica la sua anima, per mano della vile organizzazione terrorista del Daesh, banda di criminali randagi che non ha nulla a che fare con la nostra vera religione. Il coraggioso pilota Muath è morto in difesa della sua fede, della sua patria, della sua nazione e si è unito agli altri martiri caduti per il bene del Paese e che hanno sacrificato la vita per la loro cara Giordania.
Oggi ci troviamo uniti in questa tragedia alla famiglia del coraggioso Muath e alla nostra gente e alle nostre forze armate, tragedia che colpisce tutti gli uomini e le donne giordane. In questo momento difficile, è dovere di tutti i cittadini unificare i loro ranghi e mostrare il vero carattere del popolo giordano, quando si trova ad affrontare difficoltà e drammi, che possono solo consolidare e rafforzare la nostra unità”.
Il messaggio di re Abdullah tenta di rincuorare una nazione già divisa in lotte intestine causate dalle pressioni dei gruppi radicali legati ai Fratelli Musulmani e dai gruppi palestinesi a cui si aggiungono le difficili relazioni che intercorrono fra le varie tribù beduine.
Come ha correttamente scritto Maurizio Molinari in articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio su La Stampa, il giovane pilota appartiene al potente clan dei Bararsheh originario della Giordania meridionale e che come la famiglia reale vanta la sua discendenza direttamente dalla tribù araba dei Qureish, la stessa di Maometto. Negli scorsi mesi il monarca Hashemita ha incontrato più volte la famiglia di Muath recandosi egli stesso ad al-Karak, piccola città nella parte centrale della Giordania.
Lo scorso marzo 2014 Erebmedioriente ha svolto un piccolo reportage proprio nella città di al-Karak descrivendo la vita all’interno dell’Ospedale italiano gestito dalle suore comboniane e raccontando il particolare clima che il Paese sta vivendo in seguito alla guerra civile siriana. Già allora avevamo parlato di una situazione molto difficile per la monarchia e nella stessa al-Karak eravamo stati testimoni di una retata della polizia contro una cellula estremista islamica.
L’uccisione del pilota segna un momento decisivo per la piccola monarchia ormai ultimo scampolo di quella ribellione araba guidata proprio dalla dinastia Hashemita nella Prima guerra mondiale e che consentì alle truppe britanniche di abbattere le forze ottomane. Al momento la monarchia starebbe valutando l’esecuzione della terrorista Sajjda al-Rishawi, in un primo momento moneta di scambio fra lo Stato islamico e la monarchia, e di altri terroristi islamici imprigionati nel Paese. Il risveglio dell’unità nazionale potrebbe condurre a drammatiche conseguenze per gli estremisti islamici presenti nel Paese e che in più di una occasione hanno inscenato manifestazioni e anche complotti per rovesciare la monarchia. Alla reazione dura contro gli islamisti il governo potrebbe inoltre imporre drastiche misure repressive nei confronti dei circa 800 mila profughi siriani ospitati nel proprio territorio fra cui vi sarebbero anche cellule legate allo Stato islamico.
Simone Cantarini

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ARABIA SAUDITA - USA: INUTILE POLEMICA SENZA "VELI" MENTRE A MOSUL BRUCIANO LE CHIESE
Sui social network migliaia di sauditi hanno criticato la presenza di Michelle Obama senza velo al fianco del marito Barack durante l’omaggio al defunto re Abdullah. Le critiche stanno mettendo in imbarazzo l’amministrazione Usa che non ha ancora chiarito se il capo scoperto della moglie del presidente e delle donne dello staff Usa sia stato intenzionale o una svista. Mentre sui giornali si sfogano le critiche e le difese alla first lady statunitense a pochi chilometri dai confini del grande alleato saudita pilastro del wahhabismo islamico, i “wahhabiti che sbagliano” dello Stato islamico tagliano teste e distruggono chiese.
L’ultima notizia giunge da Mosul (Iraq) dove ieri gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi hanno incendiato una delle più antiche chiese armeno ortodosse di Wahda a Mosul. La distruzione segue quella di altri simboli della cristianità e dell’islam sciita come la tomba del profeta Giona, l’arcivescovado di Mosul, la Chiesa verde e la moschea di Al-Arabain a Tikrit e molti altri luoghi storici legati alle religioni e alle correnti islamiche considerate nemiche dagli estremisti wahhabiti dell’Is.
Intanto il portavoce dello Stato islamico, Abu Mohammed al-Adnani, lancia un nuovo appello per intensificare gli attacchi contro i “cristiani, gli infedeli, i crociati” di tutto il mondo. Lo scorso 26 gennaio l’emittente statunitense “Cnn” ha mandato in onda un messaggio audio, in cui il portavoce di al-Baghdadi invita “i seguaci monoteisti d’Europa e dei Paesi occidentali e di tutto il mondo ad attaccare i cristiani nelle loro abitazioni e dovunque essi siano”. Al-Adnani ha inoltre citato come esemplari i fatti di Ottawa, Sidney, Bruxelles e Parigi affermando: “Avete visto cosa un solo musulmano ha fatto in Canada e come alcuni nostri fratelli hanno agito in Francia, Belgio e Australia. Abbiamo visto come le armate crociate si sono mobilitate in questi Paesi e in altre roccaforti cristiane. Li abbiamo condotti ad essere in costante stato di allerta, terrore, paura e insicurezza e speriamo che in futuro possano stare anche peggio”.
CAOS LIBIA: CONFUSIONE ANCHE SULLA PATERNITA’ DELL’ATTENTATO AL CORINTHIA
Regna la confusione sulla paternità dell’attacco avvenuto oggi all’Hotel Corinthia di Tripoli e costato la vita a otto persone, fra cui cinque stranieri. Sui quotidiani internazionali si è subito dato credito agli account social legati all’Is, dove diversi islamisti hanno imputato l’azione allo Stato islamico che avrebbe compiuto l’attacco per vendicare la morte del leader del membro di al-Qaeda Abu Anas al-Libi, ma potrebbe non essere l’unica analisi. Poche ore fa il governo parallelo legato alle milizie islamiche e non riconosciuto dalla comunità internazionale ha diffuso un comunicato in cui accusa il generale Khalifa Haftar di aver pianificato l’attacco per uccidere Omar al-Hassi, il primo ministro del governo parallelo di Tripoli, ospite all’interno dell’edificio insieme ad alcuni collaboratori.
Insieme al Rixos, il Corinthia è uno degli hotel di lusso della capitale libica e in questi anni ha ospitato soprattutto uomini d’affari, diplomatici e giornalisti stranieri. Le dinamiche dell’attacco sono ancora poco chiare a causa della situazione di caos presente nel Paese. Mahmoud Hamza, ufficiale di sicurezza, ha descritto all’emittente locale al-Naba che i miliziani hanno prima fatto esplodere un ordigno nascosto in un’auto posteggiata nel parcheggio dell’hotel e in seguito si sono introdotti all’interno dell’edificio prendendo in ostaggio ospiti e personale. Dei quattro guerriglieri uno sarebbe stato arrestato dalle autorità, mentre gli altri si sarebbero fatti esplodere. Sempre ad al-Naba, Omar Khadrwai, un altro ufficiale di polizia, ha confermato che all’interno dell’hotel vi era anche Omar al-Hassi, il primo ministro del governo sostenuto delle milizie islamiche e non riconosciuto dalla comunità internazionale, che però sarebbe riuscito a fuggire.
Secondo il sito Libya-Herald, centinaia di persone residenti in altri due edifici, il Dat il Imad e la Tripoli Tower sono fuggiti dalla zona temendo nuovi attacchi. Una fonte anonima racconta al Libya-Herald il clima di caos presente a Tripoli: “In un attimo migliaia di persone si sono riversate in strada temendo altri attacchi terroristici. Ciò che mi ha sorpreso è stata la totale mancanza di forze di sicurezza. Nel nostro edificio nessuno degli agenti si è presentato al lavoro questa mattina”.
Quanto accaduto oggi a Tripoli è l’ennesimo atto di una tragedia che va avanti ormai da quasi quattro anni e la confusione sul “colore” degli attentatori è sintomo del caos che regna nel Paese. L’Est è politicamente sotto la sfera del Parlamento eletto in giugno, Casa dei Rappresentanti, riconosciuto dalla comunità internazionale quale unico organo legislativo legittimo in Libia, e dismesso in novembre dall’Alta Corte Suprema libica, fatto che ha costretto l’esecutivo legittimo a rifugiarsi su una nave ancorata nel porto di Tobruk al confine con l’Egitto. Mentre militarmente è sotto il controllo dell’Esercito nazionale leale alla Casa dei Rappresentanti e delle milizie filo-governative guidate dal generale in pensione Khalifa Haftar, impegnato da mesi nella guerra contro i gruppi fondamentalisti locali sotto il vessillo dell’operazione “Karama” (dignità).
L’ovest, compresa la capitale Tripoli, è sotto la sfera del Parlamento uscente, il Congresso generale nazionale, ed è controllato dalla vasta coalizione di Fajr Libia, a guida delle milizie della città-Stato di Misurata vicine alla Fratellanza Musulmana. Alle divisioni interne si aggiunge la presenza dei Ansar al-Sharia il gruppo terrorista islamico che di recente ha annunciato la sua affiliazione allo Stato islamico. In ottobre i terroristi hanno preso Derna, città costiera divenuta la prima colonia del Califfato al di fuori della Siria e dell’Iraq. Al momento Ansar al Sharia controlla anche le città di Sabrata e il porto di Hart az Zawiya punto di partenza delle navi cariche di migranti che fanno rotta verso l’Italia.
La situazione attuale era già stata prevista da molti analisti ed esperti di Libia che avevano avvertito già nel 2011 le fosche conseguenze della “Primavera araba” contro Muammar Gheddafi.
Nel settembre 2011 lo storico Angelo del Boca commentava così ad AsiaNews la nomina del nuovo governo guidato dal Consiglio nazionale di transizione: “Con un governo composto da ex membri del regime, islamici radicali ed ex uomini di al- Qaeda, la nuova Libia non sarà diversa da quella di Gheddafi. La presenza di questi personaggi dimostra che il nuovo governo è un’accozzaglia ridicola e diabolica. Ciò che mi stupisce in questi giorni è la comparsa di molti volti legati al terrorismo islamico ed esponenti delle tribù della Cirenaica avversarie di Gheddafi”. All’epoca Del Boca sottolineava l’anomalia di alcuni personaggi che nulla avevano a che fare con la democrazia sbandierata dai governi occidentali, soprattutto Francia e Inghilterra, sostenitori della guerra contro Gheddafi e dei suoi organizzatori. A preoccupare lo storico era soprattutto la figura di Abdul Hakim Belhaj, nominato nel 2011 governatore militare di Tripoli e Leader del Libyan Islamic Fighting Group, movimento jihadista vicino ad al-Qaeda che in passato ha fornito migliaia di kamikaze per attentati in Iraq e Afghanistan la cui popolarità gli ha permesso di vincere nel novembre 2014 una causa contro il Regno Unito per le torture subite dopo il suo arresto in Tailandia nel 2004. Già nel 2011 Del Boca aveva previsto il caos a cui stiamo assistendo oggi: “Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) non ha la cultura per cambiare il Paese ed è già vittima di lotte intestine per il potere, che potrebbero far precipitare la Libia nel caos. Grandi dissidenti del regime di Gheddafi e intellettuali come Anwar Fekini sono rimasti al di fuori, limitandosi a finanziare la guerra contro il rais. Il futuro assetto ideologico del Paese risente invece delle pressioni degli estremisti islamici che hanno fornito gran parte dei combattenti nella battaglia per Tripoli. Il rischio di uno Stato basato sulla sharia è reale”.
S.C.
EGITTO: BAMBINO CRISTIANO UCCISO IN SCONTRI FRA POLIZIA E ISLAMISTI
I cristiani copti continuano ad essere bersaglio ingiustificato della frustrazione dei Fratelli Musulmani e degli estremisti islamici messi al bando dal governo. Lo scorso 25 gennaio quattro persone sono morte, fra cui un bambino di 10 anni, durante gli scontri fra islamisti e polizia nel quartiere di Ain Shams (Il Cairo). Secondo testimoni oculari nel corso della manifestazione in ricordo della Primavera araba del 2011, gli islamisti avrebbero tentato di attaccare la chiesa di Al-Mataryah, protetta dalla polizia, ma al momento non sono chiare le dinamiche della morte dei quattro cristiani che sarebbero stati uccisi da colpi di arma da fuoco.
Ieri nella chiesa della Vergine Maria di Ain Shams la comunità cristiana ha organizzato una veglia funebre per le vittime. Oggi la Maspero Youth Union, movimento islamo-cristiano fondato dopo il massacro di Maspero nell’ottobre 2011, ha denunciato l’uccisione dei quattro copti cristiani puntando il dito contro i Fratelli Musulmani ritenuti i principali responsabili dei disordini avvenuti il 25 gennaio nel quartiere a maggioranza cristiana. “Condanniamo il gruppo terrorista – ha affermato l’organizzazione in un comunicato – e chiediamo a Dio di dare speranza alla famiglia di Mina”. Per i leader della Maspero gli islamisti affiliati ai Fratelli Musulmani stanno perdendo terreno e sfogano la loro rabbia contro i cristiani colpevoli di appoggiare il governo del presidente Abdel Fattah Al Sisi: “Saranno gli stessi egiziani ad eliminare i terroristi islamisti”.
ARABIA SAUDITA: MORTO RE ABDULLAH
Il monarca saudita Abdullah e' morto in tarda serata. Lo confermano i media sauditi. Il re era da tempo malato. Il principe Salman ibn Saud e' il nuovo re dell'Arabia Saudita.
“Un discorso rivoluzionario ed audace che segna una rivoluzione all’interno del mondo islamico”, è il commento di p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, all’intervento del presidente Abdel Fattah al Sisi avvenuto lo scorso 28 dicembre all’università islamica di Al-Azhar e alla visita del capo di Stato egiziano nella cattedrale copta ortodossa di Abasseya durante le celebrazioni del Natale ortodosso tenutasi lo scorso 6 gennaio. Secondo il sacerdote questi due eventi segnano un deciso cambiamento sia sul fronte interno all’Islam, in particolare dopo la strage di Parigi del 7 gennaio scorso, sia nei dialoghi fra islam e cristianesimo. “Questi due eventi – sottolinea p. Greiche – rappresentano un fatto straordinario nella storia egiziana”. Intervistato dalla Fondazione De Gasperi, il portavoce della Chiesa cattolica egiziana affronta anche il tema scottante delle vignette satiriche su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo, la cui diffusione è costata la vita a 12 membri della redazione del settimanale francese, sottolineando che in questo momento storico vi è in Europa una sorta di “terrorismo della penna” che mette a repentaglio non solo la vita di chi materialmente scrive, ma anche l’esistenza di migliaia di cristiani che a causa di una satira offensiva e irresponsabile sono bersaglio di attacchi da parte dei musulmani radicali.

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LA FRANCIA OSTAGGIO DEI LUPI SOLITARI: PAURA ANCHE A MONTPELLIER
Il doppio blitz delle teste di cuoio francesi a Vincennes e a Dammartin si è concluso con la morte di tre terroristi e quattro ostaggi. Tuttavia, il dramma della Francia continua a due giorni dalla strage nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, costata 12 vittime e quattro feriti gravi.
Secondo il quotidiano francese “Le Figaro” un altro uomo armato starebbe trattenendo in queste ore alcuni ostaggi in un negozio di bigiotteria nella città di Montpellier. Al momento la polizia, che ha bloccato l’intero isolato di rue de l’Argenterie, esclude per ora che vi siano collegamenti con i fatti di Parigi. Tuttavia fonti locali sottolineano che la situazione è critica. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo avrebbe fatto irruzione nel negozio, trattenendo in ostaggio due persone.
Simone Cantarini